Anno Accademico 2003-2004
Cattedra di Studi Strategici
LUISS-Guido Carli
Corso Monografico
su
Geopolitica
La politica di potenza
dell'età degli imperialismi all'epoca della geoinformazione
Dispensa a cura di Germano Dottori
“La geopolitica è prassi prima di essere dottrina; i popoli che la praticano non la studiano; però quelli che la studiano potrebbero essere indotti a praticarla : è perciò logico che i popoli che la praticano impediscano agli altri di studiarla”
Ernesto Massi, Processo alla Geopolitica, <<L’ora d’Italia>>, 8 giugno 1947.
§ 1. Introduzione
L’impiego estensivo del termine “geopolitica” da parte di giornalisti, politici, diplomatici, militari e studiosi di vario tipo e livello è un fenomeno recente, almeno in Europa Occidentale. Lo è sicuramente in Italia.
Se volessimo in effetti consultare una rassegna stampa settimanale di metà anni ’80 sarebbe estremamente difficile trovare traccia di questa parola. Oggi, invece, è pressoché impossibile non imbattersi in questo vocabolo quando si legga un qualsiasi articolo o discorso che tratti di questioni politiche internazionali. Si parla - più o meno appropriatamente - di “situazioni geopolitiche”, di “ambizioni geopolitiche”, di “vincoli geopolitici”, di una “geopolitica tedesca”, francese, italiana, e via discorrendo. Il termine è entrato anche nel lessico parlamentare e legislativo nazionale.
La constatazione di questo uso certamente frequente e probabilmente eccessivo della parola è un dato appariscente che colpisce ancora di più in rapporto all’assenza passata del vocabolo ed impone un’indagine.
Da dove nasce questo fenomeno? Quali sono i percorsi che la geopolitica ha seguito nel suo processo di rilancio ? Ove risiedono le radici dello straordinario successo che la geopolitica sta incontrando da qualche anno e di cui sono espressione anche le attuali fortune della rivista liMes?
§ 2. Il revival della geopolitica nell’Europa Occidentale e in Italia
La geopolitica venne cancellata dall’Europa nel 1945. Condannata all’ignominia e praticamente espulsa per quattro decenni dal novero degli strumenti di analisi impiegabili a causa di tre ordini di motivi concomitanti: morali, funzionali e tecnologico-militari.
La geopolitica, in primo luogo, subì il peso di una censura morale ed ideologica, che si è avvertita non solo in Europa ma anche Oltreoceano[1]. Agli occhi dei vincitori del secondo conflitto mondiale, infatti, la geopolitica di Ratzel, ed ancor più quella di Haushofer, si erano irrimediabilmente compromesse con il nazismo, introducendo in Germania la mistica dello <<spazio vitale>> (lebensraum) e dando così una base pseudo-scientifica alle ambizioni revisionistiche del Reich nazista. Doveva, quindi, essere bandita, nel contesto di un ambizioso piano di rieducazione delle élites e dei popoli europei ai valori della pace e della convivenza tra le Nazioni.
La geopolitica, in secondo luogo, dovette fare i conti con una crisi di carattere funzionale. Dopo la fine della guerra, infatti, il campo di esercizio della sovranità delle potenze del vecchio “concerto” europeo si era drammaticamente ridotto. L’Europa aveva esaurito nell’immane conflitto gran parte delle proprie risorse politiche, economiche e militari. Si era improvvisamente trovata privata del suo centro di gravitazione, di fatto svuotato ed occupato dalle due nuove superpotenze dell’Occidente (Stati Uniti) e dell’Est (Unione Sovietica). Persino la Gran Bretagna e la Francia, pur vincitrici del conflitto, avevano perduto una porzione notevolissima della propria autonomia internazionale, come sarebbe divenuto chiaro nel 1956. In queste condizioni, la riflessione sugli interessi nazionali perseguibili perse rapidamente di significato, atrofizzando l’humus della geopolitica: come un animale rimasto privo del proprio habitat naturale, anche il geopolitico finì così per estinguersi. Alcune vicende personali furono sotto questo profilo emblematiche. Haushofer non resse il doppio peso della propria tragedia familiare e della sconfitta tedesca e si tolse la vita[2]. In Italia, Ernesto Massi abbandonò ogni velleità divulgativa, chiudendo la sua rivista <Geopolitica> e pubblicando solo occasionalmente qualche contributo sulle riviste geografiche più tradizionali.
La geopolitica sopravvisse, seppur assediata da preoccupazioni di carattere etico, solo dove la definizione degli interessi nazionali era ancora possibile e necessaria, come negli Stati Uniti, che avevano preservata intatta la propria sovranità nella sfera politico-militare ed erano usciti dal conflitto con responsabilità e potenzialità planetarie.
Contro la geopolitica agì anche un terzo fattore: l’avvento del bipolarismo e delle armi atomico-nucleari, che si accompagnò agli sviluppi della missilistica e schiacciò progressivamente la geopolitica sugli aspetti più militari e tecnologici della geostrategia[3].
Accadde così che la geopolitica, nel corso della Guerra Fredda, continuasse a sopravvivere quasi esclusivamente in America e si specializzasse nei suoi aspetti più prettamente geostrategici.
Di questa situazione furono espressione le teorie sul potere aerospaziale e, in una certa misura, sia la dottrina del containment che la teoria del “domino”, nonché la complessa rappresentazione geopolitica del mondo che si rinviene nelle opere di Saul Cohen.
Il processo di riabilitazione sostanziale della geopolitica venne preparato nei tardi anni ’70 da alcuni eventi cruciali che si produssero in Indocina ed Asia Centrale. Ma ebbe veramente inizio soltanto alla fine degli anni ’80. Fu l’effetto della trasformazione del sistema politico internazionale.
La crisi indocinese di fine anni ’70 e l’invasione sovietica dell’Afghanistan posero in difficoltà tanto i sostenitori delle teorie liberali, idealiste ed istituzionaliste delle relazioni internazionali, quanto gli studiosi di ispirazione marxista, proprio mentre iniziava a verificarsi quel ricambio generazionale, tanto ai vertici politici occidentali quanto nel mondo accademico, che avrebbe facilitato la riabilitazione ideologica della geopolitica.
I fatti di Indocina furono particolarmente importanti, almeno sotto il profilo della riabilitazione morale della geopolitica[4]. Il Vietnam, paese comunista affiliato al blocco sovietico, fresco vincitore di una delle più lunghe guerre del secolo appena trascorso, combattuta prima contro gli occupanti giapponesi, poi contro il colonialismo francese e quindi contro gli Stati Uniti, praticamente senza soluzioni di continuità dal 1941 al 1973, aveva invaso la Cambogia, dove erano saliti al potere i sanguinari khmer rossi filocinesi di Pol Pot. In un primo momento, i vietnamiti avevano prevalso, assicurandosi provvisoriamente la leadership della regione indocinese, ma il loro successo aveva successivamente attirato la reazione cinese.
Pechino, che era da tempo uscita dall’orbita del Cremlino, aveva infatti percepito il determinarsi nell’area di una situazione rischiosa, che lasciava intravedere il pericolo di un accerchiamento ai suoi danni da parte dell’Urss (con cui la Cina confinava a Nord) e di Hanoi (con cui confinava a Sud). Conseguentemente, aveva deciso di rispondere, attaccando il Vietnam e penetrando consistentemente al suo interno, prima di ritirarsi, per impartire una lezione alla dirigenza di Hanoi.
E di una lezione si sarebbe trattato non solo per l’establishment politico-militare vietnamita. L’impatto che l’analisi di questi eventi ebbe sugli studiosi delle discipline internazionalistiche fu infatti dirompente. Tre Stati comunisti erano entrati in conflitto tra loro, per accrescere o mantenere la propria potenza regionale, laddove l’omogeneità politica dei loro regimi interni avrebbe portato ad escludere la possibilità di un contrasto. Un modello interpretativo fino a quel momento prevalente, secondo il quale l’omogeneità di regime politico interno era una garanzia della coesistenza pacifica, era stato smentito.
Per gli accademici e gli analisti di convinzioni marxiste il trauma fu ancora più forte. Era venuta a cadere l’illusione che la conflittualità e l’imperialismo fossero un’esclusiva dei sistemi capitalistici e che l’instaurazione del comunismo su scala regionale o globale potesse bastare ad espungere la guerra dalla storia. Fu in questo clima che alcuni politologi rispolverarono anche da noi in Italia quel filone della critica storica che aveva interpretato in passato la conflittualità internazionale come espressione dell’anarchia internazionale e della pratica della politica di potenza.
Nella sua introduzione alla collezione di saggi di cui fu curatore all’inizio degli anni ‘70, Sergio Pistone anticipò questa tendenza, riesumando il concetto di “primato della politica estera”[5]: il primo - e fondamentale, ancorché indiretto – passo compiuto in Italia verso la rilegittimazione della geopolitica.
La vera svolta si ebbe però solo con il crollo del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che distrussero l’ordine bipolare, aprendo significativi vuoti di potenza nelle aree occupate dall’Armata Rossa ed in quelle ad esse contigue, determinando l’apparizione conseguente di nuovi rischi e la contestuale restituzione alle medie potenze di parte della loro sovranità nell’ambito politico-militare.
Gli Stati vennero infatti posti di fronte alla necessità di ridefinire concretamente i propri interessi nazionali rispetto a tutta una varietà di situazioni e problemi complessi, di natura non solo militare, ma anche sociale, ambientale ed economica. Il peso della deterrenza nucleare sui rapporti di forza internazionali fu ridimensionato e la sfera della sicurezza entrò in un periodo d’incertezza. Contestualmente, la geostrategia andò incontro un relativo declino, a vantaggio delle altre dimensioni della geopolitica, che poté riproporsi in tutta la sua utilità.
Il processo di recupero accelerò rapidamente nel corso degli anni ’90, anche perché vi presero parte intellettuali e forze editoriali tradizionalmente appartenenti al mondo della sinistra politica europea e perciò stesso immuni rispetto all’accusa di fomentare il nazionalismo.
In Francia, dove pure la tradizione geografica nazionale aveva in parte preservato la geopolitica, il processo di “riabilitazione” venne avviato da Yves Lacoste, che propose una distinzione tra la “maligna” e non politically correct geopolitica del passato - identificata come la geostrategia degli imperialismi degli Stati-potenza - e la nuova geopolitica, che avrebbe dato forma e strumenti allo svolgimento del dibattito democratico in materia di politica estera ed interessi nazionali.
In Italia, invece, fu la rivista <<Micromega>> a compiere l’operazione, pubblicando nel 1991 un inserto monografico dedicato alla geopolitica ed aperto da un articolo dello stesso Yves Lacoste.
Da una costola di <<Micromega>> nacque poco dopo anche liMes, sotto la direzione di Lucio Caracciolo, già editorialista de <<La Repubblica>>, e Michel Korinman. La geopolitica uscì così allo scoperto anche in Italia, emergendo da quei ristretti circoli accademici ed, in parte, militari, nei quali era rimasta confinata[6].
§ 3. Che cosa è la geopolitica
§ 3.1. Per una definizione di geopolitica
Merita di essere rilevata la circostanza che non tutti i protagonisti del rilancio della geopolitica abbiano una visione propria della natura e dell’ambito della disciplina. Nelle prime formulazioni, in effetti, compresa quella appena richiamata di Yves Lacoste, prevalgono una certa approssimazione e confusione, quando non si assiste addirittura al deciso rifiuto di dare una definizione al termine geopolitica.
Lo stesso Caracciolo, che del revival italiano ed europeo della geopolitica è sicuramente un protagonista, tende a negare l’utilità di una definizione di geopolitica, così come di ogni dibattito teorico sull’argomento[7].
In realtà, anche coloro che la geopolitica <<si limitano a farla>>, affermando di non sapere <<cosa sia>>, hanno almeno implicitamente un proprio concetto della disciplina. In questo concetto rientrano in modo pressoché sistematico una visione tendenzialmente conflittuale ed “agonistica” dei rapporti politici internazionali e la volontà di analizzare gli interessi concreti che sono alla base del comportamento dei vari soggetti politici esaminati. Per molti, forse i più, il termine “geopolitica” - spesso usato anche in forma di attributo - diviene quindi un comodo succedaneo della “politica di potenza”, espressione ideologicamente più impegnativa ed imbarazzante, nonché linguisticamente meno flessibile.
I più avveduti e coloro che vengono da importanti esperienze geografiche aggiungono a questi due elementi anche l’impiego della cartografia, che permette di rappresentare in modo immediato i conflitti esaminati e gli interessi veicolati dal messaggio politico.
La geopolitica si situa quindi al punto d’incrocio tra teoria e dottrina politica, da un lato, e rappresentazione cartografica, dall’altro. Donde la definizione che appare finora più convincente, secondo la quale la geopolitica è una teoria spaziale dell’azione politica[8].
La geopolitica, peraltro, come la strategia, non esiste soltanto come teoria, ma esiste anche come dottrina e come prassi. Come teoria, è una rappresentazione della struttura e della dinamica dei rapporti di potenza tra gli attori geopolitici, basata sull’analisi storica e con l’apporto del metodo geografico.
Come dottrina, la geopolitica tende invece ad identificarsi con un insieme più o meno organico di prescrizioni volte ad orientare l’azione politica. In effetti, sotto questo profilo, esiste tutta una pluralità di “geopolitiche” che corrispondono ad altrettante ipotesi teoriche e dati di fondo. Il carattere pluralistico delle dottrine geopolitiche deriva quindi dal relativismo storico e geografico delle prescrizioni. La dottrina del containment, ad esempio, ha un senso solo ed in quanto frutto di un’analisi teorica della situazione geopolitica internazionale, e con riferimento agli interessi perseguiti dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale e nel corso della Guerra Fredda.
Quanto alla prassi, la geopolitica si può identificare con il comportamento effettivo degli attori geopolitici nello spazio, specialmente se in connessione con una particolare dottrina geopolitica. Ed, in realtà, è proprio in questa accezione che il termine geopolitica è impiegato più frequentemente dai giornalisti.
TEORIA
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PRASSI DOTTRINA
Teoria, dottrine e prassi geopolitiche sono conseguentemente interconnesse. La teoria - che si basa sull’analisi dei fatti - influenza le dottrine. Le dottrine connndizionano l’azione politica. La prassi modifica le condizioni di fatto, inducendo ripensamenti teorici, svolte nella dottrina e via discorrendo.
§ 3.2. Il significato del prefisso geo- e del suffisso -politica. Il primato della politica estera e il significato della spazialità
Nella definizione di geopolitica come teoria spaziale dell’azione politica, si ritrovano entrambi gli elementi che compongono il vocabolo: il prefisso -geo ed il suffisso -politica.
Quest’ultimo presuppone una certa teoria della politica, quella fondata sull’approccio realista e sui due concetti fondamentali di anarchia internazionale e primato della politica estera.
Il concetto di anarchia internazionale rinvia ad una rappresentazione della comunità internazionale nella quale si enfatizza il fatto che non esiste un “governo mondiale” capace di imporre coattivamente agli Stati il rispetto di un dato ordine o date leggi. Ne deriva il carattere sostanzialmente anarchico ed hobbesiano delle relazioni internazionali, che possono trovare forme di stabilità soltanto attraverso i più o meno spontanei equilibri di potenza a livello globale, regionale o locale. Le frontiere storiche tra gli Stati fotografano questi equilibri, così come il loro cambiamento riflette il modificarsi dei rapporti di forza sottostanti.
Il primato della politica estera, invece, è un concetto di carattere più complesso, che chiama in causa il problema dei rapporti tra gli aspetti interni ed internazionali della politica di uno Stato.
Primato della politica estera significa essenzialmente due cose.
Primo: che uno Stato organizza il suo ordinamento interno sulla base dei suoi imperativi di sicurezza esterna. Corollario di questa tesi è che se uno Stato si sottrae a questa regola, adottando un ordinamento incompatibile con le necessità della sua posizione internazionale, soccombe, disintegrandosi o cadendo nella soggezione di potenze esterne. I sostenitori di questa tesi citano frequentemente l’esperienza storica della Polonia, che sarebbe stata incapace di difendersi dalle mire dei suoi ingombranti vicini a causa dell’inefficienza del proprio sistema decisionale, fondato sulla regola del liberum veto, e cioè sul principio delle decisioni all’unanimità. Vi è anche chi sottolinea come la stessa Rivoluzione Francese corrispondesse ad un’esigenza di cambiamento dettato dalla necessità di mobilitare le energie di una nazione uscita stanca e a mani vuote dalle avventure di Luigi XIV, e non ancora ripresasi, soprattutto sotto il profilo finanziario[9].
Secondo: che la competizione e la conflittualità internazionale hanno origine in interessi e tendenze irriducibili, che neppure l’omogeneità ideologica può sradicare. L’affermazione del comunismo su scala mondiale, ad esempio, non avrebbe eliminato la lotta per l’egemonia e quindi il conflitto dalla storia, come avevano provato l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, la repressione della Primavera di Praga e, più recentemente, il già richiamato doppio conflitto indocinese tra Vietnam, Cambogia e Repubblica Popolare Cinese. E, forse, non lo farebbe neppure la vittoria completa del modello democratico e liberoscambista, pur incidendo sulle forme della competizione tra gli Stati. In questo senso, il primato della politica estera implicherebbe la negazione della “fine della storia” ipotizzata da Fukuyama[10].
La geopolitica è ora meno rigida nel recepire una terza accezione del primato della politica estera: quella secondo la quale non sarebbe tanto l’assetto interno di un paese, il suo regime politico, a dettare le scelte di schieramento compiute attraverso la politica estera, quanto piuttosto il contrario.
Peraltro, neppure in quest’ottica l’ipotesi del primato della politica estera sarebbe priva di un suo fascino. Si potrebbero cercare riscontri anche nella più recente storia italiana. Si provi, ad esempio, a rileggere entro questo schema interpretativo quanto è avvenuto in Italia prima e dopo il 1989.
Se lo si guarda dall’esterno, nell’ottica del primato della politica estera, il sistema italiano si può configurare come una <<democrazia bloccata>> per tutta l’epoca della Guerra Fredda, a causa della spaccatura verticale che attraversa il paese e che vede maggioranza ed opposizione dividersi anche sulla collocazione internazionale del paese. E’ questa frattura a permettere alla classe dirigente di perpetuarsi al potere per ben quarant’anni, un’era in cui si verificano solo limitati aggiustamenti politici: rare aperture a sinistra, che si perfezionano per di più solo una volta che sia stata acquisita la professione di fede atlantica dei partiti beneficiari (il Psi negli anni ‘60).
Anche di fronte all’evidente incancrenirsi della <<questione morale>>, che viene sempre più acutamente avvertita in Italia a partire dall’inizio degli anni ’80 (è già un’”emergenza” nel programma con il quale il Presidente del Consiglio Spadolini si presenta alle Camere nel 1981), la magistratura rimane inerte.
Entra invece in azione dopo la caduta del Muro, quando si può liquidare la classe dirigente che ha retto il Paese nel corso della Guerra Fredda senza temere l’avvento al potere dell’opposizione storica al vecchio cartello di governo. E lo fa quando, per di più, ciò è divenuto indifferibile per produrre quel cambiamento e quel risanamento senza i quali l’Italia rischia di essere tagliata fuori dall’Europa che si ristruttura ed inizia il processo di unificazione economica e monetaria.
