INTORNO AL
LA
DROGA E IL SUO
SPETTACOLO SOCIALE
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NAUTILUS
Contiene testi di:
WYSTANT
HUGH AUDEN, RICCARDO D'ESTE, MALCOLM D'IDD, GOFFREDO FIRMIN, DADA
FUSCO,
ANNAMARIA PES, VINCENZO RUGGIERO, NICOLA SERGIO SERRAO.
IN
APPENDICE
COME MEMORIA STORICA VIENE RIPRODOTTO UN TESTO DELLA RIVISTA CONTROINFORMAZIONE.
Poiché
persistiamo nella nostra inimicizia verso le regole della proprietà, ancorché
intellettuale,
questi
testi non sono sottoposti ad alcun copyright, sicché sono riproducibili
ovunque,
anche senza citare la fonte.
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(Ringrazio gli Autori per aver reso Libera la Loro Opera).
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intornoaldrago@yahoo.it
Il
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che si desidera ricevere, a Nautilus. Il prezzo è assolutamente soggettivo, arbitrario.
Nero
fu il giorno in cui Diesel
concepì
il suo truce motore che
generò
te, vile invenzione,
più
perversa, più criminale
perfino
della macchina fotografica,
mostruosità
metallica,
afflizione
e infezione della nostra Cultura,
principale
sciagura della nostra Comunità.
Come
osa la Legge proibire
l'hashish
e l'eroina e al tempo stesso
autorizzare
il tuo uso, tu che gonfi
tutti
i deboli Io inferiori?
I
drogati danneggiano soltanto
la
loro vita: tu avveleni
i
polmoni degli innocenti,
il
tuo fracasso sovreccita i pacifici,
e
su strade intasate ne muoiono
a centinaia nel ghiribizzo del caso.
AVVERTENZA PER IL LETTORE
il curatore
Questo libro tratta di "droga”, del Drago, in maniera abbastanza inusuale, almeno secondo i modelli diffusi. Vuol essere essenzialmente una tessera nel mosaico unitario della critica allo spettacolare integrato. In questo caso, scegliendo il "fenomeno droga" come osservatorio privilegiato.
Vi sono state molte esitazioni nel redigerlo sotto questa forma che è, volutamente, sufficientemente teorica ma anche frammentaria, sufficientemente analitica ma anche "di battaglia", sufficientemente polemica ma anche descrittiva, talora narrativa o poetica.
In realtà, c'era chi stava pensando e lavorando ad un libro sul Drago‑droga da tempo. Però in un'ottica diversa e sganciata dalle immediatezze e dalle contingenze, con la pretesa di dire qualcosa di
definitorio, se non di definitivo, sul tema. Sul suo carattere di merce per eccellenza, su ciò che ha significato nella gestione degli Stati contemporanei, sui suoi risvolti politici, ideologici, morali e repressivi, sulla sua immensa forza produttiva (di nulla) e riproduttiva (di società spettacolare e di merci).
In tempi recentissimi, è parso più utile sospendere momentaneamente quella ricerca ambiziosa e intervenire immediatamente, coagulando e restringendo le ricerche già compiute, ma valorizzandone le "tesi"
fondative. Un testo di battaglia, quindi, ma anche di documentazione, di testimonianza, di analisi. Perché la traccia teorica è rilevabile comunque, e comunque questo libro non vuole inserirsi nelle diatribe da pollaio fra gli ultra e muscolosi repressori e gli anemici difensori delle "libertà" sotto l'egida, comunque, dello Stato.
Però ai nostri lettori si deve dar ragione di questa scelta. Non vi è dubbio che il clima di guerra "a tutto campo" lanciato da Bush e, si parva licet, da Craxi in Italia ha giocato la sua parte; come l'ha giocata la drogata attenzione massmediatica al "problema", di modo che non v'è speranza che passi giorno senza dover leggere o ascoltare opinioni in merito da parte dei soliti politici ed "esperti". Sì, tutto ciò ha avuto il suo peso. Ma, onestamente, non sarebbe bastato per far (momentaneamente) interrompere un lavoro di tutt'altro spessore, né per far "scendere in campo" chi scrive, né, soprattutto, per farci intervenire in una "polemica" già di per sé squalificata, rompendo così un nostro gusto per le cose ben fatte, la giusta lentezza e, se si vuole, l'amata pigrizia.
Due sono stati gli elementi decisivi.
Il primo è che non si riusciva, e sino ad ora non si è riusciti, a leggere, ascoltare, vedere alcunché di veramente accettabile, di davvero interessante, di non vieto e ripetitivo nel "dibattito" in corso, fatte salve alcune rarissime ed encomiabili eccezioni. E si dice solo accettabile, non buono od ottimale. Si è giunti così alla conclusione a cui già altri in passato erano giunti: se volevamo leggere qualcosa degno di interesse, capace di stimoli, ebbene: dovevamo scriverlo noi. E’ stata una molla fondamentale.
Il secondo è stato quello della solidarietà reale con tutte le vittime dello spettacolo integrato, dello Stato muscoloso ed etico, noi per primi. Se molte vittime ‑ i più ‑ non hanno voce o non la sanno usare o non sanno di possederla, è compito di chi sa riconoscerla, di alzarla ancora di più. Non per un avanguardismo che presupponga una delega, entrambi ripugnanti, ma come prima e legittima autodifesa. Di sé e, se possibile, di tutti. Tra cui soprattutto i "drogati", materia prima, forza lavoro, utensili e consumatori in questo enorme mercato che avviene, letteralmente, sulla loro pelle, che scorre, letteralmente, nel loro sangue.
Nel silenzio della schiavitù si ode solo il rumore delle catene, la voce dei delatori e le grida dei moderni aguzzini - per parafrasare
Châteaubriand. Prendere parola in difesa della verità, così negletta e maltrattata in quest'epoca di menzogna organizzata e diffusa, ci è parso un compito irrinunciabile, ancorché faticoso. E questa è stata una molla ancor più decisiva.
Il libro non sarà quello che alcuni di noi avrebbero voluto che fosse, nei loro motivati sogni radicali, ma per lo meno sarà, è.
Con l'esplicito impegno a non considerare chiusa la faccenda con questo intervento. Tutt'altro. Una prima base, nulla più. Di lancio, si spera.
Perché i conti con il Drago, i suoi inventori e i suoi amici siamo ben lontani dall'averli regolati.
Un'ultima avvertenza. In questi testi, non cerchino suggestioni per facili slogan coloro che in passato hanno cercato, e tuttora lo fanno (ridotti,
ahiloro, a ciò a cui i fatti li hanno ridotti), di usare la "lotta alla droga" come una "campagna” meramente politica ed ideologica, cadendo nella trappola voluta dal sistema spettacolare e costruendo formule riprovevoli, (tipo "sbirri e tossici fuori dai
coglioni" accomunando carcerieri e carcerati), per accattivarsi le simpatie dell'opinione cosiddetta pubblica e certamente drogata. Questo libro non è solo contro Bush o contro
Craxi, ma contro l'insieme della società dello spettacolo, del dominio delle merci, del potere dello Stato.
Ci prendano sul serio, invece, coloro che ci accuseranno di essere degli “irresponsabili fautori del permissivismo, di tutte le libertà". Forse lo siamo, ma soprattutto, radicalmente, di una libertà: quella di vivere a gusto.
Un Drago si aggira per il
mondo. Con le sue lingue di fuoco, il fiato mefitico e velenoso, i terribili
colpi di coda che diffondono distruzione e morte. Che sia di origine satanica
non sembrano esservi dubbi, anche se taluni ne parlano come di un
"flagello di Dio", della risposta di un Jahvé vendicativo e risentito con gli uomini per lo scarso rispetto sinora portatogli.
Ma i San
Giorgio non sembrano mancare, anzi sempre di nuovi si propongono sulla scena internazionale,
da quelli con la spada fiammeggiante consentitagli dal potere, dalle leggi e
dalle polizie a quelli più dimessi che, "nel concreto", come dicono,
si contentano di combattere i più periferici ma decisivi effetti di qualche
lingua di fuoco, di qualche zaffata del letale alito.
Il
quadro pare suggestivo, articolato e complesso. Lo si vede quotidianamente
delineato sulle pagine di giornali e riviste, trasmesso e ritrasmesso
iterativamente da tutte le televisioni (bisogna pur che i giusti concetti
entrino, magari a forza, anche nelle teste dure come sono quelle degli
scettici) sul Drago vengono scritti libri d'ogni sorta, da quelli con maggiori
pretese scientifiche ai romanzi ed alle autobiografie dolenti e pentite; i San
Giorgio occupano la scena con uno sferragliare d'armi ed un rimbombo di parole
e minacce che di per sé soli inducono al timore qualsiasi persona di medio
buonsenso, che tuttavia tollera tutto ciò, proprio per l'atroce incubo del
Drago.
E’ uno stato d'emergenza ormai pubblicamente dichiarato. Le forze sane
delle nazioni sono chiamate a raccolta, quale che sia la loro condizione
sociale o la loro ideologia, dietro gli stendardi di questa santa guerra contro
il Male. Certo, con le dovute differenze e le inevitabili polemiche, anche
perché le regole dello spettacolo richiedono apparenti sfumature, concorrenza,
competitività tra simili.
E’ ormai risaputo che gli Stati contemporanei vivono di emergenze
successive, reali o presunte o inventate; dichiarare un'emergenza dopo l'altra
giustifica la loro esistenza, che è, essa sì, un'emergenza seppur ormai
storicizzatasi, ma che nondimeno continua ad apparire a molti come
un'escrescenza della vita sociale, spesso addirittura un bubbone. Lo stato
d'emergenza è divenuto l'emergenza di Stato, lo Stato delle emergenze. Ma
serve, comunque, a compattare la popolazione, a creare un clima interclassista
ed interideologico: se straripa un fiume o c'è un'alluvione, ci si rimbocca le
maniche tutti, dal parroco al sovversivo, dal padrone all'operaio. Si
costruisce la comunità fittizia della solidarietà. (Non che la solidarietà in
sé sia fittizia, tutt' altro, ma quelle di questo tipo lo sono senza dubbio,
essendo rivolte ad obiettivi fra loro diversi, spesso contrastanti). Il clima
di unità fallace che così si costruisce serve soltanto a chi si è fatto gestore
del fittizio, amministratore dell'unità sui contrasti.
Ma non tutte le emergenze sono uguali. Ve
ne sono alcune che parti considerevoli di società non accettano come tali, ed
allora è possibile che le divisioni che si provocano siano maggiori delle unità
cui lo Stato aspira; ve ne sono altre che sono prettamente interne ad uno
Stato, che altri Stati non riconoscono come proprie, e dunque la solidarietà e
il coinvolgimento risultano alquanto limitati; ve ne sono, infine, altre ancora
che pretendono l'universalità, che coinvolgono cittadini e Stati, che sono al
tempo stesso interclassiste e internazionali e, naturalmente, queste sono le
migliori, le più utili.
Le guerre hanno sempre svolto
egregiamente questa funzione. In effetti, dividevano il mondo in tre: le due
schiere belligeranti ed una terza porzione, spesso non esigua, disimpegnata dal conflitto. Però, all'interno di ciascuno
schieramento, provocavano il mirabile risultato di una cooperazione e
solidarietà nazionale (e internazionale, con i paesi alleati) altrimenti del
tutto insperabile. E’ pur vero che spesso esistevano voci di dissenso o
addirittura di opposizione, ma non era difficile metterle a tacere, dato il
clima di guerra. Galera, campi di concentramento, eliminazione fisica: queste
erano le misure adottate contro gli oppositori ed assolutamente giustificate
con quell'emergenza dell'emergenza che è una guerra. Questo in entrambi gli
schieramenti, con un ondeggiamento utilitaristico dei paesi neutrali che si
compattavano sotto la profittevole bandiera della neutralità, commerciando con
gli uni e con gli altri, in attesa dei vincitori. Se nell'ultima guerra
mondiale, l'astuto, prudente quanto immondo staff dirigenziale hitleriano
concentrò e poi liquidò fisicamente prima i comunisti (specie se di sinistra e
radicali) e successivamente i socialdemocratici e poi gli ebrei, non si contano
i fucilati per "tradimento" da parte dei democraticissimi inglesi.
Non solo, ma anche la solidarietà internazionale, all'interno dello stesso
campo, funzionò perfettamente. A sentire George Orwell, persona sicuramente
degna di fede, mai l'Unione Sovietica di Stalin riscosse tante simpatie
popolari nell'Inghilterra di Churchill come durante l'alleanza bellica tra i
due paesi. E lo stesso Orwell, già allora criticissimo verso il regime
staliniano, si vide costretto, nelle trasmissioni BBC che conduceva, rivolte
all'India, a difendere e in qualche modo esaltare l'URSS perché "paese
alleato", contro la "barbarie nazista" (in sé assolutamente vera
e dunque immeritevole di virgolette, ma che peraltro serviva da demone
unificante, giustificativo di altre e non molto minori barbarie ‑ se
pensiamo alla politica coloniale inglese o a quella staliniana).
Ma
fra tutte le guerre, è la guerra santa quella
che funziona da massimo collante, all'interno di una nazione e nei rapporti fra
le nazioni. Essa deve soprattutto contenere in sé un alto valore morale, almeno
dichiarato, propagandato ed apparente; deve partire da dati di fatto
inoppugnabili, riscontrabili da tutti, ancorché interpretati secondo un'ottica
del tutto particolare; deve proporre o promettere soluzioni universalmente
vantaggiose, anche quando queste, ad un'analisi spassionata e dettagliata, mostrano
facilmente la corda e indicano la loro verità ultima: sono delle spudorate
menzogne che nascondono interessi inconfessabili.
La guerra al Drago possiede queste caratteristiche, contiene
tutti questi vantaggi. Con uno supplementare: di liquidare a priori tutte le
possibili critiche, soprattutto se radicali, tutti i possibili oppositori, in
specie se esterni ai rackets politici ed ideologici, con il potente e
ricattatorio richiamo all'unanimità
morale. Se in una guerra il dissenziente viene sempre considerato
disfattista, nemico di quel bene supremo che dovrebbe essere la patria , e
dunque passibile di condanna per tradimento, nella guerra al Drago, dove tutti
i valori cosiddetti morali e sociali vengono spregiudicatamente buttati sul
terreno, chi critica, dubita o si differenzia pubblicamente dall'opinione
corrente passa immediatamente per "amico del
Drago", viene bollato e
squalificato, se non criminalizzato, affinché trionfi il surrettizio
unanimismo. Se, poi, qualcuno osa
affermare che il Drago in quanto tale non esiste, che è un prodotto, peraltro
assai materiale, dello
spettacolo integrato, ebbene, costui ' è un nemico pubblico, con tutte le
conseguenze che ne derivano.
Una
manovra assai abile per mantenere un clima costante di guerra interna ed internazionale.
Gli
avvertimenti sono stati già lanciati, e con quella grossolanità ed arroganza
che contraddistingue gli
amministratori della glaciazione sociale. Tutti (o
quasi) gli intellettuali e gli opinion‑makers
corrono a supporto, da brave salmerie.
Il
terrorismo si diffonde. Il Drago è ovunque. Il Drago ti ascolta. Il Drago
uccide. Mentre la verità è che lo Stato ed il Drago si sono unificati, l'uno
essendo partecipe agli interessi dell'altro, mutuamente.
Pur con
il timore che queste condizioni eccezionali impongono a chiunque non sia santo
e martire, noi osiamo affermare ed argomentare alcune verità di base: che il
Drago non esiste o, per dir meglio, che è stato così abilmente simulato da
cominciare ad esistere, non come Drago ma come mortiferi effetti; che i San
Giorgio sono i suoi migliori alleati, perché senza un Drago da debellare i San
Giorgio apparirebbero per ciò che sono in realtà, dei miserabili faccendieri
dell'economia o della politica o della morale; che la menzogna reiterata e
diffusa rischia di divenire terribile realtà; che il Drago, oltre che
fermamente voluto e costruito, è un colossale business nelle sue tre
componenti: ideologica, economica, poliziesca; che non ci si potrà mai liberare
dal Drago senza liberarci dai San Giorgio.
Il Drago
di cui si sta parlando è la droga, anzi la Droga, se ancora non si era capito.
Né interessano in questa sede i sottili e spesso acuti distinguo operati da
alcuni (pochi) studiosi seri del problema, riguardo alle differenti
caratteristiche e pericolosità delle varie droghe.
Salta
agli occhi che il concetto di droga è inadeguato, generico, indifferenziato ed
usato per lo più in senso terroristico e criminalizzante. t evidente a chiunque
non sia troppo ottenebrato dall'ideologia e dalla martellante propaganda che
hashish e cocaina non sono la stessa cosa, come non lo sono anfetamina ed
eroina. Ma, di più, è immediatamente
percepibile da chicchessia che tè, caffè, nicotina, alcol sono anch'essi delle droghe, sia pur legalizzate e legali,
ma non per ciò meno nocive soprattutto per quel che riguarda tabacco e alcol
che sicuramente determinano un tasso di mortalità o di infermità assai più alto
non solo rispetto a quello prodotto dalla bonaria marijuana, ma anche dalla stessa
cattivissima eroina. E, poiché si è degli estremisti coerenti, non ci
spiacerebbe aggiungere all'elenco delle droghe l'automobile (che, è
statisticamente provato, procura un 200% di decessi in più della pur mortifera
eroina e un grado di assuefazione e dipendenza incomparabile, soprattutto come
effetti sociali) o il culto delle vacanze, a cui si sacrificano intere vite, o
lo stesso lavoro, in società capitalista: i morti da lavoro, diretti o
indiretti, sono incommensurabili rispetto a quelli da eroina (una stima cauta
potrebbe parlare di 1000 a 1). Ma, nel clima della guerra santa questi possono sembrare dei sottili distinguo, la
difesa di un avvocato che, alla fine, è costretto ad appellarsi al buon senso
della Corte, mentre si sa che ogni Corte ne è orgogliosamente sprovvista,
altrimenti non sopravvivrebbe alle sue contraddizioni.
Qui
invece interessa esaminare la droga come Drago, la sua utilizzazione
spettacolare quanto materiale, i giochi politici, ideologici e, ovviamente,
economici che le ruotano intorno. Sicché volontariamente si accettano le
banalissime, volgari e profondamente inesatte definizioni di droga che vengono
propagate, gonfiate artatamente e diffuse dai mass media. Quando si parla di
droga, qui, se ne parla come la intenderebbe qualsiasi bottegaio o qualsiasi
craxi.
Il Drago
è questo: non una realtà specifica e specificamente determinata, bensì il
Drago, un demone da esorcizzare, un'operazione ideologico‑politica da
condurre in porto, con innegabili vantaggi economici, e vedremo quali. A buon
titolo, si assume il concetto di droga per com'è stato socialmente imposto e la
figura del drogato, come quella del traviato, senza valori, capace di scippare
le vecchiette, inetto ad ogni partecipazione sociale, secondo le descrizioni che
se ne danno.
Quando
si tratta di suggestioni simboliche ed esorcistiche, non servono i distinguo interni, cioè riformisti, vale a dire
che assumono il quadro concettuale dato per contestarne parte. Una critica
radicale, e questa vuole esserlo, assume fino in fondo il dato avversario per
contrastarlo fino in fondo.
Per
dirla in termini chiari e preannunciativi, non interessa, dal punto di vista
della teoria, che i drogati vengano chiamati così, o tossicodipendenti, o
devianti o quel che è; che venga loro ritirata la patente per un mese invece
che per sei; che vadano in comunità terapeutica (le lucrose fabbriche di
dementi ed integrati di cui i drogati forniscono la materia prima) invece che
in carcere; che vengano chiamati utenti invece che delinquenti. Interessa
invece stabilire che ci troviamo in una società drogata, drogogena e drogorepressiva,
che la droga, proprio per la sua proibizione, è il business del secolo, la
merce per eccellenza, in cui il valore di scambio si è quasi totalmente autonomizzato
dal valore d'uso; che droga‑Drago e Stato sono interconnessi e
interdipendenti, entrambi valorizzando la necessità del controllo etero ed
autodiretto; che la ricompattazione morale contro il Drago è il trionfo della
glaciazione sociale; che la droga appare "bella" perché la
sopravvivenza sociale è orribile, grigia, incolore; che non si va lontano,
tranne che per i politici e le loro menzogne, "studiando" soluzioni
limitate; che se la droga ‑ intesa non come insieme di sostanze ma come
Drago ‑ è il male del secolo, con la degna coda spaventevole dell'Aids,
essa è la figlia naturale di cotanti genitori: la società del capitale e dello
spettacolo.
Per società drogata intendiamo una società
che si euforizza artificialmente, alterata nelle sue condizioni reali o
potenziali, che si intossica delle sue produzioni e ideologie e da esse viene
inquinata e condizionata, che è dipendente da quei meccanismi economici,
politici, spettacolari che peraltro la consumano e distruggono, che è incapace
di riconoscersi in quanto tale ‑ come comunità di esseri umani ‑ ma
che, per un processo di autoidentificazione, ha bisogno di alienarsi
collettivamente, che ha ridotto tutto a merce, anche le relazioni umane,
amorose, amicali. Ebbene, la società presente è una società drogata.
Per società drogogena intendiamo una società
che, rendendo l'esistenza di tutti e di ciascuno di difficile sopportazione,
spinge gli individui a drogarsi, attraverso droghe considerate lecite oppure
illecite (quelle propriamente dette). Fra chi corre allo stadio o in discoteca
nella disperata ricerca di "dimenticare" almeno per un giorno, per
un'ora, l'insopportabile pesantezza della sopravvivenza e chi, perseguendo il
medesimo scopo, sniffa a cocaina o si inietta eroina, la differenza è assai più
apparente che reale. Spesso addirittura i fenomeni entrano in combinazione
moltiplicatoria. Una società che condiziona la domanda attraverso l'offerta,
seguendo precise regole mercantili, che produce droghe e le diffonde e che, con
la seduzione e contemporanea proibizione di quelle definite illecite, crea dei
mercati fittizi, gonfiati, drogati, per l'appunto, com'è quello delle
cosiddette droghe e favorisce così un'organizzazione di
accumulazione capitalistica e di controllo sociale
di tipo criminale, parallela a quella ufficiale, statale, è una società
drogogena. Ebbene le società presente è una società
drogogena.
Per società drogorepressiva intendiamo una
società che persegue i consumatori di droghe classicamente intese, dopo aver
stimolato il loro diffondersi, la loro "necessità", il loro
commercio, dopo aver assunto in sé quella valorizzazione della merce che la
droga evidenzia al massimo livello. Senza la repressione delle droghe e dei
loro consumatori, una simile valorizzazione non sarebbe stata né sarebbe
possibile, come sarebbe stata impensabile la creazione di un simile, gigantesco
indotto. La repressione, come accresce smisuratamente il valore di scambio
della merce droga (da cui l'interesse delle organizzazioni mafiose che
dispongono di molto materiale umano da "sacrificare" e di cospicui
capitali da far rendere al massimo, nonché di strutture "clandestine"
capillari, così come richiede il mercato), così fa lievitare la loro
appetibilità da parte di tutti quei soggetti che patiscono questa società e
che, attraverso il consumo di droghe, cercano un'ipotetica trasgressione. In
ultimo, ma non come importanza, la repressione consente il permanere di un
esercito di repressori di vario tipo e ideologia e delle loro strutture, di
veicolare ogni sorta di ideologia
conservativa sotto forma di impegno morale, di amalgamare, agglutinare ed
appiattire diversi soggetti sociali potenzialmente antagonisti sotto lo
stendardo della "lotta
alla droga", di rivalorizzare ideologie altrimenti intaccate dalla crisi (quella della famiglia,
del lavoro, quella religiosa ecc.). Ebbene, la società presente è una società drogorepressiva.
Ed è
appunto questa società, attraverso gli Stati che se ne assumono la
rappresentanza e gli uomini politici che, a loro volta, vogliono condensare in
sé l'essenza dello Stato contemporaneo, che si è costruita il Drago per celare
il più a lungo possibile la sua reale natura. Il mantenimento del mistero sulle
reali connessioni sociali, affumicate ed oscurate dalle false rappresentazioni,
e sull'essenza della società attuale è la condizione indispensabile per la
perpetuazione della società stessa. Ma il mistero lo si conserva ed alimenta
attraverso due tecniche spesso tra loro combinate: quella del segreto in senso
stretto, come ben sanno i vari "servizi",
utile quasi esclusivamente durante la preparazione e la commissione di
determinate attività, e quella dell'informazione eccessiva, sovrabbondante,
nella quale dati veri e dati falsi risultano così strettamente commisti che
nessuno riesce più a districarsene e soprattutto a prendere efficacemente
partito.
Le
singole operazioni vengono mantenute il più rigorosamente possibile segrete;
successivamente, attraverso i media, si lascia filtrare l'informazione che
esistono dei segreti‑ in una fase ulteriore, molti segreti, o presunti tali, vengono " denunciati"
(assai raramente svelati in senso proprio) pubblicamente, diffusi
massmediaticamente con sovrabbondanza di dettagli più o meno interessanti e, in
questo eccesso, "verum et falsurn coincidunt". Se Hegel poteva
formulare la tesi che il falso è un momento del vero e Debord, utilizzando e
rovesciando acutamente l'assunto, in termini contemporanei, che "nel mondo
realmente capovolto il vero è un
momento del falso", noi possiamo affermare che la falsificazione del vero
e l'inveramento del falso sono momenti complementari della medesima strategia,
attuata attraverso differenti e complementari tattiche (il segreto, la
disinformazione, l'informazione eccessiva e indifferenziata), volta a mantenere
tutto e tutti nell'incertezza, sicché l'unica
"verità" venga costituita da ciò
che appare più
"immediatamente".
Cosa
appare più immediatamente? L'esistenza di droghe e drogati, gli effetti
nefasti, la presenza della Mafia e così via.
Assume queste “come verità”
e in qualche modo chiunque le può toccare con mano, non è troppo lungo il passo
successivo, quello che conduce a parlare di Droga, del Drago.
E le
informazioni che vengono fornite sul fenomeno tendono semplicemente ad
accrescerlo. Altrettanto fanno le deformazioni. Le informazioni trasmesse
divengono inutilizzabili da ciascun soggetto, mentre le deformazioni lo
influenzano, lo condizionano. Gli elementi informativi di cui si può venire in
possesso si presentano scollegati, cioè indisponibili ad un'analisi critica
unitaria, mentre l'immagine del Drago, essa sì, appare unitaria, anzi
granitica.
Qualsiasi lettore attento può essere "informato" della stretta
amicizia e collaborazione fra l'attuale presidente USA, Bush, e l'ex dittatore
di Panama, Noriega, quando il primo era a capo della CIA ed il secondo suo
agente "mille usi", compreso quello di spacciare droghe, se ciò
serviva ad impinguare segretamente le casse del "servizio", nonché
quelle personali dei singoli. E se Noriega è stato davvero al centro di un
grande traffico di droga, come sostengono gli americani, che non hanno esitato
ad invadere lo stato di Panama, con migliaia di morti fra la popolazione
civile, per "assicurare alla giustizia" tanto criminale e, in realtà,
per controllare con maggiore sicurezza il decisivo canale nonché per colpire le
indebite ingerenze in traffici ormai consolidati e, di passaggio ma
esemplarmente, per mettere alla berlina il servitorello che si era voluto
metter su bottega in proprio, non lo era certo da qualche anno e, per giunta,
all'insaputa degli onesti yankees; certi ruoli non si improvvisano e Noriega il
suo senz'altro l'ha ereditato dal suo predecessore, insieme al potere. Così,
chiunque può logicamente dedurre che, per interessi politici ed economici, la
CIA e Bush fossero già da allora implicati in simili traffici con il Drago,
anche se oggi si ergono a San Giorgio internazionali.
Lo
spettacolo montato successivamente, il dispiegamento militare, l'invasione di
Panama, l'arresto del "traditore" con suo conseguente trasloco negli
USA, non senza l'intervento della Chiesa cattolica, sempre attenta ai maneggi
terreni oltre che a quelli suppostamente celesti e, in verità, inimitabile in
quanto ad uso della doppiezza ed a sagacia spettacolare, tutto ciò non ha fatto
altro che riaffermare l'esistenza del Drago, e la necessità della lotta contro
di esso, invece di mettere a nudo le reali connessioni, gli effettivi interessi
in gioco.
