GIUSEPPE SENNA
pittore
Nota biografica
Giuseppe Senna è nato nel 1946 a Villanterio (Pavia). La sua formazione, avvenuta a Milano, è stata prevalentemente musicale ed artistica. Come pittore ha esordito in personale nel 1970, presentato da Dino Villani.
Ha attraversato esperienze informali, di naturalismo lirico e di espressionismo astratto. Ha condotto per anni sperimentazioni sul cangiantismo cromatico. In seguito ha rivisitato tecniche desuete, eseguendo tra l’altro minuziosi disegni a punta d’argento. Ha riscoperto antiche ricette di preparazione diretta dei colori ad olio, partendo dai pigmenti puri. La sua tavolozza si è alleggerita e resa luminosa: la materia pittorica da corteccia si è ridotta ad un velo. In anni recenti si è dedicato a dipingere paesaggi e, ultimamente, nature morte: in entrambi i generi opera con levità e lirismo, puntando a cogliere l’anima di luoghi ed oggetti.
Recapiti:
Via Marconi, 15 - 20092 Cinisello Balsamo, MI - Tel. 02.6172940
Via IV Novembre, 48 - 27019 Villanterio, PV - Tel. 0382.967394
Cellulare: 340.8060802 E-mail: giuseppe.senna@katamail.com
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1. "Peonie in posa", 2000, olio su tela, cm. 25x50
Del suo lavoro hanno scritto:
Spartaco Balestrieri, Antonio Bevilacqua, Gabriella Bottarelli, Silvia Burani, Emilio Delfino, Curzia Ferrari, Bruna Fusi, Lucien Mandosse, Giuseppe Martucci, Teodosio Martucci, Attilio Milani, Mario Monteverdi, Ignazio Mormino, Mario Portalupi, Rino Pianetti, Andrea Revi, Giorgio Seveso, Maria Sirtori Bolis, Otello Soiatti Crivis, Luigi Valerio, Marialuisa Vigorelli, Dino Villani, Antonio Visconti, Svatava Vynal, Bruno Zanaboni, Pino Zanchi.
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2. "Il cesto", 1994, olio su tela, cm. 40x50
RITRATTO D’ARTISTA
Quando mi dissero che si trovava nel bosco sotto casa m’avviai ad incontrarlo convinto di sorprenderlo davanti al cavalletto, intento a dipingere en plein air. Si trovava invece ad una dozzina di metri da terra, su un enorme albero, impegnato a calare cautamente con delle funi, uno ad uno, i rami che tagliava per una drastica potatura rivitalizzante. Jeans e camicia a scacchi, la corporatura massiccia, un pezzo di toscano spento tra le labbra, la barba brizzolata dall’impostazione spontanea, non pareva rispondere appieno all’immagine che l’elegante raffinatezza dei suoi dipinti avrebbe lasciato supporre. L’amore per la natura non è per lui un semplice tema pittorico, un pretesto, una fonte d’ispirazione: è talmente radicato ed onnipervasivo da portarlo, malgrado impegni ed acciacchi, a recuperare con le sue mani un bosco assai trascurato, trasformandolo in breve in uno splendido parco. Del resto, anni fa aveva la poco igienica abitudine di attendere l’alba in barca, nelle lanche tra il Ticino ed il Po, per ammirare il graduale trionfo della luce sulle brume mattutine autunnali della “Bassa”. Il pretesto era la pesca, ma il vero scopo era quello di vivere i lenti sviluppi di un’intensa emozione, riconducibile ad una sorta di religiosità primordiale. Sentirsi parte vivente di un “Tutto” che non ha nome ma il cui pulsare si può avvertire tutt’attorno, così come all’interno di sé. Ne nascevano poi dei ritratti di luoghi talmente sentiti da turbare chi in seguito li osservava, sorpreso di scoprire per la prima volta nella sua