
Era un'alba di un giorno qualunque, un'alba secca e bianca come sempre; i fumi dell'alcool stavano lasciando la testa, ma ancora aleggiavano nel corpo.
Il tremore della pelle, delle mani, le gambe molli sotto un peso di ferro del corpo, il brusio nelle orecchie e il bicchiere in cucina dimenticato ancora pieno. Non aveva mandato i figli a scuola, era troppo stanca per svegliarli, era troppo stanca per affrontare un nuovo giorno, era troppo stanca per lottare, per giustificarsi, per piangere, per ridere.
“Da oggi smetto di bere, volete aiutarmi?”
La figlia annuì col capo, il figlio s'infuriò dando sfogo al disprezzo e alla sfiducia. Lei si sentì addosso tutte le colpe del mondo, mentre la disperazione le saliva nel petto e mille dubbi le stringevano la gola.
Era proprio arrivato il suo momento!
Si, avrebbe smesso di bere, sarebbe andata da chi poteva aiutarla.
Ma chi avrebbe aiutato un essere vizioso, che non sa fare altro che affogare la realtà in un bicchiere di alcool? “Mi diranno di smettere a poco a poco, magari bevendo un solo bicchiere a pasto, oppure mi faranno bere per l'ultima volta, talmente tanto che starò male da odiare l'alcool, oppure ...mi diranno che non devo bere più...” Ecco: la disperazione nella disperazione “Non voglio più bere, perché non posso più bere”.
Le parole le tamburellavano nella testa e la pelle continuava a tremarle addosso. Che vergogna! Avrebbe detto a persone che neanche conosceva quello che beveva e quanto beveva, ma avrebbe potuto mentire almeno sulla qualità della roba che beveva, si, con che coraggio si dice che l'unica cosa possibile da tenere in casa, senza che gli “altri” si accorgano che c'è, è l'alcool disinfettante rosa. Bevuto in aggiunta al caffè caldo zuccherato era una bomba.
Non lo avrebbe mai confessato lei, proprio lei, che nella sua vita aveva pasteggiato a champagne, che aveva digerito con l'aroma degli whisky più prelibati e aveva sognato con calici di cognac scaldati dal calore della sua mano, ora le bastava un sorso di alcool denaturato rosa!
Ma i ricordi si erano addormentati con lei, anzi morti e sepolti nel suo profondo.
Restava quel tremore fastidioso, che le aveva fatto fare una firma sghemba in banca, davanti al direttore, che non aveva fatto commenti, forse aveva capito anche lui.
Aspettava con ansia l'ora della prima riunione con gli Alcolisti Anonimi e allo stesso tempo aveva paura: chi avrebbe incontrato lì dentro? Cosa le avrebbero detto? Come avrebbero potuto capire i suoi problemi? Lei aveva perso il padre, lei era stata abbandonata dal marito, lei aveva perso l'azienda e il lavoro, solo lei poteva capirsi e aveva le sue ottime ragioni per bere, solo così riusciva a sopravvivere. Pensò con amore a sua sorella, che probabilmente si vergognava di lei. La sera prima le aveva detto: “Se non la pianti, non mi vedrai più. Ricordati che io ho una dignità.” Queste parole le rimarranno per sempre nelle orecchie. Stava perdendo anche sua sorella, oltre alla faccia davanti ai suoi figli. Doveva smettere per tutti loro, doveva dimostrare che lei era capace di smettere, soprattutto doveva essere capace di andare alla prima riunione senza bere. E quel tremore interminabile continuava nella sua pelle, sarebbe bastato un goccetto, NO! Doveva provare così com'era: soffocata dalla sua disperazione dipinta sul viso e scolpita nell'anima. Si era vista la sera prima davanti allo specchio: spettinata, sudata, sporca di fango, perché era caduta in mezzo alla strada non ancora asfaltata, ma soprattutto, si era vista dentro: spenta, bruciata, satura di amarezza, fradicia di alcool. Il MOSTRO! Era lei quel mostro senza vita, che stava delirando, era lei quella cosa informe con la lingua arrotolata fra i denti, era lei con quella voce rotta dall'ennesima ubriacatura!
Forse era meglio morire, ma la vigliaccheria era più potente e poi, forse, aveva ancora delle cose da fare.
No, era proprio il suo momento, non ne poteva più, doveva abbandonare l'unico vero amore della sua vita: l'alcool.
Non le dispiaceva neppure, è vero! Non le importava cosa sarebbe successo dopo, erano già passate sette o otto ore dal risveglio e non aveva ancora bevuto. Non solo, ma non ne aveva proprio voglia. Del resto, era già accaduto di smettere di bere per dimagrire, ora era il momento di smettere di bere per smettere di bere!
