ANTOLOGIA POETICA “SAMOTHRAKI”(Antonio Padovano, Anna Carelli, Francesco Innella, Edoardo Annunziata, Annalisa Miceli, Vittorio Orlando, Salvatore Aiello)- Edizioni Ripostes


Nonostante l’eterogeneità degli stili, degli immaginari, delle sensibilità, delle tematiche e delle componenti estetiche, ci sono alcuni aspetti che accomunano i poeti di questa antologia. Il fatto –primo tra tutti- che per loro la poesia sia qualcosa di fisiologico. Inoltre tentano di approdare ad una verità umana tramite una continua ricerca. Naturalmente tutti gli autori di questa antologia esplorano l’io e interrogano il mondo. In tutti è chiara la relazione osmotica tra la propria esistenza e la creazione poetica. Ma c’è qualcosa di più. Mi aveva colpito più di tutto il fatto che erano riusciti a rimanere distanti dall’ovvietà ed allo stesso tempo dalle terre di nessuno della poesia moderna, erano riusciti ad evitare l’uso di codici comunicativi logori(come quelli presenti nei mass media, nel politichese, nel burocratese, nel gergo giovanile, nei talk show) , a distanziarsi dal balbettio afasico e dall’enfasi, dal vaneggiamento e dallo sproloquio di chi ritiene di aver raggiunto l’agnizione, che racchiude il tutto o l’epifania, che illumina di immenso tutte le esistenze. A conti fatti non avevano mai concepito la poesia come puro e semplice atto di persuasione occulta, né erano caduti nel narcisismo e nell’autocompiacimento. Non avevano considerato la poesia come puro sperimentalismo e mera arte combinatoria con il risultato che la parola poetica poi risulti inadeguata o divenga solo e soltanto fittizia. La loro parola poetica era autentica. Ed in questa loro autenticità ricercavano verità umane, essendo perfettamente coscienti che esse sono provvisorie e mai definitive.
Ma veniamo ora a quei versi che per me sono stati delle rivelazioni, quei versi che a mio avviso hanno raggiunto- per dirla alla Auden- “il nervo delle cose”. Antonio Padovano scrive “L’uomo è assetto capitale per pagamento tasse,/ la donna forza lavoro spendibile a spiccioli/ i figli ritorno di capitale di investimento”, denunciando in termini essenziali tutta la mercificazione degli individui e delle famiglie. Forse alludendo alle lobby finanziarie scrive anche: “Qualcuno non visto/ movendosi nell’ombra/ ha già creato l’uomo per il denaro/ e non il denaro per l’uomo”. Questi versi così sintetici con parole semplici sintetizzano e ricordano le osservazioni del rapporto tra uomo e denaro in G.Simmel e il concetto di omologazione di Pasolini. In sostanza ci omologheranno perché il denaro venga considerato non un mezzo, ma un fine. Il processo conoscitivo di Antonio Padovano parte dall’analisi delle strutture economiche per giungere al disagio esistenziale degli individui.
Anna Carelli invece si rapporta continuamente con l’ineffabile, l’impalpabile, l’inesplicabile. Dai suoi versi si intuisce chiaramente il suo equilibrio interiore e il suo retroterra culturale. Nella poesia intitolata “All’inspiegabile” scrive: “ Diafane/ danze/ di vestali/ schiuderanno/l’esile/cerchio/ ove/ dimorano/il principio/e la fine./ Ciò che ora/ ci appare/ inspiegabile/domani/fra/ incanti/d’anime/si rivelerà”. Anna Carelli ci dice con questi bei versi che non sarà un’istanza di razionalizzazione a decifrare l’inspiegabile, ma piuttosto sarà una suggestione, un’intuizione inconscia, un raccoglimento interiore (qualcosa di non configurabile come logico) a rivelare il senso segreto di ciò che ci sfuggiva. In Anna Carelli colpisce la propensione all’arcano.
In Francesco Innella l’indagine poetica si avvale della filosofia. Le intuizioni della poesia di Innella fanno continuamente scattare delle molle nella mente del lettore. Nella lirica “Perché le cose tacciono” scrive: “”Perché le cose tacciono/ al cospetto del mio dolore,/lontano dalle fragili radici,/che si sviluppano,/dopo il silenzio delle parole ?”. Questi versi sono emblematici, perché trasmettono magistralmente il senso di estraniazione, di reificazione e di alienazione dell’uomo contemporaneo. Testimoniano la distanza sofferta dell’uomo tra le parole e le cose. E forse questa distanza tra le parole e le cose si è accentuata in una società dell’immagine, dove la parola poetica è divenuta marginale ed ha molta più considerazione di questa un taglio dell’inquadratura ad una showgirl, l’indice di ascolto di un programma o un sondaggio dell’ultima ora. Tuttavia come ci ricorda Daniela Natalino nella prefazione di questa antologia, anche se la poesia non serve a nulla, la poesia esiste da quando l’uomo ha adoprato la prima metafora e morirà con l’ultimo uomo.
