RIFLESSIONI SULLA CREATIVITA' ARTISTICA:

Negli anni'70 Goodman e Gardner si occuparono del linguaggio dei simboli,fondando il"Progetto Zero"(così denominato, perchè si sapeva ben poco sull'argomento). Indagarono "la natura della conoscenza artistica" partendo dal presupposto che l'Arte fosse "un carattere distintivo della conoscenza umana" ed anche un'attività cognitiva. Se in fondo riflettiamo su questa loro definizione non possiamo non essere d'accordo: ogni tentativo di espressione artistica è infatti un tentativo di rappresentazione del mondo. In fondo l'arte esiste da quando esiste l'uomo, di conseguenza deve essere considerato un bisogno connaturato all'essere umano. E' plausibile che questo bisogno di rappresentazione del mondo che è l'arte scaturisca dal bisogno dell'uomo di trascendere la propria finitezza, come ha sottilineato recentemente in un suo libro(GLI IMMORTALI) il critico d'arte Vittorio Sgarbi. L'originalità del progetto di Goodman e di Gardner è stata quella di riconoscere l'arte come sinonimo di conoscenza umana, mentre invece nell'ambito del'900 la stessa filosofia estetica ha spesso relegato l'attività artista nell'ambito delle categorie bello/brutto , buono/cattivo, edificante/non edificante. Ritornando al progetto di Goodman e Garner bisogna dire che i due studiosi successivamente individuarono quattro forme d'uso dei simboli:

1) Espressione di stati d'animo

2) Attenzione ai piccoli dettagli

3) Disposizione degli elementi(composizione)

4) Comunicazione di significati multipli(ambiguità)

Ora però dovremmo approfondire i percorsi creativi che conducono all'arte. N. L. Munn in "Psichology: the fundamentals of human adjustament" scrive: "l'analisi del pensiero creativo da parte dei pensatori stessi che di altri ha portato alla conclusione che sono più o meno chiaramente evidenti quattro stadi, ossia: " 1) preparazione o raccolta di informazione inerente all'argomento e tentativo di elaborarla 2) incubazione, o periodo di relativa inattività, forse con ricorrenza di idee sul problema, ma senza progressi evidenti 3) ispirazione o folgorazione.....4) verifica o revisione....".

Per K. Popper l'atto creativo è determinato da una interazione o interscambio tra Mondo 2, che comprende gli stati di coscienza(la conoscenza soggettiva, i pensieri, le intuizioni, l'immaginazione) e Mondo 3, cioè il patrimonio culturale acquisito(i substrati filosofici, storici, artisitici, che sono stati interiorizzati dall'artista). E' pacifico ritenere che anche lo scrittore o il poeta per essere tale debba possedere una sorta di interfaccia tra questi due mondi di Popper. E' da questo processo continuo di filtrazione che scaturiscono le sintesi delle conoscenze culturali, l'autonomia di pensiero, il senso critico ed il senso estetico. E' probabile che il percorso creativo segua la sequenza delle fasi di Munn, dato che ogni pensiero creativo ,che "viaggia" tra il mondo soggettivo degli stati mentali dell'artista ed il mondo delle conoscenza interiorizzate e fatte proprie, cioè tra il Talento Individuale e la Tradizione(per dirla alla Eliot), è sempre soggetto a tentativi ed errori, a modifiche e rielaborazioni. Ma se questo può spiegare l'hardware della creatività artistica non è sufficiente invece ad illuminarci sull'ispirazione poetica, che è inscindibile alla personalità dell'artista, vera fonte sorgiva dalla quale attinge per esprimersi. Proprio lo scrittore Alberto Moravia con le sue osservazioni al riguardo ci indica la strada maestra da seguire, dichiarando che "lo scrivere, come anche il dipingere, implichino, per dirila in termini freudiani, l'eliminazione automatica dell'io e naturalmente anche del super-io, mentre l'es è in condizione di esprimersi direttamente". Per quanto questa visione possa apparire a tratti schematica ci conferma -tramite l'autoanalisi del proprio proocesso creativo- che il letterato staglia sulla pagina bianca in forma di segni e simboli i moti delle proprie pulsioni, essendo sempre in attesa di una frase o di un'immagine inaspettata, cioè di quella che Lacan chiama sorpresa, che giunge inavvertitamente dal Discorso dell'Altro.

Se ci si interroga su quale stato mentale abbia coniato un'espressione riuscita, una serie inusuale e pregevole di accostamenti di vocaboli, si apre un vasto ventaglio di teorie, tutte più o meno plausibili: Fredu scava nella biografia dei letterati e degli artisti e cerca di psicoanalizzare la letteratura, la Klein propone la rielaborazione del lutto, altri meno noti teorizzano uno stato di tensione produttiva. Secondo la Klein l'artista crea, perchè avverte il senso d'angoscia di una separazione(reale o fittizia), vissuta come una perdita di sè e/o dell'altro. Nel discorso amoroso R.Barthes ci ricorda che "c'è sempre una persona a cui ci si rivolge, anche se questa persona è solo allo stato di fantasma". Perciò l'assenza della donna amata fornisce spesso l'ispirazione di molti canzonieri d'amore. Gli Xenia ed i Mottetti di Montale possono allora essere considerati una sorta di surrogato dell'oggetto transizionale- per dirla alla Winnicott- perchè consentono al poeta di riappropriarsi di una immagine a lui cara, pur vivendo al contempo in modo cosciente la perdita terrena della "Mosca". Per quanto riguarda la critica biografica(nata con Freud) Eliot nel suo saggio "Le frontiere della critica" fa delle considerazioni interessanti a proposito. Per il poeta della Terra desolata la critica biografica incorre il rischio di rivelare una curiosità morbosa su aspetti probabilmente irrilevanti, sopratutto di basarsi su indiscrezioni della vita sessuale dei letterati o dei pittori.