In casa non aveva fatto nulla quel giorno, come tanti altri giorni, ma in quel giorno non c'era senso di colpa o angoscia, in quel giorno aveva preso la decisione e tutto era permesso, anche di riposare senza rimorso di coscienza.
Aveva parlato con una persona che si era dichiarata “alcolista” e le aveva raccontato concitatamente, al telefono, la storia della sua vita; le aveva promesso che avrebbe incontrato delle brave persone, che l'avrebbero aiutata. Era rimasta frastornata, ma qualcosa le diceva che poteva essere la via giusta. Cosa significava “alcolista”? Come nei telefilm americani, aveva sentito parlare di “alcolisti”, ma lei si riteneva alcolizzata, le avrebbero spiegato senz'altro la differenza. Ecco si avvicinava l'ora e la voglia di andare aumentava, un po' per curiosità e un po' per imparare a farcela. Come poteva vestirsi? Un paio di jeans e una maglietta e si, perché non aveva abbigliamento alternativo. Chiaramente, nel torpore del suo stato alcoolico costante ed incessante non aveva lo spazio e il tempo di rinnovare il guardaroba, persino i capelli avevano un taglio spartano, fatto da lei; per forza! Mica poteva chiedere da bere al parrucchiere! L'importante era di stare in casa il più possibile con la sua scorta. Che schifo!
Quanti giorni sarebbero seguiti: di riunioni, di lotte, di speranze!
Ed ecco l'ora: con la sicurezza di quando andava decisa a comprarsi una bottiglia, era salita in macchina per iniziare la corsa verso la sobrietà. All'appuntamento riconobbe dalla descrizione fatta da lei stessa, la persona conosciuta al telefono, che la presentò ad un omino piccolo e magro, che tradiva un po' d'emozione. Insieme entrarono in una saletta buia e piena di armadi, con un tavolo al centro, si sederono e cominciarono a parlare, dandole lo spazio di raccontare le giustificazioni del suo bere (si era ben guardata dal dire cosa), tutti dicevano il proprio nome di battesimo, prima di parlare, aggiungendo “alcolista”. Nomi diversi per la causa comune: l'alcolismo. L'unica cosa che le era rimasta impressa era stata: NON DEVI PIÙ BERE! Avevano poi letto un capitolo lunghissimo di un misterioso libretto ed ognuno aveva raccontato la propria esperienza. Naturalmente quello che più le interessava era: cosa avevano bevuto gli altri, quanto, quando, e da quanto tempo non bevevano più. Strano! Non le interessava per nulla del “come” avevano smesso e perché. Probabilmente ci sono delle molle che scattano in sequenza nel nostro cervello senza una ragione plausibile, ma parlare di alcool, in quel momento, per lei, era come berlo e allora, perché no? Parliamone!
Era una strana sensazione di masochismo sottile: “Posso parlare di alcool, ma non lo posso bere!” Subito accettò di essere un'”alcolista”, era così facile da dire e poi era quasi fiera di essere stata una vecchia spugna, anche più di tutti gli altri, aveva avuto tanti validi motivi per aver bevuto così, ma ora aveva deciso anche lei di smettere.
La sua era la storia banale di una ragazza di buona famiglia, che ha avuto tanto dalla vita, finché suo padre non morì nel 1981 e allora i problemi erano diventati troppo grandi da affrontare per lei, che aveva deciso di affidarsi all'alcool per poter alleviare almeno un poco il dispiacere di vivere. Il marito si era fatto carico del disagio economico e mal tollerava vederla in stato di ubriacatura in compagnia di questo o quell'amico, mentre lui, cercava di salvare il salvabile e non aveva più voglia di raccontare come andavano le cose e, meno parlava più lei beveva e si sentiva trascurata, e più si sentiva trascurata più beveva e, più beveva più era trascurata. Il gatto si morde la coda!
Qualche anno prima nel 1986, aveva deciso di fare una dieta per rimettersi in forma: smise di bere e si accorse che, non bevendo niente (neppure vino ai pasti), riusciva a non bere per niente: che strano eh!
Il marito si accorse che lei sta bene e la congedò con una bella frase: “Adesso tu puoi camminare da sola, perché stai bene, io devo andare dall'altra, che invece ha bisogno di me.” Si, nell'arco dei cinque anni precedenti, qualcuno gli era stato vicino a fargli da moglie al posto suo. Ben meritato!
Alcuni mesi dopo ritornava al bere per un caso fortuito: festa di carnevale. “Ma dai, bevi un goccio, sono otto mesi che non bevi! Cosa vuoi che ti faccia?”