E’ sempre un’opzione di fondo della politica estera - l’Europa - a condizionare la composizione degli schieramenti politici interni quando si discute del tipo di politica da adottare di fronte ai diktat che vengono dall’estero. Nella politica di bilancio, nella politica monetaria, nel campo delle riforme sociali legate al welfare, si assiste negli anni ‘90 all’aprirsi di una profonda linea di frattura tra i fautori della germanizzazione del Paese e coloro che vi resistono.
Quanto le condizioni esterne influiscano sugli equilibri politici interni lo prova anche il mutamento di linea operato dalla Lega Nord tra il 1996 ed il 1998. Quando sembra che l’Italia resterà fuori dall’area dell’Euro, Bossi predispone una uscita di sicurezza ai ceti produttivi del Nord che hanno paura di restare isolati dai propri mercati di sbocco d’Oltralpe. Vara perciò il concetto geopolitico di Padania e ne abbozza le istituzioni. Dopo l’ingresso dell’Italia nell’Euro, questa politica deve necessariamente cambiare. Donde la rinuncia di fatto alla secessione e l’idea di negoziare con il governo centrale nuovi Statuti speciali per la Lombardia, il Veneto e, forse, il Piemonte, con l’obiettivo ultimo di alleggerire il carico fiscale gravante sulle imprese settentrionali e proteggerne la competitività. E gli esempi potrebbero continuare.
Tuttavia, non vi è dubbio che questa sia la chiave di lettura più audace ed intellettualmente rischiosa del primato della politica estera, prestandosi ad una riduzione deterministica delle vicende politiche interne. Meglio, quindi, tenerla da parte, pur sottolineando come la geopolitica presupponga anche questo aspetto teorico.
Vi è poi lo “spazio”, il geo- di geopolitica. Anche questo “spazio”, sul quale e per il controllo del quale gli Stati e gli altri attori geopolitici competono, cambia nel tempo. Agli inizi, è quello orizzontale, costituito da grandezze territoriali misurabili e fisicamente determinate, che si conquista e si difende con le armi e accorte intese diplomatiche. E’ lo spazio della geostrategia.
Diviene poi uno spazio più complesso, multidimensionale, in cui cresce progressivamente il peso delle dimensioni “verticali”, quelle sulle quali si dispongono grandezze come la produttività, le quote di mercato, il controllo dei flussi di mercato e delle comunicazioni ecc.
Per effetto di questi sviluppi, la geopolitica contemporanea - sia come teoria che come dottrina e prassi - abbraccia ormai tutto il complesso delle dimensioni orizzontali e verticali in cui si articola lo spazio interessato dall’azione politica.
§ 3.3. Le dimensioni della geopolitica, della geostrategia, della geoeconomia, della geofinanza e della geoinformazione. Verso livelli crescenti di astrazione.
Alle varie dimensioni tendono a corrispondere le branche più o meno specialistiche della geopolitica, che si affiancano alla geostrategia, che è la più antica, seguendo un ordine di crescente astrattezza.
Alla fine degli anni ’80 appaiono i termini geocultura[11] e geoeconomia[12] cui, nel corso degli anni ’90, si aggiungono geofinanza[13] e geoinformazione[14], mano a mano che la complessità delle relazioni e della competizione politica internazionale aumenta, spostandosi verso le nuove e sempre più sofisticate fonti della potenza.
Il processo con il quale vengono aperti nuovi filoni d’indagine e nuovi termini si sviluppa seguendo un percorso ormai consolidato: di fronte all’esigenza di rappresentare in termini spaziali la lotta per il controllo di una sorgente di potere politico, uno o più autori ricorrono alla geopolitica e ne adattano gli schemi, per facilitare la comprensione delle logiche alla base della competizione in atto e rendere più comprensibili le conseguenti indicazioni di policy.
Se nella geoeconomia, gli obiettivi sono quelli del controllo dello spazio economico e del miglioramento della posizione dei singoli sistemi-paese nella divisione internazionale del lavoro, nella geofinanza coincideranno con la gestione vantaggiosa dello spazio finanziario, tendenzialmente globale, integrato telematicamente e totalmente dematerializzato[15]. Nella geoinformazione si identificheranno con l’acquisizione del controllo delle fonti d’informazione.
Nessun obiettivo di controllo spaziale è fine a se stesso. Tutti incrementano la potenza dell’attore che migliora la sua posizione sulla singola dimensione considerata, realizzando l’obiettivo geopolitico fondamentale di accrescere la propria influenza e ricchezza. Donde la relazione di strumentalità riconoscibile tra la geostrategia, la geoeconomia, la geocultura, la geofinanza e la geoinformazione, da un lato, singolarmente o collettivamente prese, e la geopolitica, dall’altro.
§ 4. La geopolitica classica
§ 4.1. Le origini
Alle origini, questi sviluppi sono soltanto embrionali. La geopolitica, in effetti, appare proprio in uno dei periodi più convulsi della storia occidentale, accompagnando il processo di unificazione della Germania e l’assalto tedesco al potere mondiale. La sua parabola inizia intorno alla metà del XIX secolo e si compie con la Seconda Guerra Mondiale. Attraversa l’età degli imperialismi e i due conflitti mondiali, prima di subire un periodo di “oscuramento” ed il revival del dopo-Guerra Fredda che stiamo tuttora vivendo.
Non stupisce pertanto che si sia focalizzata fin dall’inizio sulle dimensioni orizzontali dello spazio politico: in quella fase, infatti, i conflitti tra gli Stati scoppiano per il controllo di territori, popolazioni e materie prime. Anche i mercati sono rappresentati come grandezze essenzialmente fisiche, orizzontali, essendo costituiti da spazi territoriali soggiogati da una potenza coloniale e resi impermeabili al resto del mondo.
Il periodo che va dal 1890 al 1945 è quello della geopolitica “classica”, in cui si formano i concetti basilari della disciplina - quali quello di “frontiera”, “spazio vitale”, “senso dello spazio”, espansione degli Stati, ecc. - e nel quale appaiono le teorie fondamentali dell’opposizione tra potenze marittime e potenze continentali. Dominano alcune grandi figure, da Ratzel a Kjellén, da Mackinder ad Haushofer, da Mahan e Corbett a Spykman, che chiude con la sua sintesi questa fase della storia della geopolitica.
La geopolitica si caratterizza, fin dal principio, anche per due ulteriori elementi fondamentali che contrassegnano le sue prime espressioni e che rimarranno alla base anche dei suoi successivi sviluppi: l’impostazione darwiniana e la matrice organicista.
Il darwinismo è un portato del rapporto tra la geopolitica e l’ambiente culturale in cui i primi geopolitici si formano. In Ratzel, la traslazione dei concetti darwiniani dalle scienze naturali alla geopolitica è addirittura diretta, avendo il geografo tedesco fatto i suoi studi universitari proprio in biologia e farmacia. La rappresentazione dello Stato come insieme organico è poi la migliore scorciatoia per applicare il darwinismo alla sfera sociale.
Così, i primi geopolitici guardano allo Stato come ad una vera e propria <<forma di vita>>, un organismo fisiologicamente soggetto a certe leggi di funzionamento (nascita, sviluppo, maturazione, vecchiaia, estinzione) e strutturalmente in competizione per la propria sopravvivenza con i propri simili.
Solo il più adatto resiste: donde la necessità, per gli Stati, di accrescere i propri fattori di potenza e ridurre le proprie vulnerabilità, partendo da un’accurata analisi dei vincoli territoriali alla propria espansione, e la conseguente essenzialità della geopolitica, che tale analisi deve fornire al decisore politico.
§ 4.2. Ratzel e Kjellén
I “padri fondatori” della geopolitica sono un tedesco ed uno svedese: Fredrick Ratzel (1844-1904) e Rudolf Kjellén (1864-1922), anche se i più noti Mackinder e Haushofer sono di fatto loro contemporanei.
Pur nella diversità degli accenti e delle tesi sostenute, Ratzel e Kjellén legano fin dal principio la nuova disciplina ad una concezione organicista dello Stato, che è appunto “una forma di vita”, e ad una visione darwinista delle relazioni internazionali, intrinsecamente conflittuali e selettive.
Come si è visto, Ratzel mutua evoluzionismo ed organicismo addirittura da studi biologici e farmacologici fatti in gioventù, seppure non manchi chi relativizza il peso di questo condizionamento[16]. Alla geografia, in effetti, Ratzel giungerà soltanto in seguito ad un viaggio fatto negli Stati Uniti nel 1873 ed ai suoi studi sulla Cina.
Ratzel focalizza i suoi studi sul concetto di Stato. Nella visione ratzeliana, lo Stato è un organismo che individua una frazione dell’umanità ancorata ad una porzione territoriale del pianeta. Suoi elementi costitutivi sono, pertanto, il territorio ed il popolo, che non è tuttavia definito in senso mononazionale e monoetnico.
A Ratzel - che non impiega mai nella sua opera la parola geopolitica, neppure nel suo saggio fondamentale, che è la Geografia politica del 1897 - si deve il primo tentativo di consolidare in leggi una teoria geopolitica. Non a caso, nella sua monumentale monografia dedicata alla geopolitica tedesca, proprio alludendo all’opera ratzeliana Michel Korinman parla di blocage dogmatique[17]. In Ratzel, inoltre, è già evidente l’obiettivo pratico che deve avere la geopolitica: l’orientamento della politica.
Ecco perché oltre alle basi darwiniane ed organiciste, dall’opera e dall’attività di Ratzel emergono altri due fattori specifici: l’impegno politico, che fa sì che la geopolitica sia fin dall’inizio una scienza “militante”, ed una tensione molto particolare tra determinismo geografico e volontarismo geopolitico.
Determinismo significa accettare il destino che agli Stati sarebbe imposto dalla collocazione e dalla natura geografica, escludendo o riducendo all’estremo le possibilità d’incidervi dell’uomo. Volontarismo significa, invece, riconoscere che l’uomo può sottrarre il suo Stato ai limiti che la geografia gli imporrebbe. In un’ottica geopolitica “volontaristica”, si possono quindi mobilitare le risorse umane della Nazione per sfruttare ogni opportunità concessa dal territorio e dalle sue dotazioni, per superarne i vincoli e la condizione presente.
Ratzel è determinista quando definisce le “sue” sette leggi sull’espansione degli Stati, che tenderebbero ad accrescersi sulla spinta del proprio progresso culturale (I), parallelamente alla loro potenza economica e commerciale (II), a spese di entità politiche di dimensioni o capacità inferiori (III), modificando le frontiere che esprimono la vitalità relativa degli Stati confinanti (IV), seguendo la logica geografica dei propri bisogni – e quindi cercando di acquisire territori ricchi, pianeggianti, dotati di accessi al mare (V) -, senza cessare di espandersi fintantoché incontrino solo sintesi politiche inferiori (VI), automaticamente (VII).
Ratzel è determinista anche quando vede nella Germania il naturale “impero di mezzo” destinato ad occupare un ruolo centrale nelle vicende politiche europee.
E’ invece volontarista quando ricorda che lo Stato è un organismo anche morale e spirituale e pone l’accento sull’importanza delle rappresentazioni geopolitiche. Le rappresentazioni geopolitiche e le idee nazionali e religiose sulla crescita degli Stati sono elementi rilevanti, nella visione ratzeliana.
Ratzel esprime il suo volontarismo anche attraverso l’impegno politico, che lo porta prima a sostenere la riunificazione nazionale tedesca e poi la fondazione dell’impero coloniale e la creazione della flotta. E’, ad esempio, tra i fondatori del Kolonialverein, il Comitato Coloniale che doveva promuovere l’espansione del Reich oltremare, così come tra i convinti sostenitori del programma di riarmo navale proposto da Tirpitz.
Di questa tensione verso il volontarismo sono espressione anche alcuni concetti che si rinvengono nell’opera ratzeliana. Accanto a “posizione” e “spazio” - che sono due condizionamenti oggettivi della vita degli Stati - opererebbe infatti un terzo fattore: il “senso dello spazio”, sul quale si può agire per preparare il successo di un certo programma geopolitico (Geografia politica, 1897)[18]. Lo Zollverein e la divulgazione di determinate rappresentazioni cartografiche che Ratzel propugna, ad esempio, modificando la percezione spaziale di popoli e classi dirigenti, possono concorrere alla realizzazione dei più complessi progetti di ristrutturazione geopolitica dello spazio.
Da un punto di vista politico, Ratzel appoggia la duplice sfida guglielmina alla Gran Bretagna ed alla Russia, individuando nell’Est Europeo e nel Sud africano le direttrici di espansione ideali per la Germania. In ciò, Ratzel anticipa lo stesso progetto hitleriano, ma non quello della Scuola di Monaco di Haushofer.
In Kjellén, la geopolitica assume invece la connotazione di aspetto di una più generale teoria - anch’essa organicista e darwinista - dello Stato, i cui altri pilastri sono una serie di discipline settoriali, come la demopolitica, l’ecopolitica, la sociopolitica, la cratopolitica e la stessa geopolitica in senso stretto.
Tale teoria generale, descritta nell’opera principale di Kjellén Staten som livsform, Lo Stato come forma di vita, è quella che Steuckers definisce “geopolitica speciale”, della quale la geopolitica “in senso stretto” costituisce la base geografica[19].
Il sistema di Kjellen: la geopolitica “speciale”
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Geopolitica in senso stretto Oggetto: la Nazione |
Ecopolitica Oggetto: l’impresa nazionale |
Demopolitica Oggetto: il popolo statualizzato |
Sociopolitica Oggetto: la società nazionale |
Cratopolitica Oggetto: la forma di governo |
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Topopolitica Oggetto: la posizione della Nazione |
Emporopolitica Oggetto: la sfera dell’Impresa-Nazione |
Etnopolitica Oggetto: il popolo in quanto tale |
Filopolitica Oggetto: la forma della società |
Nomopolitica Oggetto: la forma dello Stato |
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Morfopolitica Oggetto: la forma della Nazione |
Autarchipolitica Oggetto: l’indipendenza dell’Impresa Nazione |
Pletopolitica Oggetto: il nucleo della popolazione |
Biopolitica Oggetto: la vita della società |
Prasseopolitica Oggetto: la vita dello Stato |
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Fisiopolitica Oggetto: il territorio della Nazione |
Economopolitica Oggetto: l’aspetto economico dell’Impresa Nazione |
Psicopolitica Oggetto: l’anima del popolo |
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Arcopolitica Oggetto: la potenza dello Stato |
Fonte: Steuckers, 1997
Nella geopolitica “in senso stretto”, il fattore spazio è assunto nella sua accezione più rigida e stretta, quella territoriale ed orizzontale, in cui non entrano quelle dimensioni sociali, ambientali, demografiche ed economiche che sono analizzate da Kjellén in altre branche della sua teoria dello Stato.
La geopolitica “in senso stretto” si dividerebbe a sua volta in tre settori specialistici, che sono la topopolitica, la morfopolitica e la fisiopolitica.
Nella topopolitica, lo Stato viene studiato nella sua posizione in rapporto agli altri Stati.
Nella morfopolitica, si considera la conformazione territoriale dello Stato: può essere interessante notare come Kjellén giudichi ideale la conformazione “sferica” di Francia ed Islanda e svantaggiosa, invece, quella longitudinale della Norvegia e dell’Italia, che implica l’allungamento delle linee di comunicazione. Nella morfopolitica Kjellén fa altresì rientrare la sua riflessione sulle enclavi ed i corridoi geopolitici[20].
Nella fisiopolitica, infine, si guarda ai meccanismi di funzionamento interno dello Stato[21].
L’importanza di Kjellén risiede anche nell’aver introdotto il termine geopolitica e nell’averne dato, nella sua opera fondamentale, Lo Stato come forma di vita del 1917, una definizione, in base alla quale la geopolitica sarebbe la “scienza dello Stato come organismo geografico così come si manifesta nello spazio. Lo Stato inteso come paese, come territorio o, in modo più significativo, impero”.
Kjellén esprime una rappresentazione del mondo profondamente filotedesca.
Dopo aver precisato che è la stessa realtà della guerra – che resta comunque un fenomeno statuale e politico - ad imporre di considerare gli Stati come organismi viventi dalle pulsioni violente, Kjellén sottolinea come le frontiere spesso riflettano realtà che non esistono più. Quelle preesistenti al 1914, in particolare, non avrebbero più fotografato in modo adeguato la crescita geopolitica della Germania.
Su queste basi, Kjellén immagina una ristrutturazione geopolitica complessiva fondata sulla creazione di sfere d’influenza macroregionali. Sarebbero dovute emergere, in particolare, tre aree: un’area nord-americana, sotto l’egemonia statunitense; un’Europa continentale, costituita da Scandinavia, Mitteleuropa e Balcani, sotto il controllo tedesco; il Giappone e la sua sfera d’influenza in Estremo Oriente.
§ 4.3. Dopo Ratzel e Kjellén : la geopolitica sospesa tra determinismo e volontarismo. La scuola francese ed il tentativo italiano
La geopolitica nasce nell’area culturale germanica e scandinava. Ma non vi resta isolata. Mentre si sviluppa nelle regioni dove era stata divulgata dai due padri fondatori, si propaga verso Ovest, raggiungendo la Francia e il mondo anglosassone.
Se in Germania scivola gradualmente verso il determinismo geografico (che troverà la sua più evidente affermazione nella Scuola di Monaco di Haushofer), altrove accentua gli elementi volontaristici, come in Francia[22]. Dove la geopolitica è volontaristica, non sono più lo spazio e la posizione a dettare in modo esclusivo ai politici le loro decisioni in modo automatico. L’uomo invece organizza il territorio e vi imprime il suo marchio culturale[23].
Il volontarismo francese ha la sua massima espressione in Paul Vidal de La Blache (1845-1918), un geografo che da il meglio di sé in un’opera mirante a dimostrare il carattere francese dell’Alsazia e della Lorena perdute: La Francia dell’Est, pubblicata nel 1917[24], che è la prima opera geopolitica apparsa in Francia.
La guerra del 1870 ha in effetti un’importanza decisiva sulla cultura francese. Provoca, infatti, l’introduzione dell’insegnamento geografico nelle scuole[25] e prepara così l’apparizione di una scuola geopolitica nazionale, che sarà asservita all’obiettivo della revanche.
La geopolitica francese, comunque, non giunge mai ad esprimere visioni di carattere globale, preferendo lo studio di situazioni regionali e locali, al contrario delle scuole affermatesi in Germania e successivamente negli Stati Uniti, che invece prediligono sintesi e rappresentazioni di carattere generale[26].
Anche in Italia, la geopolitica - soprattutto quella che viene divulgata attraverso l’omonima rivista pubblicata a Trieste tra il 1939 ed il 1942 da Ernesto Massi e Giorgio Roletto - sarà essenzialmente volontaristica, per non dire velleitaria. E non può essere altrimenti. Il determinismo geografico, infatti, di per sé non garantirebbe all’Italia rosee prospettive nel suo <<spazio vitale>> inevitabilmente mediterraneo. Donde l’appello all’impegno degli italiani, che sarebbero chiamati a svolgere una “missione” quasi provvidenziale : riorganizzare il Mediterraneo intorno alla propria civiltà, riproponendo il mito romano in uno spazio non omogeneo, attraversato da fratture profonde e dominato dalla maggiore potenza navale del mondo, la Gran Bretagna[27].
§ 4.4. Le teorie binarie. L’opposizione terra-mare e il primato continentale
Frattanto, dopo l’unificazione e la sfida tedesca al potere mondiale, lo sviluppo della geopolitica subisce un’ulteriore accelerazione. Sotto la spinta dell’antagonismo anglo-germanico, appaiono le teorie binarie, che interpretano la storia come una sorta di dialettica tra le potenze marittime e quelle continentali.