LE CARATTERISTICHE DEL MITO:
Il simbolo risente sopratutto degli usi e dei costumi sociali, il mito invece necessita dell'inconscio collettivo. Il mito possiede a differenza del simbolo una dimensione narrativa. Tuttavia ogni mito è a sua volta costituito da una rete di simboli. Usando un linguaggio specialistico il mito potrebbe essere definito come un inter-codice a livello semantico, che può avere significati plurimi in diversi ambiti(cosmico, sociale, astrologico, zoologico). Inoltre non ci può essere mito senza archetipo, ossia senza che il mito contenga una regola ancenstrale che viene fissata nella memoria sia degli individui che della collettività. Ad esempio l'archetipo dei due ruoli prevalenti della donna nella società greca è dato dal mito di Afrodite, protettrice sia dei fidanzati, sia delle prostitute. Questo mito ci indica la scissione ancestrale, l'antica suddivisione dell'Anima nell'uomo, creata dalla convinzione millenaria(oggi spodestata) che gli uomini avessero una maggiore impellenza di soddisfare i propri impulsi sessuali rispetto alle donne(ecco perchè Afrodite è protettrice delle vestali, cioè delle prostitute) ed allo stesso tempo avessero bisogno di una donna fedele a loro fianco, che curasse i figli. I miti di Icaro e Fetonte invece contengono l'archetipo dell'inconscienza giovanile. Icaro, figlio di Dedalo, si trovò rinchiuso nel labirinto ed uscì grazie alle ali fabbricate dal padre. Nonostante le raccomandazioni del padre di non avvicinarsi troppo al sole, l'inconsciente Icaro si innalzò lo stesso talmente in alto che la cera incollata alle sue spalle per sorreggere le ali si squagliò. Fetonte invece, figlio del sole, per dimostrare agli amici le sue qualità chiese al padre il suo cocchio per guidarlo e dare prova di destrezza. Non avendo però la forza necessaria per tenere la briglia, rischiò di incendiare le foreste e distruggere le stelle, perciò Zeus decise di punirlo folgorandolo. Il mito inoltre viene creato da quello che Levi Strauss definisce "pensiero selvaggio", che non distingue "il momento dell'osservazione da quello dell'interpretazione". Prendiamo ad esempio il mito eliotiano del "Giardino delle rose" dei Quattro Quartetti(ad esempio nel primo, Burnt Norton). Ebbene questo giardino dell'infanzia, è il sacrario dei rimpianti, l'eterno ricettacolo di sospiri su ciò che poteva essere e non è mai stato("lungo il corridoio che non prendemmo/verso la porta che non aprimmo mai). Ma era veramente così quel giardino, oppure l'infedeltà della memoria, il colore enfatico del ricordo lo ha rinverdito e migliorato ? Può darsi anche che il materiale mnestico sia stato rielaborato e riplasmato dall'immaginazione, perchè -se continuiamo a leggere quel passo eliotiano- "le rose/avevano l'aspetto di fiori che sono guardati" e lo stesso Eliot ha riconosciuto l'autoinganno, ha acquisito quindi la consapevolezza del carattere illusorio del suo mito personale. Ma nonostante ciò Eliot riconosce la necessità di crearsi un proprio mito, infatti si chiede "altri echi/abitano il giardino? Li seguiremo?".

IL SIMBOLO IN POESIA :

P.P.Pasolini in un'intervista dichiarò che scrisse i suoi primi versi parlando di "usignolo" e "verzura", ammettendo che all'età di 8 anni in cui li scrisse non sapeva ancora distinguere un usignolo da una rondine, così come un pioppo da un olmo. Pasolini poi continuava domandandosi allora dove avesse imparato "il codice classistico dell'elezione e della selezione linguistica" , detto in termini più moderni dove avesse imparato ad alfabetizzare i simboli. Tramite l'ausilio dell'estetica moderna possiamo definire il simbolo come un "segno-immagine", scaturito dal lavorio del preconscio, dopo che la psiche individuale si è posta di fronte ad un oggetto ed ha individuato inconsapevolmente un'interrelazione tra l'interiorità e l'essenza dell'oggetto. Prima quindi nascerebbe l'emblema(ovvero il simbolo che ha valore solo per l'individuo) e successivamente l'emblema verrebbe trasformato in simbolo(ovvero acquisirebbe un significato universale). Ma al di là di questa distinzione tra emblema e simbolo tutta questa attività cognitiva dipenderebbe da risonanze interne, da "corrispondenze". Kandisky scrisse in un articolo a riguardo, che l'opera d'arte consiste di due elementi: uno interno ed uno esterno. L'interno è l'emozione dell'artista; l'esterno, ovvero "il sentito" è il tramite tra il mondo esterno e l'interiorità dell'artista. Secondo Kandisky la sequenza è la seguente:

emozione dell'artista>>>>sentito>>>opera d'arte>>>>sentito>>>emozione del lettore

Un'opera d'arte così è tanto più riuscita quanto più il creatore riesce a comunicare il proprio sentito al lettore.