Invece ha fatto, ha fatto si che non si fermasse più di bere fino a quel fatidico giorno, giorno in cui l'alba era più albeggiante del solito.
Ormai lanciata sulla via della sobrietà, sapeva di dover frequentare il gruppo ogni giorno. Al ritorno a casa, raccontò che non era più sola e che sarebbe riuscita a non bere più, perché aveva conosciuto altri, che, come lei, avevano bevuto fino a non poterne più.
Malattia, le avevano detto che era una malattia, la malattia dell'alcolismo, eppure tutti dicevano che era un vizio e allora ecco perché quando lei era lontano da casa doveva tornare al più presto per bere. Ecco perché non riusciva a resistere più di quel tanto e poi doveva bere per tirarsi su. Ecco perché quando le tremavano le mani le bastava un goccio per calmarsi. La malattia dunque, non il vizio! E no, sarebbe troppo comodo!
Una vita di bevute ed è solo una malattia?
Ci deve essere qualcos'altro. Va bene è una malattia e l'alcool si dissolve dal corpo in 24 ore, infatti si incomincia a non bere per 24 ore, non un giorno, bensì 24 ore. Lei non avrebbe bevuto mai più, o forse un giorno, lontano, forse avrebbe potuto bere qualcosa, qualche volta...( la speranza è sempre l'ultima a morire!).
Ora però non voleva bere e le ventiquattrore avrebbero potuto essere tremila e sarebbe stata la stessa cosa. Aveva incontrato tante persone nuove, che avevano tutte lo stesso problema e se le ricordava tutte e ricordava i loro nomi, i loro volti, quello che dicevano. Riceveva telefonate da estranei, che non erano tali, che volevano solo sapere come stava e se ce la faceva: straordinario! Tutti le erano attorno a coccolarla, a consolarla, a darle coraggio, e tutto questo perché? Cosa importava loro della sua vita? Questo era l'amore del prossimo e le stava entrando dentro e le era trasmesso così bene!
Era la prima volta che qualcuno si occupava di lei senza interessi o secondi fini, nella sua vita aveva sempre pensato che, chiunque l'avesse avvicinata, l'avrebbe fatto per interesse economico o sessuale. Si stava accorgendo in quel momento che aveva sempre considerato i suoi amici come degli approfittatori, era talmente piena di sè, ovvero si stimava talmente poco, che riteneva di essersi comprata l'amicizia e l'amore degli altri, perché nessuno altrimenti l'avrebbe potuta capire e per questo era attonita e perplessa ad ascoltare quello che gli alcolisti le dicevano.
Che squallore di vita aveva avuto fino a quel momento!
I valori erano solo lì dentro, nel gruppo A.A., solo un altro alcolista può capire le emozioni di un suo simile.
Il percorso era talmente lungo da non poterne immaginare la fine, ma rimaneva una lucina là in fondo che faceva pensare a quando avrebbe potuto bere come tutti gli altri. Va bene, la malattia si cura e poi si guarisce. Ma...
Questa è una malattia lenta, perché agisce subdolamente ed esplode, a seconda dei soggetti, solo ad un certo punto, che è sempre troppo tardi.
È una malattia progressiva, perché continua anche nei periodi di astinenza e questo lo sapeva, perché lo aveva provato sulla sua pelle.
Quando aveva smesso di bere, nel giugno '86, per otto mesi, era bastato assaggiare una coppa di champagne, che la bottiglia era finita ed aveva dovuto aprirne un'altra ed un'altra ancora, quindi aveva capito che basta un minimo stimolo a bere per non finire mai. L'inizio era la fine e la fine non c'era mai stata. È un inganno sottilissimo: si pensa che, smettendo di bere per un certo periodo più o meno lungo, ci si disintossichi e si guarisca e quando si ricomincia si riparta daccapo. Invece non è così: è come se non si avesse mai smesso e si ricomincia dal punto in cui ci si era fermati e non ci si può più fermare. Tutto ciò perché è una malattia dell'anima ed è per questo che bisogna far uscire l'alcool dalla mente, visto che dal corpo esce in 24 ore.
Questa malattia è mortale, spegne lentamente alcuni centri vitali, a volte irreversibilmente, toglie la memoria, la lucidità mentale, porta alla pazzia e all'invecchiamento precoce quando non uccide di cirrosi epatica o rende infermi o fa compiere gesti inconsulti. Forse sarà anche vero che è una malattia, ma, accettarla come tale, è difficile, anche se c'è la totale disponibilità a smettere definitivamente. Aveva ben radicata in sè l'idea di curarsi con il programma del gruppo e la coscienza di gruppo, questo aveva inteso. Ci si recupera per se stessi e si aiutano gli altri a recuperarsi.