Due ne sono gli alfieri. Uno è britannico, Sir Halford John Mackinder (1861-1947), l’altro è bavarese, il generale Karl Haushofer (1869-1946). Entrambi sostengono la tesi del primato dell’heartland, ma mentre Mackinder raccomanda di contrastarlo separando stabilmente Germania e Russia, Haushofer invita i tedeschi a sfruttarlo a fondo, dando vita ad intese organiche tra Mosca e Berlino.
4.4.1. Mackinder
La riflessione di Mackinder muove dall’identificazione del “centro geografico” come epicentro dei fenomeni geopolitici. Mackinder introduce il primato <<della posizione centrale>> nella sua prima opera maggiore, Il pivot geografico della storia, del 1904, ma sorprendentemente non costituisce un elemento immutabile della storia.
Se nell’antichità, infatti, motore della storia sarebbe stata una regione dell’Asia Centrale definita l’area <<pivot>>, in un periodo successivo, per effetto della maggior flessibilità ed economicità delle nuove comunicazioni navali, il primato sarebbe passato alle potenze del mare, situate nell’<<outer>> o <<insular crescent>>. Ma alla fine dell’800, secondo Mackinder, erano apparsi nuovi elementi - essenzialmente i trasporti ferroviari che consentivano di effettuare rapide manovre per linee interne - in grado di riproporre l’ipotesi del primato delle potenze continentali.
Il mondo secondo Mackinder nel 1904

Ne derivava per le potenze marittime anglosassoni un’evidente minaccia alla propria egemonia, che sarebbe divenuta indifendibile qualora Russia e Germania si fossero alleate, dando vita all’inviolabile “Isola Mondo”. Questa eventualità si sarebbe dovuta scongiurare dividendo permanentemente Mosca da Berlino con ogni mezzo possibile[28].
Queste idee si sarebbero perfezionate nel successivo saggio di Mackinder, Ideali democratici e realtà, pubblicato nel 1919, il cui bersaglio polemico è l’idealismo wilsoniano dei 14 Punti. In quest’opera, che ribadisce la matrice realista della geopolitica, Mackinder sposta sensibilmente verso Occidente l’area <<pivot>> e, soprattutto, contro la proposta del Presidente americano tendente a ristrutturare l’Europa sulla base dell’affermazione generalizzata del principio di nazionalità, suggerisce un riassetto la cui finalità è la separazione permanente tra Urss e Germania, da realizzarsi mediante l’interposizione di una fascia di paesi “cuscinetto” (Stati Baltici, Polonia e Cecoslovacchia), successivamente da rinforzare attraverso la stipula di patti bilaterali di garanzia militare con Francia e Gran Bretagna.
4.4.2. Haushofer
Haushofer è, per certi versi, un teorico speculare a Mackinder. E’ anch’egli, infatti, sia pure da un differente punto di vista, un sostenitore del primato della posizione centrale ed un continentalista.
Alla visione di Mackinder, Haushofer aggiunge però una marcata inclinazione verso il determinismo geografico, che con la sua Scuola di Monaco raggiunge gli estremi. Haushofer nasce come ufficiale dell’Esercito imperiale tedesco, ed arriva alla geopolitica in seguito ad un viaggio compiuto in Asia tra il 1908 ed il 1910 ed alla lettura dello Stato come forma di vita di Kjellén.
Fin dal principio, i suoi studi si focalizzano sulle relazioni organiche esistenti tra lo Stato ed il territorio e sfociano nell’identificazione di una “ferrea” legge delle frontiere e dello spazio vitale, in base alla quale uno Stato si espande fino al punto di comprendere un territorio sufficiente ai bisogni della sua popolazione e avere frontiere di carattere naturale.
Le frontiere sarebbero quindi mobili (Le frontiere e il loro significato politico, 1927). Lo sarebbero, poi, in particolare quelle della Germania, la cui missione è quella di divenire la forma statuale di riferimento della Deutschtum, la comunità etnica tedesca. Haushofer, così, “nazionalizza” la geopolitica di Ratzel, traducendola apertamente in ipotesi e formule geopolitiche “ad hoc” per la Germania.
Da ciò, oltre che dai legami con Rudolf Hess[29], l’accusa rivoltagli di collateralismo al nazismo. Questa imputazione è, però, in larga parte, infondata. Lo dimostrano sia le vicende personali e familiari del generale bavarese, che le stesse indicazioni suggerite dalla sua opera ai politici del Reich.
Sul piano personale, colpiscono le vessazioni di cui Haushofer fu oggetto da parte del regime. Haushofer divise gran parte della sua vita con una donna di origine ebraiche, Martha Mayer-Doss, cosa che gli valse una prima perquisizione da parte della polizia politica nazista praticamente all’indomani stesso dell’ascesa al potere di Hitler, il 10 marzo 1933, e potè conservare la propria posizione accademica solo grazie ad una “lettera di protezione” redatta da Rudolf Hess.
Dei suoi figli, Albrecht, il maggiore, dopo una brillante carriera nella diplomazia tedesca, venne arrestato una prima volta nel 1941 e quindi rilasciato. Aderì successivamente al complotto culminato nel fallito attentato contro Hitler del 20 luglio 1944 e fu quindi costretto alla clandestinità. Malgrado i suoi sforzi, venne però prima arrestato, nel dicembre del 1944, e poi giustiziato tra il 22 ed il 23 aprile 1945. Dopo la bomba di Stauffemberg, subì l’arresto anche il cadetto Heinz, che riuscì ad essere invece liberato dagli Alleati.
Lo stesso Karl Haushofer, a partire dal 1941 fu sottoposto a più riprese a vari interrogatori e venne infine nel campo di concentramento di Dachau[30]. Gli Alleati fecero il resto a guerra terminata, revocandogli il titolo di professore onorario, ritirandogli la pensione e spingendolo di fatto al suicidio[31].
Anche sotto il profilo della propria formazione, Haushofer appare profondamente distante dal nazionalsocialismo, richiamando piuttosto alcuni aspetti della tradizione guglielmina e nazional-conservatrice tedesca.
Ma è soprattutto il progetto geopolitico a distinguere Haushofer da Hitler. Sotto il profilo delle direttrici da dare all’espansione della Germania, Haushofer infatti propugna disegni radicalmente opposti ai programmi di conquista verso Est anticipati da Hitler nel suo Mein Kampf[32].
Ad avviso di Haushofer, infatti, il nemico della Germania sarebbe stato ad Occidente e si sarebbe potuto battere solo con un’intesa con l’Urss. Negli auspici di Haushofer, un’alleanza di questo tipo tra Mosca e Berlino avrebbe dovuto implicare il riconoscimento del primato tedesco sulla Mitteleuropa e sarebbe stata parte di un interessante quanto ambizioso piano di ristrutturazione geopolitica mondiale, fondato sullo scardinamento degli imperi coloniali orizzontali, che si stendevano sui paralleli, come quello britannico e quello francese, a vantaggio di nuove formazioni pan-regionali create intorno ai meridiani.
L’idea di un’alleanza con l’Urss si sarebbe rivelata, però, di difficile accettazione sul piano interno, date le basi sociali e politiche (anticomuniste) sulle quali poggiava il consenso al regime nazista e l’opzione geopolitica di fondo scelta da Hitler, che era interessato ad espandere la Germania nell’Europa Orientale senza tuttavia eliminare l’Impero Britannico.
Hitler, infatti, fin dal 1937 pensava ad una ristrutturazione geopolitica dell’Europa basata sulla creazione di un impero tedesco sufficientemente grande da poter essere economicamente autosufficiente in un mondo che, dopo il 1929, si andava sempre più accentuatamente chiudendo in zone commerciali chiuse.
Il particolare, secondo Hitler, il Reich avrebbe dovuto conquistare le pianure polacche ed ucraine - per acquisire il grano necessario a sostenere la popolazione tedesca - ed il petrolio caucasico, indispensabile invece all’industria germanica.
E, per evitare di condurre una guerra su due fronti, avrebbe dovuto preliminarmente escludere la Francia dalla partita, concentrandosi di volta in volta sull’avversario di turno secondo i dettami della “strategia del carciofo”.
La sfida hitleriana non si sarebbe quindi diretta contro Londra, ma avrebbe mirato piuttosto a stabilire una sorta di condominio mondiale con la Gran Bretagna. Avrebbe dato vita all’Europa delle Grossraumen, <<Grandi Aree>>, nella quale la Germania sarebbe stata la potenza detentrice del monopolio industriale in Europa, con le nazioni dell’Est e la Francia ridotte allo stato di granai e depositi continentali di materie prime.
Ben si comprendono, quindi, la critica haushoferiana al Mein Kampf, un testo che il generale si rifiuterà persino di recensire[33], l’illusione generatasi in Haushofer dopo il Patto Ribbentrop-Molotov dell’agosto 1939 e lo scoraggiamento sopraggiunto dopo l’estate del 1941.
D’altro canto, non deve essere dimenticato come Haushofer sia stato, sotto tutti i punti di vista, un geopolitico militante, fondando e mettendo a disposizione dei mistici dello <<spazio vitale>> la sua <<Rivista per la Geopolitica>> (Zeitschrift für Geopolitik). Lo stesso generale bavarese ammetterà, del resto, di fronte alla corte alleata che lo interrogava, come alcuni lavori apparsi sulla sua Rivista risentissero del fatto di essere stati concepiti e pubblicati in un clima fortemente condizionante. Fu certamente un revisionista, come molti altri accademici e cittadini comuni della Germania tra le due guerre.
Si può quindi forse parlare, a proposito di Haushofer, di una responsabilità più oggettiva che soggettiva.
§ 4.5. I sostenitori del primato delle potenze marittime
Condividono l’approccio geopolitico binario di Mackinder ed Haushofer, seppur privilegiando le potenze marittime, anche Mahan e Corbett, la cui opera si colloca però più nel campo della strategia navale che in quello della geopolitica.
Significativamente, Alfred Thayer Mahan è considerato generalmente l’omologo di Clausewitz nel campo della riflessione strategica sulla guerra in mare.
Se - a differenza di quanto accadde a Clausewitz, il cui pensiero non superò mai i confini della geotattica - l’opera di Mahan<< acquisì una indubbia valenza geopolitica ciò si deve sia alla specificità della sua professionalità marittima che alla sua esperienza bellica, maturata in gran parte nel corso della Guerra Civile americana.
Uomo di mare, Mahan si confrontò con un ambiente - quello appunto marittimo - che tende a sviluppare una percezione dello spazio ed un senso della posizione generalmente di più ampio respiro di quanto non faccia il mezzo terrestre. Da militare, Mahan fu invece portato dalla Guerra di Secessione a meditare sulla realtà della guerra moderna e sulle nuove dimensioni del confronto di potenza, divenuto ormai una lotta “totale”[34].
Contrariamente a Mackinder, che l’aveva relativizzata sul piano storico, Mahan sostenne nella sua opera maggiore - L’influenza del potere marittimo sulla storia, 1660-1783 - la tesi della strutturale superiorità degli oceani come vie di comunicazione e rivendicò incessantemente la necessità di acquisirne il controllo senza farsi assorbire da interessi continentali.
Una sapiente strategia navale, infatti, avrebbe permesso agli Stati Uniti di subentrare alla Gran Bretagna nel controllo dei mari e nella stessa titolarità della supremazia mondiale. Nella sua visione, gli americani avrebbero potuto rimpiazzare gli inglesi, se solo ne avessero compreso e mutuato la strategia.
Al raggiungimento di questo scopo era tuttavia preliminare il conseguimento dell’obiettivo politico-strategico di distogliere Washington dalla corsa verso il Far West e protenderla verso il controllo del Pacifico e dell’Atlantico.
Donde l’invito di Mahan rivolto ai politici americani, ad investire nella Marina e conquistare le Filippine e le Hawaii, ad Ovest, e Cuba ad Est, aprendo e controllando poi il Canale di Panama, che sarebbe stato il centro di gravità della geopolitica americana ed il punto di manovra necessario agli americani per concentrare le proprie forze navali.
Mahan, infatti, riteneva di prioritario interesse nazionale degli Stati Uniti la costruzione di una potente flotta da battaglia. Soltanto il possesso della squadra navale più forte e la sua concentrazione nel punto più idoneo ad interdire l’azione navale delle potenze rivali, infatti, avrebbero assicurato agli americani il primato dei mari e conseguentemente un’egemonia planetaria[35].
In questo contesto, la geostrategia delle basi navali assumeva importanza decisiva, così come la ricerca in guerra dello scontro decisivo con la flotta avversaria e la sua distruzione.
Questi aspetti del pensiero navale di Mahan avrebbero esercitato un’influenza notevole lungo tutto l’arco del ‘900, fino alla fine della Guerra Fredda.
Furono fatti propri, ad esempio, da Tirpitz e dai sostenitori della costruzione della Flotta d’Alto Mare tedesca, che sarebbe stata lo strumento per contendere alla Royal Navy il primato dei mari e por fine al primato mondiale britannico. E più tardi dallo stesso Ammiraglio Gorschkov, il quale, in contrapposizione alla tradizione geopolitica continentalista ed eurasista russa, sostenne la necessità che l’Unione Sovietica si dotasse di una squadra navale in grado di battersi con quella delle Marine Occidentali: obiettivo che venne parzialmente raggiunto solo dopo il 1989, fuori tempo limite, con l’entrata in servizio della prima grande portaerei sovietica, la <<Kutnezov>>.
La gran parte delle operazioni navali della Prima Guerra Mondiale si svolse all’interno di logiche strategiche condizionate dal pensiero di Mahan: la preparazione dello scontro d’altura risolutivo tra le flotte, da cui sarebbe dipeso il destino del conflitto sul mare, ossessionò infatti la condotta britannica e tedesca, e culminò nella battaglia dello Jutland. Anche in Adriatico, gli italiani attesero per tutto il corso della guerra l’occasione per distruggere la marina austriaca e prendersi così la rivincita di Lissa.
Da un punto di vista più strettamente geopolitico, superando la logica della <<geopolitica emisferica>> incentrata sul controllo delle Americhe, che dominava allora negli Stati Uniti in seguito all’adozione della Dottrina Monroe, Mahan identificò nell’Emisfero Nord il centro del mondo.
L’importanza della massa eurasiatica venne però seriamente ridimensionata rispetto alle concezioni dei continentalisti. Pur riconoscendo che l’Eurasia non era condizionabile dal mare, Mahan sottolineò infatti anche come fosse al contempo ininfluente per il potere mondiale, in quanto lontana da ogni possibile forma di esercizio del potere marittimo.
La globalizzazione del terrorismo ed i fatti dell’11 settembre 2001 erano, evidentemente, ben di là da venire.
Lo storico britannico Julian Corbett, autore di Alcuni principi di strategia marittima, ribadì la tesi del primato delle potenze marittime su quelle continentali, ma la relativizzò.
Secondo Corbett, infatti, le potenze marittime avrebbero un effettivo vantaggio su quelle continentali, perché il controllo del mare permetterebbe loro di controllare le linee di comunicazione e di interdire quelle del nemico, consentendo esercizi di power projection e costringendo il nemico a disperdere le proprie energie nella difesa costiera.
La difesa emisferica

Fonte: Spykman N. J., America’s Strategy in World Politics. The United States and the Balance of Power, 1944
Ma nella visione di Corbett, le necessità delle forze navali sono subordinate alle esigenze di quelle terrestri, che combattono la battaglia decisiva. La strategia marittima sarebbe quindi soltanto un aspetto subordinato della strategia generale.
In questa veste, la maritime strategy non riscosse un successo immediato.
Nel corso della Prima Guerra Mondiale, ad esempio, la sua unica manifestazione nel campo dell’Intesa fu la fallimentare operazione anfibia compiuta dagli inglesi a Gallipoli. Per quanto riguarda gli imperi centrali, la teoria di Corbett trovò invece applicazione nel blocco sottomarino imposto dalla flotta sottomarina tedesca, ma la lentezza ed il difficile apprezzamento dei risultati ottenuti con questo strumento indussero a sottovalutare le possibilità insite in questo approccio strategico.
Oggi, tuttavia, il “marittimismo” di Corbett sembra aver avuto la sua rivincita sul “navalismo” di Mahan.
Caduto il Muro di Berlino e morto il bipolarismo, infatti, pare essere tramontato anche il concetto della guerra navale risolta dallo scontro di squadra, ora rimpiazzato da più moderne dottrine fondate sull’integrazione interforze, il controllo del mare e la proiezione della potenza dalle acque verso la terra.
§ 4.6. L’originale sintesi di Spykman : l’importanza del Rim
Con Nicholas John Spykman (1893-1943), che chiude l’era della geopolitica classica, l’opposizione terra-mare giunge finalmente ad una sintesi.
Spykman - le cui opere maggiori sono Strategia dell’America nella Politica Mondiale, apparsa nel 1942, e La Geografia della Pace, pubblicata postuma nel 1944 - pone infatti al centro della propria rappresentazione geopolitica le periferie eurasiatiche e le potenze che le occupano: il Rim corrispondente all’inner crescent di Mackinder.
Il Rimland è importante per almeno due ragioni.
In primo luogo, è la zona in cui si svolgono i conflitti tra le potenze marittime e quelle continentali.
Secondariamente, però, è anche la regione che ha generato le più drammatiche sfide di natura “egemonica” alle maggiori potenze marittime e continentali. E’ da lì, infatti, che sono partiti i maggiori assalti al potere mondiale, da parte di potenze che hanno tentato di darsi – con alterne fortune - una configurazione “anfibia”, come la Francia tra il 1796 ed il 1815, la Germania guglielmina tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 e, più recentemente, il Giappone imperiale[36].
Da questi tentativi, nel 1914 e nel 1941, gli Stati Uniti sono stati due volte costretti ad intervenire oltremare.
Per questo, secondo Spykman, a Seconda Guerra Mondiale finita, gli Stati Uniti avrebbero dovuto mettere sotto controllo l’Europa Occidentale[37], evitandone l’unificazione in un’unica potenza (persino sotto forma di un’eventuale federazione europea) e dominandola - se necessario e possibile - in condominio con l’Urss (<<Russia First>>). E la stessa cosa si sarebbe dovuta fare con il Giappone - una volta sconfitto - nei confronti della Cina[38]

Fonte: Spykman N. J., The Geography of the Peace, 1944
Soltanto ove ciò si fosse rivelato impossibile, gli Stati Uniti si sarebbero dovuti rassegnare ad associare le terre del Rim in una politica di contenimento dell’Urss. Fu questo l’indirizzo che prevalse nel corso della Guerra Fredda.

Fonte. Spykman N. J., The Geography of the Peace, 1944

Fonte. Spykman N. J., The Geography of the Peace, 1944
Dopo il 1991, però, l’opzione del <<Russia First>> e l’opposizione all’unificazione politica dell’Europa continentale sono tornate alla ribalta negli Stati Uniti. Questo approccio, infatti, è stato fatto proprio tanto da Strobe Talbott, influente Sottosegretario al Dipartimento di Stato nell’era Clinton, quanto dagli ideologi dell’Amministrazione guidata da George W. Bush, che hanno ispirato il discorso tenuto nel giugno 2001 dal Presidente americano all’Università di Varsavia. In quella circostanza, due mesi prima dell’abbattimento delle Torri di New York e della conseguente creazione della grande coalizione antiterroristica, Bush junior descrisse per la prima volta la Russia come un partner strategico degli Stati Uniti.