pienezza quanto aveva sempre avuto davanti agli occhi, ma non aveva mai guardato veramente. In seguito Giuseppe Senna ha preferito dedicarsi a ritratti di oggetti, che presentano la medesima struggente intensità, che va ben oltre la pur straordinaria minuzia “all’antica”. Forse la rivelazione più eloquente della sua personalità artistica, della sua sensibilità profonda ed acuta insieme, si ha ascoltandolo eseguire su una chitarra da concerto antichi brani composti o trascritti per liuto. Vi si ritrova, nella delicatezza di tocco, il colore dei suoi dipinti, il gusto delle sfumature quasi impercettibili, l’intreccio delle velature in trasparenza, che diventano morbidezza tonale, palpitante, come da nessun impasto può derivare. “Siano o non siano le cose soltanto apparenza, allora sono apparenza anch’io e quindi esse sono sempre miei simili. Questo è ciò che me le rende così care e rispettabili: sono miei simili. Per questo posso amarle.” Molti riconosceranno le parole del Siddharta di Hermann Hesse. “A me importa solo di poter considerare il mondo, e me e tutti gli esseri, con amore, ammirazione e rispetto.” Bene, sarà un’opinione personale forse stravagante, ma mi pare che questa sia la migliore chiave d’accesso ad una pittura tanto inconsueta, più idonea d’ogni dissertazione stilistica puntuale e pedante su fiamminghi e leonardeschi, o iconologica, volta a cogliere sottili simbolismi in composizioni all’apparenza tanto semplici ma dall’impatto tanto profondo; o tecnica, sulla sapienza compositiva, sulla luminosità soffusa trasfigurante, sul raffinato equilibrio cromatico, spingendosi magari fino all’analisi delle materie pittoriche, che ovviamente quest’insolito artista prepara da sé, come s’usava oltre mezzo millennio fa, e seguendo le ricette d’allora. “Amore, ammirazione e rispetto”: anche verso gli oggetti, piccole vecchie cose di famiglia ritrovate, o trascurabili elementi vegetali, immortalati sulla tela con religiosità certosina, usando di punta pennellini di martora triplo zero, a dispetto dello scialo di tempo e dell’inevitabile conseguente pesante limitazione al volume di opere prodotte. “Se vuoi un lavoro ben fatto, devi farlo da te”, è il suo motto, quando mostra soddisfatto un albero fruttifero magistralmente innestato, o un antico mobiletto restaurato da sé alla perfezione, o qualcosa di costruito inseguendo un’idea che sarebbe stato troppo complicato spiegare ad altri perché la realizzassero. Il risultato è sempre di strabiliante eccellenza. “Se no, non ne vale la pena.” Hanno ben voglia, gli esperti del settore, a spiegargli che dovrebbe indugiare meno su ciascun quadro, perché per “mettere in moto la macchina” occorre una mole cospicua di “prodotto”, più “facile” da eseguire e da proporre. Non c’è niente da fare: egli dipinge in primo luogo per sé, per il gusto del “lavoro ben fatto”, in un’ottica che meno economicistica non potrebbe essere. Il risultato, comunque, è qui, davanti a noi: commovente perché pervaso da una sorta di quieta lirica trepidazione che anima e umanizza quanto rischierebbe di venir raggelato da un eccesso di perfezione e di virtuosismo. Ora non resta che guardare... o, meglio, ascoltare, con tutti i sensi mobilitabili, la rigorosa dolcezza di queste testimonianze di viaggi dell’anima oltre le apparenze, nella levità dei silenzi del tempo sospeso.