Infatti,
cosa se ne fa uno di tutte queste informazioni note e notorie? Praticamente
nulla. Il problema è stato spostato, l'attenzione
sociale attratta dalle roboanti dichiarazioni bellicose e moralizzatrici del
governo americano, da un lato, dalla "guerra" con i
"narcotraficantes" dall'altro e, soprattutto, dai guasti che
effettivamente produce l'abuso di stupefacenti. Così nessuno, o quasi, si
chiede più cosa c'è sotto, chi c'è dietro, quali sono i meccanismi innescati,
quali i valori, materialisticamente intesi, posti in essere o messi in
discussione, vale a dire contesi.
L'opera
di falsificazione è completa.
Così
l'informazione della passata amicizia e alleanza tra Bush e Noriega viene fatta
circolare perché già precedentemente sterilizzata,
resa innocua al punto che ben pochi ne possano trarre le dovute
conseguenze. (Mentre, va da sé, gli affari, quando avvenivano, erano coperti da
un rigoroso segreto). I pezzettini del mosaico sono così ben sparpagliati e
frammischiati che riesce estremamente difficile ricomporli e dare un effettivo
senso al mosaico stesso. Così sfuggono taluni, aspetti fondamentali della
questione, sforzo ideologico e spettacolare americano a parte: che gli USA
hanno iniziato ad "indignarsi" quando il cosidetto cartello di
Medellín ha cominciato a produrre eroina, il cui controllo sino ad allora era
stato quasi esclusivamente in mano ai "servizi" americani; che,
fallite varie politiche per il controllo stretto del Centro e Sud America, i
cui esempi più clamorosi sono stati la risibile speranza nella forza dei "contras" in Nicaragua e
l'appoggio sfacciato a regimi fascisti in Salvador, gli USA dovevano in qualche
modo ingerirsi "autorevolmente", cioè "moralmente", in
quello che definiscono il loro "cortile
di casa"; che dovevano trovare un collante autoritario per vincolare a
sé sempre di più i loro alleati europei, scegliendo un "tema forte",
come si usa dire, e difatti il signor Craxi ha lanciato la sua campagna
antidroga, meramente repressiva, dopo un lungo ed accalorato incontro con
Rudolph Giuliani, allora procuratore capo a New York, successivamente sindaco
trombato e, da sempre, strettamente legato a quell'ambiente economico‑politico‑militare
che ha come suo braccio armato i "servizi" e che è difficile non
definire di stampo mafioso.
Ma il
caso forse più sconvolgente, ed esemplare per quanto riguarda la povertà di
senso delle informazioni nell'epoca della loro voluta sovrabbondanza, è quello
di Khun Sa. Costui regna di fatto sullo "Stato
degli Sban", a cavallo tra Birmania, Laos e Thailandia, nel cuore di
quello che è stato definito il "Triangolo
d'oro". Si calcola che controlli l'80% della
produzione di oppio e della sua trasformazione in eroina. Questo signore, noto
da tempo al pari dei suoi traffici,
recentemente è salito sulla scena della spettacolo internazionale ' ha raccontato
i complessi rapporti avuti con
uomini della CIA, della DEA ed anche del Kuomintang, offrendo dati e nomi e
cognomi di persone implicate nel traffico internazionale, spiegandone le
ragioni politiche. Ma le sue affermazioni, quasi sicuramente veridiche, hanno
avuto il peso di una piuma: tutto si è risolto dentro H meccanismo dello
spettacolo.
Anche in
Italia queste informazioni sono state offerte con abbondanza. Sono state
effettuate trasmissioni su RAI 3, su Canale 5 e vari articoli sono apparsi su
riviste ed anche su giornali quotidiani. Ma, a quel che sembra, nessuno ne ha
tratto delle conclusioni logiche.
Le
parole e perplessità dello stesso James Bo Gritz, l'ex colonnello delle forze
speciali statunitensi, conosciuto come il "vero Rambo" (perché dalle
sue "gesta" nel Viet Nam sarebbe stato costruito il personaggio di fiction
di Rambo), sono cadute nel vuoto. Questo Bo non spicca certo per eccessiva
intelligenza o perspicacia, ha il cervello imbottito di stelle e strisce, però
non è neppure totalmente rincretinito e, soprattutto, ama svisceratamente la
"sua" America e i "suoi" soldati. Né, ovviamente, gli manca
il coraggio. Solo che in questo caso ha avuto il coraggio sbagliato.
Riassumiamo brevemente la storia per chi non la conoscesse. James Bo
Gritz, da autentico Rambo, soldato e patriota, ha impegnato gli ultimi anni
della sua vita nella ricerca dei militari americani ancora prigionieri,
soprattutto in Laos e Cambogia, dopo la fine della guerra del Viet Nam. A
questo fine, emarginato dal governo Usa che voleva solo far dimenticare la
guerra, suturare le non poche ferite e far risplendere nuovamente il sogno
americano, si era messo a cercare qualche alleato o qualche possibile aiuto in
zona. Nell'88, dopo vicissitudini inenarrabili e, per l'appunto,
"rambiche", riusci a contattare Khun Sa nel suo "regno" e
lì gli capitò la prima sorpresa, che per un animo semplice e militare come 2
suo, non doveva essere dappoco. Khun Sa non solo lo ricevette, gli fornì le
informazioni di cui era in possesso, ma. forse perché ignorava la vera realtà
politica americana o forse perché sovraestimava i poteri di un
"Rambo", gli fece addirittura una proposta sconvolgente: era disposto
ad abolire nel suo territorio la produzione di oppio (che, si ripete, è pari
all'80% della produzione mondiale) in cambio di aiuti USA per la riconversione
delle colture e del riconoscimento del cc suo" Stato. Ma l'astuto
orientale sin dall'inizio mise sull'avviso il muscoloso cocacolaro: che stesse
attento con chi parlava, perché i suoi migliori clienti erano sempre stati
proprio gli uomini della CIA, che già avevano finanziato con il traffico di
eroina la guerra in Laos e Cambogia, dopo che il Congresso aveva votato contro
i finanziamenti bellici. Bo Stelle‑e-Strisce, da buon americano, non si
diede per vinto, tornò negli USA, corse alla Casa Bianca dove raccontò tutto, e
nessuno manco gli diede retta. Il povero "Rambo" aveva scoperto un
segreto di Pulcinella e addirittura stava diventando fastidioso. Adesso Bo
conduce una guerra solitaria, "contro la droga" e per recuperare i
"suoi" soldati ancora prigionieri, ma il suo fallimento è assicurato
e dimostrato proprio dal "rilievo" che la società spettacolare ha
concesso alle sue interviste e dichiarazioni. Tutto è ormai sotto controllo,
tutto sterilizzato.
I
notabili statunitensi non si sono neppure presi la briga di smentire
formalmente, ad alto livello, le dichiarazioni di Khun Sa successivamente
riportate da "Rambo" (e, sia detto di passaggio, è a tale
giustificata noncuranza che quest'ultimo, questo eroe cretino da fumetti, deve
la sua sopravvivenza) né si sono particolarmente impegnati affinché simili
rivelazioni venissero tenute nascoste. In effetti non ce n'era e non ce n'è
bisogno. L'anestesia preventiva aveva
già funzionato sull'informazione. Anzi si può affermare che l'informazione
stessa, intesa come tecnica di diffusione di fatti e notizie, tenda di per sé
all'anestesia preventiva del suo fruitore.
Ritorniamo un attimo a Khun Sa ed alle
sue dichiarazioni che appaiono del tutto verosimili, tanto più che già in
passato alcune indagini giornalistiche serie avevano documentato come la
"via della droga" (allora si trattava essenzialmente di morfina ed
eroina; il boom della cocaina è assai più recente) partisse dal famoso 'Triangolo d'oro" e come i suoi
fili venissero tirati direttamente da agenti americani (CIA e DEA). Dunque, un
lettore medio e di media intelligenza è tendenzialmente incline a ritenere vere
le informazioni di cui viene in possesso e nondimeno ciò gli serve a poco o a
nulla per un giudizio complessivo ed articolato sulla gestione del
"fenomeno droga", sulle sue cause, sulla nascita del Drago, sulla sua
diffusione e spettacolarizzazione. Questo perché nella notizia, anzi nelle
notizie e nella loro circolazione, sono stati già immessi sufficienti
"anticorpi", elementi cioè che ne sviliscono la credibilità effettiva
e soprattutto la possibilità pratica di trarne le debite conseguenze.
In primo
luogo, Khun Sa è veramente uno dei
massimi produttori e venditori di droga e dunque viene "spontaneo"
(vale a dire suggerito in modo che sembri spontaneo) ritenere che qualsiasi sua
asserzione sia strettamente legata ai suoi specifici interessi, verso i quali
si ha un moto di ripugnanza. Quindi, le verità da lui eventualmente affermate
sono già sottoposte anticipatamente al vaglio morale, perdendo con ciò gran
parte della loro carica pratica. In altri termini, l'indignazione morale contro
il Drago fa aggio sulla ricostruzione delle effettive responsabilità, impedisce
che si operino quei collegamenti storici e logici che permetterebbero di capire
quali sono le ragioni reali, politiche, economiche e spettacolari,
dell'iperdiffusione delle droghe a partire dalla seconda metà di questo secolo,
dal momento in cui gli interessi capitalistici e statali hanno progressivamente
abbandonato le "valvole di sfogo" dello spreco assoluto determinato
da conflitti mondiali, scegliendo quella dei conflitti locali o delle
"guerre interne". In altre parole ancora: Khun Sa e altri cento dicano
quello che vogliono, ma il Drago c'è, questo è quello che conta, il resto sono
inezie.
In
secondo luogo, è altrettanto "evidente" (nel senso che viene offerto
alla pubblica vista, è mostrato, è manifesto) che gli Stati, e i loro capi, si
stanno impegnando nella guerra alla droga, nella sfida al Drago. Questa
"evidenza‑, fortemente impregnata di moralità e di difesa sociale, è
ciò che più nitidamente si staglia sull'immaginario collettivo e, dunque,
cancella a priori molte delle domande
che sarebbe lecito porsi: com'è stata possibile la nascita di un simile
fenomeno, a chi ha giovato e giova, i mezzi per combatterlo sono adeguati
oppure no, quali interessi manifesti ed occulti sono in campo, quante sono le
relazioni fra di essi e, più in generale, con la politica degli Stati, il
controllo sul pianeta, le esigenze di un mercato sempre più fortemente
ideologizzato e dunque t( drogato". Ma di fronte a tanta
"evidenza", il cittadino medio e di medio buonsenso, non tende a
dubitare: questa è la 44 verità" di fondo, il senso, per quanto lui può
cogliere. E se effettivamente, come racconta Khun Sa e come si evince da molti
altri dati, nello sviluppo dei traffici delle droghe sono stati implicati alti
funzionari governativi, di questo o quel paese "all'avanguardia nella
lotta alla droga", ebbene saranno state delle singole deviazioni, non tali
da mettere in discussione l'insieme, il sistema, la sua logica, il suo modo di
operare.
In terzo
luogo, ed infine, vi è la cultura della s/connessione, che da sempre è stato un
obiettivo dell'informazione sovrabbondante e sprovvista di qualsiasi valenza
critica. Vengono offerti dei fatti, spesso addirittura dei colpevoli di essi,
ma questi medesimi fatti vengono isolati, castrati di quel col legamento
analitico e critico che potrebbe mettere in discussione il senso del sistema
stesso e delle sue pratiche. Al contrario, la pubblicizzazione di talune magagne anche ai livelli
massimi (per esempio, Watergate, Irangate o, in Italia, la P2 o i "servizi
deviati") favorisce l'immagine di credibilità del sistema, la sua
intrinseca controllabilità e dunque la sua democrazia. Ed è proprio su questa
"deviazione", intesa come margine di errore umano, sulle ipotesi di
deviazioni, per ciò stesso correggibili, che ottiene il consenso, e dunque
fonda il suo potere, quel capitalismo
mondiale integrato di cui parla Guattari e che, in modo molto più corretto
teoricamente e pregnante, Debord definisce come lo spettacolare integrato.
Quelle
che sono delle contraddizioni intrinseche al sistema vengono offerte come
contraddizioni marginali. I servizi segreti deviati, gli abusi delle polizie, i
capi di stato corrotti o corruttibili, e via discorrendo, sono tutte deviazioni
che ritrovano la loro unità ed utilità nello spettacolo diffuso. A questo
punto, tornando al tema, data per scontata l'esistenza di un Drago e della
necessità della Difesa Sociale, cosa può importare che questo o quell'uomo di
governo sia stato implicato in simili affari? Una volta inghiottita l'esca, e
cioè che la "piaga sociale del XX° secolo" ha un'origine malefica
indecifrabile, com'è per le sventure naturali, l'importante è stringersi a
coorte, salvare la società e le sue regole, colpire i malvagi (di cui vi è
addirittura una sovrabbondanza esposta alla pubblica attenzione), recuperare i
devianti ai valori sociali predominanti, rispolverare i valori antichi su cui
si è fondato lo "sviluppo" della società: l'etica del capitalismo,
prima e, poi, l'immagine spettacolare.
Ne
consegue, paradossalmente, che tutte le ‑informazioni" fornite su
questo o quel traffico, su questa o quella "corruzione", le varie
"rivelazioni" o le grida d'allarme, le divergenze politiche e
massmediatiche, in realtà servono a costruire l'esistenza del Drago, a diffonderne
lo spettacolo quanto i letali risultati.
E’ la
logica per cui gli avversari si ritrovano alleati quando c'è o si inventano un
comune nemico, anche quando questi è stato da loro direttamente prodotto e
voluto. I singoli commercianti o bottegai sono disposti a scannarsi tra loro
senza esclusione di colpi, pur di prevalere, ma tutti soggiacciono alla stessa
logica della merce e del commercio; tutti si alleano momentaneamente, e fondano
e rafforzano le polizie, di fronte al "ladro", a colui cioè che,
frutto diretto della logica della merce, serve
per negativo alla sua perpetuazione e riproduzione (la merce ha un tale
valore che si può anche andare in galera o morirne pur di essere compartecipi
al suo possesso).
Alla
fine: tutti in comunità. Sociale, politica, ecclesiale o terapeutica.
Qualsiasi, purché fittizia. Purché il terribile rischio della comunità umana
reale e realizzata venga scongiurato.
Non c'è stato
tanto abuso dei termini "comunità", "socialità",
"umanità", "solidarietà", "democrazia" quanto in
quest'epoca che manifesta brutalmente la loro inesistenza o scomparsa.
Navarro suonava il sax in
una band nella cantina, pezzi semplici, improvvisati, tanto per allenarsi alla
comprensione veloce con gli altri e dare spazio a tutti e quattro. Finivano
uscendo con le ragazze che si spartivano fino all'ultima birra all'alba. Ma
Navarro no, rimaneva in cantina, solo solo, con la sua Signora sdraiata sul
cucchiaino aspettando di essere sciolta e trasparente e calda, la sua puttana
calda su cui lavorava freneticamente con le agili dita di sassofonista, attento
come un seduttore a controllare il sudore delle sue dita, che non si
rovesciasse come gli succedeva di solito quando era in carenza, e stava lì,
seduto ad aspettare di essere qualcos'altro. Stava aspettando una modificazione
dolce, che gli alleggerisse la voglia di esistere e che gli permettesse di
suonare senza soffrire, senza che la sua anima sanguinasse, senza che gli altri
dovessero lamentarsi di lui. Con se stesso aveva trovato il compromesso
perfetto: quando era in carenza e la sua sensibilità era a fior di nervi,
immaginava in note la sua disperazione. Una musica nel cervello fino
all'isteria, ma, per eseguirla e sopportarla, l'accompagnava la sua Signora
calda, la sua Signora, la sua bianca, il suo maglione scaldaanima. Aveva
trovato il ponte con se stesso, lo percorreva ogni giorno. In calo e fuso, fuso
e in calo. Si nutriva di se stesso e il suo se stesso nutriva la Signora. E la
Signora si pappava tutta la sua musica, trasformando il suo jazz in anestesia
ascoltabile e dormiva sul suo sax, soffiava l'indispensabile, il consumabile
istantaneo, l'accenno vago che confermasse la sua esistenza. Aveva la noia e la
sua soluzione, poteva soffermarsi su qualsiasi pensiero e non sentire la
viscosità delle sue contraddizioni, né il respiro delle sue emozioni avvolte in
quell'impermeabile assonnato che era il suo corpo. Il tempo ucciso, le domande
strozzate passavano dentro lo stantuffo e si trasformavano in nulla incrostando
il suo bel cervello di tempo ucciso, di tempo senza memoria. E la mattina gli
esplodeva in testa dopo poche ore di sonno e si ritrovava nella palude delle
lenzuola bagnate d'acqua acida, divorato dalla ripetizione dell'attesa,
l'angosciosa morsa di lucidità che lo percorreva con un tremito, facendo
rimbalzare tutti i suoi punti più deboli, sia fisici che mentali.
Aspettando nell'insopportabilità del tempo che Vicky arrivasse. Bella
Vicky con la roba. Vicky suonava il campanello e Navarro schizzava dalla sua
cuccia con la coperta addosso, percorrendo 2 lungo, interminabile corridoio
senza che il sudore gelato lo pungesse di aghi di pelle d'oca. Riusciva a rianimarsi e a prendere forza solo
se Vicky suonava alla porta con la roba in tasca. «Preparamela tu Vicky io
tremo troppo. Fai in fretta
piccola non mi reggo più», diceva passandosi una mano sulla fronte per
staccarsi i capelli bagnati. Interrogava i calli del suo braccio, dove
avrebbero permesso all'ago di entrare questa volta. Gli sembrava che le vene
gli rispondessero saltando quasi fuori dalle loro piste nere callose. E Vicky,
che sapeva la storia delle sue vene, si regolava come su una carta geografica
nota, piena di fiumi neri, scegliendo quella meno rischiosa, la più praticabile
e sicura, saggiando con i polpastrelli se erano calli quelli che sentiva o se
sotto c'era ancora un po' di vena disponibile. Gesti rapidi e sicuri, quelli di
Vícky, senza che la sua faccia muovesse un'emozione; levava l'ago dal braccio e
gli diceva: «Navarro ora sei al caldo, sei normale, stai bene ora. Goditelo il
flash. E’ buona la roba del Cinese, è puntuale come lui e spacca il secondo
cioè lo annienta, insomma fa del bene, fa del bene. Corretto il Cinese ... ».
Era tempo ormai che quando Vicky gli preparava la roba parlava in continuazione
scaricando l'ansia del raggiungere la sua vena. Chiacchiere, concetti,
commenti. Navarro l'immaginava come se stesse parlando al finestrino di un
treno mentre stava per partire dicendo le ultime cose prima che il cigolio e lo
strattone delle ruote se la portassero via. Prima che lo stantuffo arrivasse a
zero e di colpo si zittisse. «Per ascoltarsi dentro ‑diceva Vicky con gli
occhi chiusi‑ a diminuire di cinque chili di scimmia» , e ridacchiava.
«Capolinea», pensava Navarro guardandola, «il tuo capolinea è davanti alla mia
porta, il mio quando la apro. Tutti e due viviamo in una stazione».
«Già,
con un Cinese dall'altra parte», rispose Vícky rauca. «Mi hai letto nel
pensiero?», chiese Navarro aprendo gli occhi allarmati con uno sforzo. «No, no
Navarro, hai pensato a voce alta. Tranquillo, no pasa nada, abbiamo l'Orient
Express, il Cinese, l'Orient Express, Navarro. Siamo in carrozza! ».
«No,
Vicky, io sono in una sala d'attesa finché tu non arrivi. Sono inchiodato al
letto. Il tuo ottimismo mi fa incazzare è esasperante il tuo ottimismo».
«Navarro, io non ce la farei senza, non ce la farei a portarti la roba
tutte le mattine. Il mio ottimismo
... Pensa Navarro, ma come pensi che si stia nel metrò alle 6 di mattina? Come
pensi che si stia in pieno inferno, dove ti stritolano e gli odori umani ti
danno la nausea, ti senti pesante come il piombo e per un attimo invidi la
gente che non ha la scimmia. Come pensi che farei ad aspettare di avere la roba
per buttarmi nel primo cesso con la chiave, f armi e riprendere il metrò e
galoppare fino a casa tua? Il mio ottimismo ti fa stare bene ogni mattina,
Navarro. Sono la tua infermiera, la tua tetta calda, gonfia di roba. Il tuo
ponte col fuori, il tuo pronto soccorso. Se manco, sei fottuto Navarro, te la
dovresti vedere con questo fuori così freddo, con tutti gli esseri assuefatti
te la dovresti vedere, Navarro. E per te non sarebbe facile. No, no. Chiedere
ed aspettare le ore al freddo trascinandoti in cinque o sei posti diversi
chiedendo sempre la stessa cosa mentre magari chi te la deve portare è fuso e
non si rende conto che lo stai aspettando. Magari lo ritrovi due isolati dopo
sdraiato fra due macchine parcheggiate con le labbra viola, la lingua di
cartone che gli sta andando in gola. Come stanotte con un tipo. Sai, ho dovuto
arpionargliela con le unghie per tirargliela fuori, la lingua, avevo le unghie
piene di sangue, aveva l'odore della morte in bocca, l'alito fermo, i suoi
polmoni si stavano bloccando e ti prende un conato di rifiuto, il terrore che
la morte ti comunica e tu non hai nemmeno una fiala di Narcan e sei in carenza. 1 tossicomani intorno sono spariti tutti, schizzati
via, merde in proprio, loro! Ed una percentuale di infami. Ho sentito qualche
imbecille che farebbe il carabiniere così può sequestrare roba in piazza.
L'adrenalina molte volte è migliore di qualsiasi autocontrollo. Mi è
salita tutta insieme contro quell'odore di morte, l'ho sbattuto contro 2 cofano
della macchina mandandogli a finire il cuore a ballare dall'altra parte della
cassa toracica, su e giù, gli urlavo di vivere, figlio di puttana, di vivere,
di respirare, respirare. Ecco cosa dovevo fare, farlo respirare. L'ho sdraiato
sul marciapiede, gli avrei prestato i miei polmoni respirando con lui. Ma Bea
non mi aveva mollato come credevo, era andata a chiamare l'ambulanza. "Bea la sai fare la respirazione?
Aiutami". Ci abbiamo provato ma
non ci riuscivamo. Non potevamo mollarlo proprio allora; l'abbiamo
issato contro 9 muro per caricarcelo e
bloccare una macchina. Due
non si sono fermate benché la strada fosse stretta e andavano piano, ed è la
mia isteria che ha bloccato la terza con un calcio nella portiera. "Sta
morendo, muoviti o ci resta. t in overdose. Sta schiattando, vai più forte che
puoi". Io ero fradicia di sudore incazzata e Bea con un panno fuori ed una
mano sul clacson, il tipo era scioccato e muto, ma guidava velocissimo. Nella
corsia all'ospedale sono riuscita a controllare dai calzini in su che non
avesse niente di strano, di compromettente nelle tasche e nel portafoglio.
L'autista balbettava spaventato, aveva più pronto soccorso.
"Dottore, è in over": l'urgenza della nostra voce non
ammetteva repliche, dubbi o ipotetici shock anafilattici che hanno gli stessi
sintomi dell'over. E stato bravissimo. L'ha salvato, l'ha riportato in vita, ha
fatto in tempo ed è uscito dall'infermeria con la faccia di chi se l'è vista
brutta, ma brutta. Ho stretto Bea che è così minuta ma forte, ma il mio calo mi
ha afflosciato portandomi i reni nei calzini, il culo sulla panca e tutto il
resto in sudore acido. L'adrenalina era scesa, sparita, ero un sacco vuoto
bagnato di febbre. Il dottore mi ha guardata, ero imperlata di sudore fino ai
capelli, gli occhi liquidi e le pupille larghe.
"Fammelo un pronto soccorso, dottore,
non reggo più". Gli avrei baciato i piedi per la sua conoscenza dei
sintomi della carenza. Mi ha misurato la pressione nel lettino vicino a quello
del resuscitato che con gli occhi aperti mi guardava chiedendomi come mai
eravamo in ospedale, ma io non rispondevo limitandomi ad aspettare che il
dottore finisse di farmi l'intramuscolare di morfina mentre Bea aspettava
fuori. "Grazie dottore per la tua conoscenza", sai quante volte si
arriva in ospedale in piena astinenza e quanti dottori nella loro ignoranza o
cattiveria gratuita o vendetta contro questo 'pus' non riconoscono un calo e
diagnosticano: "No, tu vuoi solo sballarti, stai benone" e tu gli
auguri che i loro figli diventino tossicomani e te ne vai più disperato di
prima mentre immagini di chiudere quel dottore in una stanza, fargli roba per
un mese di seguito e poi troncare di brutto e fargli sentire cos'è un calo.
Oppure che gli dai una coltellata nel fegato o nei reni come quelle che senti
tu mentre strisci per i muri di questa città come un animale mezzo morto
cercando roba insieme alla voglia di ucciderti che hai. No, Navarro, li fuori
strisceresti per i muri scaraventandoti nello stridio del metrò. Le rotaie
attraggono quando senti che non hai scampo dalla tua scimmia. Navarro, nella
tua malattia sei un privilegiato. Non abbiamo scampo tutti e due, non abbiamo
una soluzione per vivere in un altro modo e se c'è dovrebbe essere distante da
qui, dove il sole possa scaldarci ed asciugare il nostro corpo ed il nostro
cervello. Sarebbe già una bella sfida decidere davvero e scegliere un posto per
smettere. Un buon posto per smettere.
Navarro,
una decisione così, presa per bene e li inculiamo tutti: strutture, comunità,
assistenti sociali, medici, tutti, Navarro, stan facendo carriera sulla nostra
pelle! Il tossico rende. Siamo materiale umano redditizio, serviamo anche agli
esperimenti con nuovi farmaci; se ti ricoveri per smettere ti fanno firmare e
fai la cavia. No, Navarro, l'unica è smettere da soli. Al sud, al sole. Troppi
amici stanno morendo per la roba, per l'aids.
Forse
anche loro avevano un posto dove smettere nel solaio della loro mente, ma non
hanno fatto in tempo ad andarci. Si sono fermati per sempre su una panchina, in
silenzio, sugli scalini, dentro ad un cesso, ad un letto, sul metrò, ovunque .
In silenzio. Qualcuno non ha fatto nemmeno in tempo a togliersi il laccio. Noi
tossici siamo silenziosi e con poco tempo. Siamo portati a pensare di avere
tutto il tempo che vogliamo e così rimandiamo facilmente la nostra coscienza e
prendiamo finte decisioni, sempre più in là, sempre il prossimo mese, il
prossimo anno, il prossimo niente. Navarro, non abbiamo che 2 vantaggio di
sapere cosa ci aspetta attraverso tutte le fasi, sapendo che il tempo passa lo
stesso ed il corpo si rigenera. Dopo l'aver scalato col metadone o con la roba
stessa, tutti i pezzi si reincastrano e ci si può stupire delle memorie che
avevamo scordato di avere e delle sensazioni vivide ritrovate e riprese in
possesso. Il nostro male si guarisce, si dissolve. La sappiamo questa resa dei
conti. Siamo fottuti se non smettiamo. Da quanto tempo non facciamo l'amore? E
da quando non giochiamo più e non scherziamo e non proviamo più niente che non
abbia a che fare con la roba? lo non ho ancora finito di giocare. Voglio
giocare ancora, io!
La roba
ci scava fuori e dentro. Ci fa vecchi e stanchi ed assomigliamo sempre di più a
questa città e sempre meno a noi stessi. Stiamo diventando indifferenti a
tutto. Tutto dello stesso colore grigiomerda. Col nostro io appallottolato in
fondo a qualche vena tappata e sempre più deboli. No, non possiamo darci in
pasto così. Almeno questo atto d'amore ce lo dobbiamo. Vorrai mica andare a
produrre mobiletti o artigianato per le comunità terapeutiche?! Sai che bello
spalare la merda dei maiali e chiamarti numero 128 e dichiarare che sei felice
e fare carriera per riconquistarti il tuo orologio che ti hanno sequestrato
insieme ai documenti appena entrato. E la sera, dopo aver lavato 1200 piatti e
aver mangiato i prodotti della "nostra terra", quello stare tutti
insieme e, come tristi boy‑scouts, battere le mani e cantare la
riconoscenza per quel moderno lager
dove la spersonalizzazione è
la prima allucinante regola. E tutto ben organizzato: c'è anche chi si
sostituisce al tuo pensiero. Mettigli in mano a quei bastardi un ragazzo debole
e provato dalla roba, impaurito, che magari non si stima più molto ed il
prodotto finito sarà un perfetto operaio lobotomizzato e tanto devoto da non
volere più tornare nel mondo. E meno perversa la galera, almeno le regole sono
chiare. Preferisco la fottuta galera, allora.