§ 5. La seconda fase : la Guerra Fredda e il dominio della geostrategia
§ 5.1. Gli effetti della ristrutturazione geopolitica del 1945
A parte la censura morale ed ideologica che cala sulla geopolitica dopo il 1945, ad influire sulle sorti della disciplina dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale interviene un drastico mutamento nella struttura e nella dinamica del sistema internazionale.
In primo luogo, l’ordine si riorganizza intorno al principio del bipolarismo. In secondo luogo, l’apparizione delle armi atomiche e poi nucleari cristallizza gli equilibri fra le superpotenze, contestualmente creando una nuova gerarchia di potenza nella quale tra le potenze capofila dei blocchi e le altre si aprono divari mai visti in precedenza. Molte potenze del passato, incluse alcune vincitrici della guerra, perdono porzioni significative di sovranità.
La cosa ha ripercussioni sia sulla teoria geopolitica che sulle dottrine che vengono elaborate.
La teoria geopolitica fa pochi progressi e quasi esclusivamente nel mondo anglosassone. La geostrategia, a causa degli sviluppi della tecnologia militare legata al nucleare ed alla missilistica, prende il sopravvento.
Di questo stato di cose sono espressione sia il successo delle teorie sul potere aereo di George Renner e Alexander De Seversky - che superano l’opposizione terra-mare e descrivono un sistema fondato sul bipolarismo degli heartland - che l’apparizione di sintesi originali come quella di Saul B. Cohen[39].
Sul piano della dottrina, gli imperativi dell’equilibrio strategico e della competizione fra i blocchi sono non meno condizionanti. Si segnalano soltanto la dottrina del containment e la teoria del “domino”, che ne è una estremizzazione, elaborata dall’ammiraglio americano Arthur Randford nel 1953 a sostegno un impegno avanzato degli Stati Uniti nel Sud Est Asiatico[40].
La dottrina del containment propugna la creazione di una rete di alleanze intorno all’Unione Sovietica, allo scopo di “contenerne” appunto l’espansionismo, e trova la sua massima espressione proprio nella costituzione della Nato (e della Seato).
Il “domino” presuppone il containment, ma enfatizza l’importanza delle aree periferiche interposte tra i due blocchi, al punto che ogni cedimento in esse viene considerato suscettibile di provocare il crollo a catena del sistema di controllo americano del Rim. Raccomanda quindi un attivo impegno statunitense anche nelle periferie del sistema bipolare. La teoria del “domino” ha supportato l’impegno americano in Vietnam ed è stata condivisa dall’Amministrazione statunitense lungo tutto l’arco della Guerra Fredda. Ne è stato autorevole sostenitore anche Henry Kissinger[41].
§ 5.2. Un’espressione del primato della geostrategia: le teorie sul potere aereo
Un’espressione tipica del primato della geostrategia è il peso che acquistano in questa fase le teorie sul potere aereo. Le loro prime formulazioni rudimentali risalgono peraltro all’età fra le due guerre - se non ancora prima - epoca in cui alcuni ufficiali iniziarono a dedicarsi allo studio della guerra aerea e del potere aereo[42].
Fra essi vi erano il generale italiano Giulio Douhet[43], il generale britannico Hugh Montague Trenchard[44] e l’americano William Mitchell[45].
Essi sostennero che i bombardamenti aerei - nella loro versione controrisorse e controcittà - fossero in grado di assicurare la vittttoria da soli, fiaccando il morale della popolazione civile e distruggendo le retrovie logistiche del nemico[46].
L’aereo, infatti, permetteva ormai di portare la guerra nel cuore stesso delle retrovie del nemico, con incursioni in profondità che avrebbero potuto veicolare anche armi di distruzione di massa sulle città della nazione avversaria[47]. Ne seguiva che l’aviazione, da rendersi conseguentemente autonoma da incarichi di supporto tattico a beneficio delle forze terrestri e marittime, avrebbe potuto acquisire la capacità di perseguire un suo disegno strategico indipendente e risolutivo.
Tutte le risorse della nazione in guerra si sarebbero dovute devolvere, quindi, alle forze aeree da bombardamento, le uniche in grado di assicurare il successo e di deterrere la minaccia rappresentata dai bombardieri nemici.
Le idee di questi precursori restarono, però, prive di conferma fino al 1945. La campagna aerea strategica alleata sulla Germania, infatti, non impedì alla Wehrmacht di continuare le ostilità fino all’occupazione completa del Reich, malgrado le atrocità dei bombardamenti su Amburgo (1943) e Dresda (1944) e le sistematiche incursioni contro le installazioni industriali e ferroviarie tedesche. Verosimilmente, erano state sottovalutate le capacità tecnologiche della difesa aerea e delle difese antiaeree, e decisamente sopravvalutati gli effetti terroristici delle pur ingenti distruzioni che l’offesa aerea provocava.
Il risultato previsto dai teorici del potere aereo venne tuttavia conseguito alla fine del conflitto, con l’avvento delle armi atomiche: l’istantanea distruzione di Hiroshima e Nagasaki, infatti, spinse immediatamente il Giappone alla resa, riuscendo laddove avevano fallito i pur terribili bombardamenti incendiari su Tokyo.
A questa rivoluzione tecnologica, si aggiunse poi quella missilistica, che modificò sensibilmente il raggio d’azione e d’influenza delle maggiori potenze. Nella geopolitica potevano così trovare cittadinanza, dopo la terra e l’acqua, l’aria ed il fuoco : vale a dire lo spazio aereo e la tecnologia.
In questo contesto, da un punto di vista geopolitico, due autori più di altri riflettono la realtà di un mondo in cui la sicurezza è più che mai appiattita sulle dimensioni militari e tecnologiche: George Renner ed Alexander De Seversky.
Con George Renner, il potere aereo distrugge le teorie geopolitiche binarie fondate sull’opposizione terra-mare. Il potere aereo, infatti, sarebbe capace di annullare questa opposizione e di sostituirle quella fra due nuovi heartland ( l’area continentale degli Stati Uniti e dell’Urss) che sono tra loro in contatto sull’Oceano Artico, l’ “area pivot” del XX secolo.
Alexander De Seversky sistematizza questa intuizione nella sua opera maggiore - Air Power: key to Survive - sviluppando il pensiero di Renner e dandogli forma con le nuove carte azimutali centrate sul Polo Nord.
Per De Seversky esisterebbero due emisferi, rispettivamente centrati nei cuori industriali di Urss (emisfero eurasiatico ) e Stati Uniti (emisfero occidentale) ed aventi un raggio pari all’autonomia dei rispettivi bombardieri strategici, con un punto di contatto intermedio situato nell’isobara di potenza fra i due sistemi.
Per gli Stati Uniti, ad avviso di De Seversky, questo tipo di confronto geostrategico implicherebbe la necessità di concentrare i propri sforzi nella difesa aerea dell’heartland occidentale, mantenendo un presidio avanzato in Gran Bretagna ma abbandonando al proprio destino i Rims. Ecco perché a questa dottrina si associa anche la definizione di <<isolazionismo aereo>>[48].
Organizzazione geopolitica del mondo secondo De Seversky
Emisfero Occidentale Emisfero Eurasiatico
Cuore industriale Usa Cuore industriale Urss
Bombardieri Bombardieri
Area di contatto
§ 5.3. Un’altra espressione del primato della geostrategia: la rappresentazione geopolitica di Saul Cohen
La teoria di Saul Cohen esprime in altro modo il nuovo primato assunto dalla geostrategia, rappresentando il mondo con un sistema strutturato su due aree geostrategiche principali - ed una secondaria, l’India, pressochè ininfluente nel discorso complessivo che viene condotto - a loro volta divise in regioni geopolitiche tendenzialmente omogenee e dominate da spinte integrative interne.
Le due regioni geostrategiche principali sono l’Occidente marittimo e l’Oriente continentale, praticamente i due blocchi costituitisi all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il mondo secondo Saul Cohen
Rappresentazione cartografica

Fonte: Saul Cohen
Organizzazione geopolitica del mondo secondo Saul B. Cohen
Rappresentazione schematica
Regioni Geostrategiche
Mondo Commerciale Marittimo Mondo Continentale Eurasiatico
Regioni Geopolitiche
Anglo-Usa-Caraibica
Europa Marittima e Maghreb
Sud America
Africa Sub-sahariana
Oceania ( + Giappone e Corea del Sud)
Heartland ( con Europa Orientale )
Asia Cinese
Shatterbelts
Medio Oriente e Sud-Est Asiatico
All’interno del “mondo commerciale marittimo” si distinguerebbero cinque regioni geopolitiche (quella anglo-americana-caraibica, quella europea marittima allargata al Maghreb, il Sud America, l’Africa Sub-sahariana e l’Oceania, estesa questa a ricomprendere Giappone e Corea del Sud ).
Nel “mondo continentale” sarebbero riconoscibili, invece, due sole regioni : l’heartland sovietico, con le sue propaggini est-europee, e l’Asia cinese. Esisterebbero, fra le due regioni geostrategiche, delle zone di frattura o shatterbelts - regioni in realtà prive di tendenze integrative interne e suscettibili di frammentazione - che coinciderebbero con il Sud Est Asiatico e il Medio Oriente, probabili sedi di conflitti destinati a rimanere marginali, al contrario di quanto sostenuto da Randford.
Il messaggio di Cohen è chiaro. Da un lato, gli Stati Uniti non dovrebbero farsi sedurre dall’ipotesi del “domino”, rinunciando ad intervenire attivamente in Vietnam e nel conflitto arabo-israeliano. Dall’altro, in opposizione a quanto sostenuto da Spykman, Washington dovrebbe incentivare le spinte geopolitiche integrative attive o latenti nelle regioni facenti parte dell’Occidente marittimo, permettendo senza timori il rafforzamento delle singole aree geopolitiche del proprio blocco geostrategico.
§ 6. Gli attori ed alcuni concetti chiave della geopolitica: potenza, interesse, spazio e tempo
§ 6.1. Gli attori
La geopolitica ha reputazione di essere una disciplina “stato-centrica” ed effettivamente lo Stato-nazione è ancora centrale nel discorso geopolitico. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che lo Stato è tuttora l’ambito più elevato al quale è possibile definire con metodo democratico gli interessi nazionali e la geopolitica ha per fine proprio quello di facilitare questo processo.
Tuttavia, nel secolo che si è appena concluso, lo Stato ha perduto parte notevole della propria sovranità in molte dimensioni dello spazio politico, tanto verso l’alto, a favore di entità sovranazionali di varia natura, soggetti transnazionali, organizzazioni non governative, quanto verso il basso, a profitto di entità infranazionali pubbliche come le Regioni, i Comuni e le Province, e persino di soggetti privati, come le grandi imprese industriali e bancarie.
Raramente, la cessione della sovranità verso l’alto è stata dettata da impulsi di natura ideale. E’ stata invece spesso un espediente al quale gli Stati si sono risolti per recuperare in parte una capacità di agire comunque compromessa.
Nel caso dell’Unione Economica e Monetaria Europea, ad esempio, la scelta di rinunciare al possesso di divise nazionali e alla determinazione in sede nazionale della natura della politica monetaria è discesa dalla constatazione che la gran parte dei Paesi europei subiva passivamente le decisioni sui tassi d’interesse che assumeva la Bundesbank tedesca senza poter utilizzare alcuno strumento per condizionarla. L’Euro e la creazione della Banca Centrale Europea sono stati così il modo escogitato dai Paesi che hanno aderito al progetto per recuperare “pro quota” una sovranità di fatto perduta a suo tempo per effetto della evidente supremazia conquistata nella sfera finanziaria dalla Repubblica Federale Tedesca[49].
Non a caso, vi si è sottratta finora la Gran Bretagna, che aveva conservato la capacità di definire autonomamente le caratteristiche della propria politica monetaria anche nel corso degli anni ottanta.
Questa interpretazione concorre a spiegare anche perché lo stesso processo integrativo in Europa non si sia ancora verificato nella sfera della difesa, dove non esiste un Paese europeo significativamente superiore agli altri, ma ve ne sono almeno due, la Gran Bretagna e la Francia, ciascuno dei quali ha una propria visione del mondo e dei rispettivi interessi nazionali che non permette alcuna forma di fusione. In assenza di una leadership continentale in grado di agire da coagulante, nel settore militare gli europei hanno quindi preferito comprimere la propria sovranità nell’ambito del rapporto con gli Stati Uniti, sia attraverso che fuori la Nato.
La cessione di sovranità verso l’alto è stata decisa quando si è rivelata per tutti funzionale alla promozione degli interessi nazionali, come si è verificato, sempre in Europa, sul terreno della politica commerciale ed industriale.
Gli interessi commerciali dei Paesi dell’Unione Europea, infatti, sono oggi tutelati esternamente in modo collettivo dal rappresentante dell’Unione alla World Trade Organization in modo molto più efficace anche dal punto di vista dei Paesi membri di quanto non sarebbe stato possibile fare con i rappresentanti dei singoli Stati membri.
Gli Stati hanno ceduto volontariamente porzioni della propria sovranità anche perché si è rivelato talvolta nel loro stesso interesse tentare di stabilire degli organi globali di governance settoriale, come appunto è avvenuto nel caso del commercio con la Wto, cui hanno insistentemente chiesto di aderire anche la Cina e la Federazione Russa.
Ma non è mai stata concreta la prospettiva, spesso invocata dagli istituzionalisti liberali e dalla scuola idealista, della creazione di un governo mondiale a partire dalle Nazioni Unite. Ciò, in fondo, è persino positivo, in quanto riuscirebbe estremamente problematico escogitare un meccanismo idoneo a garantire la democraticità delle decisioni che venissero eventualmente assunte in quella sede.
Tuttavia, le Nazioni Unite sono sicuramente un soggetto geopoliticamente rilevante, in quanto depositarie del potere di legittimare la guerra, così come sta assumendo spessore geopolitico il G8.
L’erosione della sovranità statale è evidente anche sotto altri profili e dipende non poco dalla porosità delle frontiere moderne, che sono state scardinate sia dagli sviluppi della tecnologia che dalla decisione maturata in sede politica di ridurre gli ostacoli un tempo frapposti alla libertà di circolazione delle persone e delle merci.
Si sono affermati, e prepotentemente, nuovi soggetti transnazionali come le grandi organizzazioni non governative di carattere internazionale e, da ultimo, i network del terrore e della grande criminalità organizzata, i cui comportamenti sono oggetto di studio non solo criminologico ma anche geopolitico, ciascuno di essi esprimendo potenza e perseguendo propri interessi.
L’erosione dal basso è invece un fenomeno storicamente più recente ed è in parte anche una risposta alle nuove esigenze di competitività e tutela identitaria suscitate dall’avanzata del processo di globalizzazione.
Parallelamente alla cessione di sovranità verso l’alto, gli Stati hanno subito un processo di compressione delle loro competenze ad opera degli enti locali e dei corpi intermedi come le Regioni che, in Italia, a dispetto delle previsioni della Legge e della stessa Costituzione, stanno accrescendo da oltre un decennio il proprio profilo internazionale, sviluppando una vera e propria politica estera. Il Friuli-Venezia Giulia, attraverso l’associazione interregionale Alpe Adria, ha ad esempio svolto un ruolo di primo piano nel sostegno alla secessione della Slovenia e della Croazia dalla Federazione Jugoslava proprio mentre la Farnesina sosteneva l’ultimo tentativo del premier Markovic di mantenere l’unità della Jugoslavia.
Persino Comuni e Province, ormai, fanno politica estera, non solo approvando risoluzioni che, per la verità, lasciano il tempo che trovano, ma anche dando vita ad importanti iniziative nel campo della cooperazione allo sviluppo, come ha fatto ad esempio il Comune di Bologna, che si è gemellato negli anni novanta con la città di Tuzla in Bosnia allo scopo di sostenerne la ricostruzione.
Un peso geopoliticamente notevole, infine, lo stanno assumendo le confessioni religiose organizzate, ed in particolare la Chiesa Cattolica, che dal punto di vista geopolitico è da considerarsi a tutti gli effetti una grande potenza dotata di interessi globali. Fatto, questo, che è foriero di particolari conseguenze per l’Italia, Paese che ospita sul suo territorio il vertice della Chiesa Cattolica, ma che possiede un peso geopolitico sulla scena internazionale indubbiamente inferiore a quello del Vaticano.
La geopolitica tiene conto di questi sviluppi e presta grande attenzione allo studio del comportamento di questi nuovi soggetti, anche se, naturalmente, non è in grado di esprimere alcuna raccomandazione che possa essere loro indirizzata.
Lo Stato resta, infatti, il punto d’arrivo e l’ispirazione della politica nazionale il suo obiettivo principale.
§ 6.2. La potenza
Il potere è il fenomeno geopolitico per eccellenza. E’ la capacità di incidere sull’ambiente politico internazionale funzionalmente ai propri obiettivi, sia nel senso della conservazione dello status quo, che nel senso della sua modificazione.
Il potere – e la potenza dello Stato che ne è la manifestazione suprema a livello aggregato – è il risultato della combinazione di due insiemi di fattori: le risorse materiali e la propensione effettiva o presunta ad utilizzarle sulla scena internazionale.
Le risorse materiali sono la base oggettiva della potenza nazionale. Possono essere di varia natura: militari, economiche, territoriali e demografiche.
Mearsheimer, un po’ riduttivamente, sostiene che l’unico fattore di potenza effettivamente rilevante siano le risorse militari, ed in particolare le capacità degli eserciti che possono invadere il territorio di altri Paesi e rovesciarne i regimi politici[50]. Economia e demografia rileverebbero solo in quanto variabili suscettibili di generare forza militare. Ma si tratta di una prospettiva angusta, che non permette di capire come, ad esempio, la Repubblica Federale Tedesca sia riuscita a negoziare alla fine degli anni ottanta con l’Unione Sovietica i termini della propria riunificazione nazionale e dell’allontanamento dell’Armata Rossa dalla Germania dell’Est sfruttando semplicemente la propria potenza geoeconomica.
In realtà, le basi oggettive della potenza vanno valutate nel loro complesso ed in una prospettiva dinamica. La forza militare, che tende a produrre i propri effetti in tempi rapidi, è sicuramente il fattore più immediatamente spendibile nella determinazione della gerarchia di potenza.
Neppure la forza militare, però, può arrestare un processo di ridefinizione della gerarchia internazionale che trovi le sue basi in una ponderosa crescita delle risorse economiche a disposizione delle potenze emergenti. L’applicazione di una violenza distruttiva non ha bloccato il processo di crescita della Germania e del Giappone, ma si è limitato a rallentarlo. Oggi, infatti, a dispetto del possesso di una forza militare ridotta rispetto a quella di cui dispongono gli Stati Uniti e la Federazione Russa, Germania e Giappone fanno parte del G8 ed ambiscono con buone probabilità di successo ad entrare nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come membri permanenti, fianco a fianco di quelli che furono i vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Uno sviluppo economico a dir poco tumultuoso, inoltre, fa già della Repubblica Popolare Cinese una nuova superpotenza in nuce.
E’ però vero che la potenza economica non si traduce immediatamente in potenza politica. L’Italia vanta un prodotto interno lordo che è circa il triplo di quello della Federazione Russa, ma è soltanto una media potenza, al contrario della Russia, che dispone ancora di un ingente deterrente nucleare, di un territorio enorme che la rende bicontinentale e di una popolazione che è quasi tre volte quella italiana, ed in ragione di questi fattori può ancora considerarsi un grande potenza.