Edoardo Annunziata nel corso della sua ricerca poetica non cede alle lusinghe del metalinguaggio e nemmeno diventa succube di una parola magmatica, in cui spadroneggia l’elencazione di oggetti e la descrizione ossessiva fine a se stessa. Partendo dalla musicalità delle parole riesce a trovare un nuovo senso a queste. Ma al di là della ricerca pregevole e fruttuosa di corrispondenze mi ha colpito la sua vitalità. Oserei affermare che tra il pessimismo cosmico di Leopardi e la straripante esuberanza di Walt Whitman molti letterati propendano per il primo atteggiamento. Edoardo Annunziata invece sceglie coraggiosamente ed energicamente lo slancio vitale. E’ una scelta sempre più rara, ma proprio per questo motivo più che apprezzabile. La lirica che mi è piaciuta di più si intitola “Magenta”: “Magenta punteggiato da candide nubi:/ spiraglio immenso tra cielo e mare,/così i tuoi occhi specchio della mia anima”.
Non c’è speranza nella poesia di Vittorio Orlando o se c’è è nella consolazione che può dare la consapevolezza dell’attualità della mitologia. Per il poeta l’unica via percorribile in questi tempi di grandi mutamenti e di svolte epocali(si pensi al passaggio dalla società industriale all’odierna società post-industriale fatta di beni immateriali, alla globalizzazione, al disorientamento prodotto dal bombardamento di notizie, al crollo delle ideologie, ai paradossi della scienza) è rimanere ancorati agli archetipi della mitologia. Mithos e logos quindi. E questo dimostra la cultura di Orlando, perché anche nell’antichità questo era il rimedio per combattere il nichilismo. Inoltre ci ricorda che nonostante la tecnologia avanzata viviamo in un tempo di “emarginazione individuale”. Orlando scrive anche: “Repubblica immonda/ poggi su sabbie immote,/ proprio tu fagocitatrice/ di vetuste libertà anelate”. E per “sabbie immote” ritengo che si debba intendere le crisi strutturali dell’economia e della politica, i mille problemi della polis, il dirigismo dell’establishment, le logiche clientelari, la disinformazione costante, le mille trame ordite ai danni di una democrazia mai pienamente democratica, la mancanza di trasparenza di chi amministra il paese. Con intelligenza ed accortezza, senza cadere nella fustigazione dei costumi, nel moralismo, nel qualunquismo e nel contenutismo Vittorio Orlando denuncia i paradossi e le contraddizioni insanabili dell’Italia.
Annalisa Miceli non tocca mai le corde del sentimentalismo, né giunge mai all’autogogna. La grazia del suo intimismo è in questa sua sospensione continua tra io e mondo. E questa sua sospensione non è ricerca a tutti i costi di eccentricità e di continua mutazione dei punti di vista, ma innanzitutto causa primaria dell’originalità del suo lirismo. E’ una sospensione perfettamente consapevole e razionale, di chi non cerca a tutti i costi lo straniamento o la frequentazione assidua con gli scantinati dell’inconscio. Per intimismo della Miceli in questo caso non si deve assolutamente intendere rifugio nel proprio mondo privato, né ripiegamento in se stessi, piuttosto l’atteggiamento saggio di chi non insegue a tutti i costi la descrizione oggettiva ed esaustiva del reale, ma cerca di partire dal proprio vissuto per giungere agli universali. Annalisa Miceli scrive: “Rimango sola./ Guardo,/ ma non vedo figure./ Affogo/nella saturazione di oggi/incontro/ in uno specchio il mio volto/ appaio,/ ma l’essenza è celata”. Ed inoltre scrive: “Non chiedermi/ domani chi sarò./ Lunga/ e infinita è la notte/ vaga/ e sommessa è la meta/ tempo,/ nello spazio di oggi/ ti fermi”.
Salvatore Aiello ci ricorda che la poesia trascende il cogito, non è solo e soltanto descrizione di stati psichici e mentali. Talvolta va oltre. La sua poesia non è frutto di freddo raziocinio, ma scaturisce- per dirla alla Steiner- dal corpo astrale. E’ senso di smarrimento cosmico, angoscia nel varcare la soglia del dicibile e nell’affacciarsi sull’orlo dell’abisso. Salvatore Aiello esprime la miseria ontologica dell’uomo. Ed in questa sua ricerca non c’è traccia di artifizio, né di finzione. I filamenti del microcosmo e del macrocosmo si intrecciano e si confondono. L’enigma dell’infinito si coniuga con i mille enigmi del cuore umano. Del background letterario del poeta hanno sicuramente un posto privilegiato Ungaretti, che nella sua lirica “I fiumi” si riconosceva “docile fibra dell’universo” e la commemorazione provvisoria del personaggio uomo di Giacomo De Benedetti.








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