No,
sarebbe proprio uno scorno, Navarro, dopo tutto questo stare male finire in
questa specie di succursali della Fiat! t come finire in qualche pensionato per
arresi, aspettando che la vita passi ... e loro a fregarsi le mani contenti dei
loro buoni investimenti. Il tossico rende, è un buon business. Che rabbia, e
che tristezza! Restiamo esseri umani, Navarro, tagliamo la corda. Quando
torneremo qui saremo più forti e nessuno ci avrà amministrato un bel niente.
Quando tutta questa gente saprà che abbiamo smesso senza il loro controllo ci
guarderà con diffidenza e con paura. Schiatteranno di rabbia, non è bello
perdere clienti per nessun Muccioli della terra: gli faremo ingoiare i loro
badili spalamerda e tutto il resto.
Ci
preferirebbero morti ad ingrassare le statistiche, saremmo più comodi che vivi,
pensanti e incazzati fuori dal loro controllo. Andiamocene Navarro, abbiamo
ancora un pezzetto di noi stessi. Andiamogli in culo».
Qui
finisce il racconto o il resoconto o il resoracconto o il resoconto reso
racconto. Ma, naturalmente, non la resa dei conti. Perciò, ad uso dei naviganti
, si offrono tre differenti soluzioni o conclusioni o uscite. Ciascuno scelga
la più affine alla sua sensibilità, alle sue voglie, alle sue inclinazioni. 0
ne scelga due o anche tre (il lettore problematico).
a)
Navarro
si tirò su con una fatica dell'ostia. La testa gli cadeva sul petto, la roba
era buona davvero, ma la voglia di alzarsi ancora di più. «Sì, andiamocene.
Però subito, perché dopo è troppo tardi, lo sai che da anni viviamo sul
lastrico delle buone intenzioni». Parlò sottovoce, non c 5 era bisogno di
proclami, eppoi la lingua era ancora impastata, la roba era buona. Vicky si
infilò il suo giubbottino quotidiano senza parole, era già una fatica muoversi.
Faceva
freddo fuori, quando si ritrovarono magicamente in strada. Una voglia pazzesca
di tornare in casa. Però la casa era morta, bisognava pur seppellirla. Anzi,
che la seppellissero gli altri.
«Quanti
soldi hai?», chiese Vicky in un sorriso quasi ironico.
Navarro
si fece serissimo, concentrato come quando maneggiava il suo sax o scaldava la
Signora o faceva all'amore. Ispezionò con attenzione tutte le tasche, e ne
aveva molte, sapendo che in casa aveva lasciato tanti sudori acidi ma
sicuramente non soldi, la sua unica proprietà era il suo corpo, arredi
connessi, più il sax che però era da un'altra parte. «Beh, mica tanti.», concluse,
«lire quarantaduemila trecentocinquanta, e si notino le cinquanta».
«Io c'ho
un cento tutto intero», soffiò maliziosamente Vicky, «sai, era per il prossimo
round, ma se abbandoniamo la partita ... ».
Navarro
sorrise. «Maledette donne accumulatrici, per fortuna che ci siete. Quando
metterò la testa a partito ti nominerò segretario».
Il sax,
bello e lucido, non lo andarono a raccogliere. Intanto, a Giorgio sarebbe
rimasto un ricordo sonoro, anzi suonante, eppoi il Cinese non sapeva suonare.
Soprattutto bisognava prendere il. treno subito, prima che la voglia diventasse
nebbia acida
b)
«Già gli
siamo andati, in culo», scandì Navarro, quasi fosse uno slogan in una manif ,
«perché», continuò, «siamo perfettamente, ontologicamente inutili e, quando ci
mettiamo, pure dannosi». E, con una piccola smorfia, quasi un sorriso, quasi
una ferita, «prima che smetta io, vita mia, gli faccio smettere al Cinese. Come
dicevi? Che il Cinese è uno corretto? Un Cinese corretto con il sax, ti regalo
per il tuo prossimo noncompleanno, mia dolce Alice». Si girò con un sorriso, o
una smorfia, o una ferita.
Nel quartiere se ne parlò a lungo.
L'opinione che prevaleva era: «mah?». 1 giornali, con il loro noto gusto e quel
rabbrividente senso dell'umorismo che li distingue, titolarono: «Il giallo del
Cinese», «Lo chiamavano Cinese, chi l'ha ucciso? Siamo in pieno giallo»,
«Mauro, detto il Cinese: è già giallo» (dove, sia detto tra noi, la cacofonia
la vince addirittura sul cattivo gusto).
Insomma,
'sto Cinese ‑ in realtà Mauro Agostini o, per dirla meglio e più
ufficialmente, Agostini Mauro, nativo di Bruzzano, provincia di Milano, però
con gli occhi un po' immandorlati o forse un'epatite pregressa ‑ fu
trovato morto nel suo miniappartamento del suo maxiresidence. Una bella botta
sulla testa, forse anche due o tre. Finis. Era tornato in polvere, dove non aveva mai smesso di restare.
Gli acuti inquirenti hanno parlato di ennesimo morto nella guerra
per il controllo della droga nella città, ma non possiedono, purtroppo, altri
dati; i giornali si sono dati al folklore, giocando sul nomignolo, "il
Cinese", ricordando non solo che era un pregiudicato per spaccio ma anche
che in passato aveva posseduto una "Mercedes Pagoda", che adesso
girava su un fuoristrada "Toyota" e giù giù nell'umorismo da cortile.
Nessuno escludeva lo scopo di rapina, visto che non fu rinvenuto né un grammo
né un soldo né un gioiello.
Quelli
del quartiere dicono che ridevano, che erano in due, uomo e donna ‑ o al
contrario, se si preferisce ‑, e chiacchieravano e ridevano quella
mattina presto, che fu trovato morto il Cinese, anzi il signor Mauro Agostini,
anzi, Agostini Mauro, pregiudicato.
c)
Ma
Navarro dormiva, non rispondeva. Vicky si alzò in si lenzio, rimaneva un po' di
roba, quella per dopo e Navarro dormiva, non rispondeva, tanto valeva farsela.
Non si sarebbe lamentato, Navarro, poi gliene prendeva dell'altra o davvero
partivano per il sole, o magari restavano, tanto il sole c'è dappertutto, in
giro.
Dai verbali
di polizia:
«Alle
ore 21,30 del 12 ottobre del corrente anno, questo Commissariato venne
allertato, da parte di persona rimasta anonima e che si definì genericamente
"vicino di casa" , che qualcosa di strano o illegale era avvenuto al
numero 33 di via De Amicis, nell'alloggio sito al terzo piano, porta destra. Il
verbalizzante, brig. Onofrio Gennari, non appena venuto a conoscenza del
sospetto di cui alla telefonata, si recò immediatamente sul luogo, in compagnia
degli agenti Agostino De Nellis e Fabio Padovan (autista). Poiché nell'alloggio
segnalato nessuno rispondeva, nonostante i ripetuti scampanellii e i colpi alla
porta (con le nocche della mano) effettuati dal verbalizzante e dagli altri
colleghi, si consultò via radio il
Commissariato e, di comune accordo, venne deciso di sfondare la porta, che
peraltro non oppose alcuna consistente resistenza. Colà entrati, ci ritrovammo in numero due stanze di abitazione,
sporche e disordinate ma senza segni apparenti di una precedente colluttazione.
Vi giacevano due persone, ormai prive di vita, come il verbalizzante potè
riscontrare personalmente e quasi immediatamente. Un uomo, dell'apparente età
di anni 25‑30, giaceva riverso su un divano, come se dormisse,
accartocciato o, se ci è concesso dirlo, in posizione fetale. Una donna,
sicuramente di sesso femminile, dell'apparente età di circa anni 20, era
immobilmente seduta su una sedia con il capo reclinato sul tavolo.
Più tardi
entrambi i soggetti furono identificati e trattasi esattamente di Antonio
Ansaldi, di anni 27, detto "Navarro", di professione musicista ma,
per quanto risulta a questo Ufficio, nullafacente, con precedenti penali per
furto, rapina, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti; e di Vincenza
Lamanta, di anni 23, detta 'Ticky", incensurata ma già schedata presso
questo stesso Ufficio come prostituta e tossicodipendente.
Le salme
vennero prontamente trasportate, per i doverosi accertamenti, presso l'Istituto
di Medicina Legale, dove, come in atti documentato, venne redatto un
certificato di morte, per entrambi, a causa di una ingestione eccessiva,
presumibilmente per via endovenosa, di sostanza stupefacente, nella fattispecie
eroina.
Non
avendo riscontrato alcuna evidente traccia di violenza sulle persone o anche
sulle cose, il verbalizzante, convenendo così con il giudizio del perito
dell'Istituto di Medicina Legale, ritiene di poter affermare che il decesso dei
suddetti è dovuto a cause accidentali o ‑naturali", se ciò può
dirsi, e più precisamente a sovradose (o overdose) di eroina, senza che vi sia
stato dolo da parte di terzi.
Nondimeno questo Ufficio sta attivamente indagando per individuare e
assicurare alla Giustizia il venditore o i venditori della suddetta sostanza,
causa diretta del decesso dei verbalizzati.
Il
verbalizzante è convinto di poter fornire entro breve tempo notizie
rassicuranti a codesto Ufficio e, intanto, si firma, brig. Onofrio Gennari»
Il Corriere della Sera:
«Si sono o li hanno uccisi? Due altri morti per
overdose» Il Giorno:
«La morte corre nella vena. Due morti» Il Giornale
nuovo:
«Si muore sempre di droga» La Stampa:
«Tragico errore o suicidio? 0 era "roba"
tagliata?» La Repubblica:
«L'ultimo concerto. Muore per overdose, con la
fidanzata, "Navarro", apprezzato sassofonista jazz»
Il Manifesto:
«Ciao Navarro. Se tu hai perso, non sarà Bettino a
vincere»
Sembra che Beatrice Ferri, detta Bea, reperita e
interrogata dal giudice inquirente, dott. Adelmo Gianquinto, abbia dichiarato,
fra l'altro: «Ma che suicidio, che roba tagliata, che overdose! t la vita che
uccide, cioè l'Orient Express!».
(sul Drago e i suoi
dintorni)
A
differenza di molte anime belle, non mi scandalizza particolarmente che oggi,
sull'onda della "linea dura", si vogliano mettere in galera i drogati
o, come si preferisce dire, i tossicodipendenti. I quali, sotto qualsivoglia
regime legislativo, in galera ci sono sempre finiti, prima o poi, per un tempo
maggiore o minore, a meno che non possedessero ascendenze influenti, ricchezze
proprie o famigliari, o diventassero attivi collaboratori delle polizie. Questo
per una ragione di palmare evidenza: sul libero, ancorché proibito, mercato
delle droghe, i prezzi sono assai alti; chi si vuol dedicare con costanza al loro
consumo è oggettivamente obbligato ad infrangere con altrettanta costanza il
codice penale, unico modo per tentare di far quattrini alla svelta.
L'infrazione ripetuta del codice penale porta in galera: le probabilità e le
organizzazioni poliziesco‑societarie ti sono contro. Non c'è scampo: il
drogato è carne di galera. 0 da marciapiede (ma le due cose non si escludono,
anzi si convalidano mutuamente).
Perciò
mi lasciano abbastanza indifferente le lamentazioni pseudoumanitarie di chi non
vorrebbe vedere in carcere il drogato, ma sì in specifiche "comunità"
sedicenti terapeutiche o di recupero, dove subire un'evidente lagerizzazione e
pure il lavaggio e il risciacquo dell'anima. Infatti, oltre a costituire un
colossale giro d'affari ‑ ormai di miliardi di miliardi, su scala
mondiale ‑ le "comunità", farsa beffarda d'ogni reale comunità,
sono deputate proprio a questo: essere prigioni più efficienti, perché non si
limitano a rinchiudere i corpi, ma tendono anche a riciclare e condizionare le
menti degli sfortunati che vi incappano, che, non a caso, a volte cercano di
"liberarsi" nel modo estremo, il suicidio, come certi episodi recenti
avvenuti in talune comunità italiane hanno ben dimostrato.
Dunque,
quello che mi scandalizza ed indigna davvero, sempre a differenza delle anime
belle, è la stessa esistenza delle
carceri e delle pene, l'accettazione socialmente diffusa della loro
"funzione", vale a dire della loro utilità. Mi scandalizza che chiunque vi possa venir condotto e
rinchiuso, a qualsiasi titolo.
Per il
cosiddetto drogato, questa nuova figura sociale e simbolica, polluzione
dell'inquinamento sociale e suo emblema, mi indigna che l'alternativa fra
"duri" e "morbidi" sia fra la galera pura e semplice o la
prigionia più raffinata delle comunità, questi centri di condizionamento
psichico, di normalizzazione, di reclutamento ideologico, rette per lo più, e
non a caso, da intraprendenti preti alla ricerca di sbandate greggi e,
soprattutto, di benemerenze e riconoscimenti, assai più presso la divinità
dello spettacolo che davanti al loro dio, o da affaristi dell'umanitarismo e
della sofferenza altrui che, con buona scelta di tempo, hanno saputo crearsi un
business altamente redditizio: mano d'opera a basso costo e spesso pagante,
interventi istituzionali ampi e crescenti, un giro d'affari di miliardi. t di
tutto questo che è tempo di cominciare a scandalizzarsi ed indignarsi.
Tanto meno mi sorprende che nell'ultimo piano americano contro
la droga, nel "fronte interno", venga previsto l'internamento coatto
dei "drogati" in campi paramilitari e di lavoro forzato, entrambi
"riabilitativi", dove finalmente quei disgraziati capirebbero cosa
significa essere veri uomini e, per giunta, americani ‑ cioè dei
decerebrati attivi e polivitaminici. La tesi, seppur rozza, è semplice e nessuno sinora l'ha contestata (al
massimo qualcuno, più "illuminato", ne contesta le forme, i mezzi, i
metodi): il recupero del drogato deve passare attraverso la sua assimilazione
alla società e ai valori dominanti, alla sua omogeneizzazione ad essa e ad
essi. Perché stupirsi, dunque se si vuole imporre una sorta di servizio
militare particolare e l'ergoterapia, con l'irrogazione di dosi immodiche di
lavoro, dopo che i cardini stessi di questa società sono gerarchia, autorità, produzione
e consumo "sudato"? t che in questa società deve essere
rifunzionalizzato l'anomico, in questo caso il drogato.
Scandaloso e ripugnante è che tutto ciò venga ancora proposto, imposto e
accettato, per "sani" e per "drogati", e che anzi la gente
ne discuta prendendosi reciprocamente sul serio.
* * *
Recentemente, sul "Wall Street journal" è apparso uno scambio
di lettere tra Milton Friedman, economista della scuola di Chicago e premio
Nobel per l'economia nel 1976, da anni schierato su posizioni
"liberiste" e favorevole alla liberalízzazione della droga, e Willíam
Bennett, l'ideatore e responsabile del cosiddetto "piano Bush" contro
la droga che, anzi, almeno negli USA, viene conosciuto come "piano Bennett".
Questo
scambio di '1ettere aperte" è stato pubblicato anche in Italia, dal
quotidiano "La Stampa" di Torino e di Agnelli, giornale che cerca di
distinguersi per le sue posizioni "problematiche" sull'argomento, al
punto da attirarsi gli strali dell'eccitabilissimo onorevole Craxi, anche se vi
è chi sospetta che questa polemica altro non sia che parte dell'affrontamento
fra lobbies diverse e spesso contrapposte, come quelle che fanno
rispettivamente capo alla Fiat e al Garofano, senza che questo comporti
un'effettiva opposizione di interessi; l'opposizione riguarda la gestione degli
interessi stessi, vale a dire "chi comanda".
In
questo pubblico e artificioso epistolario, non mi ha certo colpito la, peraltro
legittima, discordanza di opinioni tra Friedman e Bennett riguardo ai mezzi da
adottare nella "lotta contro la droga", giacché si sa che, nel
mercato delle opinioni, tutte sono legittime, o aspirano ad esserlo, tutte sono
tollerate o tollerabili, spesso addirittura stimolate, purché rimangano tali, cioè delle mere opinioni.
Mi ha semmai irritato un po' la fraseologia utilizzata dai pretesi contendenti, ancheggiante fra l'enfasi e la ridondanza, spesso al confine del delirio, e la falsa umiltà, la modesta ragionevolezza. Ma in fondo era un'irritazione relativa perché tutti ben conosciamo la melliflua arroganza di simili prose ufficiali, e non c'è troppo da stupirsi o indignarsi.
Ciò che
invece mi ha davvero colpito è stato il sostanziale accordo tra questi
"acerrimi" duellanti, accordo sul senso del fenomeno, seppur non sui
metodi adeguati per fronteggiarlo e risolverlo. Entrambi, insomma, parlano del
Drago, lo dipingono come un virus alieno che proviene chissà da dove e chissà
perché per intaccare una società che, altrimenti, sarebbe sufficientemente
ordinata, accettabile. Per erodere dei valori che entrambi i contendenti
riconoscono come comuni o addirittura universali. E la difesa della società, di
questa società che sembra stare a
cuore ad entrambi ed ai loro partiti (in senso lato); che i morbi sociali, e la
droga fra essi, siano intrinsechi a questo assetto societario, al tipo di
produzione, di consumo e di spettacolo che viene socialmente imposto, ebbene
tutto questo sembra non interessarli, quasi non esistesse. E la diatriba,
dunque, riguarda soltanto l'uso dei mezzi; una diversa filosofia, certo, ma nel
quadro complessivo della difesa ad oltranza dei valori sociali "di
fondo", e di quelli americani innanzitutto.
"Caro Bill" e "Caro Milton", iniziano le loro
lettere, ma traspare qualcosa di più della formula di cortesia che potrebbe
anche essere soltanto di maniera o addirittura ironica. In realtà, viene
veicolato un messaggio piuttosto preciso: in democrazia è permesso anche il
dissenso più aspro perché è già dato per comunemente accettato che sulle questioni
di base ‑ la democrazia, per l'appunto, e i suoi meccanismi regolativi ‑
si è comunque d'accordo, dalla stessa parte. L'esempio più alto viene dato dai
Parlamenti e dallo spettacolo che offrono. Possono esistere anche situazioni
limite, come in Italia, in Francia e in alcuni altri paesi, dove sono
compresenti formazioni che si definiscono di estrema destra ed altre di
sinistra estrema; quello che importa è che siano tutte riunite sotto lo stesso
tetto, seguendo le stesse regole del gioco, lanciando tutte insieme un identico
messaggio: dentro il meccanismo, e
attraverso la sua accettazione, i margini di divergenza possono anche essere
ampi, a patto che non si trasgrediscano le regole di base; fuori, esistono soltanto il terrorismo, la follia, la criminalità,
la malattia, la demenza.
Nella manipolazione e codificazione del
simbolico, lo stile", in questo caso l'uso dei toni, ha un'importanza
decisiva. Così Friedman, campione della forza della ragione, usa un tono
dimesso, a volte quasi implorante; emblematicamente suggerisce: le mie ragioni
sono tali che posso permettermi di pregarti, di implorarti, "caro
Bill" (William Bennett), affinché tu le riconosca ed utilizzi, per il bene
comune, degli Stati Uniti e dell'umanità tutta.
Bennett,
invece, si è deputato ad essere campione della ragione della forza e, quindi, a
dispetto del "caro Milton", è sferzante, aggressivo, tracotante; non
spiega od argomenta, ma ordina ed impone e fa capire chiaramente che può
permettersi di farlo.
Ma, ripeto, in questa schermaglia anche aspra, mai e poi mai esce un barlume di
critica sociale, mai e poi mai ci si interroga sui veri perché della diffusione
delle droghe e, benché non si parli d'altro che di pretesi rimedi, non ne viene
offerto alcuno che tocchi la radice
vera del problema.
Scrive Friedman: 'Tei non si sbaglia quando ritiene che la droga sia una piaga che sta devastando la nostra società. Lei non si sbaglia a ritenere che la droga stia facendo a pezzi il nostro sistema sociale, rovinando le vite di molti giovani e imponendo pesanti costi a coloro che sono i meno fortunati tra noi. E lei non si sbaglia quando pensa che la maggior parte dell'opinione pubblica condivida le sue preoccupazioni. Infatti, lei non è in errore nel fine che vuole ottenere".
A parte
lo stile retorico e mieloso, queste affermazioni sono degne di interesse per il
senso che esprimono. La droga è una
"piaga" della nostra società, cioè una sorta di malattia
contaminante, una specie di peste che aggredisce quella società che è invece
"nostra", cioè di tutti noi, una società sostanzialmente valida e
positiva se non ci fossero questi "accidenti", fra cui la droga. La
droga sta facendo a pezzi il nostro sistema sociale: nessun dubbio, quindi,
sull'intrinseco valore del "nostro sistema sociale", nessun dubbio
che, invece, sia proprio esso drogato e drogogeno, che la "droga" sia
un colossale affare di Stato, e attraverso il proibizionismo, che valorizza
smisuratamente e artificiosamente la merce, e, ora, con e per questi programmi
repressivi su vasta scala. La "NationalDrug
Contro 1 Strategy ", annunciata da Bush il 6 settembre 1989, non
esprime soltanto una precisa volontà politica degli USA di interferire nelle
politiche dei paesi terzi (e terzomondiali), ma anche quella di mettere in
piedi un imponente "affare" in senso strettamente economico: le
strutture repressive programmate richiedono un grande dispíegamento di
personale e di mezzi, diventano di fatto, un'industria. t l'industria del
recupero, se così la si vuole definire ed a dispetto dei mezzi usati (nel Delaware, solo il rifiuto da parte
del "parlamento" statale ha impedito che diventasse legge la pubblica fustigazione dei
consumatori di droghe!). Ma un'industria agguerrita, che naturalmente non può
né vuole farsi mancar la materia prima: i drogatí. Quando si afferma che queste
strategie sono drogate e drogogene, non si vuol fare della banale propaganda: è
esattamente così. Il "drogato" diventa un soggetto importante in
queste economie riproduttive; consuma e diffonde una merce "drogata"
nei prezzi, costruisce un mercato sommerso di lavoro nero o illegale, è la base
di strutture pubbliche e "assistenzialí", nonché repressíve, che
occupano migliaia di "operatori"; consente una produzione bellica e,
più in generale, una struttura militarpoliziesca giustificata proprio dalla
"guerra alla droga". Il ciclo si chiude.
Può
forse stupire che proprio un antiproibizionista, e per giunta economista
riconosciuto, qual è Milton Friedman non sappia cogliere gli aspetti economici di questa merce feticcio e del
feticcio della sua pretesa repressione, accettando implicitamente le banalità
secondo le quali la droga è un "male", arrivato chissà come e chissà
da dove, per chissà quale malefico influsso. Insomma, il Drago.
Ma non
ci si può stupire più di tanto, dato che è proprio la volontà di offuscare o
celare i meccanismi di autovalorizzazione del capitale ad essere
I"'anima" degli economisti e dell'economia, ridotta a supporto del "management", da quella Il scienza" che pretendeva di essere e che, nelle sue espressioni
politiche e critiche, fu. E proprio là dove il carattere di feticcio della
merce risalta con maggiore evidenza, come nel caso della merce droga, là devono venire compiuti i maggiori sforzi per
occultarlo, per dissimulare la natura di merce della droga, trasportandola su
terreni "morali", "sociologici", " politici" o addirittura militari.
William
Bennett risponde da par suo, con l'arroganza che il potere gli conferisce. Si
permette di scrivere delle sciocchezze che forse neppure Reagan , travestito da
cow‑boy, si sarebbe consentito e maggiori addirittura di quelle a cui si
lasciano andare San Giorgio Craxi e i suoi garofani chierichetti.
Benché le questioni essenziali siano altre, e ben
esplicitate, come si vedrà in seguito, mi piace citare un paio di queste
grossolanità per il puro divertimento del lettore ironico.
"Nei Paesi che producono oppio e cocaina, il consumo della droga
tra i contadini che la coltivano cresce costantemente". Ebbene, il senso
del ridicolo pare essere assolutamente estraneo al "caro Bill" o,
viceversa, possiede un sense of humour così
macabro che a me sfugge. La storicamente famosa "guerra dell'oppio",
voluta dalla Compagnia delle Indie per introdurre forzosamante l'oppio
(coltivazione e consumo) in Cina e in tutto l'Estremo Oriente sparisce con un
colpo dell'autoritaria, sebbene non autorevole, spugna del caro Bill. I
contadini, avendo libero accesso all'oppio (e non perché economicamente
costretti alla coltivazione intensiva del "papaverus
albus"!), si lasciano andare a ogni nefandezza, e si drogano, si
drogano. (A titolo di curiosità, si può riferire che recenti studi, non a caso
diffusi soltanto in ambienti "scientifici" ristrettissimi,
hanno rilevato che mediamente la vita di un fumatore di oppio in "ambiente
naturale" giunge ai 75‑80 anni, toccando anche punte più elevate,
quando l'inizio dell'abitudine è intorno ai 14 anni. Troppo facile risulterebbe l'ironia intorno alla vita media del
consumatore di derivati dall'oppio in "ambiente innaturale", in
specie nelle metropoli, e di qualsiasi cittadino urbano, seppur normalissimo).
In Perù
e in Bolivia e, più tardivamente, in Colombia è stato uso costante facilitare,
favorire, stimolare la masticazione delle foglie di coca da parte dei contadini
affinché sopportassero meglio la fatica. Non solo. Ma nel processo di
raffinazione che conduce alla cocaina in cristalli, rimane un
"residuo", una pasta di coca assolutamente invendibile nei paesi
"sviluppati". Questo residuato, perché di ciò precisamente si tratta,
viene offerto ai contadini in cambio di una parte maggiore o
minore del salario che dovrebbe essergli erogato, a seconda del grado di
assuefazione maggiore o minore del contadino stesso. Eggià, caro Bill, che i
contadini si drogano!
L'altra
meravigliosa perla è la seguente: "Il professor James Q. Wilson sostiene
che negli anni in cui l'eroina era legalmente prescritta dai dottori in Gran
Bretagna, il numero dei drogati aumentò
di quattro volte. E dopo la
fine del Proibizionismo ‑un'analogia spesso ricordata ma equivocata il
consumo di alcol aumentò del 350%" Sembra quasi tempo perso rispondere a
simili asinerie, ma lo faccio ugualmente, per il lettore suggestionabile da
simili "dati" e soprattutto per i San Giorgio scorrazzanti anche in questa
penisola, brandendo tali bestialità. Ricordiamoci come nacque l'eroina: venne
prodotta dalla Bayer (si trovano ancora delle curiose pubblicità dell'epoca) e
pubblicizzata proprio come un analgesico più
potente della morfina, allora in uso, e con un enorme vantaggio, quello di non
procurare assuefazione, come invece era stato già rilevato per la morfina. Non
conosco gli studi del professor James Q. Wilson sulla Gran Bretagna, ma è
assolutamente certo che in tutta Europa
(Francia, Germania ecc.) la prescrizione medica dell'eroina, e dunque il suo
uso, conobbe un successo travolgente, riducendo la prescrizione della morfina a
casi particolari (per esempio, gli infarti o le malattie cardiache) e per lo
più in combinazione con altre sostanze come l'atropina. Non so rispetto a quali
"drogati" di prima il numero sia aumentato di
quattro volte; forse se si va da zero a quattro, poiché "prima"
l'eroina non era prodotta, diffusa, prescritta. Peraltro, come i medici
avrebbero potuto mettere in dubbio l'onorevolissima parola della premiata Ditta
Bayer? Solo successivamente, quando ci si accorse che il tasso di assuefazione
prodotto dall'eroina era enormemente superiore a quello derivato dalla morfina,
le prescrizioni mediche furono più "mirate", vennero studiati prodotti
di sintesi (come il Palfium o l'Eucodale) che, infine, si rivelarono ancor più
tossici dell'eroina! In ogni caso, la quantità dei tossicodipendenti era irrilevante, soprattutto dal punto di
vista sociale, anche perché i (pochi) tossicomani potevano tranquillamente
rifornirsi del prodotto necessario, più o meno come oggi avviene per
l'Optalidon o l'aspirina. In realtà, il "salto" avviene in due date
precise: nel 1954, quando gli USA, forti della
guerra vinta, degli aiuti economici irrogati ecc. impongono a tutti i loro
partner politici, Italia compresa, una legislazione fortemente proibizionista
(parrebbe per creare una valorizzazione di un mercato ancora debole!) e negli
anni dello sforzo bellico americano nella guerra del Viet Nam: è il periodo della
crescita esponenziale della vendita e del consumo di eroina. Ed è ormai
risaputo e documentato come i "fondi neri" venissero elargiti, e
dunque prima accumulati proprio con il traffico di eroina,
da parte di enti istituzionali americani.