Non vanno infine sottovalutate le risorse demografiche, i cui grandi trend muovono impercettibilmente la storia modificando gli equilibri internazionali. E’ forse un caso, ma come nota Samuel Huntington, l’Europa ha dominato il mondo quando era uno dei continenti demograficamente più ricchi ed era perciò stesso in grado di sacrificare parte delle proprie risorse umane nell’impresa di conquistare ed amministrare degli imperi. Oggi che invece rappresenta una porzione via via decrescente della popolazione mondiale, e per di più in grave invecchiamento, l’Europa vede progressivamente ridurre il proprio ruolo geopolitico.
Si tratta di un dato preoccupante, perché l’indebolimento demografico e l’invecchiamento complessivo della popolazione potranno rivelarsi gravi elementi di debolezza di questa parte dell’Occidente che ha di fronte a sé Paesi estremamente dinamici e prolifici.
Incidenza percentuale delle diverse civilizzazioni sulla popolazione mondiale
|
|
Civiltà Occid. |
Civiltà Africana |
Civiltà Sinica |
Civiltà Indù |
Islam |
Civiltà Giapp. |
Civiltà Latino-americana |
Civiltà Ortodossa |
|
1900 |
44,3 |
0,4 |
19,3 |
0,3 |
4,2 |
3,5 |
3,2 |
8,5 |
|
1920 |
48,1 |
0,7 |
17,3 |
0,3 |
2,4 |
4,1 |
4,6 |
13,9 |
|
1990 |
14,7 |
8,2 |
24,3 |
16,3 |
13,4 |
2,3 |
9,2 |
6,5 |
|
2025 |
10,11 |
14,4 |
21,0 |
16,9 |
19,2 |
1,5 |
9,2 |
4,9 |
Fonte: Samuel P. Huntington, 2000
Le risorse demografiche tendono ad essere considerate un fattore geopolitico relativamente stabile nel tempo. Ma non si deve ritenere che esse non possano essere l’oggetto di una geopolitica volontaria mirante al condizionamento dei trend culturali profondi che determinano le variazioni di popolazione, ad esempio con incentivi monetari alle famiglie ed altre politiche di sostegno.
Esistono casi storici di Stati che abbiano condotto politiche attive per la demografia allo scopo dichiarato di accrescere la potenza nazionale. E’ il caso ad esempio dell’Italia degli anni trenta del secolo scorso, che tuttavia confuse lo sviluppo del manpower da avviare alle armi con l’aumento effettivo della potenza militare. In una prospettiva più moderna, un ulteriore esempio è probabilmente rappresentato dalla Francia contemporanea, che da alcuni anni stimola la natalità tanto in funzione dell’obiettivo interno di assicurare la tenuta a lungo termine dello Stato sociale quanto, probabilmente, per invertire nella seconda metà del XXI secolo i rapporti demografici con la Germania che la vedono in posizione d’inferiorità dal 1870.
Huntington, ancora, sottolinea come un elemento inquietante per le prospettive future della civiltà occidentale il suo declino demografico relativo rispetto alle civiltà islamica e confuciana. Nel mondo arabo, in effetti, si sta diffondendo la mitologia della cosiddetta “vendetta della culla”, i cui effetti sono destinati a prodursi nel lungo periodo. L’importanza del fattore demografico è comunque chiaramente percepita in Israele, dove i dati sull’evoluzione relativa della componente ebraica ed araba della popolazione sono considerati d’interesse strategico, ed era altresì evidentissima nel Kosovo conteso.
Le risorse materiali sono comunque soltanto la base oggettiva della potenza. La potenza, infatti, dipende criticamente anche dalle percezioni che si diffondono nell’ambiente internazionale circa la rilevanza, la credibilità e la solidità di un attore geopolitico. In altre parole, a determinare la potenza effettiva di uno Stato interviene anche un cruciale elemento soggettivo: la disponibilità reale o presunta ad impiegare le risorse di cui si dispone per tutelare i propri interessi nazionali. Questo elemento psicologico collettivo assume le denominazioni più varie: affidabilità, credibilità, prestigio, reputazione ed altre ancora.
La credibilità ed il prestigio internazionale si acquisiscono lentamente nel tempo e possono essere perduti rapidamente, esattamente come il merito di credito di un’impresa. Sono il risultato del comportamento storico di un Paese nell’arco di lunghi periodi di tempo.
La perdita di credibilità agisce sulle componenti materiali della potenza demoltiplicandone gli effetti. Al contrario, un elevato prestigio internazionale permette ad uno Stato di sfruttare al meglio le proprie risorse materiali.
Il comportamento storicamente ambivalente dell’Italia in vicende storiche di grande peso nella memoria storica delle nazioni ancora oggi concorre a diminuire l’incisività della sua azione internazionale. Il ristabilimento della credibilità internazionale dell’Italia, compromesso l’8 settembre 1943, non si è infatti ancora perfezionato e vincola seriamente la politica estera italiana.
Oscillazioni e tentennamenti si pagano cari e riducono sensibilmente la possibilità successiva di tutelare gli interessi nazionali e promuovere i valori della comunità nazionale nell’ambiente internazionale.
La potenza, quale risulta dalla combinazione degli elementi oggettivi e soggettivi appena menzionati, si manifesta nello spazio con intensità decrescente a partire dal suo punto d’origine - la capitale ed il territorio nazionale dello Stato – dove è massima.
Tende a diminuire mano a mano che da tale punto di origine ci si allontani, ad una velocità che è funzione di vari fattori ed, in particolare, dell’entità delle risorse materiali di cui si dispone, del modo in cui sono sfruttate e del prestigio che la politica riesce a procurare allo Stato.
Una grande potenza generalmente avrà un raggio d’azione superiore ad una piccola, ma caso per caso occorrerà valutare in ogni singolo teatro la potenza relativa dei Paesi eventualmente in contrasto.
In alcuni casi, il superamento di quello che Clausewitz definiva “il punto culminante della vittoria” può infatti implicare l’instaurarsi di correlazioni di forze sfavorevoli al Paese teoricamente più potente. Quando ciò si verifica, il conflitto può risolversi a favore della potenza teoricamente inferiore, ma che giochi nel “cortile di casa”.
Il differente raggio d’azione è un concetto rilevante dal punto di vista pratico anche sotto un altro profilo: in presenza di interessi di natura globale che non possono essere perseguiti autonomamente, occorrerà infatti allearsi con potenze di rango maggiore.
E’ ciò che deve fare inesorabilmente l’Italia, che non dispone né del prestigio né delle risorse materiali che sono necessarie per assicurare i propri interessi nazionali.
§ 6.3. Gli interessi
E’ definibile interesse qualunque obiettivo in quanto concretamente perseguibile. La sua definizione risente quindi criticamente della potenza effettiva dello Stato. Ciò che per una grande potenza è un interesse, può infatti non esserlo per una piccola potenza. Gli interessi generali dello Stato sono denominati “nazionali”.
E’ degno di nota il fatto che la rilegittimazione del concetto di interesse sia proceduta in Italia di pari passo con il processo di rinascita della geopolitica, a riprova della finalizzazione di quest’ultima al confronto ed alla definizione degli interessi nazionali.
Il processo di identificazione degli interessi nazionali è politico. Si compie all’interno degli organi cui ciascun ordinamento demanda la formulazione della politica estera.
Gli interessi sono stati classificati da Carlo Jean impiegando sette ordini di criteri diversi:
a) per contenuto;
b) secondo la loro priorità;
c) secondo la loro estensione temporale;
d) secondo la loro ampiezza;
e) in base ai rapporti con gli interessi perseguiti da altri Stati o attori geopolitici;
f) in base al tempo necessario alla loro realizzazione;
g) con riferimento al carattere intermedio o finale dell’obiettivo che ne costituisce l’oggetto.
In base al contenuto, si distinguerebbero interessi economici, territoriali, politici ed ideologici. Era, ad esempio, un interesse ideologico dell’Unione Sovietica la diffusione del comunismo su scala mondiale, in quanto le permetteva di esercitare un’influenza politica planetaria.
La scala delle priorità porterebbe invece a classificare gli interessi nazionali in vitali o non vitali, strategici o non strategici, principali o secondari.
La diversa estensione temporale indurrebbe a separare gli interessi permanenti o di lungo periodo da quelli variabili. L’ampiezza del contenuto permetterebbe di riconoscere interessi generali e specifici.
I rapporti esistenti con quelli di altri Paesi possono rendere gli interessi nazionali comuni, complementari o conflittuali.
Il tempo necessario alla loro realizzazione può imporre di distinguere gli interessi a breve termine da quelli a lungo termine. E’ persino possibile che gli interessi a lungo termine della medesima sintesi politica siano antagonisti rispetto a quelli di breve periodo espressi dal medesimo ordinamento e che lo Stato debba quindi decidere quali sacrificare. La conquista di una superiore credibilità internazionale può ad esempio implicare la compromissione di rilevanti risorse umane e materiali quando si decida di partecipare ad un conflitto o ad un’operazione militare internazionale allo scopo di consolidare e confermare il proprio impegno in un’alleanza.
Possono infine presentarsi interessi indiretti, quando il loro perseguimento sia funzionale al conseguimento successivo di fini ulteriori.
A questi criteri di classificazione, come riconosce lo stesso Jean, possono aggiungersene anche altri, come ad esempio gli interessi storici, che affondano la loro origine nei miti fondatori delle nazioni e costituiscono un serio problema, data la loro difficile mediabilità in situazioni di conflitto.
Ma ne sono ipotizzabili altri ancora, ad esempio in relazione all’ampiezza dello spazio nel quale gli interessi nazionali debbono essere perseguiti. Si distinguerebbero, allora, interessi regionali, continentali e globali, permettendo la costruzione di vere e proprie mappature spaziali degli interessi nazionali, che andrebbero redatte tenendo conto del livello della potenza dello Stato.
Sono immaginabili, infatti, situazioni nelle quali una media potenza, quale ad esempio l’Italia, si trovi a dover perseguire interessi di carattere globale, come accade sul piano economico o su quello stesso della sicurezza militare. In questi casi, lo Stato non ha altra scelta che ricorrere alla stipulazione delle opportune alleanze, al cui mantenimento possono anche essere sacrificati alcuni interessi di breve termine o giudicati non vitali.
§ 6.4. La cornice spazio-temporale
Spazio e tempo sono, infine, la cornice entro la quale si sviluppa l’intera esperienza umana e delle creazioni dell’uomo.
Dello spazio, si è già detto. Quello che la geopolitica assume a punto di riferimento, attualmente, è uno spazio multi-dimensionale complesso, nel quale coesistono grandezze orizzontali, verticali e persino elementi di natura virtuale, come il cyberspazio.
Il tempo rileva come fattore in grado di modificare i fattori della geopolitica e di registrare le variazioni della distribuzione della potenza politica.
La storia altro non è che la geografia vista in una prospettiva dinamica, mentre la geografia altro non è che la fotografia di un istante storico.
§ 7. La terza fase. La geopolitica nell’età del dopo-Guerra Fredda. Nuove visioni del mondo: Fukuyama contro Huntington. La sintesi di Brzezinski. L’emersione della geoeconomia.
§ 7.1. La fine dell’ordine bipolare e il nuovo disordine internazionale
Con il 1989, come è noto, interviene un nuovo, profondo, mutamento nella struttura del sistema internazionale. Crolla il Muro di Berlino, si dissolve il Patto di Varsavia, l’Urss si disintegra. Viene meno l’ordine bipolare. Riemergono la conflittualità locale e regionale.
Sfuma così l’importanza della geostrategia e della geopolitica del nucleare, mentre riprendono quota le altre dimensioni - sociali, culturali, economiche e politiche - della geopolitica. Ciò si verifica perché gli Stati recuperano sovranità nella sfera politica e sono costretti a fronteggiare tutta una serie di nuovi fattori di rischio, ora più evidenti.
Con il disastro di Chernobyl, ad esempio, l’Europa sperimenta in tutta la sua gravità gli effetti di un incidente ad un reattore nucleare civile. Cresce poi la sensibilità verso fenomeni come il Global Warming, che interessano l’intero pianeta, ma il cui controllo mette in opposizione il Nord ed il Sud del mondo, traducendosi in forme di rallentamento più o meno coatto dello sfruttamento dell’ambiente a fini di sviluppo.
I differenziali di reddito, poi, in associazione con la sempre maggiore facilità ed economicità di movimento e l’integrazione del pianeta in un unico sistema di telecomunicazioni in tempo reale, incentivano massicci movimenti migratori, esponendo le società occidentali al rischio di dover modificare le basi giuridiche della propria convivenza, abbandonando le forme di “diritto mite” attualmente vigenti.
La geopolitica, così, si fa “critica” e multidimensionale, a somiglianza del concetto di sicurezza che si afferma ovunque.
L’arretramento geopolitico della Russia dopo il 1989

Fonte: Brzezinski, 1997
§ 7.2. I nuovi modelli generali degli anni ’90 e le loro implicazioni politiche
La ristrutturazione dello spazio in atto su scala tanto regionale quanto globale provoca comunque una nuova ondata di studi e ricerche.
Nella gran parte dei Paesi dove riemerge, la geopolitica produce analisi di situazione finalizzate alla preparazione della decisione politica, sul genere di quelle che in Italia pubblica la rivista Limes. Si formalizzano rappresentazioni degli interessi e si da veste anche cartografica ai programmi di trasformazione geopolitica dei Balcani, dell’Europa Orientale, dell’Africa e della stessa Unione Europea.
Negli Stati Uniti, invece, appaiono nuovi modelli interpretativi di carattere generale, che riflettono ipotesi e progetti per una politica estera di respiro mondiale.
Se ne distinguono almeno tre.
7.2.1. Francis Fukuyama: la fine della Storia ed il tramonto della geopolitica
Il primo lo propone Francis Fukuyama e risente senza dubbio dell’euforia del particolare momento storico nel quale viene concepito. Per Fukuyama, che scrive all’indomani del crollo del Muro di Berlino, il collasso del comunismo e l’implosione dell’Unione Sovietica avrebbero posto fine alla storia intesa come processo “direzionale” di tipo hegeliano, basato sul confronto e la contrapposizione tra modelli diversi ed antagonisti di organizzazione socio-politica.
La vittoria della democrazia liberale sarebbe stata l’esito della sua superiore capacità di soddisfare il bisogno di “riconoscimento” che muove l’azione umana e sarebbe negato da qualunque rapporto di schiavitù. La democrazia sarebbe quindi fatalmente destinata a rimpiazzare duraturamente tutti i regimi autoritari, favorendo l’avvento di un ordine più pacifico tra le Nazioni.
La competizione tra gli Stati si ridurrebbe conseguentemente alla composizione di interessi marginali – ad esempio, attraverso il ritocco dei confini - che non implicherebbero drammatici cambi di sistema. Neppure coloro che hanno abbattuto le Torri Gemelle, sostiene Fukuyama, sognerebbero di instaurare in America un sistema islamico radicale in luogo di quello democratico liberale.
In questo senso, la visione geopolitica che propugna Fukuyama, pur incorporando dosi considerevoli di determinismo, implica il definito tramonto della geopolitica intesa come dialettica di geo-ideee, ovvero tra contrapposti modelli ideologici di riorganizzazione del mondo.
Tuttavia, lo stesso Fukuyama nota, in alcune pagine del suo saggio La fine della Storia e l’ultimo uomo, come i Paesi islamici siano rimasti impermeabili, almeno finora, alla grande ondata che ha rovesciato a partire dagli anni ottanta i maggiori regimi autoritari e totalitari di destra e di sinistra[51]. In questo modo, il suo modello resta sufficientemente flessibile ed aperto agli adattamenti imposti dai più recenti eventi internazionali.
Commentando i fatti dell’11 settembre su Newsweek, Fukuyama farà del resto interessanti concessioni sotto questo profilo, definendo l’integralismo islamico come il nuovo fascismo, inteso come nemico della democrazia liberale occidentale, e coniando per descriverne le radici antimoderne l’inedito termine di “Islamo-Fascismo”[52].
7.2.2. Samuel Huntington e lo scontro di civiltà
Per Samuel P. Huntington, invece, la fine della Guerra Fredda avrebbe al contrario rimesso in moto la storia, modificando i paradigmi della competizione internazionale. La dialettica non si sarebbe affatto esaurita, perché “la conflittualità è universale” ed “odiare è umano”[53], anche se avrebbe cambiato forme e moventi.
Huntington è pertanto polemico nei confronti di Fukuyama e nel 1993 propone un modello interpretativo di natura geopolitica generale del processo di ristrutturazione avviato dalla caduta del Muro di Berlino.
Il nuovo criterio di aggregazione e disgregazione sulla scena internazionale sarebbe costituito dall’appartenenza od estraneità ad una civiltà definita primariamente sulla base del fattore religioso.
La civiltà occidentale, che per Fukuyama è destinata ad universalizzarsi, secondo Huntington sarebbe soltanto una delle maggiori espressioni della cultura e dell’organizzazione politica umana, in un mondo pluralistico nel quale si assiste alla rinascita delle altre maggiori civiltà, sotto la spinta del loro successo economico o della propria esuberante dinamica demografica: Islam, Ebraismo, Civiltà Induista, Civiltà Confuciana, Civiltà Giapponese, Civiltà Ortodossa, Civiltà Latino-Americana e Civiltà Africana.
I conflitti tenderebbero a scoppiare lungo le linee di “faglia” che separano le maggiori aree religiose del mondo, concentrandosi in particolare ai margini dell’Islam, i cui confini, sottolinea Huntington, “grondano sangue”.
Ciascuna delle parti in lotta farebbe valere i propri legami culturali con gli Stati affini, chiamando in causa la potenza leader della propria civiltà di appartenenza.
Proprio a tali potenze leader delle rispettive civiltà spetterebbe quindi il compito di ripristinare la pace e l’ordine. Ed effettivamente Huntington ritiene che l’unica possibilità di sedare conflitti di civiltà risieda nelle mediazioni “congiunte” che vedono protagoniste, oltre alle parti belligeranti, i Paesi leader delle aree culturali coinvolte. Si spiegherebbe in questo modo, grazie all’intervento russo sulla Serbia, il successo degli Accordi di Dayton ed, analogamente, a contrario, la mancata composizione del conflitto israelo-palestinese, che deriverebbe dal fatto che gli arabi non dispongono di una potenza leader della loro civilizzazione e dalla concomitante circostanza che Israele è in se stessa uno Stato-Civiltà superiorem non recognoscens.
Il pianeta, secondo Huntington marcerebbe comunque verso una forma di multipolarismo del quale sarebbero protagoniste 5-8 grandi potenze rappresentative delle maggiori civiltà della Terra. Il futuro concerto delle potenze sarebbe quindi sensibilmente differente da quelli conosciuti in passato, costituitisi quando dominavano le Nazioni occidentali, espressione della medesima cultura.
Nella visione di Huntington, questi sviluppi preparerebbero un futuro altamente instabile e conflittuale, nel quale i contrasti avrebbero una base identitaria invece di sorgere da contrapposizioni di interessi mediabili.
In questo contesto, l’Occidente potrebbe finire con il trovarsi in gravi difficoltà, costretto a giocare in difesa dalla crescita delle civiltà sino-confuciana ed islamica e dalla possibile alleanza tra le due.
E’ precisamente questo il discusso scenario dello “scontro di civiltà” che sembra essersi materializzato nei Balcani e, più recentemente, con gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.