ANTONIO BEVILACQUA
3. "Composizione con melagrane", 1993, olio su tela, cm. 25x40
LE NATURE MORTE DI SENNA
Ecco qui uno straordinario pittore di nature morte. L’avevamo lasciato qualche anno or sono all’interno di un suo prevalente interesse per il paesaggio e, in particolare, per la nostra campagna lombarda, per i suoi spazi nebbiosi e slontananti, i suoi singolari e irripetibili accordi cromatici, il suo specialissimo spleen; lo ritroviamo, oggi, concentrato su soggetti disposti "a ritratto", preparati nella neutralità della luce artificiale e nell’immobile, astratta astanza del modello da studio. In verità si può dire, tuttavia, che nulla per lui è cambiato. E non solo perché è da sempre, in realtà, che Senna dipinge simultaneamente sia l’uno che l’altro genere di soggetti, al punto che i suoi diversi periodi corrispondono certamente di più ad una determinata scelta espositiva che ad una reale prevalenza tematica nel lavoro, ma anche perché davvero non muta, qui, la filosofia stessa del suo dipingere. Se qualcosa è cambiato invece è, se possibile, la perfezione e l’intensità suggestiva della sua mano, nella maestria e nella minuziosa virtuosità di queste nuove tele. Non v’è dubbio difatti che Senna, ora che s’affaccia alla sua maturità di uomo e d’artista, ha raggiunto una sua interna, persuasiva coerenza d’espressione. E se l’ha fatto, è perché tale coerenza soprattutto s’aggancia più alle ragioni di una crescita di esperienze e sostanze interiori che a motivi di gusto, e si collega a nodi forti, decisivi e ineludibili, della sua poetica. Perché a cinquant’anni, pur se si comincia ad essere maturi, non si è certo vecchi e, soprattutto, non si è seduti, stanchi di curiosità, di esplorazioni all’interno delle proprie emozioni e della propria capacità di incarnarle nel segno. Ma qual’è infine questa sua sostanza interiore o, come dicevo più sopra, questa sua filosofia d'immagine? A mio modo di vedere essa si concentra in un suo particolarissimo approccio "contemplativo" alle cose e alle nature che ci circondano. Un approccio palpitante e insieme meditativo, che rivela uno sguardo interiore puntato sulle radici stesse della realtà oggettuale e recuperato nella verità e pienezza di una sorta di religiosità laica dell’esistenza, di una commossa e "semplice" consapevolezza a partire proprio dalla magia spontanea degli oggetti e del mondo. Con guizzi e sprazzi di luci ed ombre colorate, come immobili spolverii del sentimento, i suoi fiori secchi, i suoi cestini, le sue bacche difatti s’illuminano davanti al cavalletto nel ricordo della campagna di cui portano ancora in sé l’impronta crepitante, poiché la natura vi è comunque presente in ogni suo rigoglio sentimentale e sensuoso, in ogni suo fruscio onirico, in ogni suo incanto seduttivo. E davvero non è importante che tale presenza s’affermi per il tramite d’una descrizione dilatata o solo grazie ad una forma di costante e diffusa allusività, perché qui anche la pittura, in tutti i suoi giochi e struggimenti e rigori, in tutte le sue sontuose fibrillazioni, è davvero presente fino in fondo. E tra le ragioni dell’occhio e quelle del cuore, allora, sono infitti questi "ritratti d’oggetti" di Senna, nei quali i tiratissimi spessori della materia creano non tanto l’illusione quanto il parallelo della sensazione vedutistica, e i cui segni si fanno metafora costante e filtro poetico di un vero e proprio clima dell’anima, di uno spleen, dicevo, commosso e scoperto. Preoccupato più dalla rispondenza poetica dell’immagine che dalle logiche vedutistiche del rappresentare, Senna dunque lavora per sottrazioni, per rastremazioni, per ossificazioni dei riferimenti figurativi. Il suo sguardo è rivolto al palpito lirico dell’oggettività, magari reinventata nel lavorio della memoria e della fantasticazione fin quasi ad assumere talvolta come un misterioso sapore orientale, ove la mano tende a cogliere le strutture più interne, a ridisegnarne la sintesi e l’anima, l’intimo scheletro portante. Ed in ciò, certo, consiste l’aspetto più suggestivo ma anche più spiazzante della sua liricità d’oggetti e di composizioni: in questa che propriamente è quasi una figurazione metafisica, una compressa passione di sintesi che s’intreccia da una parte a slanci romantici e sentimentali e, dall’altra, a vertiginosi assottigliamenti ermetistici, a prosciugate visionarietà quasi minimaliste concentrate in un solo sguardo ed in un solo gesto, in una mistura perfetta d’equilibrio singolarissimo, densa d’esplorazioni e distillazioni nel portato poetico della realtà.