Secondo la semiologia di C.S.Pierce il simbolo è un significante, che è collegato alla cosa raffigurata tramite regole costanti. Il segno dipende perciò dal significato dell'oggetto, attribuito dalla comunità. I simboli più noti e comuni, come il focolare che indica la famiglia, la colomba la pace, la bilancia la giustizia, la croce il cristianesimo, l'acqua la purezza, etc etc....evocano il secondo termine(l'oggetto) in modo molto immediato a livello immaginativo: la distanza tra i due termini è minima, dato che gran parte di questa simbologia originariamente nasce da sineddochi, metonimie e deduzioni ovvie. Il divario tra segno ed immagine cresce a dismisura in letteratura( ad esempio in Dante). Dante spesso crea simboli ed allegorie, traendo spunto da una paleo-semiologia, cioè da un corpus di simboli e miti sia cristiani che greci e romani. A corroborare questo esempio basta ricordare il saggio "Miti di oggi" di R.Barthes ed anche Sanguinetti in "Poesia e mitologia". Tra il significante di primo grado ed il Segno mitico si innesca il codice arbitrario dell'artista. L'arbitrarietà -non va scordato- nasce anche dal fatto che il simbolo ha un'essenza bipolare, secondo Freud, e cioè ha sia una valenza religiosa che sessuale.





CREATIVITA' ARTISTICA E CICLOTIMIA:

Già C.Lombroso aveva intuito un legame stretto tra malattia mentale e genialità. Successivamente E.Krapelin, che per primo individuò la psicosi maniaco-depressiva, propose una connessione tra questa alterità umorale ed il talento artistico. Negli anni'70 alcune ricerche hanno corroborato questa teoria di Krapelin. Da uno studio del dipartimento di psichiatria dell'Università di Iowa, durato 15 anni, su 30 scrittori celebri è stato rilevato che l'80% aveva vissuto almeno un episodio depressivo o maniacale: una percentuale di gran lunga superiore a quella estrapolata dal gruppo di controllo, comprendente persone non creative. Kaj Jamison ha condotto uno studio su 47 artisti, tra cui poeti, pittori, biografi, trovando che più della metà dei poeti si curava o si era curata con i farmaci; i poeti inoltre esperivano fasi ipo-maniacali in cui scrivevano febbrilmente, alternate a fasi di inattività. Infine Louis Bertagna, che ha avuto in cura 5 premi Goncourt(riconoscimento letterario tra i più ambiti) riconosce che "in fondo chi non è nevrotico non ha bisogno di creare, ha già tanto: può godere della vita e anche di quello che hanno già creato gli altri". A conferma di questa sua dichiarazione basta citare il fatto che P.Daninos, autore di 36° sotto zero e Malraux sono dei bipolari, curati proprio da lui. Ma vediamo ora quali sono i difetti di queste ricerche. Innanzitutto tutte queste ricerche si basano sui resoconti degli artisti, invece che su dati oggettivi e così facendo è possibilie prendere per vere testimonianze, che esagerano gli sbalzi d'umore per rinverdire il mito della sregolatezza, oppure che enfatizzano le proprie sofferenze psichiche per civettare con il dolore. Inoltre ammesso e non concesso che sia vero questo legame tra disturbi d'umore e creatività artistica bisognerebbe chiedersi da che cosa dipenda. Potrebbe dipendere non dal codice genetico, bensì dalla società occidentale. Alcune ricerche transculturali(al momento non mi risulta che siano state fatte) potrebbero infatti provare che gli artisti moderni abbiano disturbi dell'umore solo nella società occidentale e non in altri tipi di società. Bisognerebbe infatti ricordarsi a proposito che se nell'antichità per i greci l'individuo, che era ritenuto depositario di verità, non poteva essere pazzo, attualmente sia l'individuo che la verità, intesa come apporto di cultura umanistica, sono entrambe messe in discussione. Facendo una radiografia approssimativa della società occidentale ci si rende conto che gli assi portanti sono la razionalità tecnologica ed il nichilismo, che comportano consumismo ed utilitarismo: insomma una mentalità disantropomorfizzante che ha perduto il piacere estetico. Ecco allora che in questo tipo di società, in questa sorta di Repubblica di Licurgo(in cui sono banditi gli artisti)è più probabile per chi cerca di esprimersi artisticamente soffrire di alcuni disturbi dell'umore.


MIRELLO EVIDDA-





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