Il pensiero di Huntington ha evidenti implicazioni politiche. La divisione dell’Occidente in due rami, quello Americano e quello Europeo, dovrebbe ad esempio essere evitata, proprio come sostiene, su basi del tutto differenti, Henry Kissinger, in quanto costituirebbe un grave fattore di indebolimento per un Occidente già declinante nel suo complesso.
Le diversità di affiliazione culturale, inoltre, limiterebbero le effettive possibilità di intesa con la Russia, che potrebbe sì essere un’alleata dell’Occidente, ma mai divenire una potenza parte organica della civiltà occidentale, essenzialmente cattolico-protestante, in quanto la Federazione Russa è la potenza leader della civiltà ortodossa.
Lo stesso discorso andrebbe fatto in relazione alla Cina, destinata ad assumere una posizione di primissimo peso non solo in Estremo Oriente, a discapito del Giappone, ma sul piano globale.
7.2.3. Brzezinski e la reinterpretazione di Spykman
Tra le due tesi, si colloca quella di Zbignew Brzezinski. In realtà, l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Carter muove dalla visione geopolitica di Spykman e si adegua all’evolversi della situazione internazionale.
La sua analisi si focalizza infatti sui rim eurasiatici, nei quali egli riconosce la sorgente della nuova instabilità. E’ su questi rim che, dopo il 1989, sarebbe apparso un “arco di crisi”, successivamente diventato “doppio”, che rappresenterebbe il nuovo fattore di turbamento dell’ordine internazionale.
Le zone instabili secondo Brzezinski

Fonte: Brzezinski, 1997
In un primo momento, che corrisponde alla redazione de “La grande scacchiera”, questo doppio arco di crisi viene prospettato come il teatro di un nuovo Great Game tra l’Occidente e la Russia, ma più recentemente è stato ridefinito come l’oggetto di un possibile accordo strategico di vasto respiro tra gli Stati Uniti, l’Europa, la Russia e forse anche la Cina, che condividerebbero l’interesse a ridurre le tensioni sui bordi della massa continentale eurasiatica.
E’ questo lo scenario della “Triade Geostrategica”, che vedrebbe gli Stati Uniti governare il pianeta attraverso tre relazioni bilaterali con l’Unione Europea, la Russia e la Cina.
Mosca dovrebbe essere associata alla Nato, Pechino all’Osce[54].
Può essere interessante notare come questa visione anticipi quella annunciata dal Presidente George W. Bush nei suoi due discorsi del 1° maggio 2001 alla National Defense University di Washington e del giugno successivo a Varsavia, in cui la Russia è stata per la prima volta definita un partner strategico degli Stati Uniti.
§ 7.3. La novità dell’approccio geoeconomico. Il problema della sicurezza economica e la crisi dello Stato
La quarta visione di carattere generale che si afferma dopo la caduta del Muro di Berlino è quella di Luttwak e trasla la rivalità tra le grandi potenze dal piano geostrategico a quello geoeconomico, dando espressione a preoccupazioni avvertite anche all’interno dei circoli degli economisti accademici.
La vittoria riportata sull’Unione Sovietica – questo era il messaggio di Luttwak – non avrebbe segnato il trionfo definitivo degli Stati Uniti, ma aperto un’epoca di gravi incertezze che sarebbe stata probabilmente caratterizzata dal declino economico americano ed avrebbe dovuto essere fronteggiata modificando l’approccio di Washington alle relazioni economiche internazionali. Per usare un’espressione che avrebbe dato il titolo ad uno dei suoi saggi più conosciuti, per Luttwak “il sogno americano era in pericolo”.
Al principio degli anni novanta, in effetti, si riteneva che il sistema economico internazionale centrato sugli Stati Uniti presto o tardi non sarebbe più stato in grado di funzionare correttamente, essendo venuto meno l’argine geostrategico alle spinte competitive che l’Urss aveva rappresentato per oltre un quarantennio ed essendo divenuti i competitori europei ed asiatici degli Stati Uniti troppo forti per le capacità americane di trainarli in caso di crisi.
Anche se avevano profittato di un’eccezionale fase espansiva che era durata più di un decennio, inoltre, gli Stati Uniti non erano riusciti a modificare la loro posizione di deficit verso il resto del mondo, rimanendo il Paese gravato dal più elevato debito estero planetario. Non producevano più, come nel 1945, il 50% del Pil mondiale, ma soltanto all’incirca il 25%, ed avrebbero dovuto solo alla circostanza che il dollaro continuasse ad essere la moneta centrale degli scambi internazionali il fatto di poter sostenere il deficit commerciale nel tempo. Assistevano, inoltre, impotenti al decollo delle economie europee ed asiatiche, avvenuto al riparo della protezione militare americana ed alimentato in parte dalla pratica di politiche unfair tollerate da Washington solo per non indebolire la coesione del blocco occidentale nel corso della Guerra Fredda.
Da quando queste cose vennero scritte, qualcosa è certamente cambiato. L’allarme sulla salute dell’economia americana è, ad esempio, rientrato, almeno per il momento, in seguito alla tumultuosa ripresa che si è verificata negli Stati Uniti nel corso degli anni novanta ed al concomitante declino fatto registrare dalle performaces europee e nipponiche.
Ma il modello ha esteso nel frattempo la sua presa al di fuori dei confini degli Stati Uniti.
Ciò è in fondo logico, perché la globalizzazione ha in un certo qual modo universalizzato le preoccupazioni legate alle prospettive economiche. Ovunque, in Occidente, ed ora anche in Giappone, a partire dallo scorso decennio si è iniziato ad avvertire in effetti un problema di sicurezza economica che fino all’11 settembre ha prevalso su quelli inerenti alla difesa militare.
Per effetto del tramonto del comunismo, dell’integrazione delle economie dell’Est Europeo e dell’Estremo Oriente nel mercato globale e dell’accresciuta mobilità dei capitali attraverso le frontiere, sono progressivamente tramontate consolidate certezze, quali l’aspettativa diffusa di redditi indefinitamente crescenti e la sicurezza dell’occupazione.
L’impresa e i capitali privati hanno conquistato la possibilità di scegliere dove andare a produrre e farsi tassare, mentre i lavoratori dipendenti sono rimasti ancorati al territorio nazionale, esposti al rischio della deindustrializzazione e della disoccupazione. Si è conseguentemente riaffacciato il “fantasma della povertà” che si credeva eliminato per sempre.
Lo Stato, dal canto suo, ha sperimentato una significativa diminuzione della capacità di governare l’economia, un fenomeno che ha finito con il mettere in discussione la tenuta del contratto sociale e quindi la sua stessa sopravvivenza.
Da un certo momento in avanti, lo Stato ha perso la capacità di giustificare la propria esistenza con l’obiettivo storico della difesa militare e con quello più recente della redistribuzione del reddito, adottato in chiave di contenimento delle rivendicazioni di stampo socialista, indebolendosi nei confronti di quelle forze che constatavano come l’appartenenza ad uno Stato nazionale fosse mediamente più costosa di quella ad uno Stato regionale.
Alcuni Paesi non hanno sopportato queste tensioni e si sono frantumati, come la Ex Jugoslavia e la stessa Cecoslovacchia. Pressioni significative contro lo Stato centrale sono emerse persino in Italia.
Questi sviluppi spiegano lo straordinario successo incontrato dal paradigma geoeconomico a partire dalla prima metà degli anni ’90, periodo nel quale divenne parte della dottrina ufficiale dalla prima Amministrazione Clinton.
Il successo è stato di tali dimensioni che si è ipotizzata la possibilità che la geoeconomia rimpiazzasse definitivamente la geostrategia al centro della geopolitica[55].Lo Stato, infatti, sarebbe stato in grado di risalire la china solo adottando un approccio geoeconomico alle relazioni con il resto del mondo e, quindi, dandosi come obiettivi prioritari il miglioramento della propria posizione nella divisione internazionale del lavoro, la tutela della competitività del sistema-paese e la difesa del processo di autoriproduzione della ricchezza nazionale.
Tale ipotesi è sembrata estremamente concreta fino all’11 settembre. Oggi si tende invece a relativizzarne la portata, considerando la geoeconomia una parte essenziale ma non lo strumento esclusivo della geopolitica.
Gli obiettivi assegnati dalla geoeconomia allo Stato si sono rivelati fin dall’inizio molto più difficili da conseguire dei tre perseguiti nel passato - la difesa militare, il mantenimento dell’ordine pubblico e la diffusione del welfare - e ciò a causa di due dati nuovi.
In primo luogo, l’ambiente in cui lo Stato sarebbe stato chiamato ad operare si sarebbe identificato con un sistema economico integratosi su scala planetaria e sempre più competitivo.
In secondo luogo, mentre stava recuperando sovranità nelle dimensioni orizzontali della geostrategia, dopo la fine della Guerra Fredda lo Stato ha continuato a perdere sovranità nella sfera economica, trasferendone porzioni sempre più grandi sia verso l’alto, cioè verso i fori multilaterali e sovranazionali, come Wto-Gatt ed Ue, che verso il basso, per l’azione erosiva operata dalle Regioni, dalle Banche centrali, dalle imprese industriali e bancarie e, soprattutto da milioni di singoli operatori privati.
Rispetto a quelli tradizionali della geostrategia e della geopolitica classica, la geoeconomia avrebbe quindi dovuto prendere in considerazione un numero maggiore di attori.
Non si sarebbe più trattato soltanto di Stati, fori multilaterali o alleanze, né di Regioni, gruppi terroristici o altro, perché sarebbero entrate in gioco le incontenibili forze dell’economia di mercato: quindi, le imprese, industriali e del credito, le agenzie di rating che orientano il brokeraggio internazionale, e, soprattutto, la nuova massa di manovra costituita dall’insieme dei cittadini - di volta in volta considerati come produttori e percettori di redditi, risparmiatori ed investitori capaci di movimentare la ricchezza con la rapidità delle proprie decisioni, fino a produrre incontrollabili “effetti valanga”.
Tale massa non sarebbe più stata mera spettatrice passiva ed oggetto delle decisioni dei governi.
L’ingovernabilità e la potenza di questa massa anonima sarebbero emerse più volte nel corso degli anni novanta: nelle settimane critiche che segnarono l’uscita dell’Italia dallo Sme nel settembre 1992 e quelle più recenti che rischiarono di compromettere il miracolo economico di diversi Paesi asiatici, ad esempio, nel breve volgere di una giornata giunsero ad essere scambiate attività sui mercati finanziari mondiali per non meno 1.500-2.000 miliardi di dollari, pari quasi al doppio dell’intero stock del debito pubblico italiano, senza che i Paesi interessati potessero fare alcunché.
§ 8. La geoeconomia
§ 8.1. Per una definizione di geoeconomia
Il modo più comodo di definire la geoeconomia è di rifarsi alla definizione di geopolitica. Del resto, alcuni autori preferiscono impiegare il termine <<geopolitica economica>>[56].
Su queste basi, la geoeconomia può essere definita come una teoria dell’azione politica sullo spazio economico. Anche in questo caso, il richiamo alle due componenti del termine ( -geo ed -economia ) è evidente.
Al prefisso - geo, infatti, corrisponde il carattere spaziale della geoeconomia. Ci si muove in uno spazio concettuale deterritorializzato, quello economico, sul quale i singoli sistemi paese competono per ritagliarsi le quote di mercato maggiori o per conquistare la leadership delle produzioni ad alto valore aggiunto, che garantiscono redditi più elevati ai fattori produttivi impiegati. Al suffisso -economia si associa invece l’elemento teorico, che s’identifica nel primato della politica economica estera.
Questo concetto è una delle forme in cui si può esprimere l’approccio realista in campo economico - un altro, del tutto coincidente, è il concetto di real-economik. In questo approccio, inoltre, le radici del benessere sono identificate nel successo economico internazionale e nella maggior competitività sui mercati mondiali del sistema-paese considerato.
Gli Stati competono tra loro promuovendo gli interessi dei rispettivi sistemi-paese in modo tale da migliorare la propria posizione nella divisione internazionale del lavoro, anche ricorrendo a violazioni più o meno sistematiche delle regole che governano l’economia internazionale, promuovendo pratiche unfair, creando e sfruttando posizioni di indebito vantaggio che si sovrappongono, distorcendolo, al libero gioco delle forze di mercato.
L’importanza preminente del successo nella competizione internazionale ai fini dello sviluppo sta in due fattori :
n solo i mercati mondiali permettono di raggiungere le scale minime di produzione efficiente richieste per ammortizzare i costi da sostenere per operare nei comparti ad alta tecnologia ;
n gli scambi internazionali crescono più velocemente di quelli su scala nazionale o regionale da diversi decenni.
Del resto, tutte le successful stories in campo economico degli ultimi decenni sono state il frutto di una felice applicazione del modello di sviluppo export-led . Di contro, ogni paese, anche florido, che si abbia scelto la strada dell’import substitution, è andato incontro ad un drammatico declino economico.
§ 8.2. Il contributo degli economisti alla geoeconomia
Se la geoeconomia è real-economik, l’economia internazionale considerata realisticamente, la teoria economica tradizionale degli scambi con l’estero può essere considerata ideal-economik. Un modello ideale, quindi, una specie di punto di riferimento e d’arrivo.
Peraltro, anche gli economisti - in parte e con dei distinguo se non altro terminologici - hanno dato e continuano a dare un loro contributo alla geoeconomia, come gli strateghi ed i politologi hanno fatto in campo geostrategico e geopolitico.
Lo hanno fatto prestando i loro modelli teorici all’interpretazione della realtà politico-economica sia interna che internazionale. Accantonando la Scuola della Public Choice, che analizza e dimostra i vincoli e condizionamenti politici gravanti sul ciclo economico interno, si allude qui soprattutto ai sostenitori del New Economic Thinking, riunitisi inizialmente intorno alla figura di Paul Krugman[57], prima che questi se ne dissociasse platealmente, definendo la competitiveness una Dangerous Obsession[58].
A costoro si aggiungono poi alcuni economisti vicini alla prima Amministrazione Clinton, come Zysman, la D’Andrea, Borrus[59], nonché accademici prestigiosi come Lester C. Thurow , autore di due saggi tradotti con un certo successo anche in Italia: Testa a testa e Il futuro del capitalismo.
Questi economisti accademici hanno tutti qualcosa che li accomuna: l’esigenza pratica di spiegare il declino relativo dell’economia americana al principio degli anni novanta nei confronti delle sue competitrici asiatiche ed europee e di comprendere gli elementi vincenti dei modelli di organizzazione politica ed economica applicati da nuovi major player ora rivali degli Stati Uniti.
Nel cercare una risposta a questi interrogativi, questi economisti avrebbero scoperto che nell’Occidente coesistono almeno due modelli di organizzazione dei rapporti tra Stato e mercato. A quello anglosassone che tutela la libera concorrenza e, per questa via, il consumatore, infatti, si affianca quello dell’economia di produzione, che si caratterizza per un marcato interventismo statale nell’economia e per il fatto di privilegiare il cittadino nella sua natura di produttore. Proprio quest’ultimo sistema sarebbe stato responsabile dell’arretramento statunitense, così si diceva, sia sotto il profilo dei redditi medi che sotto il profilo macroeconomico dei conti con l’estero. Oggi, mutate le circostanze, sono invece numerosi coloro i quali ritengono all’opposto che l’attuale declino europeo e nipponico si debbano proprio ad un eccesso di interventismo statale nell’economia.
Merita comunque di essere descritta la base teorica del ragionamento sottostante all’approccio geoconomico.
Nei suoi settori più avanzati tecnologicamente, l’economia internazionale tenderebbe - data la complessità delle produzioni ad alto valore aggiunto, che richiedono investimenti massicci, il raggiungimento di scale minime di produzione molto grandi, la maturazione di una lunga esperienza nel campo ecc. - a strutturarsi su ristretti oligopoli in competizione tra loro. Possedere uno di questi produttori oligopolistici assicurerebbe un vantaggio a tutto il sistema-paese, che si gioverebbe nel suo insieme di redditi più alti anche per i meccanismi distributivi del reddito[60].
Conseguentemente, i poteri pubblici dovrebbero lavorare per far emergere e successivamente difendere propri <<campioni nazionali>> nei settori critici ad alto valore aggiunto.
Ciò potrebbe essere fatto con misure più o meno dirette d’intervento o creando un ambiente politico-economico favorevole al successo di un <<campione geoeconomico>> nazionale, come fa il governo olandese nei confronti della Philips e, in misura diversa, quello italiano verso la Fiat[61].
§ 8.3. La Geoeconomia come dottrina e prassi politica
Si scivola così dal campo descrittivo a quello normativo. La geoeconomia, infatti, ha un fine pratico e tende a dar vita a vere e proprie dottrine, i cui destinatari sono i decisori politici.
Come dottrina, la geoeconomia è essenzialmente un corpo di prescrizioni che mirano alla riforma dello Stato ed alla sua conseguente rilegittimazione.
In base a tali indicazioni, lo Stato dovrebbe specializzarsi nella fornitura di un servizio essenziale - la difesa della competitività internazionale del sistema-paese nell’economia globale - con tutti gli strumenti a sua disposizione, sul piano interno quanto sul piano internazionale, utilizzando le misure suggerite dai teorici del New Economic Thinking ed altre di varia natura, allo scopo di preservare la tenuta del contratto sociale dalla c.d. “rivolta dei ricchi”, la contestazione delle regioni e dei ceti produttivi, che non accetterebbero più di contribuire al finanziamento delle spese pubbliche in assenza di adeguate contropartite in termini di efficienza economica[62].
Quando si materializza in decisioni politiche mirate - chiaramente connesse ad un disegno di sviluppo della competitività del sistema paese - la geoeconomia diviene infine prassi. Assume allora la forma di un insieme delle misure concretamente prese dagli attori geoeconomici per migliorare la propria posizione sullo spazio economico e, così facendo, accrescere la ricchezza e migliorare lo status internazionale dello Stato.
§ 8.4. Strumentalità della geoeconomia. La geoeconomia al servizio di interessi geostrategici e geopolitici.
La geoeconomia, quindi, realizza anche interessi geopolitici. L’aumento o conservazione dei livelli acquisiti di benessere ed influenza anche politica è infatti un obiettivo di natura geopolitica oltreché geoeconomica.
La geoeconomia è, pertanto, uno strumento della geopolitica. Attraverso misure che incidono sulla divisione internazionale del lavoro, infatti, la geoeconomia modifica indirettamente la distribuzione mondiale del potere politico e consolida le istituzioni.
Questa strumentalità degli strumenti economici alle finalità politiche non è in effetti un fatto nuovo, ma è stata in passato in un certo senso fraintesa e limitata ad alcune ipotesi circoscritte:
n il ricorso a strategie anti-risorse, miranti a colpire le capacità economiche dei paesi nemici in un contesto di guerra aperta;
n l’accumulazione del tesoro di guerra nel protezionismo bullionista, che doveva servire a finanziare le guerre del re, condotte con eserciti nazionali e costose artiglierie ;
n il protezionismo industriale, anch’esso più o meno mirante ad accrescere le risorse - in questo caso industriali - della nazione in vista della guerra;
n l’impiego delle sanzioni, il ricorso all’embargo strategico e la pratica degli aiuti condizionali allo sviluppo, per influenzare il comportamento politico di uno Stato o rallentarne il progresso tecnologico, economico e militare;
n l’utilizzo di manovre speculative sui cambi, come all’epoca della crisi di Suez, quando per convincere la Gran Bretagna a desistere dall’occupazione del Canale, gli Stati Uniti abbandonarono al suo destino una sterlina in difficoltà sui mercati finanziari internazionali ;
n l’adozione di una vera e propria strategia di guerra o distensione economica, mirante all’esaurimento economico di una potenza rivale a medio-lungo termine o alla sua neutralizzazione politica attraverso l’integrazione nel proprio sistema economico .
