LXXVI - SPLEEN
Ho più ricordi in me che se mille anni
avessi. Un grosso mobile a cassetti
stipato di bilanci, versi, lettere
d'amore, di verbali, di romanze,
e di pesanti ciocche di capelli
avvolte da quietanze, non nasconde
segreti quanto il mio cervello triste:
piramide ed immensa tomba, cela
più morti che comune sepoltura.
Io sono un cimitero dalla luna
aborrito, in cui vermi lunghi, come
rimorsi, si trascinano, e che sempre
s'avventano sui morti miei più cari.
Sono un vecchio salotto, d'appassite
rose ricolmo, dove alla rinfusa
le mode sorpassate insieme giacciono,
dove pastelli lamentosi e i pallidi
Boucher, soli, respirano il profumo
di una fiala sturata.
Nulla eguaglia
in lentezza quei giorni zoppicanti,
quando immortali proporzioni assume
la Noia, della triste indifferenza
il frutto, sotto il peso del fioccare
nelle annate nevose. E non se ormai,
viva materia, che una roccia stretta
da un incerto terrore, addormentata
in un Sahara nebbioso, una sfinge
ignorata dal mondo indifferente,
dimenticata sulle mappe: canta
il suo selvaggio umore solamente
sotto i raggi del sole che tramonta.
LXIX - LA MUSICA
Come un mare la musica sovente
mi rapisce! E inalbero la vela
sotto nebbiosa volta o nell'azzurro
verso la mia pallida stella.
Petto in avanti, come vela gonfio,
scavalco dei gran flutti accavallati
le creste, che la notte mi nasconde.
In me sento vibrare affetti opposti
come una nave che patisce. Il vento
che l'asseconda ed i convulsi strappi
della tempesta sull'immenso abisso
mi cullano. - Altre volte, poi, bonaccia:
grande specchio alla mia disperazione!
XXXIV - IL GATTO
Vieni, bel gatto, vieni sul mio cuore
amoroso; trattieni i tuoi artigli;
ch'io mi sprofondi dentro i tuoi begli occhi
d'àgata e metallo.
Quando a bell'agio le mie dita a lungo
ti carezzan la testa e il dorso elastico,
e gode la mia mano ebbra al toccare
il tuo corpo elettrico,
vedo in ispirito la mia donna:
profondo e freddo come il tuo, il suo sguardo,
bestia amabile, penetra tagliente
come fosse una freccia,
e dai piedi alla testa una sottile
aria, rischioso effluvio, tutt'intorno
gira al suo corpo bruno.
XLII
Che dirai questa sera, anima mia
povera e solitaria, che dirai,
cuore, mio cuore una volta appassito,
a lei che è la più bella, la più buona
e la più cara, il cui divino sguardo
t'ha fatto rifiorire all'improvviso?
A cantare sue lodi impegneremo
il nostro orgoglio. Nulla la mitezza
del suo potere eguaglia; la sua carne
spirituale ha il profumo degli Angeli,
il suo occhio ci veste di chiarore.
Sia nella notte e nella solitudine,
che tra la folla, nella strada, danza
come fiaccola in aria la sua larva.
A volte parla e dice: "Io sono bella
e comando che voi, per amor mio,
non amiate che il Bello. Sono l'Angelo
custode, sono la Musa e la Madonna!"
XXVI - SED NON SATIATA
Bizzarra deità, come le notti
oscura, dal profumo che è miscuglio
d'avana e muschio, opera di un Obi,
il Faust della savana, ammaliatrice
color d'ebano, figlia delle nere
mezzenotti, antepongo ai vini rari,
all'oppio, l'elisir della tua bocca
ove l'amor si pavoneggia; quando
parte verso di te la carovana
dei desideri miei, i tuoi occhi sono
la cisterna ove bevono i miei affanni.
Attraverso quei due grandi occhi neri,
spiragli della tua anima, versa
meno fiamme su me, spietato dèmone!
Ahi, lo Stige non sono per poterti
nove volte abbracciare, ed io non posso,
Megera libertina, per fiaccarti
e metterti alle strette, una Proserpina
ridurmi nell'inferno del tuo letto!
XIV - L'UOMO E IL MARE
Sempre il mare, uomo libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell'infinito svolgersi dell'onda
l'anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l'abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal suo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d'ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!
II - L'ALBATRO
Per dilettarsi, sovente, le ciurme
catturano degli àlbatri, marini
grandi uccelli, che seguono, indolenti
compagni di viaggio, il bastimento
che scivolando va su amari abissi.
E li hanno appena sulla tolda posti
che questi re dell'azzurro abbandonano,
inetti e vergognosi, ai loro fianchi
miseramente,
come remi, inerti
le candide e grandi ali. Com'è goffo
e imbelle questo alato viaggiatore!
Lui, poco fa sì bello, com'è brutto
e comico! Qualcuno con la pipa
il becco qui gli stuzzica; là un altro
l'infermo che volava, zoppicando
scimmieggia.
Come il principe dei nembi
è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,
si ride dell'arciere: ma esiliato
sulla terra, fra scherni, camminare
non può per le sue ali di gigante.