Sembra facile! Lei non aveva il coraggio di aiutare gli altri. Erano passati due mesi dalla prima riunione A.A e gli ubriachi la infastidivano, le facevano paura, era preoccupata all'idea di vedersene uno davanti, cosa avrebbe detto? Aveva vergogna di affrontare l'argomento, aveva paura di raccontare la sua storia, eppure, quanti di loro avevano messo a nudo, lì davanti a tutti, la propria vita e l'avevano messa lì su quel tavolo!
Forse era perché era appena nata, o forse perché i suoi problemi, in confronto con quelli degli altri, ora le sembravano ridicoli, forse non era sicura di farcela. Poi non aveva voglia di telefonare, non ne aveva bisogno o non ne aveva il tempo? Non aveva il coraggio o aveva paura di confidarsi troppo? Il gruppo doveva essere al corrente di tutto e la telefonata personale diventava pettegolezzo, si sentiva a disagio se qualcuno le parlava della sobrietà di qualcun altro e non le piaceva ascoltare storie di ricadute o lotte senza resa. Questi nuovi amici erano veramente perfetti, erano sereni, vivevano senza invidia, senza rancori, ma soprattutto erano tutti uguali nonostante i vari ceti sociali e questo la metteva completamente a suo agio, poteva parlare e ascoltare dal muratore analfabeta al dirigente laureato, che avevano lo stesso problema e tutti avevano cose interessanti e costruttive da dire sull'argomento. Aveva scoperto un mondo di sincerità e solidarietà: era proprio quello il posto giusto!
In casa si sentiva osservata e curata a vista, la diffidenza e l'ostilità del figlio la faceva soffrire, mentre si sentiva rincuorata dall'appoggio della figlia, che si era dimostrata subito convinta del suo recupero. Ogni giorno era una continua verifica e dormiva molto poco. Il tremore alle mani era durato tre giorni, ma la mancanza di sonno perdurò quasi 15 giorni e non c'era televisione che riuscisse a concigliarlo. Non voleva prendere farmaci, perché l'esperienza precedente l'aveva portata alla dipendenza anche da essi.
Era una domenica di sole e non beveva da quattro mesi, stava seguendo la dieta Scarsdale ed era dimagrita ben dieci chili, era in forma splendida. C'era però da qualche tempo tensione col marito, perché presagiva la presenza sempre più impellente di un'altra donna, così, come per conferma, apri la borsa da lavoro del marito e trovò ne le fotografie. Non erano neppure nascoste, stavano proprio nella tasca in cui guardò, non era comunque sua abitudine curiosare fra le carte altrui. Prese immediatamente due tranquillanti (Roipnol) e affrontò l'argomento: “Non riesci più a starle lontano, tanto da portare le foto appresso?” Era calma e lucida, di una calma glaciale che stupiva anche se stessa, subito il marito le saltò in testa, ma lo calmò in un lampo, parlando molto tranquillamente e spiegando che lei aveva capito ed era giusto affrontare in quel momento la situazione, che stava degenerando, non per scenate, ma per insofferenza nei suoi confronti e per il disagio di stare con lei. Parlarono tutto il giorno, ma ora di sera aveva finito per ingerire altre tre o quattro Roipnol. Seppe così che suo marito se ne voleva andare. Provarono ad aspettare, fecero molti altri discorsi, ma, alla fine, come annullata dal dolore e dai farmaci, gli fece la valigia e lo invitò ad andarsene.
Aveva, in un mese, perso altri dieci chili, era arrivata l'anoressia e la sua mente galleggiava in un mondo di psicofarmaci di ogni genere. Il suo medico aveva smesso di prescriverle il Roipnol, ma aveva trovato altri medici e altri farmaci per affrontare la situazione “lucidamente”, non si era neppure accorta di aver sostituito l'alcool, ma doveva affrontare quella disperazione senza reazioni dettate dall'impulso dell'alcool. È vero, quando bisogna affrontare qualcosa di veramente grave l'alcool viene lasciato da parte.
Quanti ricordi in questo momento: la consapevolezza di aver distrutto il suo matrimonio con l'alcool diventava una certezza, erano due anni e poco che si erano separati e si stava caricando, con la sobrietà, di tutto il peso del fallimento della sua vita.
Quanti errori, quante liti inutili, così lontane e i figli, timidi spettatori di una situazione di falsità, non si erano mai accorti dei dissapori. Per fortuna! Ma, al momento della separazione, fu un duro colpo, proprio perché non se lo aspettavano.