In questi casi, però, l’economia venne utilizzata più come uno strumento diretto della geostrategia che della geopolitica.
L’impatto sulla geopolitica era, infatti, in un certo senso mediato dalla geostrategia, perché in fondo ci si muoveva sulle dimensioni orizzontali dello spazio politico. Non si perseguiva il fine di accrescere la ricchezza interna del paese, quanto piuttosto obiettivi di tipo politico e strategico, come l’acquisizione delle risorse necessarie allo sforzo bellico, la distruzione delle capacità avversarie o il condizionamento del comportamento internazionale di uno Stato.
Nell’approccio geoeconomico contemporaneo si esce da questi steccati, perché si agisce con strumenti politici ed economici (raramente militari) per produrre un risultato economico che è l’obiettivo finale, ancorchè si traduca in un vantaggio geopolitico, dato che la tutela del processo di autoriproduzione della ricchezza nazionale è un interesse geopolitico fondamentale.
§ 8.5. Le misure strutturali interne
Esistono diverse tipologie di misure adottabili in funzione della competizione geoeconomica internazionale. Alcune, intervenendo all’interno del sistema-paese per renderlo più competitivo, si risolvono in interventi strutturali interni assimilabili all’<<organizzazione della nazione per la guerra>> con la quale, nel passato, gli Stati si predisponevano ad affrontare la competizione militare internazionale. Altre, invece, intervengono più specificamente nella dinamica dei rapporti commerciali e finanziari intrattenuti da un paese con l’estero.
Misure strutturali interne
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Obiettivi |
Tipo di misura |
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Miglioramento della reattività del decision making |
Riforma costituzionale che accresce il potere dell’esecutivo sul legislativo e che accentua la preminenza del premier |
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Miglioramento della gestione della finanza pubblica |
Riforma della Legislazione di spesa, con sottrazione di potere al Parlamento e suo trasferimento al Governo |
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Stabilizzazione monetaria e finanziaria |
Politiche di riduzione del deficit-debito pubblico ed aumento dell’autonomia della Banca Centrale |
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Aumento degli investimenti diretti esteri nel paese |
Privatizzazioni mirate e normativa sociale e fiscale favorevole alle imprese |
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Miglioramento del capitale umano nazionale |
Riforma dell’istruzione |
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Miglioramento del capitale fisso sociale |
Autostrade, ferrovie ed autostrade informatiche |
Le misure strutturali interne hanno per obiettivo quello di ridurre i fattori di vulnerabilità interni al sistema paese e di potenziarne i punti di forza. Costituiscono una categoria estremamente ampia di misure, che comprende gli interventi sulla costituzione politica ed economica del Paese così come le politiche infrastrutturali per lo sviluppo del capitale fisico ed umano della nazione. Quest’ultimo sembra essere sempre più importante, in un sistema produttivo che premia crescentemente la capacità intellettuale di creare valore aggiunto[63].
§ 8.6. Misure politiche ed economiche offensive e difensive
Le misure interagenti con l’estero sono, invece, le omologhe della schermaglia diplomatica e della prova di forza in campo geostrategico. Si dividono in offensive e difensive nonché sulla base della natura dello strumento impiegato.
Tra le offensive, si annoverano :
n le azioni militari di apertura dei mercati - sul modello dell’azione con la quale nel secolo scorso la Marina americana intimò al Giappone di aprire i propri porti ai commerci con l’Occidente, ormai un’ipotesi di scuola ;
n le iniziative offensive della diplomazia economica. Si tratta di esercizi negoziali, nei quali si cerca di monetizzare il potere politico di cui si dispone per modificare a proprio favore una situazione determinatasi in campo economico. Rientrano in questo caso i rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Giappone - che sono spesso scivolati nella minaccia di sanzioni - nonché quelli bi-multilaterali, come quelli non meno burrascosi intrattenuti dagli stessi Stati Uniti con l’Unione Europea. L’obiettivo resta sempre quello di favorire l’apertura dei mercati di cui si sospetta la scarsa permeabilità. Ma l’oggetto del negoziato può essere anche più complesso: può riguardare, ad esempio, i rapporti di cambio tra le maggiori divise mondiali ( come nel caso dei vertici del Louvre e del Plaza, della seconda metà degli anni ’80, che pilotarono la discesa del dollaro dopo l’impennata d’inizio decennio), le regole basilari del commercio internazionale (Rounds del Gatt, Wto), la costituzione economica di un’entità politica (Unione Monetaria Europea), l’esito di una o più gare d’appalto internazionali ;
n i sostegni ed incentivi di varia natura alle esportazioni, con organismi e istituti come Ice, Sace, la tedesca Hermes e l’americana Eximbank che trasferiscono dal privato al contribuente parte del rischio d’impresa connesso all’export ;
n pratica di politiche industriali e commerciali di tipo c.d. “strategico”. Esemplare, in questo senso, è stata l’azione del MITI nipponico, che ha programmato a tavolino dagli anni sessanta in avanti la conquista di interi settori industriali, finanziando piani di ricerca e sviluppo e costringendo gli oligopoli nazionali a federarsi per concentrare gli sforzi. Questo tipo di caccia ai settori strategici, si è storicamente tradotta, sul piano interno nipponico, in alti prezzi al consumo, cui sono tuttavia corrisposti elevati redditi monetari da lavoro dipendente, e, sul piano esterno, in una vera e propria azione di killeraggio ai danni delle imprese leader dei settori presi a bersaglio : in genere, ma non solo, società statunitensi, che hanno lungamente sofferto una concorrenza “sleale” da parte nipponica[64]. In Italia, hanno avuto una logica “strategica” parzialmente assimilabile a quella del MITI nipponico il Piano Sinigaglia per la siderurgia e, forse ancor di più, l’azione dell’Eni di Mattei.
n l’attibuzione di funzioni geoeconomiche offensive all’intelligence pubblica, come l’alterazione della regolarità di una gara d’appalto internazionale e l’esercizio dello spionaggio industriale e finanziario.
Tra le difensive, invece, emergono:
n le azioni militari di protezione delle linee di approvvigionamento energetico, come quelle effettuate dalle potenze occidentali nel Golfo Persico all’epoca del conflitto fra Iran ed Iraq (1987-88); secondo alcuni studiosi, potrebbe essere considerata un caso estremo di operazione militare a finalità geoeconomica difensiva anche l’invasione irachena del Kuwait, avvenuta nell’agosto 1990, soprattutto ove fosse stata decisa per eliminare dall’Opec l’Emirato che sabotava sistematicamente tutti gli accordi raggiunti per restringere l’offerta petrolifera, e mantenere conseguentemente elevate le rendite garantite dall’oro nero, essenziali alla ricostruzione dell’Iraq[65];
n il ricorso alle barriere non tariffarie, come le normative tecniche o sanitarie definite dalle Pubbliche Amministrazioni per favorire le imprese nazionali. Esemplare, anche per originalità, è in questo campo lo stratagemma con il quale la Francia ritardò l’immissione sul proprio mercato interno della prima generazione di televisori ad alta definizione giapponesi, obbligando gli esportatori nipponici a sdoganare gli apparecchi in questione a Clermont Ferrand, e per di più in uffici mantenuti a ranghi ridotti. Questo genere di strumenti è utilizzato quando si desidera danneggiare gli importatori senza provocare ritorsioni internazionali contro le proprie esportazioni, che si verificherebbero inesorabilmente in seguito all’imposizione di dazi e contingentamenti ;
n le iniziative difensive della diplomazia economica, che differiscono da quelle offensive solo in ragione dell’obiettivo perseguito ;
n la manipolazione dei tassi di cambio, in particolare le svalutazioni competitive, che consentono di recuperare la competitività perduta per effetto della crescita dei costi interni. E’, però, questa un’arma in realtà a doppio taglio, dal momento che può alimentare una spirale viziosa di svalutazioni ed accelerazioni inflazionistiche. Può funzionare solo in presenza di circostanze eccezionali, ad esempio se associata ad una stretta fiscale interna, sul tipo di quella varata in Italia dal Governo Amato dopo l’uscita dallo Sme nel settembre 1992, o ad una efficace e rigorosa politica dei redditi concordata con i sindacati;
n l’attribuzione ai servizi pubblici d’intelligence di compiti nel monitoraggio degli investimenti diretti esteri, nel campo del controspionaggio e nella sorveglianza delle manovre di Borsa, nonché dell’early warning relativo alle scelte politico-economiche dei principali competitori del proprio sistema-paese.
§ 8.7. E’ una nuova forma di protezionismo ?
La geoeconomia non è però una forma moderna di protezionismo. Non almeno nel senso tecnico e politico del termine. E’, invece, una nuova forma di interventismo statale, che non mira a creare situazioni di inefficienza né a dar vita a settori al riparo della concorrenza mondiale.
Non tende neppure a sovvenzionare artificiosamente parte dei redditi interni, come è accaduto in Sud America per tutto l’arco della Guerra Fredda.
Il suo obiettivo non è in effetti il ritorno ad un’autarchia economica che la permeabilità delle frontiere ha del resto reso improponibile, ma il miglioramento della posizione nazionale sui mercati “globali”, agendo sui settori esposti alla concorrenza mondiale per accrescere la performance produttiva dei propri “campioni nazionali”. Né può identificarsi con l’ossessiva ricerca di avanzi commerciali strutturali, come si vorrebbe invece far credere. E’ invece l’acquisizione e la difesa di una posizione privilegiata nella divisione internazionale del lavoro, nonché della capacità di orientare le risorse finanziarie internazionali, fonti di per sé di prestigio e potere anche politico, come si è visto nel corso dei negoziati che precedettero la riunificazione tedesca e, poco più tardi, nell’autunno del 1992, quando la Repubblica Federale di Germania con un rialzo dei propri tassi d’interesse riuscì a trarre dai suoi partner europei le risorse necessarie ad avviare l’onerosa ricostruzione dei suoi nuovi Länder orientali.
E’ tuttavia vero che molte misure “geoeconomiche” implicano il rischio di una loro applicazione distorta. E’ proprio per questo, tra l’altro, che, secondo Luttwak, un prerequisito essenziale della loro efficacia è la preparazione e l’onestà della burocrazia che le gestisce[66].
§ 9. Il dibattito geopolitico russo. Occidentalismo, eurasismo ed approccio geoeconomico nella Federazione Russa
Specularmente a quello sviluppatosi negli Stati Uniti, negli anni novanta si è registrato un importante dibattito geopolitico anche all’interno della Federazione Russa. Ciò non è sorprendente, perché dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, la Russia è stata brutalmente posta di fronte al problema di ridefinire i propri interessi nazionali ed il proprio ruolo nel mondo.
Il confronto geopolitico è stato rilevante anche ai fini della dinamica politica interna, come prova la circostanza che uno dei lavori geopoliticamente più rilevanti della Russia post-sovietica – Geografia della Vittoria - sia stato scritto nel 1997 dal leader del Partito Comunista russo, Ghennady Zyuganov.
Le scuole geopolitiche maggiori si dividono sulla natura stessa della Russia e sulla sua identità culturale.
I fautori dell’occidentalizzazione della Federazione Russa, ad esempio, concepiscono la Russia come una potenza intrinsecamente connessa all’Europa e perseguono con decisione l’omologazione di Mosca nelle principali organizzazioni, alleanze e fori creati dall’Occidente: la Nato, il G8 e, per certi versi, la stressa Unione Europea.
Propugnano altresì la costruzione di una partnership strategica con gli Stati Uniti ed il Giappone e lo sviluppo di relazioni solo secondarie con la Cina ed i principali Paesi eurasiatici.
Ritengono conseguentemente sconsiderata ogni iniziativa che porti la Russia a disperdere le proprie energie nel vano tentativo di riprendere il controllo di un’Eurasia che è ancora dominata da forze e tendenze antiliberali.
Solo associandosi all’Occidente, secondo i sostenitori di questo approccio, tra i quali figurano autori come Dimitri Trenin, eminenti uomini politici della Presidenza Eltsin, del calibro di Igor Gaidar e Andrei Kozyrev, partiti come lo Jabloko di Javlinski, appena cancellato dalla Duma, e l’imprenditoria privata esposta alla concorrenza internazionale, la Russia potrà assumere nuovamente un ruolo di primo piano in Eurasia, introducendovi la democrazia liberale.
Più variegato appare, invece, il fronte degli eurasisti, che annoverano non meno di quattro correnti di pensiero, alcune delle quali non sono pregiudizialmente antioccidentali[67].
L’eurasismo russo rivendica l’eccezione culturale russa e la particolare identità della Russia, che si distinguerebbe tanto dall’Europa quanto dall’Asia. Nelle sue varianti più radicali, riecheggia gli accenti più antagonistici del continentalismo alla Haushofer, propugnando la ripresa del confronto tra terra e mare e la restaurazione dell’ordine bipolare.
Gli eurasisti russi sono stati raggruppati in quattro famiglie: quella dei geoeconomisti, quella degli “stabilizzatori”, quella dei “civilizzatori” e quella degli “espansionisti”.
I geoeconomisti ritengono che la Russia sia minacciata più sul terreno economico dall’emersione della Cina – secondo alcune stime destinata a produrre il 18% del Prodotto lordo mondiale entro il 2015, contro il 3% della Federazione Russa - che non dai tradizionali rivali geostrategici del passato come l’America. Fanno quindi proprie alcune caratteristiche della geopolitica “critica”, che è multidimensionale e sensibile al valore delle percezioni, e propugnano una politica di sviluppo incentrata sulla trasformazione della Russia in un grande corridoio di infrastrutture e comunicazioni tra l’Asia e l’Europa. Il mondo rimarrebbe dominato dall’Occidente, almeno in questa fase storica, ma ciò non necessariamente precluderebbe alla Russia la possibilità di divenirne un punto di riferimento, dato il carattere interdipendente e pluralistico del mondo della geoeconomia.
Tra i geoeconomisti russi, che non negano la peculiarità eurasiatica della Russia, si annoverano Serghei Rogov, Vladimir Kolosov e Nikolai Mironenko. I maggiori referenti politici dei geoeconomisti sono da ricercarsi tra i liberali, appena sconfitti alle elezioni politiche, e tra i partiti di governo.
Secondo gli “eurasisti stabilizzatori”, invece, la Russia ha l’essenziale missione di stabilizzare l’Eurasia. Metodo d’elezione è quello del controllo indiretto, da praticare attraverso lo sviluppo di politiche “multi-vettoriali”, cioè cercando alleati a tutto campo, guardando tanto ad Est quanto ad Ovest, valorizzando la centralità eurasiatica del Paese e perseguendo gli interessi nazionali russi. Per quanto possibile, quindi, la stabilizzazione non dovrebbe essere perseguita attraverso l’uso effettivo della forza militare, ma stabilendo strutture di sicurezza simili al Patto di Tashkent sulla sicurezza collettiva della Comunità degli Stati Indipendenti.
La Russia non sarebbe europea, dovrebbe restare una grande potenza e riproporsi come polo d’attrazione dell’Eurasia, senza tuttavia necessariamente divenire una potenza antioccidentale. Gli stabilizzatori avversano però la scuola occidentalista e le politiche a suo tempo perseguite dall’ex Ministro degli Esteri Andrei Kozyrev, eccessivamente subalterne alle politiche degli Stati Uniti. Sono stati invece vicini a Eugenyi Primakov, che come Primo Ministro avrebbe tra l’altro cercato di riposizionare la Russia approfondendo le relazioni bilaterali con i “Rogue States” del Medio Oriente. Trovano attualmente sostenitori nella burocrazia e nel settore privato dell’economia non esposto alla concorrenza internazionale. Un autore di spicco è Kamaludin Gadzhiyev.
I “civilizzatori” considerano invece la Russia ancora come una potenza antioccidentale ed imperiale, portatrice di una sua visione peculiare che dovrebbe essere difesa dalla contaminazione esterna.
Obiettivi dei civilizzatori sono la preservazione dell’autosufficienza culturale e dell’identità russa, che si manifesterebbero anche in un ordine economico differente da quello del mercato deregolato. Solo gli imperi possono essere autosufficienti ed è per questo motivo che i civilizzatori ritengono che la Russia debba restaurare l’Unione Sovietica.
Principali esponenti di questa scuola eurasista sono Ghennady Zyuganov ed il professor Nikolay Nartov. Propugnano un’espansione relativamente limitata della Russia entro i confini della vecchia Unione Sovietica, relazioni più strette con Cina, India e altre potenze eurasiatiche. Zyuganov sostiene anche la necessità di un’alleanza tra la Russia e l’Islam.
All’estremo di questo spettro ci sono gli “eurasisti espansionisti”, che si sono raccolti intorno al movimento socio-politico di estrema destra Eurasia, fondato il 21 aprile 2001 a Mosca[68], la rivista geopolitica Zavtra ed Alexandr Dugin. Interprete sulla scena politica del loro messaggio è senza dubbio il Partito Liberal-Democratico di Zhirinovsky[69].
La Russia, all’interno della loro visione, è una potenza deterministicamente destinata all’impero. L’Atlantismo e le potenze commerciali sarebbero la minaccia mortale incombente sull’identità della Russia, che sarebbe non solo politicamente, ma anche culturalmente antioccidentale, e sarebbe condannata ad espandersi ovunque possibile, per terra e per mare.
Nelle parole di Dugin: <<Russia e Occidente sono civiltà diverse, il reciproco contrasto è radicale e permanente, secondo la regola geopolitica del “o noi o loro”; non può essere realizzata con l’Occidente alcuna fusione, poiché l’Occidente si è rivolto a noi in modo cattivo>>[70].
Secondo gli eurasisti radicali di questa corrente, la Russia dovrebbe conseguentemente spingersi a promuovere la restaurazione dell’ordine bipolare[71], sia attraverso il raggiungimento di una intesa globale con Germania, Giappone ed Iran[72], che tramite la ripresa della vecchia strategia sovietica che mirava al decoupling tra le due sponde dell’Atlantico, ponendo l’Europa in rotta di collisione con gli Stati Uniti.
§ 10. Le ultime frontiere : la geofinanza e la geoinformazione.
Le ultime frontiere della geopolitica sono attualmente la geofinanza e la geoinformazione. Esprimono la crescente rilevanza politica del controllo dei flussi finanziari internazionali e sulla produzione e veicolazione di informazioni. Denaro e notizie, tra l’altro, viaggiano in tempo reale sulla stessa rete telematica globale, per cui la battaglia sulle loro dimensioni presenta molti tratti in comune[73].
Lo spazio della geofinanza è del tutto dematerializzato. Non ha confini, così come non ne ha più quello della geoinformazione, dopo l’avvento delle comunicazioni satellitari e delle reti orizzontali come Internet. Inoltre, su queste dimensioni dello spazio, la distribuzione del potere è particolarmente frammentata e fortemente privatizzata. Il mercato e le grandi catene mediatiche ( tipo Cnn ) ne sono i padroni effettivi, con grandi capacità di condizionare la stessa politica degli Stati.