L'analogia con il Proibizionismo, evocata da Bennett, salta agli occhi.
Ma davvero "equivocata" la suggestione che se ne trae. Finito il
Proibizionismo (la "ley seca", cioè la legge che ti lasciava
all'asciutto, come dicono bene gli spagnoli) ci sarebbe stato un incremento del
350 per cento nel consumo di
alcol. Sinceramente, mi stupisce che non sia stato maggiore. Ragioniamo:
durante il Proibizionismo il consumo di alcol doveva essere zero e quindi il
consumo registrabile poteva essere solo quello dedotto dalla quantità di alcol
sequestrato, e sappiamo benissimo (chi non ha visto almeno un film
sull'argomento?) come i legami tra racket e polizia fossero strettissimi. Ad
occhio, possiamo dire che l'alcol sequestrato non superasse il 10 per cento di
quello realmente venduto, anche senza voler contare le distillerie a gestione
familiare. Allora: secondo stime basate sui sequestri, si dedicavano all'alcol,
poniamo, 1.000 americani. Ma abbiamo detto che questo rappresentava all'incirca
il 10% della realtà, e che dunque, di fatto si abbandonavano ai piaceri
alcolici 10.000 americani. Questo, ovviamente, per gli abituali. Ai quali va
aggiunta una quantità almeno cinque volte maggiore di occasionali, chi si fa il
bicchierino ogni tanto o la birretta. Arriviamo a 50.000. Sempre basandoci
su questi dati ipotetici, ci vien detto che si vide un incremento del 350% ufficiale. Ma a partire dai 1.000 iniziali, ovviamente. Il che ci
darebbe 4.500 consumatori d'alcol, 45.500 in meno delle stime percentuali "realistiche" date da
noi più sopra, riguardo al periodo del Proibizionismo. Alla fine della fiera,
il terribile incremento sbandierato dal caro Bill, si rivelerebbe un
impressionante decremento, cosa che stento a credere e che mi auguro falsa, ben
conoscendo le virtù delle alcoliche bevande. Dove sta il trucco, dove il
sofisma? La verità è, come quasi sempre, semplicissima. Bennett scrive delle
stupidaggini, non può paragonare dei dati incommensurabili come il presunto
consumo in tempo di proibizione e il consumo libero, ordinario, in tempo di
liberalizzazione.
Alle
elementari mi dicevano, giustamente, che non è possibile sommare le mele alle
pere; le mele vanno sommate alle mele e le pere alle pere. Se oggi si
liberalizzasse l'uso delle droghe, da comprarsi in bottega, è assolutamente certo che l'apparente incremento del
consumo supererebbe di gran lunga quel 350 per cento sbandierato da Billy per
l'alcol. Oggi chi può dire quanti spinelli si compra Claudio, quanta cocaina
Giovanni, quanta anfetamina Bettino o quanta eroina Arnaldo? I dati non possono
che essere incerti ed imperfetti. Ma, dopo, San Giorgio e Bill ci saprebbero
dire di quanto è aumentato il consumo. Nella miseria della scienza delle
miserie, questa statistica è di per certo fra le più miserabili.
Ma
poiché non ci si nutre di chiacchiere, e tanto meno lo fanno i nostri Bennett e
Friedman, ben presto la discussione diviene pratica, da pretesamente etica che
voleva essere: dunque, cosa conviene di più alla società? Intendendo per essa,
naturalmente, la società capitalista esistente e in particolare quella
americana. Qui, sul concreto, i progetti del caro Milton e del caro Bill si
differenziano nettamente, rispecchiando due modelli di sviluppo sociale e due
filosofie economico‑politiche diverse.
Per
Friedman, coerentemente con le ipotesi liberiste della scuola di Chicago, il
costo sociale del proibizionismo antidroga è decisamente superiore ai suoi
risultati. Sul piano internazionale come su quello interno. Sul primo, perché
non ci sarebbe il dispendio di energie e di capitali USA per proporsi come i
gendarmi del mondo e, in particolare, del loro "cortile di casa", cioè il Centroamerica e l'America latina (e il caro Milton
scriveva quelle righe prima dell'invasione di Panama, dello stazionamento della
flotta statunitense al largo della Colombia ecc.). Sul secondo, perché ci
sarebbero meno prigioni, meno necessità di esse, e quegli stessi soldi
potrebbero venir efficacemente impiegati in una politica di recupero e di aiuto
statale. t la riaffermazione della società‑Stato, dello Stato sociale,
fondato sull'allargamento della domanda interna e dei consumi, che è stata alla
base della politica nota come il Welfare.
Per
Bennett la prospettiva è quasi opposta, è quella dello Stato‑Stato, vale
a dire quella di una molecolarizzazione del controllo statale e sociale,
dell'impiego di grandi risorse in queste iniziative e dunque della creazione di
imponenti possibilità lavorative nell'ambito del controllo o, più in generale,
di quello poliziesco e militare. Il caro Bill, ciance e proclami morali a
parte, si pone il problema con egregia lucidità: " ... la questione che ci
si deve porre ‑ e che è totalmente ignorata dai fautori della
legalizzazione ‑ è qual è il costo di non rendere le leggi contro la
droga più severe. Secondo me [ ... ] i costi potenziali della legalizzazione
della droga sarebbero così grandi da significare un disastro nazionale".
Pur
parlando con molti peli sulla lingua, i contendenti hanno posto in chiaro un
punto centrale: poche chiacchiere sul consumo di droghe, che c'è e ci sarà,
essendo ormai "invalso nell'uso"; piuttosto, conviene liberalizzare
il mercato e stornare i capitali impiegati nella repressione verso la libera
iniziativa ed uno "Stato sociale" capace di accompagnare il cittadino
dalla nascita alla tomba, o invece conviene mantenere artificialmente illegale
un simile consumo, profittandone (questo non viene detto ma è palese, anche
perché i dati storici parlano chiaro), ed investire questa massa di quattrini
in carceri, tribunali, polizie, controllo sociale? In altri termini, la società
capitalista è soprattutto comunità delle merci, capitale in processo e in
costante autovalorizzazione (Friedman) o invece ha assoluto bisogno dello
Stato; è una società che, per mantenere il controllo del dominio della merce,
necessita di uno specifico apparato, di valori etici imposti (mentre la merce è
"valore etico" di per sé), di armi, di prigioni, di polizie sempre
più forti (Bennett)?
E’ uno
scontro ormai irriducibile sulle forme dello "sviluppo", che parte
però dalla concordanza sulla "naturalità" della società presente.
Della quale, invece, io mi auguro la più rapida scomparsa, per lasciare libere,
letteralmente sprigionandole, le forze creative che in questa società sono
compresse. Ma, in ogni caso e riguardo alla questione della droga,
legalizzatori e repressori sono d'accordo su un punto: che il ricorso alle
droghe è ormai connaturato alle società attuali; c'è solo da decidere cosa
conviene di più, una volta che tutti si è d'accordo che questo è un male.
Ma se la
droga non fosse poi così un male rispetto al male che è la società attuale? Ma
se la droga fosse un illusorio tentativo di rimedio? Ma se l'unico rimedio
efficace fosse liberarsi della società? E se, infine, quel piacere a cui
alludono le droghe, simulandolo, fosse esattamente l'oggetto del contendere con
i cari Milton e i cari Bill?
* * *
Un
episodio curioso e paradossale, riportato dai giornali ma non certo con
quell'indignazione che moraleggiando avevano mostrato in altri casi, può
servire da esempio significativo della tesi di cui sono convinto, e cioè che
non solo Stato e Mafia si alimentano mutuamente, ma che lo spettacolo dello
Stato si manifesta in modi squisitamente mafiosi.
Nel mese di settembre del 1989, il signor
George Bush, presidente degli USA, ha lanciato una campagna nazionale e
internazionale contro la droga (il Drago) ed anzi, più che una tradizionale
campagna, una vera e propria "guerra santa". Divenuto palesemente
anemico il nemico storico, il "Comunismo", e non potendosi più
celare, neppure di fronte ad un'opinione pubblica particolarmente narcotizzata
e rincoglionita, la sostanziale unità di intenti fra i paesi dell'Est dello
stalinismo riformato e quelli dell'Ovest delle democrazie autoritarie, legati
nella produzione e riproduzione di rapporti di capitale, di estorsione del
consenso, di spossessamento in nome della perpetuazione della
"società", di spettacolo, un nuovo Grande Nemico doveva apparire
sulla scena: in questo caso il Drago, la Droga.
Il
signor Bush avanza ed impone un "progetto" di lotta al Drago. Sul
piano internazionale, per riconfermare la funzione di controllo e di polizia
planetaria che gli USA da tempo si
sono assunti (dividendosi le zone di influenza con l'altro grande gendarme,
PURSS, e, ad oriente, con vari vicecommissari, come la Cina e i suoi satelliti,
fra cui primeggiano l'ex "glorioso" Viet Nam, l'India ecc.) e come
l'arrogante episodio dell'invasione di Panama e della deportazione del servo
infedele Noriega ha sottolineato ancora una volta. Sul piano interno, per
potenziare il senso di Stato etico, di Stato paladino del bene e, dunque, per
ciò stesso, assolutamente e necessariamente accettabile, anzi indispensabile.
Ma
poiché non si tratta solo più di "politica" (ridotta, ormai, agli
occhi di tutti, a mera pratica di amministrazione) o di "economia"
(quando tutti ormai sanno che la produzione è
finita da tempo
e che ormai si tratta solo più di riproduzione, ancorché allargata e
gestionaria, da cui il successo planetario dell'informatica, che è per
l'appunto una forma più alta e sofisticata di razionalizzazione
dell'amministrazione e della gestione), necessariamente il gioco doveva venir
giocato sul terreno reale, quello dell'immaginario sociale e della sua amministrazione:
lo spettacolo.
Il
signor Bush, così, ne pensa una buona: si presenta davanti alle telecamere
delle televisioni del suo paese con una bustina di "crack", che dice essere stata sequestrata pochi attimi
prima di fronte alla stessa Casa Bianca (addirittura! Il Drago è davvero
sfrontato!), la esibisce drammaticamente, fa appello al senso dell'onore e
dell'amor patrio degli imbesuiti televedenti americani e, insomma, lancia e
rilancia la sua guerra santa" con quella visibile pezza d'appoggio.
Ma
smarrona, il signor Bush. E notoria la passione americana per suscitare
"scandali" che nulla modifichino, che anzi rafforzino il potere del
segreto di una società di spettacolo autonomizzato, in cui ciascuno gioca la
sua parte, ma su binari fissi. Così si "scopre", ed è in questo caso
il quotidiano Washington Post a
"rivelare" questo brandello di verità, che è stato un agente della
DEA (l'ufficio antidroga americano) ad acquistare appositamente, vale a dire affinché Bush potesse mostrarla in TV,
la bustina di "crack" da uno spacciatore nero che, mica scemo, mai e poi mai
si sarebbe messo in testa di vendere ai giardini Lafayette (davanti alla Casa
Bianca) ma che, alla fine, venne convinto a consegnare una busta dall'abile
agente e soprattutto dall'immodica quantità di denaro che questi gli proponeva
(«Sono ben matti questi bianchi», avrà pensato il nero che, infatti, manco
sapeva bene che diavolo fosse la Casa Bianca, secondo quanto scrivono i
giornali). Sempre secondo la ricostruzione giornalistica, lo spacciatore non
sarebbe stato arrestato, e in effetti ci sarebbe mancato altro.
Così la
droga, il crack, se l'è tenuta il presidente e, bisogna aggiungere, per un uso
particolarmente immondo ed immorale: non per un consumo personale, ma per
esibirla in televisione!
Il signor W. McMullan, responsabile della
DEA per Washington D.C., ha sostanzialmente ammesso il fatto, giustificandosi
più o meno in questo modo: «In ogni caso dovevamo comprare la droga, per
risalire ai venditori e ai trafficanti, e poco importa dove lo scambio sia
avvenuto». Non risulta che siano risaliti a chicchessia né, palesemente, che
questo fosse l'obiettivo.
I
giornali hanno parlato, ed abbastanza sottovoce, di "infortunio" di
Bush, ma quasi si fosse trattato di un infortunio della passione, della sua
passione di ripulire gli USA e il mondo intero dal "flagello della
droga". Nessuno ha voluto evidenziare il senso vero, profondo ma
emblematico, di questa operazione che, una volta disvelato, mostra l'intima
verità del meccanismo Droga‑Drago. Proviamoci.
Ritorniamo al fatto nudo e crudo, almeno per quanto pare accertato. Un consigliere di Bush gli suggerisce che
sarebbe di grande effetto mostrare in diretta una bustina del micidiale crack.
Bush si entusiasma all'idea. Lo spettacolo e la riproduzione di allarme sociale
sono assicurati. Però, per ottenere un impatto emozionale ancora maggiore,
l'operazione va precisata: la bustina deve
venir confiscata pochi attimi prima della trasmissione televisiva
(illusione della simultaneità e dunque della veridicità dello spettacolo
mimato). E quale posto migliore scegliere, se non i giardini Lafayette, davanti
alla Casa Bianca, dunque
"nel cuore dello Stato"? Bisogna mostrare, se non dimostrare, che il
Drago osa portare il suo attacco al cuore dello Stato. Lo stesso fine, rispetto
all'immaginario collettivo, dei mille articoli pubblicati sugli spacciatori
sorpresi a vendere nelle vicinanze delle scuole o addirittura davanti ad esse.
Se la cosa pare onestamente poco probabile in specie per quanto riguarda scuole
elementari e medie (non foss'altro che per la poca disponibilità di danaro che
hanno quei ragazzini!), il "messaggio" funziona ugualmente:
attenzione, il pericolo giunge al cuore stesso della nostra umanità, ai nostri
figli. (Per inciso, un'operazione simile e particolarmente odiosa è stata messa
in piedi nel gennaio 1990 dai media italiani, con il supporto poliziesco. Hanno
scritto che due giovani genitori tossicomani stavano per iniettare una piccola
dose, però letale, di eroina al loro figlioletto di due anni. L'improbabilità
della cosa saltava agli occhi di chiunque, e difatti era falsa come venne
successivamente accertato, ma con pochissimo risalto, però importante era
veicolare un'immagine: il drogato è così folle ed irresponsabile da voler
addirittura drogare un figlio di due anni; è pericoloso per sé, per gli altri,
per la società e addirittura per la stessa specie; qualsiasi mezzo repressivo è
lecito, anzi morale, per fermarlo e dunque ben vengano le leggi coattive. Ed
anche le smentite successive funzionano: non era vero, ma poteva
esserlo, e vedete bene tutti quanti come noi media siamo rispettosi della ít verità").
Rivenendo all'episodio di Bush, l'operazione viene affidata ad un
astutissimo agente della DEA, con il portafoglio ben gonfio, se è vero, come è
stato riportato, che ha speso ben 2500 dollari per una busta di crack, la droga
definita povera, cifra con la quale a Washington si possono acquistare alcune
decine di grammi di eroina e un po' di più di cocaina. Sia come sia, il solerte
agente contatta uno spacciatore nero, guarda caso, minorenne ed analfabeta e il
business va ovviamente in porto. Bush fa il suo show televisivo, al ragazzo
nero non succede niente, come si è detto e buon per lui, ma poi la storia salta
fuori e diventa di dominio pubblico. Come mai?
Si può
tranquillamente escludere l'imperizia dei protagonisti, capaci di mantenere ben
altri segreti, ed è anche piuttosto improbabile la casualità, cioè
1`incidente". Di solito i segreti vengono svelati al momento opportuno.
Si
possono avanzare alcune ipotesi, tutte alquanto suggestive e tutte concorrenti
alla spiegazione della gestione mafiosa dello spettacolo e della gestione
spettacolare della mafia.
La prima
è che ai giornali sia arrivata qualche "soffiata" o che addirittura
Bush, il trappoliere, sia caduto in una trappola. Questa ipotesi troverebbe
conferma nell'arresto, mesi dopo ed esattamente il 19 gennaio 1990, del sindaco
nero di Washington, Marion Barry, caduto a sua volta in una trappola tesagli
dall'FBI, filmato mentre comprava e fumava, per l'appunto, crack e trovato in
possesso della stessa sostanza grazie al tradimento di una sua giovane amante,
foraggiata dall'Ufficio Federale. Barry era molto amato dalla comunità nera di
Washington ed era considerato un difensore dei diritti civili. Secondo questa
ipotesi, potrebbe essere stato lo stesso Barry, o uomini a lui vicini, "a
fregare" la prima volta Bush, rivelando il suo spettacolo, magari avendo
ottenuto informazioni attraverso il tam‑tam dell'ambiente nero di
Washington, e per l'appunto la busta di crack mostrata in televisione dal
presidente era stata consegnata all'agente della DEA da un giovane nero. Da qui
l'immancabile vendetta del presidente, che ha restituito il "servizio"
a Barry con esosi interessi. Secondo questa ipotesi, è in corso non solo una
lotta per il controllo del mercato della droga ‑ e sarebbe il versante
mafioso ‑ ma anche una lotta per il controllo del mercato della lotta
alla droga ‑ il versante politico. Va da sé che si intersecano.
La
seconda ipotesi è che sia stato tutto accuratamente programmato in anticipo:
l'acquisto della busta di crack dal ( 4minorenne negro analfabeta", la
fuga di notizie, 1`infortunio" di Bush, l'arresto del sindaco di
Washington. A qualcuno può sembrare fantapolitica, ma è assolutamente
verosimile: così funzionano i meccanismi di autoinveramento dello spettacolo.
Il "messaggio" che lo staff dirigenziale USA voleva lanciare è stato
lanciato e, davvero, nel mondo delle immagini suggestionali, importa poco che
un fatto sia vero, verosimile o smentito. Importa l'informazione, ancorché
stravolta, e che essa lasci un segno. Seguendo questa ipotesi, il presidente
americano voleva veicolare questa sequenza di suggestioni: che negli Stati Uniti
(e per ciò nel mondo) il problema della droga è fondamentale e la sua
"risoluzione" giustifica qualsiasi mezzo; tanto è vero che, per
meglio evidenziare le sue buone ragioni, il presidente stesso è stato costretto
a ricorrere ad un escamotage, quello dell'acquisto
della busta, ma con fini "buoni", per meglio attirare l'attenzione
sul problema; che è tanto vero da venir "dimostrato" dall'arresto
dello stesso sindaco della città, proprio per consumo di crack; che i neri
(spacciatore e sindaco) sono i principali portatori di questo contagio, al pari
dei latinoamericani (Panama, Colombia ecc.) e che, dunque, vanno curati con le
buone o con le cattive; infine, obiettivo importantissimo, dimostrare che in
una sana democrazia vi è un'estrema trasparenza e che perciò la verità trionfa,
sia che si tratti di un'innocua marachella a fin di bene del presidente o di
quella a fin di male del sindaco.
Sia vera
questa o quella ipotesi, è evidente l'uso di uno "scandalo" ormai
inflazionato e reso innocuo, affinché vengano resi innocui in anticipo gli
scandali reali, affinché nella massa degli informati vengano tollerate tutte le
informazioni degli informatori, affinché lo spettacolo, che produce e riproduce
spettacolo infinitamente, sia l'unico criterio di "verità" e di
trasmissione di "senso". Come dire: appari o crepa.
Il Drago
funziona perfettamente. Oltre ad essere, nella sua materialità di traffico di
droghe, un affare epocale dal punto
di vista economico ed amministrativo, grazie al proibizionismo ed alla tecnica
mista irretire/reprimere, il Drago è un poderoso collante ideologico, una forma
dello spettacolo integrato dove mafia e stato si abbracciano vitalmente ‑
nella povera vitalità che osserviamo quotidianamente ‑, mentre la pretesa
'1otta alla Mafia" o la conclamata "lotta alla Droga" dimostrano
ciò che ciascuno di noi, nella vita di ogni giorno, intuisce: che esprimono la
lotta per la sopravvivenza del presente stato di cose, contro tutti i
sommovimenti che si sono affacciati, si affacciano o si affacceranno con la
pretesa di stravolgere radicalmente quel che esiste.
Alla
Mafia il monopolio del traffico degli stupefacenti, con il colossale giro di
interessi che vi ruota intorno; allo Stato il monopolio ideologico,
spettacolare, amministrativo della lotta alla droga e alla mafia. Con
reciproche tangenti.
* * *
Sul
palcoscenico delle idee pubbliche e del pubblico dibattito di queste pretese
idee, la droga, intesa come traffico e sistema di interessi economici, viene
sempre abbinata alla Mafia, peraltro preesistente al controllo della
circolazione di stupefacenti e comunque assai più radicata e diramata nel
tessuto societario (i sequestri, ma soprattutto gli appalti, il maneggio dei
voti, la politica ecc.). Questo abbinamento è per lo più legittimo e veridico;
anzi si può dire di più: il proibizionismo rispetto alle sostanze stupefacenti,
con l'aumento del loro "valore" e dell'importanza del traffico
illegale, non soltanto ha rafforzato le strutture mafiose esistenti ma ne ha
costituite di nuove. Tutto un settore di malavita si è convertito in questo
tipo di attività, rischiosa sì ma assai più
remunerativa
delle attività precedenti, come le rapine, i furti, le truffe ecc. Sicché oltre
al potenziamento della Mafia (cioè Cosa Nostra, l'associazione degli
"uomini d'onore", prevalentemente siciliana e in parte calabrese, per
quanto riguarda l'Italia), vi è stato un incredibile e vertiginoso incremento
di strutture associative "di stampo mafioso" finalizzate alla compravendita
ed allo smercio degli stupefacenti. In Italia, il caso del Napoletano è
emblematico, ma anche al Nord si sono creati poderosi gruppi ad hoc, non sempre
dipendenti dalla Mafia storica, ma sicuramente ad essa collegati, seppur
mantenendo margini di indipendenza, per questioni di affari e interessi. Quel
che sorprende non è la dissimulazione della verità da parte di chi
"fa" opinione e la regolamenta, ma il silenzio teorico e sociale su
quello che è la Mafia e sulle ragioni del suo sviluppo.
A
proposito, perché assolutamente condivisibile, cito un paragrafo di un teorico
rivoluzionario francese, Guy Debord, apparso in un libro non ancora tradotto in
Italia ("Commentaires sur la société
du spectc1e", Éditions Gérard Lebovici, Paris, 1988).
"La
Mafia non era che un arcaismo trapiantato quando, agli inizi del secolo,
cominciava a manifestarsi negli Stati Uniti, insieme all'immigrazione dei
lavoratori siciliani; nello stesso periodo sulla costa ovest si manifestavano
delle guerre tra bande nelle società segrete cinesi. La Mafia, basata
sull'oscurantismo e la miseria, allora non poteva neppure radicarsi nell'Italia
del nord. Sembrava destinata a scomparire ovunque di fronte allo Stato moderno.
Era una forma di crimine organizzato che poteva prosperare soltanto sulla 'protezione'
di minoranze in ritardo di sviluppo, fuori dal mondo delle città, dove non
poteva penetrare il controllo di una polizia razionalizzata e delle leggi della
borghesia. La tattica difensiva della Mafia non poteva essere altro che la
soppressione dei testimoni, per neutralizzare la polizia e la giustizia e far
regnare nella sua sfera di attività il segreto che le è necessario. In seguito,
ha trovato un terreno nuovo nel nuovo
oscurantismo della società dello spettacolare diffuso, poi integrato: con
la vittoria totale del segreto, la generale demissione dei cittadini, la
completa perdita della logica ed il progredire della venalità e della
vigliaccheria, si trovarono riunite tutte le condizioni affinché essa divenisse
una potenza moderna ed offensiva.
Il Proibizionismo americano ‑ grande
esempio delle pretese degli Stati del secolo al controllo autoritario di tutto,
e dei risultati che ne discendono ‑ ha lasciato al crimine organizzato la
gestione del commercio dell'alcol per più di un decennio. La Mafia, con ciò
arricchitasi e sperimentatasi, si è legata alla politica elettorale, agli
affari, allo sviluppo del mercato dei sicari professionali, ad alcuni
particolari della politica internazionale. Così, fu favorita dal governo di
Washington durante la seconda guerra mondiale per contribuire all'invasione
della Sicilia. Quando l'alcol è tornato ad essere legale, è stato sostituito
dagli stupefacenti che hanno allora costituito la merce‑vedette dei consumi illegali. Poi ha assunto una
considerevole importanza nel settore immobiliare, nelle banche, nella grande
politica e nei grandi affari dello Stato e, dopo, nelle industrie dello
spettacolo: televisione, cinema, edizioni. Questo è già vero, almeno negli
Stati Uniti, anche per la stessa industria del disco, com'è sempre dove la
pubblicità di un prodotto dipende da un numero assai concentrato di persone. t
dunque facile fare pressione su di loro, comprandole o intimidendole, giacché
evidentemente si dispone di sufficienti capitali, o di uomini di mano che non
possono essere riconosciuti né puniti. Con la corruzione dei discjockeys si decide pertanto quello che dovrà
essere il successo tra merci tanto e altrettanto miserabili.
E’ senza dubbio in Italia che la Mafia,
reduce dalle sue esperienze e conquiste americane, ha acquisito la sua maggior
forza: dopo l'epoca del suo compromesso storico con il governo parallelo, si è
trovata in condizioni di poter far ammazzare dei giudici istruttori o dei capi
di polizia: pratica che aveva potuto inaugurare partecipando alle montature del
'terrorismo' politico. In condizioni relativamente indipendenti, l'evoluzione
similare dell'equivalente giapponese della Mafia dimostra bene l'unità
dell'epoca.
Ci si
sbaglia, ogni volta che si vuol spiegare una qualche cosa contrapponendo la
Mafia allo Stato: non sono mai rivali. La teoria verifica con facilità quello
che tutte le voci della vita pratica avevano troppo facilmente indicato. La
Mafia non è straniera in questo mondo; si trova perfettamente a casa sua. Nel
momento dello spettacolare integrato, regna di fatto come il modello di tutte le imprese commerciali
avanzate".
Si può
aggiungere che, soprattutto in Italia, la Mafia, al pari della droga che
maneggia e controlla, serve anche politicamente, ideologicamente e spettacolarmente
come "lotta antimafia". A parte alcuni mafiosi che ironicamente
sostengono che «la Mafia non esiste, è un'invenzione giornalistica» (alla
palese menzogna aggiungono un'indubbia verità: se le organizzazioni mafiose
esistono concretamente, è pur vero che lo spettacolo
Mafia è massmediatico e voluto), non c'è chi non sia contro la Mafia. Così
politici e giudici operano i loro regolamenti di conti lanciandosi reciproche
accuse di "odor di mafia",
di "scarsa sensibilità rispetto al problema mafioso" e così via. Ma
restano sempre saldamente in sella, anzi sembrano guadagnarne in prestigio
perché furbi. Come le organizzazioni mafiose, proliferano e prolificano.