Che valanga di ricordi, eppure non era ancora il momento di riordinare il passato, anche perché nulla si crea e nulla si distrugge, della serie “tutto ciò che è stato fatto: resta”.
Ora doveva marciare di buona lena sulla strada giusta, ma qual era la strada giusta? Lo stare solo senza bere non sarebbe certo bastato a nessuno e allora bisognava redimersi.
Dopo circa tre mesi di astinenza d'alcool cominciarono dolori agli arti superiori tanto da farla piangere. Era contenta perché ciò rappresentava l'espiazione della sua colpa e sopportava pazientemente che i dolori sparissero, piangendo in silenzio, senza quasi lamentarsi. Dio le stava dando il modo di rimediare a un passato così gioioso, dandole un po' di sofferenza, si sentiva umile e intimamente soddisfatta di saper coraggiosamente accettare una realtà così spiacevole e non aveva voglia di bere.
Scrisse alla sua amica del cuore:
Ti ricordi quando a scuola cercavano di insegnarci la religione? Erano belle quelle ore, in cui tutto si faceva tranne che ascoltare, o comunque non c'era la voglia di capire. Dio era lassù, con il suo stuolo di Santi e noi eravamo lì, sedute sui banchi di legno, ad annoiarci.
Dio esisteva allora come oggi, ma era solo una componente dell'universo, troppo lontano e grande da raggiungere.
Mi ricordo che pensavo a Dio quando peccavo ed avevo paura del castigo, ma bastava chiedere perdono e tutto tornava come prima: io ero la stessa e Lui era lo stesso.
A volte pregavo, si, pregavo, quando avevo bisogno di qualcosa: l'amore di un ragazzo, un vestito nuovo, un bel voto in matematica.
Lui era lì, a mia disposizione, pronto ad ascoltarmi: il mio Dio fatto su misura.
Ora so che Dio non è lì solo per ascoltare, non è lì solo per punire, non è lì solo per perdonare, ma esiste, esiste in ognuno di noi e parla attraverso noi.
Dio è un amico.
Mi faccio quasi paura a pensarla così, sono ancora piena di contraddizioni, ma ho imparato a non pensare più al domani, ma non da incosciente, come prima, bensì da essere umano con pregi e difetti.
Vivo una realtà diversa, sento un'energia diversa, sono viva e Dio è con me, anche se non so ancora dire: “Dio, sia fatta la tua volontà, non la mia!”
Io sono la sua volontà e posso solo ringraziarlo.»*
Il pensiero di un Potere Superiore esteriorizzato nel Dio cattolico la riempiva di gioia, si decise comunque ad andare dal medico ed in breve tempo i dolori finirono di tormentarla. E la vita divenne piatta e senza emozioni, tutto correva liscio come l'olio e non sorgevano problemi da affrontare. Chi non ha mai creduto in un potere superiore, rifiuta di parlare di Dio e lei si sentiva tornata all'epoca degli antichi romani, quando i cristiani dovevano nascondersi. Parlare di Dio, ai nostri tempi, si è derisi, bonariamente, e lei si vergognava a far valere le sue ragioni, ma soprattutto non era pronta a farle valere. Capiva chi non credeva, era la rabbia del “voglio ma non posso”, mentre lei aveva capito tutto e subito.
Che privilegio!
Aveva conosciuto il Dio buono, che perdona senza castigo e che accompagna l'uomo in ogni sua manifestazione. Aveva imparato ad essere tollerante e paziente con gli altri e sopportava umilmente chi metteva a dura prova questo suo benessere intimo. Il figlio continuamente si accaniva contro di lei con frasi del tipo: “Tu ce l'hai con me, mi odii, te ne freghi di tutti e pensi solo a te stessa.” Ebbene, doveva per forza pensare a se stessa, era in fase di recupero e non c'era molto spazio per gli altri, anche se lo capì più tardi, perché è facile cadere nel tranello del “mi sono sentita turbata dal suo atteggiamento ed ho bevuto”. Gli alibi dell'alcolista sono molteplici e tutti validissimi.
Stava demolendo il suo “Io”, l'anonimato insegna anche questo, non hai alle spalle un cognome, un titolo onorifico, un dottorato di studio, sei solo tu col tuo nome di nascita e null'altro.
L'umiltà stava facendo il resto: appiattimento totale della personalità: sei uguale a tutti gli altri, ma talmente uguale, che non riesci neppure più a far valere le tue ragioni, hanno ragione solo gli altri.
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[Tutti i diritti sono di Floretta Casati]