Qui la sfida allo Stato è probabilmente massima, così come l’erosione di sovranità patita dai poteri pubblici ad opera dei privati, ed i Governi sono di fatto costretti a seguire le logiche del mercato. Ne deriva che gli Stati - in questi campi - debbono ricorrere a complesse strategie indirette, dovendo “orientare” a proprio vantaggio sia le forze di mercato che la produzione d’informazione. Donde la crescente attenzione riservata all’acquisizione di credibilità nei mercati ed all’elaborazione di strategie e tattiche di disinformazione o informazione mirata.
§ 11. Macrotendenze geopolitiche e geoeconomiche in atto
La fase di transizione apertasi con il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica si è conclusa con gli attacchi alle Torri Gemelle ed al Pentagono dell’11 settembre 2001.
Nel corso dello scorso decennio, il sistema geopolitico mondiale ha mutato architettura, perdendo uno dei due poli di riferimento che ne avevano condizionato la dinamica dal 1945 in poi, senza che si sia potuto affermare un nuovo ordine.
Il XX secolo è terminato sotto il segno di almeno cinque processi:
a) la grande ripresa geopolitica degli Stati Uniti, avviata dal conflitto del Golfo del 1991 e trainata da un decennio di straordinaria espansione economica, che hanno riproposto Washington nel ruolo di unica superpotenza mondiale;
b) l’apparizione della Repubblica Popolare Cinese quale potenza emergente sullo scacchiere economico e politico mondiale;
c) lo sviluppo della globalizzazione intesa quale integrazione economica del mondo in un mercato unico, sottoposta al tentativo regolatorio intrapreso dalla World Trade Organization e ad una forma di gestione collegiale da parte delle maggiori potenze geoeconomiche presenti nel G8;
d) la ricostituzione dell’autorità dello Stato in Russia;
e) il completamento del processo di integrazione economica e monetaria all’interno dell’Unione Europea.
Questi processi evolutivi erano ancora in corso quando la sfida lanciata da Al Qaeda ha messo gli Stati Uniti di fronte alla necessità di assumere in modo più netto la leadership mondiale.
Quanto è accaduto alla fine del 2001, quindi, costituisce probabilmente uno spartiacque che offre importanti spazi alla geopolitica, sia che si voglia credere allo scenario dello scontro di civiltà, sia che si propenda per una lettura più benigna del conflitto in corso tra gli Stati Uniti ed il network terrorista.
Considerando rilevanti tanto i fattori materiali dei rapporti di potenza quanto le percezioni dei diversi attori geopolitici, la disciplina potrà infatti rivelarsi estremamente utile nella comprensione dei fenomeni che si stanno producendo e tendono a rendere la scena politica internazionale sempre più complessa.
Ciò sembra essere particolarmente vero per l’Italia, le cui difficoltà attuali nascono dal fatto che i maggiori punti di riferimento utilizzati nel corso della Guerra Fredda per definire il proprio posizionamento internazionale stanno sviluppando visioni del mondo potenzialmente antagoniste.
Le coordinate della politica estera italiana sono state la fedeltà all’Alleanza Atlantica, cioè al rapporto con gli Stati Uniti nel campo della sicurezza, il perseguimento dell’integrazione europea e lo sviluppo di relazioni privilegiate con il Terzo Mondo ed i Paesi produttori di petrolio.
Questo assetto poteva esser fonte di difficoltà di ordine interno, posta l’affiliazione di fatto di parte del sistema politico nazionale al blocco guidato dall’Unione Sovietica, ma dal punto di vista esterno non suscitava problemi, poiché Stati Uniti, Germania, Francia e Santa Sede si trovavano tutti dal medesimo lato della “cortina di ferro”.
Quanto è accaduto dopo gli attacchi dell’11 settembre ha fatto drammaticamente emergere un dato strutturale con il quale la diplomazia e la politica di sicurezza nazionale italiana saranno chiamate a fare i conti nei prossimi decenni: la divaricazione degli interessi dei principali punti di riferimento della politica estera italiana, che è stata addirittura eclatante nella vicenda della crisi irachena. Washington, Parigi, Berlino ed il Vaticano non agiscono più di concerto sulla scena internazionale.
Per certi versi, l’Italia sembra pertanto essere ripiombata nella difficile situazione antecedente allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando ogni scelta di posizionamento obbligava Roma a sacrificare il rapporto con la principale potenza continentale o quello con la principale potenza marittima.
In questa fase, tra gli opposti interessi degli Stati Uniti, dell’Asse Franco-Tedesco e della Santa Sede, l’Italia ha optato con sofferenza per i primi, sostenendo la campagna intrapresa da Washington in Iraq, ma cercando immediatamente dopo la cessazione delle ostilità la ricucitura dello strappo operato con il Vaticano e la ricomposizione dei rapporti euro-americani.
Con la Chiesa Cattolica, l’operazione pare riuscita, anche perché la Santa Sede si è sostanzialmente arruolata nella coalizione che amministra l’Iraq, temendo una vittoria degli integralisti islamici.
E’ invece più difficile, al momento, valutare l’esito degli sforzi fatti in Europa. L’Italia, infatti, di per sé non ha la statura geopolitica per condizionare in modo significativo la posizione di Francia e Germania, nemmeno giocando di sponda con gli Stati Uniti e la Federazione Russa.
Può tuttavia sempre sperare che cresca l’influenza britannica nelle vicende comunitarie, in quanto suscettibile di moderare le pulsioni antiatlantiche che stanno sorgendo nel cuore dell’Europa continentale.
La geopolitica, in questo contesto, non ha ricette da offrire ma importanti strumenti analitici per comprendere quali forze e quali disegni profondi si celino dietro le quinte della diplomazia.
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[1] Marco Antonsich, Dalla Geopolitik alla Geopolitics. Conversione ideologica di una dottrina di potenza, in <<Quaderni del dottorato di ricerca in Geografia Politica>>, n. 4-1994, Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Trieste e Istituto Geopolitico Francesco Compagna di Napoli, pp. 19-53 .
[2] Ernesto Massi, Processo alla Geopolitica, in <<L’ora d’Italia>>, 8 giugno 1947. Si allude alla perdita del figlio di Haushofer, coinvolto nell’attentato ad Hitler del 20 luglio 1944 ed identificato dai nazisti come complice dei congiurati.
[3] Paul Claval, Géopolitique et Géostrategie, Paris, 1994, pp. 85ss.
[4] Di questo avviso è anche Yves Lacoste. Cfr. Yves Lacoste, Cosa è la geopolitica, Parte III, liMes, n. , pp.
[5] Sergio Pistone (a cura di), Politica di potenza e imperialismo, Milano, 1973.
[6] Pochi, effettivamente, ne avevano coltivato la memoria, riproponendone lo studio. Fra essi, tra gli altri, Casadio, tra le mura amiche della Scuola di Guerra dell’Esercito di Civitavecchia, e i generali Caligaris e Jean. A quest’ultimo, parte del nucleo fondatore di liMes, va senz’altro ascritto il merito di aver compiuto il tentativo intellettualmente più solido (cfr. il suo manuale Geopolitica, edito nel 1995 da Laterza). Sulle vicende della geopolitica italiana dal 1945, cfr. Marco Antonsich, Geopolitica e geografia politica in Italia dal 1945 ad oggi, documento elettronico.
[7] Intervenendo in una lezione del Corso di Studi Strategici dell’Anno Accademico 1997-98, Lucio Caracciolo ha voluto citare un intervento a suo avviso significativo, ascoltato durante un precedente seminario di studio sulla geopolitica, il cui autore avrebbe affermato :<<io non so cosa sia la geopolitica, ma la faccio>>.
[8] Definizione che si rinviene in Carlo Jean, Geopolitica, Bari, 1995, e in Dieter Weiser, “Geopolitics”- Renaissance of a Controversial Concept, in <<Aussenpolitik>>, n. 4/94, p. 404.
[9] Cfr. ancora l’antologia curata da Sergio Pistone, op. cit., pp.
[10] La storia, in questo senso, non dovrebbe essere letta come un processo hegeliano fondato sulla dialettica tesi-antitesi-sintesi, ma come un processo di costante creazione, confronto e composizione di interessi politici che la fine della Guerra Fredda avrebbe liberato da ogni vincolo. La morte del comunismo, conseguentemente, non avrebbe fatto del libero scambio la fase ultima della storia, ma avrebbe contribuito ad accelerare la ripresa degli antagonismi regionali.
[11] Immanuel Wallerstein, Geopolitics and Geoculture, Cambridge, 1991.
[12] Edward N.Luttwak, From Geopolitics to Geo-Economics. Logic of Conflict, Grammar of Commerce, in <<The National Interest>>, Summer 1990, pp. 17-23.
[13] Charles Goldfinger, La Géofinance. Pour comprendre la mutation financière, Paris, 1986 e Fulceri Bruni Roccia, L’impatto geoeconomico dei rapporti finanziari con l’estero, in Paolo Savona e Carlo Jean (a cura di), Geoeconomia, Milano.
[14] Cfr. l’intervento di Carlo Jean al Congresso romano delle ATA, dattiloscritto consultato in bozza, autunno 1996.
[15] Cfr. Fulceri Bruni Roccia, L’impatto geoeconomico dei rapporti finanziari con l’estero, in Paolo Savona e Carlo Jean (a cura di), Geoeconomia. Il dominio dello spazio economico, Milano, 1995, pp. 84-140.
[16] Michel Korinman, Quand l’Allemagne pensait le monde, Fayard, Paris, 1993, p .
[17] Cfr. ancora Michel Korinman, Quand l’Allemagne pensait le monde, op. cit., pp.
[18] Carlo Jean, Geopolitica, Bari, 1995, pp. Ss.
[19] Robert Steuckers, Rudolf Kjellén 1864-1922, in <Volouir>, 1997, consultato sul sito web ArchivEurasia.
[20] Robert Steucker, ibidem.
[21] Carlo Jean, ibidem.
[22] Così, ad esempio, si esprime Dieter Weiser, “Geopolitics”- Renaissance of a Controversial Concept, op. cit., p. 407.
[23]Come ricorda Lorot, Vidal de La Blache considera l’uomo “un fattore geografico”. Pascal Lorot, Histoire de la Géopolitique, Paris, 1995, pp. 46-47.
[24] Tale carattere deriverebbe dall’adesione delle due regioni alle vicende ed ai valori della Rivoluzione. Cfr. ancora Lorot, Histoire de la Géopolitique, op. cit., pp. 48-51.
[25] A questa svolta si giunge dopo la constatazione dei gravi errori compiuti dagli ufficiali francesi nella lettura delle carte geografiche nei momenti più drammatici della campagna contro i prussiani e la verifica dei progressi compiuti dalla geografia tedesca.
[26] Chauprade e Thual, pp. 630-31.
[27] Carlo Jean, Geopolitica, op. cit., pp. .
[28] Patrick O’Sullivan, J.W. Miller Jr., Geografia della guerra, Franco Angeli, Milano, 1985, p. 120.
[29] Haushofer aveva conosciuto Hess, poi entrato nel Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi, nell’Esercito Imperiale. Nel corso della Prima Guerra Mondiale, Hess era stato aiutante di campo di Haushofer. Dopo il fallito putsch della birreria, Hess fu anche un tramite tra il detenuto Hitler ed Haushofer. Cfr. Patrick O’Sullivan, J.W. Miller Jr, op. cit., p. 120.
[30] Cfr. Robert Steuckers, Karl Haushofer 1869-1946, in <<Synergies Européennes>>, Février 1992, consultato sul sito web ArchivEurasia.
[31] Ibidem.
[32] E’ stato altresì sostenuto che Haushofer, pur propugnando una geopolitica aggressiva, non si spingesse mai fino al punto di battersi perché la Germania intraprendesse delle guerre di conquista. Friedrich Korkisch, Geopolitica, Geostrategia, Geoeconomia. Fondamenti e significato nel passato, presente e futuro, tr. italiana dalla <<Rivista Militare Austriaca>>, n. 1/1987, p. 16
[33] Cfr. Maurice Philippe Defarges, Introduzione alla geopolitica, Bologna, 1996, p. 77.
[34] Cfr. Maurice Philippe Defarges, op. cit., pp. 34-35.
[35] Cfr. Edward N.Luttwak, Strategia, Milano, 1990.
[36] Defarges, op. cit. , pp. 48-49.
[37] Spykman ha scritto a questo riguardo : <<L’Europa può essere organizzata sotto forma di una Società Regionale della Nazioni, con gli Stati Uniti come membro non europeo>>. Citato in Defarges, op.cit., p. 49.
[38] Defarges, op. cit., p. 50. E’ da notare come, al momento in cui Spykman scriveva, la Cina fosse alleata degli Stati Uniti contro il Giappone.
[39] Carlo Jean, Geopolitica, op. cit., pp. 25ss.
[40] Carlo Jean, Geopolitica, op. cit., pp. 25ss.
[41] Cfr. Henry Kissinger, Years of Upheavals, tr. it. Anni di crisi, SugarCo, Milano 1982. Presso l’Amministrazione Kennedy, sostengono il “domino” Walt Rostow e Maxwell Taylor. Dalle Amministrazioni Kennedy e Jonhson, il concetto viene trasmesso a quella di Nixon. Resiste fino agli anni di Reagan. Cfr. Patrick O’Sullivan, J.W. Miller Jr, op. cit., pp. 122-27
[42] Cfr. Jean-Marie Mathey, Comprendre la Stratégie, Paris, 1995, pp. 40-2, dedicate alle “stratégies particulières”.
[43] Il saggio più importante in cui Douhet riassunse la sua dottrina strategica è Il dominio dell’aria, pubblicato nel 1921.
[44] Trenchard, che fu il padre della Royal Air Force, non lasciò alcun testo organico sul potere aereo.
[45] Autore, quest’ultimo, di Winged Defense, pubblicato nel 1925.
[46] Cfr. Patrick Facon, Le bombardament stratégique, Monaco, 1995.
[47] Si parlava, a questo proposito, anche di guerra e minaccia “aerochimica”, con particolare riguardo alle più estreme affermazioni di Douhet. Va comunque sottolineato come Douhet scrivesse sotto il condizionamento del ricordo delle stragi compiutesi in trincea lungo quattro dolorosissimi anni di guerra. Non a caso, molto spesso il ricorso ai gas era presentato, dai fautori del bombardamento terroristico aero-chimico, come uno strumento in fondo “umanitario”, in quanto volto ad abbreviare i conflitti. Cfr. Patrick Falcon, Le bombardement strategique, op.cit.
[48] Carlo Jean, Geopolitica, op. cit., pp. 25ss.
[49] Questa tesi è stata ad esempio sostenuta da Paolo Savona.
[50] John J. Mearsheimer, The Tragedy of Great Power Politics, New York, London, 2001, specialmente alle pp. 83 ss.
[51] Francis Fukuyama, La fine della Storia e l’ultimo uomo, edizione italiana, Milano, 2000, p. 227.
[52] Francis Fukuyama, Their Target: the Modern World, in <<Newsweek. The International Newsmagazine>>, December 2001-February 2002, pp. 58-63. Fukuyama nega che il conflitto aperto dagli attacchi alle Torri Gemelle possa assumere i contorni dello scontro di civiltà, ma ammette che “sono in gioco problemi culturali”, giacché gli attentatori non sono stati sedotti dal modello occidentale, ma ne sono stati talmente disgustati da immolare le proprie vite per combatterlo. Tuttavia, secondo Fukuyama, le radici profonde del radicalismo islamico sarebbero le stesse che hanno prodotto il Fascismo europeo negli anni venti e trenta del secolo scorso. Ne consegue che l’<<Islamo-Fascismo>> dovrà essere affrontato militarmente e battuto promuovendo contestualmente lo sviluppo della modernità nell’Islam. Una visione singolarmente prossima a quelle sostenute dai cosiddetti <<neoconservatori>> repubblicani.
[53] Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà, Milano, 2000, p. 184.
[54] Zbignew Brzezinski, The Geostrategic Triad, CSIS, Washington DC, 2000.
[55] Carlo Jean, op. cit.
[56] Così, ad esempio, Paolo Savona. Cfr. la voce “Geoeconomia”, redatta da Savona per l’Enciclopedia delle Scienze Sociali pubblicata dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
[57] Cfr. Paul Krugman (ed.), Strategic Trade Policy and the New International Economics, MIT Press, Cambridge MA, London.
[58] Paul Krugman, Competitiveness : a Dangerous Obsession, in <<Foreign Affairs>>, March-April 1994, pp. 28-44.
[59] Cfr. Michael Borrus, Steve Weber, John Zysman, Joseph Willihnganz, Mercantilism and Global Security, in <<The National Interest>>, Fall 1992.
[60] Così in Paul Krugman (ed.), op. cit.
[61] Si pensi, a questo riguardo, alle vicende culminate nella discussa privatizzazione dell’Alfa Romeo ed ai provvedimenti sugli incentivi alla rottamazione.
[62] Cfr. l’opera dei coniugi Alvin ed Heidi Toffler.
[63] Lester C. Thurow, Testa a testa, Milano, 1992.
[64] Kozo Yamamura, Caveat Emptor : the Industrial Policy of Japan, in Paul Krugman (ed.),Strategic Trade Policy and the New International Economics, op. cit., pp. 169-201
[65] Cfr. M.A.Adelman, Oil Fallacies, in <<Foreign Policy>>, n. 82, Spring 1991, pp. 6-7.
[66] Edward N.Luttwak, The Coming Global War For Economic Power, in <<The International Economy>>, September-October 1993, p. 22.
[67] Cfr. Andrei P. Tsygankov, Mastering Space in Eurasia: Russian Geopolitical Thinking after the Soviet Break-Up, Review Essay, consultato on line sul sito internet bss.sfsu.edu.
[68] Singolare coincidenza, la data di fondazione di Eurasia corrisponde al Natale di Roma. Alla riunione risultano aver preso parte, tra gli altri, veterani dei servizi speciali e degli organi di sicurezza, eminenti rappresentanti della Chiesa ortodossa russa, il muftì dell’Inguscezia, il capo della Sinagoga cassidica, un Lama buddista e, naturalmente, Alexandr Dugin. Cfr. Vladimir Keidan, Eurasismo: claustrofobia politica. Popolo, Stato, diritti dell’uomo nella geopolitica eurasista, in Romano Bettini, L. Sergio Germani (a cura di), Terrorismo, diritti umani e geopolitica in Russia, Asia centrale e Caucaso, <<Modernizzazione e Sviluppo>>, Quaderni del Centro Gino Germani, Anno 12, nn. 1/2/3-2001, p. 83.
[69] Olga Koulieri, Russian “Eurasianism” and the Geopolitics of the Black Sea, ricerca condotta per il Ministero della Difesa del Regno Unito e consultata on line.
[70] Ibidem.
[71] Ha scritto Dugin: <<il nuovo impero eurasista sarà costruito sul concetto base del nemico comune: avversione all’atlantismo, al ruolo strategico predominante degli Stati Uniti e il rifiuto del predominio su di noi del sistema di valori liberale. Questo impulso fondamentale di civiltà serve di base all’unione politica e strategica>>. Citato in Vladimir Keidan, p. 87.
[72] Sempre Dugin afferma: <<la più importante delle possibili alleanze sembra quella militare russo-persiana …. Tra i Paesi arabi quella con Iraq, Siria e Libia, che consentono all’Eurasia di controllare il Mediterraneo>>. Citato in Vladimir Keidan, p. 86.
[73] Paolo Mastrolilli, Come i media condizionano Wall Street, in liMes, n. 4/1997, pp. 53-56.