Non è un "rnale" specificatamente
italiano, anche se in Italia ha assunto caratteristiche particolari, è il male
dell'epoca dell'amministrazione, del
segreto e della menzogna, dell'ultimo livello raggiunto dalla società del
capitale e dello Stato. Scivolati alcuni veli ideologici ed informativi, si è 6~ scoperto" quello che era già evidente a chiunque possedesse un
minimo di intelligenza analitica e critica: anche all'Est del "socialismo reale" funzionano meccanismi simili, pur con le
differenze dovute alle peculiarità delle diverse organizzazioni sociali ‑
che, non a caso, tendono a ridursi ed uniformarsi. Si "scopre‑ che
delle mafie hanno gestito per anni FURSS, si "scopre" che quella di
Ceausescu era una banda di stampo mafioso e avanti così. Per dirla schietta, si
"scopre" fin troppo. Nuove demonizzazioni, perché bisogna pur buttare
a mare qualche zavorra, affinché la barca continui a navigare. Esaminato il
meccanismo con occhi italiani, si può dire che i Ciancimino ogni tanto devono
cadere (ben ripagati) perché continuino i Lima; possono cadere anche i Lima,
purché resistano gli Andreotti. In un momento di crisi massima, potrebbero
cadere anche gli Andreotti, purché persista il meccanismo. E’ il meccanismo che
si è autonomizzato ed impone il suo imperio; il resto sono pedine, più o meno
importanti.
* * *
Di
fronte alla canea che si è scatenata e si sta scatenando intorno al problema
della droga, cioè intorno al Drago, ed al fastidio che ciò provoca in qualunque
galantuomo, alcuni amici, di certo non sospettabili di abusi e neanche di uso
di droghe, mi hanno chiesto: «Ma non è possibile scrivere una sorta di
provocatorio "Elogio della droga", riprendendo in qualche modo
l'"Elogio della pazzia" erasmiano o l'invettiva sadiana di
"Francesi, ancora uno sforzo"?». Letterariamente, è di sicuro possibile
e forse si otterrebbe anche un piccolo scandalo, in un mondo che non sa più
scandalizzarsi di nulla. Nello stesso tempo, c'è il rischio di f arsi prendere
la mano dal gusto della provocazione, dimenticando che, al di là del Drago e
della sua immagine spettacolare, esiste una realtà materiale della diffusione
di droghe e del loro abuso.
Ecco, un
"Elogio della droga" così, secco, non mi pare praticabile. Il che non
significa negarsi a respingere la draghizzazíone (demonizzazione) delle droghe,
accettare che tutte vengano assimilate sotto la stessa etichetta e neppure
omettere la verità: che tutte, ciascuna a suo modo, contengono anche qualche
aspetto seducente, forse positivo.
"All'inizio vi è la ricerca del piacere, inscritta nel più profondo
delle nostre strutture mentali. Il bisogno di ottenere il piacere implica il
passaggio all'azione, poiché il piacere non viene mai offerto all'uomo su un
vassoio, anzi, l'uomo deve meritarselo, conquistarselo". Così scrive Henri
Pradal in "Le marché de
l'angoisse" (Paris, 1977; trad. it. "Il mercato dell'angoscia", Milano, 1977), un saggio che
non ha conosciuto la diffusione che si sarebbe meritato, proprio perché non è
un manuale contro l'angoscia, ma un'angosciante analisi della funzione
dell'angoscia nella "nostra" civiltà.
Ebbene, anche per l'uso di droghe,
all'inizio vi è la ricerca del piacere. Tanto più motivata dal fatto che nelle
nostre società il piacere viene esplicitamente negato o tacitamente occultato o
svilito a pratica di consumo. L'uso e l'abuso di droghe, come dell'alcol o
delle sfrenatezze sessuali, è un'esplicita rivendicazione al diritto al
piacere. Ma, come ci ricorda lo stesso Pradal, "la legge è fatta dai
mercanti, ma non c'è più Cristo che li cacci dal tempio. In una società
dominata dalla merce, risulta che tutto possa essere acquistato e
venduto". "La civiltà della merce ha plasmato l'individuo affinché
produca e consumi… " Ecco il terribile vicolo cieco in cui si caccia l'individuo alla ricerca di piacere
attraverso le droghe: viene inserito in un meccanismo di mercato su cui non ha controllo alcuno. Lo
stesso vale, naturalmente, per ogni altra forma di ricerca parziale di piacere.
Sei fregato in anticipo.
Le
droghe, in più, possiedono due caratteristiche accessorie e fondamentali:
possono essere acquistate e vendute, come tutto, ma sono vietate e ciò
conferisce loro un'aura di trasgressività indotta; il consumo presuppone
un'indefessa attività produttiva, proprio perché il costo è altissimo e, nel
caso di talune droghe, il consumo diventa coattivo, imprescindibile.
Le
droghe non sono tutte uguali, va da sé, ed il termine stesso di droga è tirato
per i capelli, riunificando sotto uno stesso marchio ciò che è diverso. Una
difesa dei derivati dalla cannabis è
sin troppo facile e troppi già l'hanno compiuta: non fa male, non dà
assuefazione ‑eccetera. Tutto vero. Il "male" di questi
prodotti, peraltro a volte apprezzabili, sta nell'illusione di trasgressività,
di '1ibertà" che spesso inducono, suggerita com'è dal potere stesso e
dalle sue interdizioni. Si formano così delle microcomunità di fumatori, che si
sentono estremamente trasgressivi e "moderni", al passo coi tempi, ma
certamente capaci di marchiare a fuoco chi usa droghe differenti, in specie
l'eroina. La cocaina sta nel mezzo, per la storia di élite che si trascina
dietro, anche se ormai il proletarissimo crack o l'uso della miscela di eroina
e cocaina (lo speed‑balI) la stanno declassando.
Per
scrivere un "elogio", come si è detto, bisognerebbe assumersi l'onere
della difesa dell'eroina, comunque degli oppiacei e dunque della tossicomania.
Ciò risulta onestamente impossibile. Che l'eroina produca effetti piacevoli,
spesso all'inizio e se usata oculatamente, è fuori di dubbio: non si capirebbe
perché, altrimenti, milioni di persone ne vengano attratte. Ma che la
dipendenza sia odiosa e con effetti nefasti, è altrettanto indiscutibile.
Zombies si aggirano per le metropoli. Che la "colpa‑ non sia della
sostanza in sé salta agli occhi: sono le regole del mercato, le leggi, gli
stress quotidiani a produrre questa miseria in cui si aggirano, sperduti, i
drogati.
Un
ipotetico "Elogio della droga" lo potrò scrivere dopo che sarà stato praticato un elogio della
libertà. Oggi, pur con tutto il disprezzo che provo per i costruttori del Drago
e i San Giorgio, mi è
comunque impossibile: mi parrebbe di scrivere un sulfureo elogio
dell'adulterio, per maggior gloria della santità del matrimonio.
Nondimeno, contro tutto e tutti, contro le morali inveterate e quelle
che si pretendono moderne, contro, soprattutto, coloro che le uniche soluzioni
le ritrovano nel fondo della loro anima da gendarme, e dunque in leggi,
polizie, galere, va rivendicato il diritto di ciascuno di fare quel che più gli
aggrada di sé e della sua vita, compresa la morte. E facile rispondere che
spesso chi si droga non sa quel che fa, non conosce in anticipo le conseguenze
dei suoi atti, è preda di suggestioni e del mercato. Tutto vero, probabilmente.
Ma quelli che, in nome di una ragione di cui avrebbero il monopolio, peraltro
smentiti costantemente dai fatti, invocano e pretendono coercizioni e
repressioni, costoro sanno quello che fanno? Conoscono in anticipo le
conseguenze dei loro atti, non sono preda di suggestioni e del mercato? Essi
sono, in realtà, la conseguenza dei loro atti, sono essi le suggestioni ed il
mercato.
* * *
Stupenda
è la dichiarazione di certo signor Muccioli (rilevata dai quotidiani italiani
in data 24.X.1989), un ben remunerato funzionario della drogorepressione,
consigliere pragmatico del signor Craxi, il Più muscoloso San Gior io
sull'italica piazza, e padre‑padrone di una "comunità"
terapeutica, sita nell'incolpevole ed amabile Romagna, salita più volte ai
disonori della cronaca per l'incatenamento di taluni "utenti" (si
dice così), per i metodi, forse efficaci, ma sicuramente maneschi e brutali per
"'contenere" gli ospiti, nonché per l'estremizzazione del rifiuto di
essa da parte di taluni "pazienti" ormai evidentemente impazienti: si
son tirati giù dalle finestre a testa prima, con una critica di certo radicale
ma anche autodistruttiva, visti i letali effetti.
Ebbene,
questo antico ma sempre muscoloso pensatore pratico, esprime con la brutalità
concessagli quello che tutti i suoi accomandatari pensano, ma non hanno il
coraggio di dire con tanta vivacità, sul tema droga. Il Nostro dice:
«Non è vero che tutto è lecito e una libertà che sostiene ciò va imbavagliata».
Esemplare per sintesi ed enfasi.
Qualche insofferente potrebbe dire che simili bestialità vanno riposte religiosamente nell'ossario di Predappío, e lì consegnate alla consunzione, senza più preoccuparcene, e invece no. Per due ottimi motivi: perché sappiamo tutti che questo tardohimmleriano («Quando sento parlare di cultura la mano mi corre alla pistola», diceva Himmler, noto anche, dal punto di vista teorico, come estensore del miglior manuale pratico sull'uso della calunnia) non parla solo perché ha la lingua in bocca, ma perché è stato opportunamente imbeccato e sponsorizzato; perché, ironie a parte, la frase citata è degna senz'altro di menzione, non è meno filosofica di certi postulati di Popper, peraltro non molto meno reazionario.
"Non è vero che tutto è lecito", sostiene il nostro pensatore
e saremmo davvero in pochi ad affermare il contrario, sicché non osiamolo neppure.
Non tutto è lecito. E va bene. Ma, chi determina la liceità e l'illiceità? Lo
Stato, la Chiesa, il Buon Senso? Pur volendo condividere le tesi muccioliane (e
craxiste e bushiane ecc.), vi è troppa vaghezza. Il sottinteso, ovviamente, è
la Droga, il Drago. Ma anche così rimane indeterminato il confine tra lecito ed
illecito. 1 nostri pensatori giuridici hanno deciso che va affermata
l'illiceità del drogarsi; poco importano le forme delle pene: ciò che va
ribadito è l'illiceità del drogarsi e su questa "questione morale" vi
sono state scarsissime opposizioni. Non le faremo noi, per non farci arrestare
(mica scherzano, questi), ma ci sarà sicuramente concesso, in democrazia!, di
porre delle domande pertinenti: rispetto a chi è illecito drogarsi? (Rispetto a
sé, allo Stato, alla Chiesa, allo zio, allo spacciatore che così guadagna di
più; a chi, rispetto a chi?); quale criterio morale o giuridico fondativo
stabilisce l'illiceità? (Quello dei doveri famigliari o civici o produttivi o
statali?); quali "droghe" non si possono usare? E qual è 9 criterio
che stabilisce che talune (marijuana, eroina ecc.) lo sono ed altre no (auto,
televisione, alcol ecc.)? Il pensiero tomistico era preciso, dettagliato;
questo, craxo‑muccioliniano, ci consegna ai dubbi ed alle ambasce.
Pazienza.
"...una libertà che sostiene ciò va imbavagliata" . A parte la
truculenta volgarità di una simile espressione, che preoccupa se pronunciata da
un tecnico degli imbavagliamenti e incatenamenti non metaforici, vi è un
problema filosofico che mi tormenta: si può imbavagliare una libertà? La
libertà non è, secondo un dizionario che
frequento, "la condizione di chi può disporre di se stesso e dei propri
atti e movimenti, in contrapposizione non solo allo stato di schiavitù, di
prigionia, di detenzione, ma anche allo stato di soggezione a un'autorità
tirannica. Può essere riferito sia a persone che ad animali"? Se così è,
risulta un discreto problema imbavagliarla; volendo, si può negarla,
sopprimerla, annichilirla ma "imbavagliarla" , come
"incatenarla", pare proprio difficile, non foss'altro che per una
resistenza semantica e logica.
Ma il
tricipite è un brav'uomo e un semplicione, e suo sarà il regno dei cieli. Mal
esprimendosi, voleva dire: «t lecito solo quello che viene opportunamente
stabilito dall'autorità competente; chi vi si oppone, in nome di una pretesa
libertà, va impedito nella sua attività eversiva e dunque imbavagliato,
metafora per dire: messo in ceppi, incatenato, incarcerato». Così la questione,
depurata da malintesi riferimenti filosofici e ritornando laddove non aveva mai
smesso di stare, nella pratica di polizia, mi è chiarissima. Piuttosto di
discorrere di liceità e illiceità, di libertà e licenza, sono disposto a farmi
imbavagliare. Con un bavaglino su cui sia scritto però, "Non
baciatemi!"
* * *
Nell'intossicatoria prosa massmediatica, le madri che, avendo dei figli
drogati, si battono contro la droga, non si sa bene come, spettacolo a parte,
vengono definite "Madri Coraggio". E i padri? Staranno
giocando a tressette o con le amanti, e
non del tutto a torto, vista
la noiosità delle mogli. E la mamma,
cuore della famiglia, che fa palpitare le pallide vene spettacolari. Una
regista italiana, tale Werthmúller, vi ha dedicato addirittura un film, orribile
più della signora in questione. Mi si dice che adesso ne abbia prodotto
un altro, sull'Aids. t nota per tre motivi: per i pessimi film, mai salvati dai
titoli lunghissimi e debordanti (è nel titolo che si esaurisce la sua scarsa
creatività); per avere un sacco di soldi come "esponente" della cosca
del Garofano; perché tutti si toccano le palle, in modo scaramantico, appena ne
odono il nome.
Le
"madri coraggio", dunque. Sembra che si battano contro gli
spacciatori, per la difesa dei loro figli. Obiettivi meritori. Ma, a parte
l'inopportuno ed enfatico accostamento con la figura brechtiana di "Madre
Courage", impietosamente mi dico e mi chiedo: madri sì, d'accordo, ma di
che e con quale coraggio?
Compiamo
un passo indietro. Esiste un'evidente interdipendenza tra la domanda e
l'offerta di una merce. t vero che spesso l'offerta riesce a stimolare la
domanda, soprattutto se opportunamente pubblicizzata, creando quello che si
definisce il bisogno indotto (ed abbiamo centinaia di esempi sotto agli occhi).
E altresì vero che un'offerta si rivolge ad una domanda per lo meno potenziale,
molto spesso stravolgendo le esigenze che vi stanno alla base e
"rispondendovi" secondo una logica antiumana e mercantile. Ma questa
dinamica comunque deve esistere, altrimenti l'offerta rimarrebbe inutilizzata,
vuota. Per esempio, se le televisioni ci offrono dei programmi di
"evasione" imbecilli e sconfortanti, è anche perché rispondono, in modo assolutamente distorto e
distorcente, ad un'effettiva domanda sociale di evasione: dalla realtà
quotidiana insopportabile.
La
relazione tra lo spacciatore di droga e lo spacciato non è differente.
L'offerta di droga è possibile, ed economicamente remunerativa, perché esiste
una domanda. Che poi le ragioni di fondo della domanda, vale a dire i bisogni
reali, siano di tutt'altro tipo rispetto alla "risposta" che viene
loro data mi sembra incontestabile: chi "chiede" droga in realtà
chiede qualcosa di assai diverso, ma gli viene offertala droga, è questa la risposta
al suo bisogno reale. E tutto si rinserra in una logica di mercato, profitto e consumo.
Ritorniamo alle "madri coraggio". Si ribellano, e per nulla a
torto, contro gli spacciatori ma, ed è questo il torto, avendo accettato lo
schema autoassolutorio socialmente proposto loro: i colpevoli sono
essenzialmente questi profittatori (anche se gli ultimi anelli della catena,
quelli più facilmente individuabili, sono quasi sempre a loro volta dei
tossicodipendenti; la solita guerra tra gli straccioni!), mentre il resto, dall'organizzazione
sociale al lavoro, dalla struttura famigliare sino al loro ruolo, di madri,
ebbene tutto il resto viene preventivamente assolto o comunque giustificato.
Personalmente, sono convinto che molte di queste "madri
coraggio" abbiano una responsabilità diretta o indiretta nel fatto che i
loro figli non abbiano potuto o saputo far di meglio che drogarsi. Perché
hanno non solo accettato l'esistenza di una struttura famigliare oppressiva, ma
l'hanno addirittura riprodotta; perché si sono esse stesse mortificate nei
ruoli di produttrici‑cittadine‑ mogli‑ madri; perché
raramente hanno mosso un dito, prima che la "disgrazia" le toccasse,
contro la società drogata e drogogena, mentre sposano soltanto la
drogorepressione; perché per lo più l'alternativa che esse, i loro mariti, i
loro amanti, i loro amici, offrono ai loro figli è così povera che questi
ultimi si vedono quasi sospinti a scegliere tra la morte per droga e quella per
noia, o per abbrutimento da lavoro, o per febbre del sabato sera.
Il vero
coraggio è quello di mettere in crisi tutti i ruoli, anche quello di madre o di
padre, di individuare il nemico reale, interno, senza spostarlo invece sempre
lontano da sé. Non c'è assoluzione per nessuno, in verità, mentre si è abituati
ad una sovrabbondanza di condanne.
* * *
Se il
Drago è stato appositamente costruito, confezionato e messo in scena, è indiscutibile il profondo disagio prodotto dall'abuso di stupefacenti, dalla
tossicodipendenza. Se qualche spirito candido ancora esistesse, dopo che da tempo si è consumata la fine di
qualsiasi possibile innocenza, e chiedesse: «Ma allora? Van bene tutte le
critiche, ma per il drogato, l'individuo che sta male, che rimedio proponi?»,
mi troverei senza risposte. Preciso: senza risposte che offrano una soluzione
immediata o a breve termine. Perché di queste soluzioni non ce n'è, e chi le
offre è di sicuro un mistificatore, un profittatore, uno che lucra,
materialmente e ideologicamente, sul malessere reale altrui.
La fine
del proibizionismo, la liberalizzazione del mercato degli stupefacenti (ma non
certo la cosiddetta legalizzazione, cioè il controllo statale del mercato e dei
consumatori, che non eviterebbe il coesistere di un mercato nero, per i
consumatori occasionali o per chi non vuol essere schedato, mentre
accrescerebbe la Statodipendenza) è palesemente, e transitoriamente, la ‑‑‑soluzione‑meno
peggiore. Soprattutto perché eviterebbe l'obbligo alla criminalità ed alla
precarietà assoluta del consumatore abituale e ridurrebbe considerevolmente
tutto l'indotto. Ma è proprio qui il punto:
l'indotto è una grande industria,
poiché non si tratta solo del traffico di droga e dei suoi guadagni, ma anche
di buona parte della microdelinquenza che mantiene ricettatori e rivenditori,
avvocati e giudici, carcerieri e poliziotti, venditori di immagini e di
notizie. La liberalizzazione delle "droghe" sarà possibile, vale a
dire remunerativa, solo se e quando sarà stato inventato un nuovo Drago, una
nuova forma, e diversa, di riproduzione sociale allargata ad alto tasso di
profitto e di coinvolgimento.
Oppure
se si riuscirà a trasformare radicalmente il modello esistente di società, i
suoi meccanismi, i suoi fini; in termini teoricamente corretti, se si passerà
dalla comunità umana fittizia alla comunità umana reale, ricompositiva. Dal
capitale alla libertà, insomma, o, se si preferisce, dalla democrazia formale a
quella diretta, all'acrazia. Evidentemente, è questa la scommessa di molti di
noi.
Certo,
questa brutalità espositiva, peraltro corrispondente all'acquisizione della
realtà dei fatti, può sconcertare o deprimere chi spera in soluzioni immediate ed indolori ai problemi che ci angosciano, a
quegli spiriti candidi la cui esistenza ho voluto ipotizzare per un
attimo. Ma spero preoccupino ancor di più i piazzisti delle soluzioni facili e,
si dice, possibili. Cioè false, recuperatorie, autoritative.
Anche
per le droghe, come per l'insieme della vita sociale, vorrei che ciascuno
potesse realizzare ciò che Dante attribuì a "Semiramìs voluttuosa",
"che libito fe' lícito in sua legge". Sì, quella del piacere e del
desiderio è l'unica legge che si può accettare. Certo, come le bestie, ma
razionalmente e socialmente.
M. D’I.
Una strana cosa ci è
cresciuta
dentro all'anima, in fondo, a sinistra
Prima ci hanno detto che si trattava di una scimmia che ci stava appollaiata sulla schiena
Non ci dispiaceva, le
scimmie ci sono sempre piaciute
Poi ci hanno detto che era
un tumore, una malignità dello spirito e del corpo
E ci ha dato
fastidio, perché di malignità
ce n'è abbastanza e poi, diciamo la verità, tenercela dentro proprio noi, è
mica uno scherzo
Poi ci hanno spiegato che era il Drago, gli occhi spiritati,
le lingue di fuoco, i micidiali artigli, ma niente di che preoccuparsi, si
conosceva il rimedio
(Si sa, i draghi non esistono, se li inventa il
demonio e se in giro nascono dei buoni esorcisti tutto va a posto per forza)
Solo che ci spostavano sempre più spesso e, davvero,
dava un po' fastidio
Dai bar del centro a quelli della periferia, dalle
strade alle prigioni o agli ospedali, dalle serate in tanti a quelle solitarie
che vien voglia di piangere, dalle case con il cesso ai cessi senza casa
Ci dava un po' fastidio
Ci siamo preoccupati ma ci hanno detto che no,
tranquilli, che era tutto normale, mica niente
Sono venuti in tanti a parlare ma non si
capiva, il senso di colpa, la frustrazione, la responsabilità, il disagio, il
recupero, non si sa
A noi ci sembrava quella canzone che dice del
"maledetto muro", ma come fare a dirglielo, erano tanto brave
persone, anche delle ragazze dagli occhi lucidi, dei signori che parlavano
tanto e tanto dicevano di voler fare per noi, perché erano buoni sennò non si
capiva
Meglio stare zitti e tenersi il maledetto muro
Adesso non va male, stiamo in un posto che non si
capisce ma almeno nessuno ci dice niente, le parole sono finite
C'è chi dice che ci vogliono richiamare là, non si
sa a far cosa, però deve essere una paranoia perché è mica possibile
Ma la strana cosa dentro l'anima c'è sempre, anche
qua, e A brutto è che continuiamo a non sapere cosa sia, come si chiama
E’ il male del cuore, malato di sangue malato, forse
Un bicchiere non bevuto, può darsi, o due di troppo
o uno schizzo di sperma di cui nessuno ha saputo cosa farsene
Adesso non va male, ma la strana cosa dentro l'anima
c'è sempre, come le zampe sporche di un gatto
Adesso non va male, va pessimamente.
G. F.
TUTTO IN COMUNE, ANCHE DIO.
In
Italia le comunità terapeutiche incominciano a formarsi nella seconda metà
degli anni Settanta: in particolare, dal '79 il fenomeno inizia a registrare un
trend significativo toccando la punta massima nell'84 con 52 nuove strutture; è
l'anno immediatamente precedente il Decreto Legge che prevede il finanziamento
per gli interventi promossi in favore dei tossicodipendenti nel settore
specifico del recupero e del reinserimento, finanziamento destinato per la
prima volta, oltre che ai Comuni e alle U.S.S.L., alle strutture
socioriabilitative private. Secondo quanto si può leggere nell'ultimo rapporto
(ottobre '87) dell'Osservatorio Permanente sul fenomeno droga del Ministero
degli Interni, il 70% dei 60 miliardi che dall'85 all'87 sono stati stanziati
in base a quella legge, è stato destinato alle comunità terapeutiche private.
Dalla stessa fonte si apprende che nel 1987 si contavano 661 strutture socio‑riabilitative
private (191 centri di prima accoglienza, 342 comunità terapeutiche
residenziali, 128 centri di reinserimento) e che negli ultimi tre anni ( '85,
'86, '87) l'incremento dei nuovi insediamenti era stato del 13% per anno; da
queste stime possiamo azzardare che alla fine dell'89 il totale di queste
strutture si aggirerà intorno alle 900 unità.
Dei 28.009 tossicodipendenti in trattamento alla fine dell'ottobre 87, 21.895 si erano rivolti alle strutture pubbliche (circa la metà
ricevevano trattamento con sostanze sostitutive - metadone ‑) mentre
6.114 erano accolti nelle comunità terapeutiche.
Oltre al
finanziamento dello Stato, destinato esclusivamente a progetti ben definiti,
intervengono ad incrementare le casse
delle strutture riabilitative
private il contributo e le elargizioni dei privati (chiese e partiti politici
compresi), il reddito del lavoro del tossicodipendente ricoverato ‑ che
viene incorporato totalmente dalla comunità terapeutica e che spesso sottostà a
iniziative economiche di largo respiro ‑ e in più l'introito delle rette
che i tossicodipendenti o chi per loro (famiglie, U.S.S.L. o entrambi) devono
pagare mensilmente e che si aggira intorno alle 900.000 lire pro
capite.
Per quel
che riguarda la recettività, nel 60% dei casi vengono ospitati in ogni
comunità dai 6 ai 20 ragazzi, per il 30% dai 21 ai 50 giovani, per il 10%
oltre i 50 tossicodipendenti.
All'87 su 323
comunità residenziali censite solo 19 erano strutture
pubbliche.
Il 63% delle comunità è situato in aree rurali, il 37% in aree urbane.
Solo nel
40% dei casi vengono ospitati anche altri emarginati (alcolisti, ex carcerati,
handicappati).
La
maggioranza delle comunità terapeutiche (73%) applica un programma di riabilitazione
integrando attività lavorative e trattamento socio‑psicologico, mentre nel 17% dei casi esso si
riduce alla sola attività lavorativa, e nel 10% consiste unicamente nella
terapia socio‑psicologica.
Il 25% del personale che vi lavora è specializzato (psicologi, medici,
assistenti sociali, psichiatri) per il 75%
si tratta di volontariato, di
educatori, animatori, extossicodipendenti.
I
programmi di recupero prevedono per il tossicodipendente almeno 4 o 5 anni di
permanenza all'interno della struttura.
La
diffusione della tossicodipendenza e i problemi che ha determinato nella
società attuale sono sempre stati presentati in un'ottica distorta e ipocrita.
Innanzitutto perché, sulla questione droga, l'ideologia dominante
scommette la sua stessa credibilità. L'idea che questo mondo, pur con le sue
imperfezioni, sia il miglior mondo possibile, non può essere messa in
discussione e chi volesse porsi fuori o contro di esso non può che essere un
pazzo, un malato, un criminale o, per l'appunto, un drogato. In secondo luogo,
perché un'analisi corretta delle problematiche che accompagnano il diffondersi
del fenomeno evidenzierebbe l'impotenza della società a dare risposte sia sul
piano delle motivazioni esistenziali (ovvero della loro mancanza) che conducono
alla tossicodipendenza, sia sul piano delle possibilità reali di fermare
quell'enorme affare economico che è il traffico degli stupefacenti.
I
problemi reali e la loro origine vengono rimossi perché fuori dalla portata
delle soluzioni che il sistema è in grado di offrire. Infatti un sistema che
risponde alle esigenze umane solo con l'offerta di merce e che, anzi, forgia e
prefabbrica i bisogni umani in funzione della produzione e del mercato, non può
dare che la droga stessa, come merce, come feticcio assoluto, in risposta al
malessere che sta alla base della ricerca di droga. Risposta al disagio, al
vuoto di autenticità e di socialità reale, di comunità vissuta, alla mancanza
di opzioni di autodeterminazione che vivono quotidianamente le giovani
generazioni.
Questo
dovrebbe essere il postulato di qualsiasi seria analisi sulla questione droga,
ma è proprio questo assunto che viene rimosso, occultato, affinché le
contraddizioni inerenti al diffondersi della tossicodipendenza siano in qualche
modo esorcizzabili e mistificabili con un'operazione che da una parte enfatizza
e drammatizza il problema e dall'altra lo riduce agli aspetti connessi alla
patologia della dipendenza.
E’ più
facile stigmatizzare sempre e comunque il drogato, riconducendone le
problematiche alle sue incapacità o debolezze personali nell'affrontare la
vita, alla sua presunta fuga da una realtà ipostatizzata, che rivelare
l'impotenza di una società che, basandosi solo sulla dittatura dell'economico,
non può combattere quella che è divenuta la merce per eccellenza: la merce‑droga.
