Fantic Motor Coach 250 


Per i teen ager degli anni Ottanta, trial era Fantic. 
Sì, certo, c'era Eddy Lejeune con una fantomatica Honda a quattro tempi che nessuno ha mai visto in un negozio e che ha vinto qualche mondiale, c'era Beta, c'era Montesa, ce n'erano altre. Ma il quattordicenne voleva il Fantic. E il sedicenne anche. 

E non erano necessariamente appassionati di trial e di acrobazie, perché il 50 Professional, ad esempio, era diventato un mezzo decisamente di tendenza; quasi uno status symbol nel contesto di gruppo che Enzo Braschi parodiava in "Drive In", appuntamento imperdibile delle nostre domeniche sera. 

Le città dunque ne erano piene (per lo meno, Torino!), anche se parecchi trialisti urbani andavano in fibrillazione al pensiero di scavalcare un gradino o di sporcarsi in una pozzanghera... Gli anni passano e le mode cambiano. Oltre al mutare del gusto, qualche probabile errorino di strategia e forse qualche modello non propriamente azzeccato, e la Fantic si è andata tristemente a ritagliare un posto nel paradiso delle fabbriche di moto passate a miglior vita, paradiso da cui modelli simpatici e originali, come il Koala, i Raider nelle varie cilindrate, l'Issimo, e tanti altri puntano fari, nostalgici dei bei tempi che furono, verso le strade motociclistiche di oggi.

Ogni anno, da qualche lustro, a Torino viene realizzata una prova indoor del campionato trial. Durante questo evento si riversano al Palasport, o al Palastampa, migliaia di persone, appassionati e profani. Ci sono andato un mucchio di volte, uscendone regolarmente esaltato e fermamente intenzionato a comprare una moto da trial, per riuscire a ripodurre fedelmente (?) i numeri di alta scuola dei vari Bosis, Canobbio, Chiaberto, Gois. 

Passata l'esaltazione del momento, considerazioni economico-pratiche mi suggerivano di rimandare la spesa. Rimanda che ti rimanda, un bel giorno di qualche anno fa, subito dopo l'appuntamento annuale indoor, ho decapitato il toro e ho portato a casa un Coach 250 nuovo come un euro. 

Qualcuno, tempo fa, ha coniato l'espressione "moto da motoalpinismo" per identificare un mezzo da trial trasformato in una simil-granturismo, grazie a modifiche come: una sella con una bella imbottitura confortevole come un portafogli vuoto; un serbatoio più capiente (normalmente mezzo litro di capacità complessiva, anziché la classica lattina da 33cc!); e basta. Il Coach appartiene a questa categoria. 

Praticamente l'anno prima Fantic la vendeva come moto da trial, poi, con l'avvento del raffreddamento ad acqua e l'abbandono dei telai a tubi tondi è diventata un mezzo da motoalpinismo, grazie anche al montaggio di pedane per il passeggero di raffinatissima fattura, la cui presenza interferiva in modo lodevole con la corsa del forcellone. 

Possedendo questa moto ci si fa una ragione del fallimento della Casa. In questi anni l'ho usata pochino e l'ho trattata obiettivamente malissimo, ma anche lei ci ha messo impegno, soprattutto nei primi tempi, per farmi pentire della spesa. Io comunque ho un grande cuore, e non mi sono pentito lo stesso. 

Partiamo dai difetti. 

Messa in moto: faticosa, millerighe di accoppiamento leva-alberino cedevole, necessità di sostituire l'alberino (ho dovuto aprire il motore per smontarlo). 


Freno posteriore: le menti superiori che hanno pensato di mettere il serbatoio in plastica del liquido freni vicinissimo alla marmitta devono aver riflettuto molto a lungo sul fatto che uno scarico può scaldarsi e fondere gli oggetti nelle vicinanze, ma poi hanno deciso che era meglio stimolare l'inventiva dei motociclisti nel trovare soluzioni alternative, e che importanza ha se si schiantano durante un'impennata, perché l'apporto del freno dietro viene improvvisamente meno, per repentina perdita del liquido, proprio quando servirebbe? 

Disco posteriore: si è svitato dal mozzo tutto da solo. Ruggine dappertutto. Ok, l'ho tenuta per parecchio tempo in un garage umido, dove la parcheggiavo dopo aver guadato il torrente Chisone immerso fino alle ginocchia, ma non l'ho affondata nel mar Caspio. Comunque tutti i cuscinetti delle ruote, davanti e dietro, hanno ceduto. Per questo, però, posso anche perdonarla. Il cavalletto si è spezzato quasi subito. Il contachilometri è durato pochino. La marmitta sfiata dappertutto. 

Insomma, che cos'ha di buono? E' il tipo di moto che è buono. Una moto da trial non esasperata, che costa molto meno di un mezzo da competizione perché pesa quegli otto-dieci chili in più, dei quali a un trialista discreto non fregherà niente, se gli è rimasto qualcosa in tasca. Se poi ha alcuni di quei dettagli che la rendono un po' più adatta all'uso urbano piuttosto che alla prova speciale, meglio. 

La moto da trial è un prolungamento del corpo. Non è il mezzo ideale per andare da qui a lì, anche se nell'uso cittadino, specie nel traffico caotico, è meglio di uno scooterino. Leggerissima, raggio di sterzo da bicicletta; un acrobata non può prescindere dal trial. Per chi ama impennare a bassa velocità, quando conta l'equilibrio, pittosto che la potenza del motore, è l'ideale.

Il pilota sa che il limite è suo, della sua fantasia e della sua abilità, non della moto. Qualunque muro è oltrepassabile, qualunque automobile scavalcabile (preferibilmente quelle dello sfasciacarrozze), qualunque guado affrontabile, qualunque vetta di montagna raggiungibile, se il pilota è in grado di farlo. La simbiosi con il mezzo è un tipo di emozione completamente diversa (ho detto diversa, non più intensa né migliore, capìto, pistaioli?) rispetto a quella che si prova su una supersport. 

Un decerebrato generico medio può aprire il gas, magari solo in rettilineo, e provare una forte scarica di adrenalina, in sella a un mezzo potente. Per emozionarti su una moto da trial devi continuamente metterti alla prova e ricercare il tuo limite, senza la necessità di riscontri cronometrici. Se cadi, poi, normalmente eri già quasi fermo, e la moto non si fa mai niente. 

Spesso i proprietari di catorci inaffidabili sostengono che il feeling con la moto è superiore, la senti più come un essere con l'anima, se, quando parti, non sai se riuscirai a tornare sulle tue ruote. Forse c'è un fondo di verità, così come è vero che è bello sapere di poter mettere le mani su un mezzo che, grazie alla sua meccanica semplice, non richiede un corso specifico e un anuale d'officina per poterlo smontare pezzo per pezzo, e magari riuscire anche a rimontarlo. 

E' anche per questo che a me, comunque, la mia Coach piace. E' rude, fumosa, sporca, ho passato parecchie notti nel box con lei, ma uscirci in un solitario pomeriggio di pioggia e andare a esplorare le rive sassose e deserte del Sangone avvolto dalle nebbie novembrine, mi fa ancora venire i brividi, e non per il freddo.

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