GIORGIO SEVESO
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4. "Riva fiorita", 1981, olio su tela, cm. 40x50
I PAESAGGI DI GIUSEPPE SENNA
Produzione altissima, fin dalla prima metà del secolo la pittura lombarda segnò la rivalutazione del paesaggio come genere pittorico atto a trasmettere valori. Ed al contempo diede (o ridiede) l’abbrivio alle controversie interpretative sul rapporto arte-natura. Il pittore, dice Giacosa, non dev’essere un semplice ritrattista della natura, ma ben anche un Creatore. Molte volte per soverchio amore del vero i pittori si abbandonarono a ciò che chiamasi naturalismo, rinunziando alla più bella gloria dell’arte, che è l’invenzione. Per converso, Senna, pittore-poeta, non è legato ai sussulti di un Io filosofico, bensì ad un intendimento dove accorato si fa il sogno, il sogno profetico del dormiveglia. I colori si stendono piano e si riconvertono in altro, si scindono in diverse significazioni e l’opera ha il canto di toni ritmati. Senna sa dare con rara maestria alle proprie immagini il variato riflusso di una visione. Non un onirismo di vita quotidiana, bensì poesia: le immagini si rincorrono e queste scene reali e concrete sono in fondo come parole impronunciate. Nella preziosità delle sue inquadrature, il senso oscuro della natura viene rivelato, e spesso ciò ha il gusto raro di una favola. Si può dire tutto sulla pittura, ma alla base resta sempre una questione di sensibilità. Nella natura, l’artista interroga sempre il proprio desiderio: è il fascino di certi quadri. Il fantasma resta subordinato ad esigenze d’ordine plastico, costretto a piegarsi alla costruzione formale: poi, attraverso la sublimazione, il tutto si trasforma in una preziosa rete che cattura lo sguardo. Il ruolo di Senna è di restituire – per riflesso – la capacità dei sentimenti percepiti, risvegliando la superficie sonnolenta della nostra quotidianità. Nei paesaggi acquatici, nebbiosi, della Bassa ci si aspetta quasi che emerga la mitica Isola di Peter Pan, l’Isola-che-non-c’è. Ci si ritrova anche un po’ di eterno, e così si tenta d’ingannare il tempo che forse c’inganna. La funzione della memoria stabilisce l’ordine dei tempi e le ombre sottili nei quadri: sottili e discrete vivono il tempo dell’evocazione di questo pittore. Sono immagini fragili, nell’evanescenza di un colore; si situano nell’enunciato che fu prima di Picasso e poi di Lacan: “Non cerco, trovo.” In quanto comportano il trovare, come amore in rapporto al caso. Il piacere di perdersi nei paesaggi di Senna, rete sottile, preziosa filigrana. Un versante lungo di rive e di macchie, di noccioli e di salici, e più in là ci s’immagina altre rive e altri boschi, e la luce digrada sulla spalletta di un ponte, dando la sensazione che il mondo finisca di là del fiume. La natura di Senna vuol dire non essere soli, saper che nelle piante, nella terra c’è qualcosa di Tuo. Le strade, le rive, le barche nel fiume, e sulle rive le gaggie, le felci, i sambuchi. Diceva Mirò: “Quando lavoro ad un paesaggio comincio ad amarlo, con la felicità di comprendere anche il filo d’erba.” Nella tavolozza di Senna c’è un recupero di compartecipazione, di coinvolgimento, di commozione da parte di chi guarda e riconoscendosi senza sforzi, apprezza. Non si tratta di una commozione, diciamo, ecologica, ma del ritorno di alcuni valori etici che solo la natura sa esprimere con grandi semplicità e immediatezza. Ricordo alcune parole del russo Michail Prisvin: “In mezzo a quei fiori vicino al fiume ero l’unico incapace di guardare il sole: posso solo esprimerlo evitando di incrociare lo sguardo. A differenza delle piante, il sole mi acceca...”
MARIALUISA VIGORELLI
Per finire...
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5. "Rose antiche", 1994, olio su tela, cm. 35x45
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6. "Il secchiello smaltato", 1998, olio su tela, cm. 40x50
Grazie della visita!