La
dipendenza da stupefacenti si configura infatti nell'attuale società come dipendenza
da una merce e dal ciclo economico che la mette in circolazione. I capitali
investiti e gli interessi che maturano da questa circolazione sono enormi e i
tossicodipendenti figurano innanzitutto come i "lavoratori" di questo
ciclo continuo di valorizzazione del capitale; un capitale in grado
d'accrescersi nel passaggio reiterato da merce a denaro, da denaro a merce, e
che, divenuto una vera e propria potenza finanziaria mondiale ha bisogno
purtuttavia della manovalanza intossicata per esistere, come il capitale
produttivo ha bisogno dei suoi operai. (Si confronti il testo in appendice: "W
ciclo di autovalorizzazione dell'eroina ").
Le
condizioni di base perché questa valorizzazione possa avvenire sono
l'illegalità e la clandestinità del traffico e dello smercio di stupefacenti
che, permettendo al loro prezzo di lievitare di volta in volta negli
innumerevoli passaggi della circolazione, sono le cause della trasformazione
inevitabile del consumatore in spacciatore e della sua ghettizzazione.
E’ a
partire da queste condizioni che il tossicodipendente si separa dal resto della
società del lavoro e riproduce se stesso all'interno di un'economia sommersa.
Il
tossicodipendente diventa schiavo non tanto della sostanza in sé quanto del
ciclo attivato dalla sostanza e vede in essa l'occasione per la riproduzione
alternativa di se stesso (come persona fisica, come proletario), ma questa
convinzione non gli viene dai poteri della sostanza bensì dal contesto, dal
ciclo di sfruttamento occulto di cui le droghe dominanti (eroina, cocaina) sono
le padrone.
E’
questo sfruttamento che determina quel processo di abbrutimento e
annichilimento che porta la tossicodipendenza ad essere un problema sociale e i
tossicodipendenti dei relitti consumati innanzitutto dallo stress di questo
ciclo e subito dopo da una sostanza che, circolando illegalmente, è sempre
adulterata.
Una
risposta risolutiva rispetto a questa situazione dovrebbe passare attraverso la
liberalizzazione delle droghe ma ciò aprirebbe un campo di contraddizioni che
il potere non ha intenzione di gestire.
Perciò
le cause reali del meccanismo di diffusione della tossicodipendenza vengono occultate e prevale l'atteggiamento
pragmatistico di un recupero operato, anzi tentato, prima attraverso la
repressione e la medicalizzazione e poi attraverso la segregazione dei
tossicodipendenti nel mondo separato delle comunità terapeutiche.
Meno il
disagio profondo, base della diffusione della tossicodipendenza, può essere
risolto dalla società o medicalizzato, più i ghetti delle comunità terapeutiche
divengono l'unico referente a cui delegare la gestione della cosiddetta
terapia. Comunità terapeutiche che appaiono quindi, per contrapposizione, come
la panacea dove convivenza coatta, lavoro
e gerarchia ristabiliscono i valori cardini su cui ristrutturare l'individuo che si è perso nella droga.
SULLE
COMUNITA' TERAPEUTICHE
Alle
comunità terapeutiche il tossicodipendente approda come su un'ultima spiaggia,
quasi sempre dopo il fallimento del trattamento metadonico presso le strutture
pubbliche.
All'interno della sua esperienza, generalmente, il tossicodipendente ha
vissuto una serie di situazioni che lo hanno visto contrapporsi ai valori e ai
ruoli codificati dalla norma. Al lavoro ordinario, agli impegni quotidiani,
alle frustrazioni e al vuoto di una monotona quotidianità ha sostituito una
pratica quasi sempre extralegale, che lo ha portato a escogitare mille sistemi
per procacciarsi il denaro per la sostanza. Ha esaltato la sua negatività in
funzione dell'unica passione che ha riempito la sua esistenza e, pur nella
ripetitività dello scopo, dell'oggetto, del suo muoversi e desiderare, ha
vissuto in antagonismo alla piatta routine della vita sociale che lo circonda,
affrontando le contraddizioni della sua progressiva proletarizzazione
nutrendosi di emozioni intense, di desideri assoluti, vivendo a volte esaltanti
e rocambolesche avventure. Ma proprio per effetto di questa totale
proletarizzazione, il "tossico" alla fine giunge a sentirsi
stritolato dal ciclo economico da cui dipende e che lo vede ogni giorno in
prima linea in quella che è diventata una guerra per procacciarsi la dose.
Quando
arriva alle comunità terapeutiche (vi arriva circa un quinto dei
tossicodipendenti che richiedono un trattamento) è perché da questa guerra è
uscito sconfitto e proprio su questa resa si basa l'approccio degli operatori
delle comunità terapeutiche e tutta la loro filosofia sul recupero. Più questa
resa ha il carattere di una resa totale, più si afferma il nuovo diktat della
comunità terapeutica.
Non è un
caso che su questa situazione si siano buttati a pesce i cattolici, riciclando
e valorizzando quella visione della vita e della società alla quale i giovani
nella realtà sociale (specialmente degli strati più proletarizzati) sono sempre
stati refrattari e a cui i tossicodipendenti in special modo, quando non vi si
sono coscientemente ribellati, hanno offerto la massima resistenza.
Una cosa
analoga è successa in questi stessi anni '80 nei confronti della lotta armata,
dove la sconfitta storica del terrorismo e il pentitismo hanno aperto la strada
alla mediazione col potere politico proprio a quella chiesa cattolica
espressione dello stesso dispotismo che i terroristi combattevano. Anche in
quel caso la resa fu totale e i cattolici si confermarono come quelli che da
sempre hanno costruito la loro forza a partire dalle condizioni di estrema
debolezza degli altri.
Quale
occasione migliore per il volontariato cattolico che l'assistenza al drogato
per rispecchiare sulle condizioni di questi la propria illusione di essere
libero, per legittimare i valori e le norme dello status quo e dell'ideologia
dominante, per sentirsi dalla parte del giusto con la propria coscienza? Il
personale che opera nelle comunità terapeutiche proviene spesso dal
volontariato di estrazione cattolica (per il resto si tratta di ex‑tossicodipendenti
e in percentuale minore di personale specializzato: medici, psicologi,
assistenti sociali) che ha così modo di esorcizzare i propri problemi
dedicandosi a quelli dei tossicodipendenti, i propri sensi di colpa
proiettandoli su quelli del drogato, puntando con la persuasione, l'insistenza
e il ricatto alla conferma della propria ideologia e scala di valori.
La
comunità terapeutica evita, prevalentemente, di prendere in carico il
tossicodipendente a partire dalla crisi di astinenza e lo accoglie solo dopo
una prima disintossicazione ma, di fatto, quando il tossicodipendente vi
giunge, la sua scelta è condizionata dalla impossibilità di determinarne altre
e dall'idea che, andando incontro all'allontanamento dal suo ambiente, potrà
liberarsi definitivamente dall'eroina. Da questo momento in poi, il potere che
il tossicodipendente alienava all'eroina dovrà essere alienato alla comunità
terapeutica, nella cui logica il tossicodipendente è un soggetto che va
programmato ex‑novo, che deve essere totalmente ristrutturato e al quale
non si può lasciare nessuna libertà se non a rischio che scappi per andare a
drogarsi. (Su questa idea si giustifica persino la spoliazione del soggetto di
qualsiasi bene o mezzo materiale che gli possa consentire di comprarsi la dose.
In alcuni casi vengono sequestrati addirittura l'orologio e i documenti
personali). Il lavoro dovrà impedirgli anche di pensare, visto che il suo non
può essere che un pensiero fisso; e il lavoro, infatti, costituisce la terapia
per eccellenza (ergoterapia) in tutte le comunità terapeutiche. L'assunto che
"il lavoro rende liberi", di nefasta memoria, si erge infatti a
verità in discutibile, valore assoluto e metodo insieme, assumendo la massima
valenza terapeutica. Il lavoro per il lavoro, dunque, come mezzo di
riabilitazione anzi di redenzione da una vita fatta di espedienti; un lavoro
non remunerato i cui introiti sono incorporati interamente dalla comunità
terapeutica.
La crisi
d'identità del tossicodipendente si deve risolvere anzitutto attraverso
l'assunzione di ruoli all'interno del gruppo: così vuole il trattamento del
programma; ruoli all'interno dei quali l'identità resta negata, ma che
permettono di instaurare quella disciplina considerata indispensabile
acquisizione per la formazione di un nuovo carattere, di una nuova personalità,
per forgiare una volontà che rende il soggetto forte di fronte alle future
tentazioni di drogarsi: è l'inizio del programma che investe il
tossicodipendente come un puro oggetto da manipolare. Nello stesso tempo,
disciplina, lavoro e rotazione dei ruoli garantiscono la coesione del gruppo,
di un gruppo che appare subito come un ghetto di malati, di uomini deboli ed
insicuri in cerca di forze e sicurezza, di peccatori in via di redenzione
costretti a fare della loro condizione di sconfitti il loro habitat. Se si
pensa che, nella maggior parte dei casi, alla condizione di isolamento (il 63 %
dei centri è dislocato in aree rurali sperso lontanissime dai centri abitati)
si aggiunge l'astinenza sessuale, in quanto la maggior parte delle comunità
terapeutiche formano strutture separate per maschi e femmine argomentando che
le implicazioni emotive e sentimentali di un rapporto amoroso potrebbero far
inceppare il programma di recupero, si può immaginare quanto questa
coabitazione forzata ‑ e determinata dal comune malessere ‑possa
diventare invivibile e capire perché dopo
un primo periodo una buona parte di ricoverati rinunci e ritorni a casa.
Alla logica che solo attraverso l'autodisciplina e
il rispetto delle norme che regolano la vita separata e coatta del ghetto‑comunità, si realizza il lungo cammino
di riappropriazione di sé, corrisponde ovviamente una logica della gerarchia
che diventa, come il lavoro, parte integrante del programma e anzi ne definisce
le fasi.
L'assunzione di responsabilità all'interno del gruppo scandisce,
infatti, l’iter del recupero, e in questa scala gerarchica la figura dell'ex‑tossico
(almeno tre anni di comunità alle spalle) assume la doppia valenza di
rappresentare la realizzabilità del programma, garante quindi del metodo, e di
disciplinare il gruppo sulla base delle regole imposte alla coabitazione
forzata.
Al
vertice di questa gerarchia vi è sempre una figura carismatica: il fondatore,
il "patriarca" della comunità.
A volte si tratta di un padre‑padrone come a San Patrignano (Muccioli nell'89 ha ricevuto il premio intitolato ad Almirante per "meriti sociali"), mega‑comunità dove si sono verificati casi di incatenamento e di suicidio, a volte di un Guru all'occidentale com'è nelle comunità multinazionali "Le Patriarche" o in quelle di ispirazione americana (adesso chiuse perché sotto accusa per truffa e lavaggio del cervello) che facevano capo a Ron Hubbard e alla setta scientologista di Dianetics o, nella maggior parte dei casi, di un prete in odor di santità. Questa figura rappresenta il terminale di un transfert che, lungo la catena gerarchica che struttura l'organizzazione della comunità terapeutica, modella i ruoli che gli operatori e gli ex‑tossicodipendenti vanno via via assumendo con lo sviluppo progressivo dei programmi e l'estensione territoriale dei centri.
L'ideologia della salute e della normalità come condizioni necessarie
alla partecipazione alla vita associata permeano quelli che sono definiti gli
interventi socio‑psicologici all'interno della comunità.
I
momenti e i metodi di trattamento psicologico, in quasi tutti i casi integrati
al resto del programma, cioè all'attività lavorativa, sono generalmente di due
tipi: uno, prescinde dalla presenza di uno psico‑terapeuta e consiste in
periodiche sedute di auto‑coscienza dove i "tossici" membri del
gruppo si confrontano prevalentemente sulle difficoltà della loro vita
associata, ma si autogratificano anche della scelta fatta, valorizzano i buoni
sentimenti e le buone intenzioni che dovrebbero sorreggerla, esecrano la vita
di piazza che sta alle loro spalle e tentano di autoconvincersi che la comunità
terapeutica è l'unico e l'ultimo rifugio possibile; l'altro. invece, è un
intervento individualizzato e mirato che viene affidato al personale
specializzato, per l'appunto uno psicologo interprete di quella psicoterapia
che si riduce a tecnica manipolatoria in vista dell'adattamento dell'individuo
alle norme comportamentali. L'armamentario specialistico di questi signori si
collega infatti più alla psicologia classica pre‑analitica che a seri
strumenti di analisi della psiche e dell'inconscio. In particolare, la loro
concezione psicologica si rifà quasi sempre al modello di scuola americana
della "Ego‑psychology" di Hartman; concezione nella quale, a
dispetto della psicoanalisi freudiana, viene reintrodotto il concetto di un Io
autonomo, di un Ego in grado di ergersi al di sopra della conflittualità della
persona. Questo Ego diviene la misura del reale, supporto al sentimento di
inneità del soggetto che, a partire da questo valore stabile, può rideterminare
e controllare i suoi interessi e i suoi rapporti col sociale. La vocazione
pedagogica di questa dottrina psicologica idealizza la costruzione di una
personalità adialettica, organica, armonica e ben adatta ad integrarsi nello
spettacolo sociale.
Per
Freud, l'Io, strettamente legato al sistema Percezione‑Coscienza, è di
natura conflittuale, poiché nasce da e si sviluppa nel conflitto con l'Es,
derivando da esso H suo patrimonio pulsionale. Nella concezione di Hartman,
invece, torna a delinearsi un Io funzione del reale e del vero che ricorda da
vicino il vecchio e mai morto coscienzialismo razionalistico di matrice
cartesiana. In Hartman, ad un Es che si intende come luogo dell'istinto, si
contrappone un Io dalle idee chiare e distinte, serenamente autonomo nella sua
area libera da conflitti (non‑conf1ictua1sphere).
Questo carattere di neutralità e di autonomia dell'Io è ribadito nella
formulazione del concetto di "interessi dell'Io" contrapposto a
quello di Freud di "pulsioni dell'Io" e di quello di "energia
neutralizzata" che si contrappone a quello freudiano di sublimazione.
Questa
concezione che implica una completa desessualizzazione (delibidinizzazione)
dell'energia di cui l'Io viene a disporre ed esorcizza il carattere libidico di
tutta la vita psichica, spezzando la visione unitaria (Io ‑ Es) a cui era
giunto Freud, reintegra la vecchia contrapposizione tra ragione e istinto,
privilegiando naturalmente l'aspetto razionale cosciente e adattivo di
pertinenza dell'Io. Questa dottrina psicologica si fa portatrice delle istanze
ideologiche di una società fortemente repressiva, dominata dalle esigenze
dell'adattamento, dell'efficienza produttiva, del successo individuale;
esigenze per le quali è necessario lo sviluppo di un "Io forte" e
competitivo e in funzione delle quali lo psicoterapeuta identifica il suo ruolo
in quello di chi induce e favorisce l'adattamento ad una realtà sulla quale non
è lecito discutere.
Alla luce di queste osservazioni sul contesto psicologico, la
comunità terapeutica si configura come un sistema dove il concetto stesso di
piacere viene misconosciuto e le pulsioni rimosse o convogliate, attraverso la
teoria degli "interessi dell'Io", verso l'adeguanza al ruolo che,
all'interno di quella microsocietà coatta è possibile assumere per sopravvivere.
Così il tossicodipendente che vi resiste anni ‑ perché di anni di
permanenza si nutre il programma riabilitativo ‑ in realtà non fa che
perpetuare quella pulsione masochistica che, nata e alimentata all'interno
dell'esperienza eroinica ‑ ma che in quell'esperienza trovava
compensazione e sbocco nel piacere del buco ‑ ora viene indirizzata nel
senso della sottomissione all'ideologia, della catarsi e della riabilitazione,
dove auto punizione, sottomissione alla gerarchia e assunzione del ruolo di
"ex" ne costituiscono l'espressione, il percorso, la nuova
compensazione.
Per il
tossicodipendente che resiste, col passare degli anni la dipendenza dall'eroina si
è trasformata in dipendenza dalla comunità. L'integrazione all'interno di essa
e la promozione nella scala gerarchica organizzativa lo legano come non mai.
Solo la minor parte delle comunità terapeutiche riesce realmente ad inserire un
esiguo numero di tossicodipendenti riabilitati in un tessuto sociale autonomo,
mentre, nella maggior parte dei casi, l'ex‑tossicomane viene coartato
dalla struttura di una comunità che è divenuta, dopo anni di permanenza, tutto
il suo mondo. Alcune comunità, vere e proprie catene multinazionali (quelle del
gruppo "Le Patriarche" potrebbero organizzare le
olimpiadi per tossici riabilitati), riescono a moltiplicarsi e ad ingrandirsi
proprio grazie al fagocitamento di questi nuovi operatori, nei confronti dei
quali viene sempre fatto pesare come un grande senso di colpa l'eventuale
progetto di autonomizzarsi rispetto alla comunità.
Il
ricoverato si trasforma quindi da tossicodipendente a comunità‑dipendente:
dopo il tunnel della droga, il tunnel della comunità terapeutica da cui è
altrettanto difficile uscire.
Le
comunità terapeutiche, investite della delega che la società indirizza loro
rispetto al "che fare" sulla questione droga, assolvono gli stessi
compiti che la medesima società delega alle carceri e ai manicomi: isolamento
dalla società, disinnescamento del potenziale criminale, adattamento al
sociale. Ma, del carcere, le comunità terapeutiche costituiscono un
perfezionamento, in quanto in esse la repressione è occultata e le istanze
repressive sono interiorizzate dagli stessi "utenti". Mentre nel
carcere, infatti, i detenuti, pur in condizioni aberranti di privazione totale
della libertà, conservano una loro autonomia critica rispetto al potere che si
contrappone loro in forma evidente, nelle comunità terapeutiche la repressione
si sostanzia di quegli stessi meccanismi che impone a regolazione dei rapporti
interpersonali e della vita associata e si rafforza escludendo da qualsiasi
autonomia critica i soggetti che vi permangono.
Così le
comunità terapeutiche a loro volta concorrono a sostanziare l'ideologia che le
legittima, quel meccanismo di rimozione e mistificazione che, non riconoscendo
nel processo sociale e nel ciclo economico che sta dietro al fenomeno, la causa
fondamentale dell'abbrutimento del tossicomane, né d'altra parte, essendo in
grado di ravvisare la reale portata delle contraddizioni della soggettività
umana, riconduce il problema del trattamento della malattia ad una terapia che
è tutt'uno col diktat del riadattamento sociale: un'ideologia che concepisce
l'individuo come un ente astratto, ipostatizza la realtà ed idealizza e
valorizza la persona come maschera sociale, negando l'uomo e il soggetto reale.
Ben
lungi dall'essere la soluzione, la comunità terapeutica è, rispetto alla
dimensione e alla complessità del fenomeno droga, una piccola valvola di
decompressione delle tensioni sociali prodotte da un mercato dell'eroina in
espansione progressiva; mercato che sempre più sussume i consumatori al suo
ciclo di valorizzazione e a dispetto dell'eventuale significato trasgressivo
dell'uso di droga, li inquadra come lavoratori totali e proletari assoluti.
Comunità
terapeutica, dunque, come funzione del controllo sociale, serbatoio di consenso
e parte integrante di un sistema in cui il tossicodipendente mantiene, da sé
solo, almeno dieci persone: il grande trafficante, lo spacciatore, il ricettatore,
l'assistente sociale, il medico, lo psicologo, lo sbirro, l'avvocato e almeno
due operatori delle comunità terapeutiche (per non parlare dei politici e i
giornalisti specializzati). Sistema che, dietro la maschera pragmatica di chi
si interroga sul che fare, succhia dal "dramma della
tossicodipendenza" linfa vitale per sopravvivere.
All'impossibilità per il
tossicodipendente di riscattare un qualche valore d'uso dell'eroina dal ciclo
del suo valore di scambio e di liberare l'appagamento contenuto nella merce
dalla sua funzione repressiva, all'impossibilità di tradurre la trasgressività
dei suoi comportamenti in un reale antagonismo sociale, corrisponde
l'attivazione di quella particolare forma‑struttura del controllo sociale
che è la comunità terapeutica.
Se da
sempre il controllo sociale è esercitato al fine di prevenire o eliminare la
devianza dalle norme e dai modelli sociali consolidati con metodi più o meno
coercitivi, nella moderna società postindustriale, dove è sempre più frequente
l'emergenza di fenomeni di crisi, la funzione del controllo sociale si è
evoluta nel senso di una finalizzazione al contenimento di queste crisi. Quando
la causa ultima della crisi è la mancata produzione da parte del sottosistema
culturale (famiglia, scuola, massmedia, altre istituzioni) di valori e
motivazioni individuali utili contemporaneamente all'accumulazione economica e
al consenso politico, la crisi può essere controllata solo da politiche sociali
razionalmente tese a rilanciare la produzione di tali valori (cfr. Habermas ‑
La crisi della razionalità nel capitale maturo ‑ 1975).
In una
società dove l'ideologia è immediatamente forza materiale di dominio, le
operazioni di repressione, recupero e riabilitazione nei confronti della
devianza, oltre ad essere una risposta al problema specifico, sono l'occasione
per la riproposizione riautentificante dei valori generali di adeguamento
sociale e hanno una funzione che va al di là del settore particolare verso il
quale sono dirette, investendo tutta la comunità sociale. E’ per questo che il potere ha sempre bisogno di cavalcare qualche
emergenza per poter uscire ulteriormente legittimato e rafforzato nella sua
ragion d'essere.
Di
questo moderno orientamento, con il quale la società postindustriale affronta
gli elementi destabilizzanti del modello su cui si fonda, le comunità
terapeutiche possono considerarsi la punta di diamante.
Esse
rappresentano, infatti, meglio di qualsiasi altro modello la capacità di
riciclaggio, riproduzione e propaganda dei valori che sono alla base del
consenso sociale e politico. Ciò è vero al punto che la relazione col fenomeno
droga potrebbe apparire secondaria rispetto al valore assoluto del risultato
cui tendono queste strutture (esse non curano dalla dipendenza ma fabbricano un
soggetto totalmente ristrutturato e riadattato) se non fosse che è proprio la
condizione di estrema debolezza e la drammaticità della situazione di partenza
dei tossicodipendenti ricoverati a permettere quei risultati eclatanti così ben
enfatizzati.
Quando
la comunità di San Patrignano, nel novembre '83, esibisce nella palestra‑chiesa
il matrimonio di sedici coppie di ex‑tossíci riabilitati, viene da
chiedersi come possa aver avuto un successo così tristemente totale l'opera di
condizionamento svolta. L'unica
risposta plausibile è che la gestione dello spettacolo della droga vissuta come
drammacatarsi‑salvezza, coincida immediatamente con la capacità, da un
lato, di riautentificare i valori cardine su cui si basa questa società
della costrizione, del lavoro alienato, dell'ubbidienza incondizionata e
dall'altra parte, quella di negare al soggetto dimensione diversa dalla sua
totale aderenza a qualsiasi normalità. Ecco allora che i suicidi avvenuti a San
Patrignano, ben lungi dall'essere pura e semplice espressione della debolezza o
incapacità del drogato di "ricominciare a vivere", possono essere
letti, invece, come originati dall'impossibilità di sottrarsi a questa logica
dell'adeguamento normativo come unica dimensione e denuncia dello strapotere di
queste strutture sul soggetto che vi capita dentro. Il trionfalismo che ha
sempre accompagnato le uscite pubbliche delle comunità terapeutiche è il segno
di un trionfo sull'uomo, sul soggetto umano, delle istanze più alienanti e
totalizzanti della moderna organizzazione sociale; vuole essere la
dimostrazione enfatizzata della potenzialità di recupero di un potere assoluto
di manovra da parte del sistema rispetto alle proprie contraddizioni,
espressione di una ben nota capacità di controllo e canalizzazione di esse.
Come
sempre queste operazioni avvengono dietro la maSchera della solidarietà umana
che, ad un occhio critico, le rende ancora più infami e stomachevoli, come
stomachevole è tutto l'alone di melensi luoghi comuni che da sempre circonda l'attività
delle comunità terapeutiche e che così bene integra quell'interessata ed
ipocrita drammatizzazione del fenomeno droga di cui si fanno portatori i
massmedia. Ma proprio questa maschera, con l'incremento progressivo della
criminalità connessa alla circolazione illegale e clandestina della droga e per
effetto delle nuove leggi repressive sul consumo degli stupefacenti è destinata
a cadere: le strutture riabilitative private diventeranno a poco a poco delle
vere e proprie case di reclusione surrogando quelle che erano le funzioni dei
riformatori e del carcere minorile e rivelando il loro vero volto al di là di
ogni alibi e copertura ideologica.
l. Lo stesso fenomeno di contenimento della crisi si
è realizzato in Italia nei confronti della lotta armata, dove il gioco
dialettico tra pentitismo e perdonismo è coinciso con il riciclaggio dei valori
su cui si basa il patto sociale e sul ribaltamento di quelli del lottarmatismo.
Pentiti e dissociati sono divenuti portatori e pubblici sostenitori della
democrazia, dell'interclassismo, della non‑violenza, del riformismo, del
pacifismo, del rispetto della persona umana e delle regole del gioco, operando
un vero e proprio capovolgimento rispetto alla loro precedente scala di valori
e partecipando attivamente all'opera di pacificazione sociale e restaurazione
politica che è seguita alla sconfitta della lotta armata. La nuova
riproposizione sulla scena sociale dei valori dominanti si è rivelata forza
materiale ancora più efficace dello stesso confronto militare e la forma di
consenso ottenuta nei confronti delle istituzioni così forte da superare il
risultato di semplice vittoria politica sul terrorismo.
Altre analogie:
- i
dissociati, come gli ex‑tossici nelle comunità terapeutiche, si sono
fatti struttura gerarchica, ceto politico privilegiato nei confronti della
massa dei detenuti comuni, loro referente per eventuali rivendicazioni di
carattere riformistico;
‑ il volontariato della chiesa cattolica si è
potuto riproporre sulla scena sociale in prima fila, come per i
tossicodipendenti, per costruire occasioni di recupero nei confronti dei
detenuti politici;
- anche in
questo caso vale la considerazione che l'operazione di recupero alla
"normalità" da parte di queste organizzazioni
"solidaristiche" ha avuto effetto a partire dalla condizione di
estrema debolezza dei detenuti politici con decine di anni da scontare nei
carceri speciali.
2.
"Arbeit macht frei" era la scritta che campeggiava sui cancelli di Auschwitz.
3. E’ uno dei pochi casi in cui la "terapia"
non favorisce la risocializzazione e rapporti forti (affettivi, sessuali ecc.),
ma li nega volendoli sostituire solo con la comunità.
N.S.S.
All'inizio
era il Verbo, dicono, e sembra che sia vero. Il Verbo, infatti, corredato di
tutti i suoi vari accessori ed attributi, seppur non troppo aggettivi, in certo
modo è ciò che fa esistere le cose. Di fatto, offrendo la possibilità di
qualificarle e quindi distinguerle, conferisce loro un possibile senso e spesso
anche un senso passibile, com'è noto. A volte è sufficiente persino una vocale
oppure una consonante, una piccola e apparentemente insignificante consonante,
per imporre ad un personaggio, una cosa od una situazione una storia tutta diversa.
Così mentre l'elica solca i cieli, l'erica preferisce crogiolarsi al
sole tra l'erba dell'Elba in compagnia, talora, del fungo detto vesce quando si
sa che nel fango e nel sale il pesce sta. Affidato dalla consonante del destino
ad una storia diversa era anche il nostro personaggio, Italo Talwino ‑
che è anche un modo di rimare o di rifare o di ridare.
Era così
differente dai bambini della sua età e così strambo che, se si può dire, cinque
zoo di Cina l'avevano allattato; in sostanza, cioè, se l'erano conteso per un
bel po' di anni, probabilmente convinti che un soggetto così anomalo e
interessante avrebbe permesso loro di accaparrarsi eccezionali risultati per
quanto riguardava ricerche di argomento astruso del tipo "similarità di
comportamenti tra le tartarughe russe e gli adolescenti" oppure
"differenze tra il bambino tra 0 e 90 anni e la scimmia scapolare".
