“RACCONTI ALLEGRI E AMARI”[BARBIERI EDITORE-MANDURIA] DI ANTONIO PADOVANO:

Questi nove racconti scritti nei primi anni settanta da Padovano descrivono una civiltà contadina ormai scomparsa a causa del progresso, che secondo l’autore “è più irrazionale dell’uomo che lo produce”. Una civiltà contadina, che si è estinta ed è stata sostituita dalla “civiltà dei consumi”. Luoghi, mestieri, tradizioni, che sono scomparsi. Un sapere fatto di proverbi, che è andato perduto per sempre. L'industrializzazione e l'urbanizzazione hanno costretto il contadino a divenire operaio. La devastazione paesaggistica prodotta dalla speculazione edilizia ha stravolto i paesi di un tempo. La cosiddetta "cultura di massa" ha cancellato anche gli elementi folkloristici di questo mondo. Gli stessi umanisti spesso hanno rimosso questa problematica, perchè troppo occupati ad analizzare la crisi della borghesia oppure perchè volgevano il loro sguardo verso l'operaismo. Così nell'arco di pochi decenni i mass media sono riusciti ad ottenere il livellamento e ad annullare ogni particolarismo, che significava anche legame con la propria terra, identità e radici del popolo. E' scomparsa una civiltà contadina, che si poggiava sull’empirismo ed allo stesso tempo, essendo determinata dalle stagioni, era avvezza alle pratiche magiche. Un mondo costituito da sacrifici, stenti, divinazioni e superstizioni. Un mondo però che possedeva a differenza di quello odierno una comunità e di conseguenza anche un’autentica solidarietà ed una saggezza priva di intellettualismi. In questi racconti sono descritti i vinti. Troviamo contadini costretti a sopportare i soprusi e i trucchi alle stadere dei “vastasi”(compratori di olive per conto di terzi) nel racconto “Tra i santi” oppure a tollerare compratori, che “disprezzano” l’uva come nel racconto “Il contratto”. Sotto molti punti di vista si può definire Padovano un autore neoverista ma certamente non un epigono del Verga per diverse ragioni. Prima tra tutte: Verga era ateo mentre i racconti di Padovano sono pervasi da un forte senso di religiosità. Lo si può intuire dal racconto “La messa pezzente”. Inoltre nessuno dei personaggi di Padovano dimostra attaccamento alla “roba” e non c’è nessun Mazzarò, che cerca di rompere l’immobilismo socio-economico e diviene un self made man. Tutti i personaggi sono fedeli all'"ideale dell'ostrica" di Verga. Sono tutti rassegnati, nessuno cerca di emigrare o di far fortuna. L'autore ci narra le loro disavventure senza mai cadere nel sociologismo o nello psicologismo. Non spiega mai alcunchè nè ricerca le cause della loro condizione di umili ed umiliati. L’originalità e la bravura dell’autore consiste nel saper coniugare la tecnica dell’impersonalità e l'uso discreto di termini dialettali. Facendo uso del dialetto l’autore non vuole istituire una nuova lingua, perché è perfettamente cosciente che un dialetto può divenire una lingua solo tramite un esercito, come ha osservato il fondatore della psicolinguistica Chomsky. L’utilizzo di termini dialettali ha sia una ragione affettiva( e Padovano ci ricorda quindi che il dialetto è la lingua madre di tutti) che una ideologica: il dialetto è il mezzo grazie a cui descrivere efficacemente la sapienza del mondo contadino e l’unicità dei suoi codici culturali. Un altro elemento che testimonia la bravura dell’autore è che non esiste uno iato tra l’italiano e il dialetto. Il libro è costituito a livello linguistico da un bilinguismo, che potrei definire armonico, perché dall’utilizzo di questi due sistemi linguistici non scaturisce una gerarchia e di conseguenza la suddivisione netta tra una lingua di prestigio ed una lingua minore. L'autore è consapevole che non esiste identità senza dialetto ma anche che non esiste dialetto senza la lingua. Grazie alla sua cultura Padovano elude magistralmente gli effetti tipici della diglossia e riporta alla luce il mondo contadino.








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