Ma tutto
il suo amore per il paese natale rimaneva intatto, nonostante il lungo esilio a
cui era stato costretto, e così ad una certa età pensò di ideare uno
stratagemma per ritornarci definitivamente. Organizzò infatti, con altre cavie
come lui, un viaggio in Italia per curarsi la carie, durante il quale riuscì ad
eclissarsi sfuggendo ai suoi tenebrosi detentori.
In
questo nuovo ma da sempre amato paese imparò presto a convincersi di una grande
verità: anche qui esisteva il pericolo giallo, ma questa volta arrivava
dall'Australia o giù di lì. E così tutto preso, da persona lucida e attenta
qual era, a controllare tre direzioni contemporaneamente, incappò in un leggero
strabismo che in seguito scelse stabilmente e di cui fu fiero per tutta la
vita. Questo non solo perché il cosiddetto strabismo di Venere lo rendeva più
affascinante e più consono ai canoni
dell'androgino in voga all'epoca in Italia, ma perché questo apparente difetto
presentava contemporaneamente molti vantaggi: primo tra tutti quello di poter
leggere nello stesso momento due testi di qualsivoglia grafia, argomento e
complessità.
A questo
proposito, bisogna aggiungere che il nostro personaggio era un inesauribile
divoratore di libri, articoli e scritti di ogni genere e teneva continuamente
sotto controllo la situazione "appo le teche", nel senso che
consultava ovunque le locandine che nelle bacheche annunziavano dibattiti e
seminari e andava sempre ad aggiornarsi sui nuovi titoli in biblioteca (d'altra
parte, si chiedeva, se i francesi vanno ad ogni piè sospinto in fac, perché non
poteva anche lui andare, almeno di tanto in tanto, in teca?).
Riguardo
alla lingua che usava, per amore della verità, bisogna riconoscere che era un
po' strana. Il linguaggio da lui prescelto era una specie di esperanto, o di
disperanto, che aveva chiamato Cripto‑Cropto in omaggio a Crick e Crock,
noti in Italia anche come Stanlio e Ollio, che lui riteneva tra i massimi
rappresentanti della dialettica negativa disadorna. In omaggio a Crick e Crock,
si è detto, ma forse anche perché quel disperanto lì nessuno, ma proprio
nessuno lo conosceva e quindi nessuno poteva mai contraddirlo a buon diritto.
Nonostante le valanghe di libri letti e di film visti non trascurava
l'aspetto sessuosentimentale della vita e in quanto a donne non scherzava.
Amava
tutte le eroine, ma Anita era la sua preferita (ma l'amore durò poco perché
Anita ingrassò, si potrebbe dire malignamente, ma questo farebbe parte della
poststoria, o della storiapost, e di confusione ce n'è stata già abbastanza).
Era il grande amore, quello che non si scorda mai, quello che non si
dimentica neanche quando da molti anni ormai non lo si vive più. Un amore
totale, possessivo, che lo lasciava, nei rari momenti di lontananza fisica da
lei, spossato, quasi inerte, come se l'intervallo di tempo che lo separava
dall'incontro successivo con la sua amata fosse un di più inutile da bruciare
nella dimenticanza. In quei casi, non gli serviva neppure la vicinanza di
Tamara, il primo amore, tenero e affettuoso, ma troppo sicuro, troppo
garantito. Si sapeva sempre dove trovarla e, nonostante la rigida sorveglianza
dei genitori, spesso bastava mandarle un biglietto, un piccolo biglietto
bianco, ingiallito poi con il tempo, con poche parole e la firma, per vedersela
arrivare di corsa.
Anita
invece era così misteriosa, imprevedibile e sfuggente! Arrivavi trepidante
all'appuntamento atteso spasmodicamente e ti avvertivano che lei era già dalla
parte opposta della città; cercavi di raggiungerla ma al tuo occhio trafelato
non si presentava altro che una piazza che senza di lei appariva vuota pur
nella moltitudine...
No,
basta, troppa ansia, troppa fatica.
Poi,
Ombretta. Forse era meno affascinante ma di certo gli dava più tranquillità.
Gli piaceva alzarsi il mattino e sapere di trovarla. Il cielo era il cielo, gli
alberi erano gli alberi e lei era lei. Senza slanci eccessivi, forse, ma anche
senza tradimenti. Non come Anita che non si sapeva mai dove trovarla e che
tutti i week‑end e le feste comandate le saltava di partire e lo piantava
in asso (pare che adesso, ingrassata e imbellettata ridicolmente, la si trovi
sempre sui marciapiedi, ma già si è detto che non si vuol fare della
poststoria, per non parlare della metaletteratura). Non come quella borghese di
Tamara che lo obbligava ogni giorno a mettersi la cravatta per andare a
prenderla dai genitori, senza contare le loro ire funeste.
No,
Ombretta era diversa, lei era lei e basta e lui poteva essere completamente se
stesso all'interno del loro rapporto. La sua presenza rendeva tutto più calmo,
più tranquillo. Non c'era ansia, non c'era disperazione. Gli piaceva sentirsela
vicino, soprattutto quando lavorava. La sua presenza in casa era dolce e
confortante. A volte interrompeva di scrivere per andare a chiamarla in cucina
e già questo piccolo intervallo lo rinfrancava. Gli piaceva, quando stava
seduto alla scrivania, allungare semplicemente la mano e, magari senza neanche
alzare lo sguardo su di lei, trovarla sempre pronta ad una silenziosa carezza.
Qualcuno
dirà che Italo Talwino s'è perso in un bicchier d'acqua, che acqua non era, ma
così non sembra da una cartolina recentemente arrivata dal Messico, stranamente
scritta in linguaggio acripto‑acropto, vergata con mano ferma e che dice
testualmente: «Siamo arrivati sotto il vulcano, adesso vediamo se si può farlo
esplodere. Allegramente I.T.».
Chi ha scritto il breve
racconto che precede, "Italo Talwino", sostiene che alla fin fine non
servono note esplicative. Chi capisce capisce, chi non capisce non capisce. In
realtà, il racconto è completamente "a chiave", volontariamente
allusivo e criptico e, a mio avviso, pochi lo potrebbero interpretare
correttamente, a parte i diretti interessati.
Questa
"operazione", per così dire, cioè questo libro, ha una finalità
alquanto diversa dal raccontarsi le storie fra di noi. E dichiaratamente un
messaggio in una bottiglia, verso le nuove generazioni che non sanno e le più
vecchie che, sapendo, hanno compiuto mal indirizzati sforzi di rimozione.
Il
racconto mi piace, e come "curatore", me ne assumo l'onere ma, del pari, anche quello di renderlo intelligibile ai
più. Si tratta di letteratura, è vero, ma anche di storia, e non ci possono
essere misteri nella storia, se non quelli che i poteri vogliono lasciare
inestricabili. Noi siamo trasparenti, quale che ne sia il costo.
Disvelare le allusioni sembra banalizzarle, renderle liofilizzate e
biodegradabili. t un rischio. Maggiore però mi sembra quello
dell'indecifrabilità del testo.
Già il
titolo è un'allusione, un jeu de mots tra
il noto scrittore Italo Calvino e il Talwin, un prodotto antalgico di sintesi,
che si proponeva come un succedaneo della morfina ‑ e credo esista
tuttora ‑ che conobbe un inusitato successo in certi ambienti negli anni
'70.
Diciamo
la verità, è una sostanza alquanto schifosa ("sostanza" spesso è
stato il termine eufemistico per "stupefacente", cioè per
"sostanza stupefacente", con quel tanto di autoironia che vi è
implicita), "fa" assai poco, non "fonde" quasi, se non dopo
l'assunzione di dosi davvero eccessive, lascia in bocca uno sgradevole gusto
metallico, non si sa se calmi davvero i dolori, secondo quella che è stata la
sua farmacologica destinazione, almeno a sentire alcuni malati di cancro che,
iniettati e reiniettati di Talwin, continuavano a star male, fornisce una sorta
di euforia anfetaminosimile (e ciò è strano, trattandosi di sostanza in teoria
"calmante"), dà una scarsissima assuefazione fisica, se non nel lungo
periodo.
In una
fase dell'esistenza di alcuni, tra cui l'ego‑es narrante, questo Talwin
venne prediletto, e si parla degli inizi degli anni '70. Si poteva comperare
liberamente in farmacia (successivamente ci volle la ricetta, e andavano
benissimo quelle della mutua, così non si pagava un soldo e tutti sapevano come
procurarsele o f alsíficarle; oggi è nell'elenco delle sostanze psicotrope
supervietate), dava scarsissima assuefazione, simulava il gioco
"trasgressivo" del buco, era estremamente conviviale nel senso che,
costando poco o nulla in danaro e sforzo, tutti lo offrivano a tutti, non
rincoglioniva pur dando qualche fasulla sensazione di momentaneo benessere e,
dunque, in una certa epoca, per scongiurare l'uso delle "droghe
pesanti", ne venne fatto un abuso.
La sua
sostanza attiva è la Pentazocina lattato (da cui, nel testo, "Cinque Zoo
di Cina l'avevano allattato"). Del Talwin se n'è persa quasi la memoria
tranne che, forse, nelle cure oncologiche ‑ e in ogni caso non vorrei
essere nei panni di chi deve alleviare le sue sofferenze con il Talwin.
Il
racconto parte da lì, da quella storia, è un reperto archeologico, di
archeologia viva, e non a caso è stato scritto poco tempo fa.
Le
"tartarughe russe" sono un riferimento ironico e un po' criptico agli
studi di Pavlov sui riflessi condizionati benché, come noto, Pavlov studiasse
soprattutto le reazioni degli incolpevoli cani.
L'Australia viene citata per l"'antigene Australia"
dell'epatite che, in quegli anni, era la malattia più diffusa tra chi si
"faceva".
Il gioco
di parole "appo le teche" si riferisce al termine Apot(h)eke che in
alcune lingue, come il tedesco o l'olandese, che a loro volta recuperano
l'antica definizione greca, indica la farmacia. Questa disinvoltura linguistica
e cosmopolita, in parte usata come codice difensivo (per non farsi capire) e in
parte per le esperienze giunte da altri paesi, è tipica della prima fase del
consumo sociale di droghe e in
qualche misura si è conservata, pur snaturandosi, anche nelle epoche
successive, dove l'incultura e la proletarizzazione/massificazione hanno regnato
indisturbate. (Sia ben chiaro che non c'è alcuna nostalgia della presunta
élite, tutt'altro, ma è un dato oggettivo). Sicché nel linguaggio corrente è
rimasto il termine "junky" per drogato, inscimmiato (dallo slang
americano, dal linguaggio di W.Burroughs e altri) o quello di "trip"
(= viaggio, ormai entrato nell'uso comune) o quello di "fix" (per il
buco; anche questo è slang che parrebbe quasi ironico rispetto al termine
nautico che significa "posizione", "punto") o addirittura
quello di "spritz" (plurale "spritzen"), dal tedesco, per
indicare la siringa. La banalità delle "pere" (peraltro anch'essa di
derivazione USA; in molti stati dell'Unione è sempre stata vietata la vendita
delle siringhe sicché gli adepti se le costruivano da soli, saldando un ago
ipodermico ad una pompetta, o "peretta", facilmente reperibile, com'è
per i collirii ecc.) o delle "spade" è venuta molto più tardi, con la
massificazione.
Anita.
Per molto tempo in certi ambienti, e ancor oggi fra i più "vecchi" o i più informati se ne conserva l'uso, l'eroina
venne chiamata "Anita". Per un gusto dissacrante dell'ironia ed
un'esplicita voglia di autoironia, io credo, più che per la volontà di
forgiarsi un criptolinguaggio inaccessibile da altri. E perché Anita e non per esempio
Elisa, come più tardi cantò una pur pregevole canzonettista italiana, sempre
riferendosi all'eroina? Ma perché Anita fu il grande amore della nostra gloria
patria, quel Garibaldi Giuseppe che venne definito "eroe dei due
mondi"; e se lui era l'eroe dei due mondi lei giocoforza doveva essere
l'eroina dei due mondi (il terzo
sarebbe
arrivato dopo). Eccoci!
E
Tamara, che viene citata più avanti nel breve racconto?
Qui la
storia si fa più complicata, legata a certe vicende di cronaca degli anni '60
italiani. Esisteva, e credo esista tuttora, un prodotto chiamato
"Cardiostenol" la cui fabbrica produttrice era, e probabilmente
continuerà ad essere, l'azienda farmaceutica Baroni di Torino. Si tratta di un
prodotto a base di morfina, di atropina e di stenamina. Viene largamente usato
in pazienti che hanno subito degli infarti o sono comunque dei cardiopatici
(per la presenza della stenamina) nonché, in generale, come analgesico di buona
portata. Più o meno casualmente (storie di nonne ammalate) questo prodotto venne
"scoperto" da alcuni giovanotti torinesi alla ricerca, anche un po'
letteraria, di "emozioni forti". All'epoca, e si parla della seconda
metà degli anni Sessanta, l'acquisto di stupefacenti presso le farmacie era
relativamente semplice, né peraltro esisteva un mercato clandestino, né un
mercato tout court. Era sufficiente presentare una ricetta (detta il
"bianco", come nel racconto, perché allora si dovevano esibire delle
normali ricette bianche, acconciamente formulate, nonché un documento di
identità personale, ed il fatto che poi si sia "ingiallito"è
un'allusione al cambio dei ricettari, e del colore degli stessi, avvenuto in
seguito, nella prescrizione di sostanze stupefacenti). I nostri giovanotti,
oltre ad aver irretito, qualche medico più o meno consapevole e compiacente,
scoprirono che era abbastanza facile "scolorinare" delle ricette
preesistenti e trasformarle; poco dopo che era addirittura possibile
inventarsele con un accorto uso dei trasferibili e infine, non senza un'assai
poco dissimulata soddisfazione, che si poteva farsele stampare da normali
tipografi, meglio se con carta da visita, lettere intestate ecc., adducendo la
banalissima scusa che si doveva fare un regalo ad un amico o amica neolaureato.
Una sorta di manna. Sicché l'uso di tale sostanza si diffuse notevolmente, sia
pure in giri piuttosto ristretti ed il primo processo per droga
"pesante" a Torino fu proprio a causa di questo illecito uso di
ricette contraffatte. Gran parte di questi giovanotti si fece, a causa di ciò,
dei periodi non irrilevanti di carcere, essendo in vigore ancora la legge
speciale del 1954, quella imposta dagli americani e che oggi in qualche maniera
si vuole rispolverare, sia pure in un contesto totalmente diverso, per quanto
riguarda la diffusione degli stupefacenti, l'ampiezza del mercato nero, i folli
guadagni che esso proporziona ecc. Gli stessi giovanotti di allora facilitarono
di fatto la "brillante operazione delle forze di polizia", con la
conseguente "condanna esemplare" di cui parlarono i giornali del
tempo: «t così che si scoraggia l'uso delle droghe»,‑ scrissero, e furono
pessimi profeti, come ognuno può capire. Infatti, nutriti di jazz, di De
Quincey, di Baudelaire, di Burroughs e di tutto il "mauditisme"
letterario, musicale ed artistico, spesso legati all'area di pensiero politico
più radicale, non avvertivano alcun senso di colpa, non si consideravano dei
tossicomani (talvolta lo erano, di fatto, e talaltra no: si giudicavano degli
sperimentatori, dei trasgressivi, al massimo dei tossicofili), dentro di sé non
si consideravano colpevoli di alcun delitto e dunque passibili di condanna, e
dunque si muovevano con un'ingenuità che oggi può apparire disarmante oltre che
disarmata. Per lo più consegnavano i loro stessi documenti di identità
personali! Fu un giochetto arrestare loro, ovviamente, essendo scoppiato il
"caso". Il fenomeno sociale si diffuse comunque lo stesso, poco dopo,
e non certo solo per suggestioni culturali e letterarie, bensì per quel
profondo malessere che ne è la causa reale e fondante.
Ma
Tamara che c'entra?
Fu una
semplice suggestione associativa, linguistica più ancora che di idee. In quegli
anni conobbe una notevole fama una signorina, che si chiamava per l'appunto
Tamara Baroni, da Parma, coinvolta in taluni scandali tra il giallo e lo
scollacciato; naturalmente si guadagnò intere pagine di rotocalchi, anche
perché bella donna che non disdegnava le pose osées e dunque fu sulla bocca di
tre quarti d'Italia. Sicché l'accostamento fra Baroni, nel senso di
Cardiostenol, e Baroni, nel senso di Tamara, venne spontaneo, proprio per quel
pizzico di autoironia di cui dicevo sopra. La morfina, in specie il
Cardiostenol, divenne così Tamara; anche se da lì a poco, per merito o colpa
della celebre canzone dei Rolling, "Sister
Morphine", la morfina per molti divenne la "sorella" e Tamara rimase
l'appellativo soltanto del prodotto citato.
I
"genitori" di Tamara cui si fa allusione nel testo sono ovviamente i
farmacisti ed il biglietto è naturalmente la ricetta.
Ombretta, la terza figura "femminile" che appare
nell'esistenza del nostro Italo Talwino, ricava il suo nome, per motivazioni a
me ignote, dalla celebre espressione veneta "un'ombra de vin", per
indicare un bicchiere di vino, per lo più bianco. La figura narrante vuole manifestare
il disagio di intere generazioni (cioè di particelle di esse) nell'uso
reiterativo della droga ed il "rifugio" nella bevuta, e non
necessariamente nell'alcolismo (di cui, in realtà, conosco pochissimi casi,
almeno nelle frange di cui si parla), da parte di chi, stufo di certe pratiche,
continuava a cercare una qualche "evasione" dalla letale tenaglia
della sopravvivenza.
Non sono un esegeta per indole o per professione, ma
nondimeno credo di poter affermare che non ritengo che nel testo vi sia un'esaltazione
dell’"Ombretta" come "extrema ratio" o, peggio, come
"soluzione" o addirittura come una codificazione di una realtà. Penso
piuttosto che narrativamente si sia trasfigurato un dato che comunque è di
fatto, per molti che hanno vissuto quelle stagioni, senza enfasi e senza
rimpianti.
Un'ultima dichiarazione è doverosa, riguardo a quegli anni ed a quelle
esperienze. Tutti quelli che li abbiamo attraversati e le abbiamo superate veramente, questo processo lo abbiamo compiuto
senza pentimenti, senza illuminazioni sulla via di Damasco e, soprattutto, con
la convinzione che la reinvenzione della vita sia tutta da provare,
sperimentare, verificare trasgressivamente. Nulla è dato per certo, se non che
questo mondo ci va stretto come una camicia di forza.
il curatore
Il
contributo che segue è parte di un lavoro più ampio, e non ancora ultimato, che
conduco da alcuni anni. Si tratta di uno studio comparato del fenomeno droga in
Italia (in particolare a Torino) e in Gran Bretagna (in particolare a Londra).
Tra gli obiettivi della ricerca, quello di valutare gli effetti dell'irruzione
della merce eroina vuoi nella cosiddetta economia criminale, vuoi nell'economia
tout court. Tra le ipotesi, che qui mi limito ad elencare in forma schematica,
quella che vede nella merce eroina un condensato materiale e
ideologico capace di rendere obsoleto ogni altro prodotto o servizio
comunemente definito di natura criminale. Nel formulare questa ipotesi, pensavo
naturalmente a una tendenza, accompagnata da altre "tendenze
subordinate", tra le quali quella che si può così riassumere. Il
predominio della merce droga nel ciclo produttivo e distributivo criminale
richiede la mobilitazione di una forza‑lavoro dequalificata le cui
caratteristiche credo si possano indicare nella definizione sintetica: criminale‑massa.
Il richiamo all'operaio‑massa non è
paradossale né casuale. Anche nel ciclo produttivo criminale, secondo le mie
ipotesi, si richiede una forza‑lavoro mobile, intercambiabile, priva di
apprendistato e di conoscenza specifica del processo lavorativo in cui è
impegnata. Ipotizzare che il crimine legato alla produzione e distribuzione
delle droghe non richiede un previo "apprendistato criminale" mi è
sembrato di non poca rilevanza anti‑criminologica. Si pensi a quante
teorie, appunto, "criminologiche", ne escono mortificate: teoria
subculturale, teoria delle associazioni differenziali, teoria della
deprivazione relativa e altre.
La
realtà che ci circonda sembra offrire conferme schiaccianti per quelle che
qualche anno fa credevo, candidamente, ipotesi provocatorie. Temevo all'inizio
di trovare difficoltà nel condurre la ricerca col metodo dell'osservazione
partecipante. Non amavo l'idea di dissimularmi, di fare il Jack London che si
finge barbone per mescolarsi col "popolo dell'abisso". La realtà mi è
venuta in aiuto togliendomi dall'imbarazzo: la partecipazione nel ciclo dell'eroina
è talmente elevata, capilliare, inter‑classe, assidua, che basta vivere
normalmente, guardandosi intorno, per fare di ogni momento un momento di
osservazione partecipante.
Qui di
seguito esamino sommariamente alcuni tratti culturali di chi consuma e distribuisce
eroina in Inghilterra, ma molte di queste riflessioni mi sembrano adatte anche
a descrivere il panorama italiano.
Rileggendo questo articolo, mi viene da aggiungere una domanda finale,
alla quale altri, in questa raccolta, cercano di dare risposta. Se coloro che
consumano e distribuiscono droghe, ai livelli bassi del lavoro vivo, abitano un
mondo tanto conformista, ottuso e alienato quanto quello di ogni altra
produzione "lecita", perché fra tanti punire proprio loro?
* * *
Bisogna riconoscere che
molta saggistica in tema di tossicodipendenza denuncia una visibile immobilità nelle categorie
interpretative che stride in notevole misura con un fenomeno, al contrario,
molto mobile e in continua evoluzione sul
piano sociale. t fin troppo frequente, infatti, imbattersi indescrizioni del
fenomeno droga che, seppure basate su dati inediti di ricerca, trovano prudente
adottare nessi esplicativi classici, come se questi ultimi, una volta
assimilati, non possano più venire sottoposti a revisione o ad aggiornamento.
In questa maniera si corre il pericolo che, nel divulgare teorie, che sono tali
purché possano essere contraddette, il ricercatore si accontenti di perpetuare
un insieme più rassicurante di dogmi.
L'esame del caso inglese contemporaneo
consente di ripensare criticamente al diffuso diagramma interpretativo,
diagramma che schematicamente si può cosi formulare:
‑
il consumatore di droghe interpreterebbe una cultura di tipo
"astensionista", essendogli estranea l'adesione attiva ai valori
correnti1;
‑
adotterebbe, a fronte del proprio disagio e della propria inadeguatezza, un
atteggiamento di "rinuncia", ponendosi ai margini di chi calibra
efficacemente i fini e i mezzi della propria vicenda esistenziale2;
‑ esprimerebbe, nella pratica quotidiana, dei
principi "altri" di convivenza: una spiccata solidarietà comunitaria
lo renderebbe trasgressivo nei riguardi della società individualistica e
produttiva3;
‑ il consumatore di droghe sarebbe vittima di
callidi sconosciuti che lo inducono o lo obbligano ad intraprendere la strada
della dipendenza;
‑ l'assunzione di droghe costituirebbe sempre
sintomo di destituzione del sé, del vuoto, dell'abbandono del proprio essere a
un'esistenza priva di volontà4.
I materiali di ricerca relativi alla Gran
Bretagna rendono conto, da un lato, delle modificazioni recentemente
intervenute nella comunità dei consumatori di droghe e costituiscono d'altro
canto un implicito scrutinio di quelle categorie che presso molti studiosi
sembrano avere assunto lo statuto di verità apodittiche.
Può
essere utile riportare alcune notizie preliminari. Il problema eroina è emerso
in Gran Bretagna con relativo ritardo, se si considera che negli ultimi anni
'60 i tossicodipendenti ufficiali ammontavano a poche centinaia e la loro
presenza era circoscritta alla sola area londinese. Soltanto nel periodo 1979‑81 il fenomeno assumerà dimensioni che, in maniera fondata o arbitraria,
alimenteranno un diffuso allarme sociale. Intorno alla metà del decennio
corrente il numero ufficiale di dipendenti da eroina aveva raggiunto le 12.000
unità, mentre stime ufficiose, basate su specifiche indagini vittimologiche
indicavano in circa 70.000 unità la cifra più
attendibile5.
Va
notato che l'assunzione di eroina, in Gran Bretagna, segue le modalità del
cosiddetto "chasing the
dragon", consistente nell'inalare i fumi prodotti dalla sostanza
quando questa viene riscaldata attraverso un foglio di carta alluminata. Tale
modalità si è rivelata cruciale per la diffusione della nuova droga in quanto
ha consentito di rimuovere la consolidata barriera culturale che in passato si
opponeva alla tecnica e al cerimoniale dell'iniezione. Il tipo di sostanza
inizialmente importato, la qualità "brown"
di provenienza sud‑est asiatica, non sorprendentemente era adatta ad
essere fumata essendo poco solubile e priva di acidificazione6.
E’
interessante notare che solo dopo una prima fase di iniziazione o di consumo
saltuario, quando cioè la tecnica del chasing
si dimostra inefficace a un pieno rendimento della sostanza, la
modalità del fumarla viene infine sostituita con quella di iniettarla. Il
passaggio denota, in molti casi, l'inizio di una fase di uso abituale
dell'eroina, nella quale il dipendente non può permettere che molta sostanza si
disperda e se ne vada letteralmente in fumo. L'iniezione, insomma, diviene
modalità privilegiata di consumo solo in quanto consente di ridurre il costo
economico della dipendenza.
* * *
Molti ricercatori sono concordi nel ritenere i
consumatori contemporanei di droghe pesanti molto lontani da quell'immagine
vagamente bohèmienne trasmessa da certa letteratura degli anni '60. Il junky non abita più i piccoli alloggi del West End né dà vita alle colorate comuni
di Notting Hill, dove l'esistenza in armonia, in un gruppo di elezione, supplisce alla deliberata
assenza di rapporti con la comunità esterna. La fuga volontaria dalla dinamica
sociale, seppure ispira gli esordi dell'avventura dell'eroina, non trova
riscontro nella realtà quotidiana della tossicodipendenza7.
Quest'ultima è fatta al contrario di iperattività, hustling (sbattimento), di presenza assidua nel mercato e di
relazioni incessanti di natura produttiva e commerciale. "Altro che morte
bianca; l'esperienza dell'eroina conduce la persona ad una terribile vitalità.
Si è vivi oltre misura e si osservano ritmi stressanti, intrappolati in una
routine che non concede respiro8".
Vediamo
alcuni aspetti di questo hustling. Intorno
al mondo dell'eroina gravita un'intera economia parallela che l'accompagna
trascendendo la semplice distribuzione illecita della sostanza. Tra le attività
comprese in questa economia occorre ricordare la pratica, presso alcuni
tossicodipendenti di entrambe i sessi, di prostituirsi allo scopo di guadagnare
la somma sufficiente per la dose. t noto come questa pratica porti col tempo a
un circolo vizioso, per cui il tossicodipendente, che si prostituisce per la
sostanza, ha poi ancora più bisogno della sostanza medesima per superare il
ribrezzo che prova nel prostituirsi. Meno conosciuta è quella miriade di
attività illegali, di scambi commerciali sommersi e di prestazioni semilecite
che solo in maniera mediata vengono comunemente connesse al ciclo delle droghe.
Ci si limita sovente a segnalare la quota di piccoli consumatori‑distributori
che sono partecipi di un'economia di sussistenza: lo smercio minuto, nel loro
caso, produce un profitto appena sufficiente ad assicurare le dosi gratuite9.
Vengono invece tralasciate le altre attività illegali che si sostanziano
principalmente nei furti in negozi e appartamenti, e che alimentano un mercato
parallelo: da questo mercato attingono
clienti del tutto estranei al mondo delle droghe. Le cosiddette attività
illegali sono a tal punto connaturate all'esistenza quotidiana dei
tossicodipendenti che, nella nozione di questi ultimi, l'apprendistato al
piccolo crimine e la carriera di consumo degli oppiacei finiscono
inevitabilmente per coincidere. Maggiore abilità nel furto e maggiore lucidità nella piccola rapina,
paradossalmente, diventano sinonimo di maggior numero di sballi, vale a dire maggiori occasioni di rinuncia volontaria alla
stessa lucidità.
Va
segnalato che molti distributori accettano, in cambio di un numero equivalente
di dosi, una gamma di merci rubate e che vige una scala di valori piuttosto
minuziosa che decreta quale bene sia da ritenere leader in conformità agli umori del mercato. Alcuni
tossicodipendenti dichiarano di uscire ogni mattina con una singolare
"lista della spesa", con le indicazioni delle merci più richieste e,
non di rado, con le opzioni relative alla marca delle merci stesse. Se alcuni
evadono richieste che giungono loro direttamente da clienti conosciuti, molti
non dispongono di un numero sufficiente di acquirenti che consenta ai loro
furti una cadenza di routine. Per questo motivo il distributore di eroina
diviene spesso un bizzarro coordinatore di un'agenzia multicommodity in grado di evadere richieste variegate quanto
incessanti. Va da sé che a questi consumi paralleli si accompagnano prestazioni
di lavoro irregolare e mutuI servizi occasionali che costituiscono la
caratteristica quotidiana di intere aree urbane deprivate. Per completare la
descrizione del laborioso bazar occorre
Includervi il cosiddetto mercato grigio: metadone, prescrizioni mediche e psicotropi
di ogni natura sono anch'essi dotati di un indice di equivalenza che ne
permette lo scambio con prestazioni irregolari o merci di provenienza illecita10.
Si
intende qui sottolineare che i frequentatori del mercato dell'eroina sono lontani dal costituire un aggregato
sociale impermeabile e che le loro attività finiscono per connettersi col mercato tout court. Il loro
comportamento " anomalo", infatti, non esclude la possibilità di
tessere rapporti commerciali "conformi" né di sottoporsi a legami di
natura produttiva, in maniera da coinvolgere nella loro laboriosità gruppi
sociali ben più ampi di quella "comunità disperata" di cui fanno
parte. A questo proposito, alcune ricerche si sono recentemente spinte nel
terreno di frontiera che separa quella appena descritta, definibile economia illegale, con quella che con
sempre maggiore frequenza, e secondo un modello italiano, viene definita economia informale. Alcuni autori, ad
esempio, hanno indagato su quelle figure sociali impegnate nell'economia dell'eroina
che già occupano un qualche ruolo nell'economia tout court. Molti tra i giovani
che devono la propria esistenza al poco generoso assegno di disoccupazione
passano indifferentemente dal lavoro precario e, per così dire, al nero, alle attività specifiche del
mercato nero11". Le piccole attività criminali, in altre
parole, diventano una sorta di «secondo lavoro" che integra vuoi il
reddito assistenziale, vuoi quello produttivo reperito nell'ambito
dell'economia informale.
E’
questa una prospettiva di ricerca che potrebbe consentire, qualora
approfondita, di capovolgere la nozione convenzionale secondo la quale il
consumo di droghe conduce ad attività criminali indirette. Nel caso in esame,
assume plausibilità il tragitto inverso, arricchito di un inedito passaggio:
chi è impegnato nell'economia informale può
accedere ad attività illegali; attraverso queste ultime il "lavoratore‑delinquente"
si incontrerà prima o dopo col mercato dell'eroina, finendo molto spèsso per
fare uso della sostanza. A opinione di chi scrive, questa ipotesi di ricerca
merita riflessione e verifica, se non altro perché consente di individuare
alcune articolazioni intermedie nella abusata equazione: disoccupato‑tossicodipendente.
Nel
contesto sommariamente descritto, comunque, non sembrano esistere elementi che
autorizzino la definizione del mondo della tossicodipendenza come un universo astensionista. L'elevato pendolarismo
economico che distingue i consumatori di eroina testimonia del contrario, vale
a dire di un assiduo presenzialismo nel
mercato del lavoro, anche se quest'ultimo va riferito ad attività produttive
che comunemente vengono escluse dall'economia formale. Del resto, un ultimo
elemento depone a favore di questa ipotesi e può incoraggiare lo scrutinio
critico delle categorie tradizionali. Si tratta della mutata situazione
generale delle economie occidentali. Quando Parsons, nel 195 1, identificava
nel consumatore di droghe pesanti un cosiddetto sick‑role (ruolo di persona malata) 1 riferiva le sue osservazioni a un mercato del lavoro ufficiale
dinamico, vivacissimo, tipico di un periodo di piena occupazione virtuale12.
In una simile condizione, la diffusa pratica in‑out offriva non solo la
possibilità di cambiare spesso il tipo di occupazione, ma anche il gradevole
agio di frequenti periodi di inattività. Il sick‑role era idoneo a interpretare
una specie di periodo supplementare di vacanza, quando l'individuo si asteneva
temporaneamente dagli obblighi della produzione e, di conseguenza, dalla
conformità. Quella attuale non può che essere descritta come una situazione
diametralmente opposta: l'esclusione dal mercato del lavoro ufficiale sembra
permanente o si annuncia, nella più ottimistica delle ipotesi, di lunga durata.
Uniche possibilità per gli esclusi rimangono le prestazioni precarie,
sottopagate, connesse in più di un'occasione con l'economia illegale e che
fanno anche del tossicodipendente un individuo altamente produttivo. La sua
compulsione, infatti, è costituita da un sapiente intreccio tra deprivazione economica,
dipendenza dal mercato e dipendenza dalla sostanza: di qui, probabilmente, la
sua iperattività13.
* * *
Altro
topic piuttosto diffuso, che ha radici nel repertorio delle categorie
tradizionali, vuole che il mondo dell'eroina sia contraddistinto da alterità
culturale e trasgressione dei valori comuni. La ricerca sul campo, in Gran
Bretagna, ha messo in rilievo uno scenario a dir poco contraddittorio, dove
trasgressione e conformismo sembrano convivere e dove l'intensità di entrambi rivela
esasperazioni valutabili solo se riferite al quadro culturale generale. Molti
ragazzi intervistati nel Nord Inghilterra ammettono che, dopo l'iniziale
sentimento di complicità, nei gruppi dediti al consumo di eroina si scatenano
attitudini di reciproca intolleranza e di competizione aggressiva. Non pochi
lamentano l'incombere di sinistri "pugnalatori alle spalle" nelle
stesse comunità che un tempo osservavano, se non altro, principi di reciproco
rispetto14. E’ tipico l'esempio relativo ai rapporti tra i giovani
neri caraibici e i giovani bianchi. Questi ultimi,
se commettono l'ingenuità di cercare la "roba" nelle aree
dell'immigrazione di colore, non solo non incontrano la comprensione che ci si
aspetterebbe da coetanei dotati di una "antica" cultura della droga,
ma vengono spesso maltrattati e derubati15. La cosa si può spiegare
con la tradizionale cultura della cannabis propria dei giovani neri, i quali
sono propensi a considerare gli eroinomani al pari di rampolli degenerati della
razza bianca e come tali meritevoli di ogni penalizzazione. Secondo
un'interpretazione di tipo economico, invece, coloro che sono impegnati nel
mercato delle droghe leggere non vedono con favore l'irruzione dell'eroina,
temendo il potenziale predominio della nuova droga e il suo prevedibile
monopolio dell'economia illegale16.
Identici meccanismi di competitività sono
in atto, del resto, tra i gruppi della stessa etnia e della medesima cultura.
Non è raro che si verifichi, in condizioni di relativa carenza di sostanza sul
mercato, un conflitto di tutti contro tutti nel tenere celati il luogo e la
persona provvisti di eroina da smerciare. Né è infrequente che, tra amici, il
terrore di rimanere senza sostanza conduca a comportamenti di ingenerosità o di
spietato individualismo. Molti, contravvenendo a una consuetudine che si
credeva immutabile, rifiutano di offrirne una dose e respingono quel tacito
sodalizio secondo il quale quella dose verrà prima o poi restituita. Risulta
inoltre che si verifichino episodi "predatori" all'interno della
stessa comunità degli eroinomani: molti piccoli spacciatori adottano ogni
misura di sicurezza per sventare le possibili rapine da parte di loro
concorrenti o di semplici consumatori abituali disperati17.
E’ un fatto che la sostanza, in passato
ritenuta un artificio capace di mediare e favorire il rapporto con gli altri,
oggi finisca per promuovere un semplice rapporto, notevolmente drammatizzato,
del consumatore con se stesso, E la cosa non deve destare stupore se si
considera che la cultura della droga spesso corrisponde, anche se in forme
paradossali e devastanti, alla cultura egemone nella cosiddetta società sana. I
rispettivi elementi costitutivi possono somigliarsi in maniera inquietante. Si
pensi a quella che un nostro sociologo ha definito "cultura dell'io",
intesa come rigetto delle azioni pubbliche e collettive; alla visibile
difficoltà di mettere in atto forme di cooperazione; al livore urbano che dissuade dai comportamenti solidali18. Si torni per un
attimo al mercato dell'eroina, dove non si può mancare di cogliere come siano
possibili, anche in questo mondo "trasgressivo", modalità conformiste
di carriera, processi di accumulazione di ricchezza e formazione gerarchica dei
ruoli "produttivi" non solo nelle fasce imprenditoriali e di élite di
questa specifica attività, ma anche tra coloro che ne costituiscono la base di
massa.
La
letteratura sociologica e criminologica britannica offre splendidi studi
dell'evoluzione dei ghetti, evidenziando la formazione, all'interno delle stesse
micro‑attività illegali, di leadership economiche e sofisticati diagrammi
di potere19. Analoga evoluzione in senso gerarchico ha avuto luogo
nell'economia delle droghe pesanti, dove la spinta alla capitalizzazione è
testimoniata dalla estrema varietà dei ruoli e dal continuo ricambio della sua
forza‑lavoro. L'elevata resilienza della sua struttura risulta essere di
cruciale importanza laddove il rendimento
medio
di chi vi
"lavora", visto l'inevitabile arresto, si aggira su valori piuttosto
bassi. Diversificazione, vertiginoso turn‑over, alta concorrenza tra la mano
d'opera, sfruttamento, fanno dell'azienda
eroina
un modello
poco difforme dalla cosiddetta imprenditoria d'avventura. La desolidarizzazione
tra chi ne fa parte emerge in non poche testimonianze: "L'ipocrisia è
essenziale per il junky, in un primo momento per proteggere la propria immagine
pubblica dalle ovvie conseguenze dell'eroina, e in seguito per evitare di dover
dividere la propria roba con altri". Gli
eroinomani sono sempre più sospettosi l'uno dell'altro. "Temono più un
compagno di sventura di quanto non temano la polizia"20.
Altri
palesi elementi di conformismo vengono alla luce quando si indagano i rapporti
fra i due sessi. Agli eroinomani di sesso maschile non sembra estraneo l'uso
strumentale della propria condizione per costringere madri, sorelle e gir1‑friends all'erogazione, in senso
unidirezionale, di servizi emozionali. Nelle rilevazioni di Mc
Robbie, ai ragazzi tossicodipendenti non piacciono le coetanee che bevono o
fanno uso di droghe per gli effetti sgradevoli che inevitabilmente si
manifestano "sul corpo femminile"21. Secondo uno
stereotipo che vige anche all'interno della comunità dei tossicodipendenti,
alla donna viene spesso attribuito un ruolo di nurse o di assistente sociale privata cui è richiesto di prodigarsi per il
benessere dell'uomo. Una sedimentata divisione dei ruoli, infatti, vuole che
molti ragazzi inaugurino periodicamente delle fasi di divezzamento dall'eroina
nelle quali, insieme ai tentativi di ricomporre un rapporto di affetto ritenuto
necessario, sono implicite la propria posizione di protagonista e quella
tradizionalmente gregaria della partner. Quest'ultima ne riceve una illusoria
gratificazione, trovandosi nella posizione di chi è chiamato a redimere un
individuo, ancor più, avvertendo di «averla spuntata sulla rivale eroina".
Ecco allora l'erogazione di una serie di servizi di natura assistenziale che
fungono da rinvigorimento fisico e rinforzo psichico. Una volta usufruitone,
l'eroinomane tornerà all'uso abituale della sostanza con intermittenti periodi
di cura, fatti di nuove prestazioni materiali e affettive da parte
dell'inesauribile partner22.
In altri
casi, una ragazza con partner dedito abitualmente all'eroina non sembra avere
scelta: "non potendo competere con una rivale di tale potenza chimica, o
abbandona il campo o assume la stessa abitudine"23. L'uso
abituale, per di più, espone la ragazza a una doppia penalizzazione: sarà
stigmatizzata in quanto dedita alla sostanza "maledetta" e sarà riprovata
in quanto l'eroina non le lascerà tempo e danaro per curare il proprio aspetto.
In molte coppie, inoltre, le donne si sacrificano prostituendosi onde evitare
che i partner, già recidivi, compiano altri atti illegali e si espongano a
condanne più severe. Nelle considerazioni di Marsha Rosenbaum, la donna
eroinomane viene definita "merce danneggiata" che non gode di gran
considerazione neppure nel suo stesso entourage. Secondo il sentimento
convenzionale condiviso anche da molti eroinomani, dunque, "le donne non
dovrebbero farsi24.
* * *
Le
descrizioni di Burroughs relative a una trentina d'anni fa non si addicono
davvero al mondo contemporaneo d'eroina25. L'irruzione della
sostanza nelle città britanniche ha sortito effetti di natura involutiva e
spiccatamente conservatrice. Interi ghetti si autogovernano per il tramite di
un . piccola economia, in bilico tra il legale e l'illegale che, come Si è suggerito, è connessa all'economia informale. La competizione interna
non soltanto alimenta l'autodisciplina, ma mette in campo un repertorio di
sanzioni e di risposte strumentali: il ghetto funge da polizia di se stesso. La
stessa caratteristica di immobilità geografica tipica di chi fa uso abituale di
droghe pesanti, a ben vedere, costituisce un ulteriore elemento di
conservazione. Si pensi al costume, molto diffuso negli anni della "swinging London", secondo il
quale i giovani lasciavano la famiglia e si spostavano con frequenza da un
luogo e da un lavoro all'altro: questo "educativo" nomadismo non
sembra compatibile con l'uso di routine dell'eroina e con l'economia stanziale
che lo sottende.
Quest'ultimo punto merita la seguente breve riflessione. La ricchezza
materiale e culturale, così come la disposizione al nuovo, sono spesso sinonimo
di dovizia nei rapporti comunicativi e di mobilità sociale. Se ne riceve una
netta sensazione quando si osserva una città come Londra, dove la povertà
coincide con una severa limitazione della possibilità di spostarsi e dove i
mezzi di trasporto si avviano a diventare beni voluttuari. Ora, l'immobilità di
coloro che assumono abitualmente eroina è congruente con la politica
assistenziale governativa degli ultimi anni, che costringe i giovani a cercare
nell'ambito della famiglia la fonte del loro sostentamento. L'assistenza viene
infatti garantita solo a coloro che conservano il luogo originario di residenza
e desistono dall'idea di riversarsi nel più prospero Sud, o di aggiungere con
la loro presenza un supplemento di tensione nel mercato del lavoro delle gran
di città26.
Non si
intende qui suggerire una nozione cospirativa dell'autorità; si desidera
mettere in evidenza come gli effetti sociali dell'eroina siano consonanti con
le politiche di restaurazione e preparino il terreno a una poco problematica
governabilità. Né si crede alla teoria del complotto secondo la quale
l'autorità, travestita da pusher, cerca
di "drogare" e neutralizzare le comunità conflittuali. Al contrario,
pare si possa dubitare della stessa plausibilità del termine pusher. La ricerca dimostra,
contrariamente alle fantasie corrive, che nessuno spinge all'uso delle droghe o contamina, a mo' di untore, quelle
fragili comunità che offrono una potenziale clientela. Tutti gli intervistati
nelle inchieste più recenti affermano che la prima offerta di droga avviene da
parte di persona molto amica, di partner, amante, marito o moglie. 'Friends not pushers" è divenuto un
prologo obbligato per tutta la letteratura sull'argomento27. E
questo elemento aggiunge ulteriore riprova del fenomeno "autocontrollo del ghetto" cui si è fatto cenno e che già altri autori hanno efficacemente sottolineato28.
Autocontrollo e "desolidarizzazione", già manifesti al]'interno della comunità dei consumatori abituali di droghe, presentano poi espressioni esasperate nei rapporti tra quest'ultima comunità e quella esterna. Lo stigma crescente basato, da una parte, sulla frettolosa considerazione della improduttività del ghetto, dall'altra sulla consueta demonizzazione della sostanza, si traduce in episodi di ostilità e di violenza. Ne costituisce un esempio estremo la formazione, a Liverpool, di squadre di "giustizieri morali" ' che puniscono chi è in odore di eroina e ricorrono spesso al raid, con sequestro della sostanza contro i presunti piccoli spacciatori. Si possono sollevare dei dubbi sulla reale ispirazione di questi volontari della vigilanza, se accade persino che l'eroina sequestrata venga poi reintrodotta nel mercato dagli stessi moralizzatori29. E’ uno degli altri effetti dell'irruzione dell'eroina: uno stimolo alla concorrenza ad ogni costo, che presenta singolari consonanze con la propaganda del "self‑employment", con lo slogan "inventati un lavoro da te".
A conclusione di queste
note, vale la pena segnalare un ultimo elemento caratteristico del panorama
britannico, vale a dire il numero oscuro presumibilmente molto elevato dei
consumatori di droghe pesanti. È segno che anche l'uso di eroina può essere, per così dire,
compatibile con condotte "normali". Recenti ricerche hanno consentito
di stabilire l'esistenza di
un'ampia fascia di consumatori di droghe in grado di controllare, in totale
autonomia, quei processi di "decision-making"
che scandiscono le fasi di uso piacevole,
astinenza, cura, riduzione quantitativa e rotazione qualitativa della
sostanza30. Una significativa
distinzione linguistica, adottata anche dalle agenzie ufficiali, mette infatti
in rilievo le seguenti possibili varianti: uso, abuso, uso errato (use, abuse, misuse)31. La controprova di questo fenomeno è molto eloquente:
solo il 5% dei tossicodipendenti obbligati al ricovero in clinica o in centri
riabilitativi abbandona poi l'uso abituale della sostanza. Le percentuali, al
contrario, sono molto incoraggianti quando il tipo di trattamento e
l'opportunità dello stesso vengono scelti
autonomamente dagli utenti32. Una intrigante
risposta di "razionalità" da parte dei consumatori di droghe
rivolta a quella tradizione di ricerca che si è prodigata lungamente a indagare sulla loro irrazionalità.
V.R.
NOTE
l.
R.A.Cloward‑L.E.Ohlin, Delinquency
and Opportunity, London,1961.
2.
R.K.Merton, Social Structure and Anomie in
"American Sociological. Review", N3, 1938. Dello stesso autore si vedano i saggi
pubblicati in lingua italiana in Teoria e
struttura sociale, Bologna 1971.
3. Questa interpretazione , oltre che presente nella
letteratura specializzata, è anche cara alla cultura musicale degli anni
'60. Sarebbe fin troppo semplice, a questo
proposito, citare brani delle canzoni degli Stones, Dylan, Janis Joplin,
Grateful Dead (nome sinistro quanto significativo: i morti riconoscenti), del
torturato Leonard Cohen o dei Velvet Underground che nella loro Heroin così si esprimono: "I’m
going to try the Kingdom if I can".
4. Mi riferisco a quelle posizioni che si possono
definire di "ossessione terapeutica" e che cercano elementi di disagio
e carenze di identità in ogni condotta di indulgenza nei confronti delle
droghe. Ne è un esempio la pubblicazione, per altri versi utilissima, edita dal
periodico "Le Scienze", La
droga a cura di V. Andreoli, Milano 1984.
5.
AA.VV., Scoring Smack: the Illicit Heroin
Market in London in "British Journal of Addiction", N 8, 1985.
6.
A.Heriman‑R.Lewis‑T.Malyon, Big
Deal. The Politics or the Illicit Drugs Business, London 1985.
7.
J.Auld‑N.Dorn‑N.South, 'Irregular Work, Irregular Pleasures: Heroin
in the 1980s" in AA.VV., Confronting
Crime, London 1986.
8.
G.Pearsons, The New Heroin Users, Oxford
1987.
9. Relativamente a questo approccio, mi limito a
segnalare il saggio ormai classico di AA.VV., The Social Structure of a Heroin Copping Community apparso in
"American journal of Psychiatry", november 1971. Per la Gran Bretagna, si veda G.Pearson‑M.Gilman‑S.Moiver, Young People and Heroin: an Examination of
Heroin Use in the North of England, Health Education Council Research
Report N 8, London 1986.
10.
R.Hannol‑R.Lewis‑S.Bryer, "Recent Trends in Drug Use in
Britain" in Druglink, N 19,
1985. E il recente N.Dorn‑N.South, A Land
Fit for Heroin: Drugs in Britain in the 1980s, London 1987.
11
. Una minuziosissima indagine relativa ai comportamenti economici quotidiani
delle comunità di eroinomani è compresa in AA.VV., Taking Care of Business: The Economic of Crime by Heroin Abusers, Lexington
1985.
12. T. Parsons, The Social System, London 195 1.
13. E‑Gafio‑V.Ruggiero‑R.Silvi,
Gli Ostelli dello sciamano; Alle radici
della tossicomania, Milano 1980. Sullo stesso argomento si veda V. Ruggiero, La droga come merce in
"Criminologia" N. 5/6, febbraio
1986.
14.
T.Stewart, The Heroin Users, London 1987.
15. G.Pearson, op. cit.
16. Di
questo si è lungamente discusso nel convegno "Law and Order in the 80s" tenutosi a Londra nel febbraio
1986. Per un resoconto critico di
tale convegno si veda V.Ruggiero, La
criminologia critica: un ricordo in "Criminologia N. 7, marzo 1986.
17. T.Stewart,
op.cit.
18. L.Gallino,
Della ingovernabilità, Milano 1987.
19. La
bibliografia sull'argomento sarebbe sterminata; non si può fare a meno,
tuttavia, di segnalare M.McIntosh, The
Organisation of Crime, London 1975; K.Chesney, The Victorian Underworld, Harmondsworth 1972; J.White, The Worst Street in North London, London
1986 e la ricca letteratura cui in questi testi si fa riferimento.
20. T.Stewart,
op.cit.
21. A.McRobbie, "Settling Accounts with
Subcultures: a Feminist Critique" in Screen
Education N. 31, 1980.
22. Ho
raccolto queste informazioni nel corso di mie interviste che fanno parte di un
lavoro più ampio in via di pubblicazione. Per quanto riguarda la dedizione
femminile al cospetto della seducente figura dell'eroinomane, si veda
L.Eíchenbaum‑S.Orbach, What do
women want?, London 1984.
23. M.Rosenbaum, Women on Heroin, London 1982.
24. M.Rosenbaum, op. cit. e G.Pearson, op. cit.
25. W.Burroughs, junky, Harmondsworth 1977 e Queer,
London 1985. In quest'ultimo testo, pubblicato per la prima volta
dopo una vittoriosa battaglia con la censura durata un trentennio, l'autore
condensa nella figura del ribelle un personaggio che è sia tossicodipendente
che omosessuale.
26. Le
recenti misure possono essere interpretate come un implicito invito a
"tornare a casa" rivolto a coloro che una volta godevano dello status
di soggetti adulti, tutelati in quanto individui
e non in quanto figli, dallo stato. Per un'analisi della
controriforma assistenziale in Gran Bretagna, AA.VV., Breaking the Nation: a Guide to Thatcher's Britain, London 1985. Per un esame della povertà relativa in un panorama florido,
P.Townsend, Poverty and Labour, London
1987.
27. Porta
questo titolo il primo capitolo del libro di G.Pearson già citato.
28. Mi
riferisco all'ampia letteratura nordamericana sull'argomento e al saggio che
ben la riassume, D.Melossí, Oltre il
Panopticon in "La Questione Crirninale" N. 2/3, maggiodicembre 1980.
29. T.Stewart, op.cit..
30. T.Bennett‑R.Wright,
"The Drug‑Taking Careers of
Opioid
Users" in The Howard Journal of
Criminal Justice, february 1986.
3 l. Home Aff airs Committee, Misuse of Hard Drugs: Interim Report, HMSO,
London 1985.
32. J.Laurance, "Can We Cure Drug
Addiction?" in New Society, 5 feb 1988.
IL CICLO DI
AUTOVALORIZZAZIONE DELL'EROINA
La distinzione tra capitale
industriale (produttivo) e capitale finanziario (parassitario) non ha ancora
finito di seminare equivoci nella storia della sinistra e delle sue ideologie. Si è voluto vedere ‑e
non solo da parte gramsciana‑ in questa fittizia contrapposizione una
manichea separazione del capitalismo che crea dal capitalismo che distrugge.
Niente di più falso e fuorviante poteva essere dedotto dagli effetti sociali
del ciclo capitalistico. Le differenze, se esistono, ineriscono alla forma, non
alla sostanza del ciclo: il processo di autovalorizzazione del capitale
investito nel ciclo dell'eroina ne è la dimostrazione evidente.
Nel capitale che rende interesse il rapporto capitalistico giunge alla sua forma più feticizzata, poiché il capitale fattosi denaro si tramuta, mediante il prestito, in una quantità superiore di denaro che si trasforma nuovamente in capitale. Ma questo processo che nel sistema di credito e di circolazione bancaria è assai complesso e attiva numerose mediazioni sociali ed istituzionali, nel ciclo della droga ha, come unico tramite materiale, l'eroina, per cui il rapporto è: Denaro‑Eroina‑Denaro.
Trafficanti, mercanti, contrabbandieri, mafiosi cc. non sono che
strumenti di questo tramite: strumenti i quali, per loro natura, non hanno una
funzione e una giustificazione sociale, come accade invece per i banchieri, i
finanzieri, i commercianti di denaro...
Rispetto
al capitale commerciale e alla sua circolazione (D‑M‑D) che
contiene almeno la forma generale del movimento capitalistico, il capitale‑denaro
valorizzato dall'eroina si presenta quindi come prodotto di una cosa (merce apparente) che,
immediatamente tolta, lascia un valore accresciuto di denaro,
un'autovalorizzazione immediata del capitale iniziale.
Il
numero delle rotazioni, che nel capitale commerciale, creditizio e bancario è
importante, qui diviene addirittura essenziale per la formazione e la quantità
della valorizzazione. Effettuando un numero di rotazioni più alte della media
si ricava un plus‑denaro e quindi una valorizzazione che cresce
proporzionalmente al ritmo di rotazione stessa del capitale. Questo capitale ha
i due poli estremi nella vendita all'ingrosso e nella vendita‑consumo al
dettaglio dell'eroina. Più è lento il movimento di assorbimento del mercato e
meno sarà elevato il tasso di valorizzazione del capitale investito in questa
" merce"; più è elevato
il tasso di consumo di mercato e più è alto l'interesse
realizzato all'origine. Dunque il capitale‑denaro investito
all'origine nell'eroina e la circolazione della sostanza (trasformata e ri‑trasformata
in denaro, fino al suo consumo materiale) sono strettamente legati fra loro.
Ma questo
vincolo non si manifesta solo attraverso la circolazione dell'eroina e la sua
identità feticistica col denaro, poiché, in realtà, l'eroina non è mai equivalente alla quantità di
denaro necessaria per acquistarla. Il prezzo dell'eroina è sempre inferiore
al prezzo del denaro in cui essa si
trasforma. La valorizzazione del capitale costituisce infatti la somma di D +
delta, cioè la somma del denaro iniziale più la sua valorizzazione attraverso
il ciclo. E se si considera il saggio
d'interesse del capitale monetario (in senso lato) = al prezzo del denaro, si avrà che l'interesse accumulato dal
capitale iniziale è dovuto alla trasformazione
di eroina in denaro, attraverso i molteplici passaggi della sua circolazione di
mercato. In altri termini, l'interesse monetario lucrato dal capitale in essa
investito è determinato da coloro che trasformano, mediante lo spaccio e la
vendita‑consumo, l'eroina in plus‑denaro o, che è lo stesso, il
denaro in una quantità sempre decrescente di eroina.
La
circolazione e la trasformazione, tramite l'eroina, del denaro in plus‑denaro,
avvengono tramite due cicli intercomunicanti eppure complementari che possiamo
definire, l'uno di alimentazione, l'altro
di distribuzione.
Il ciclo di alimentazione parte dalla
fonte (campi di coltivazione, Triangolo d'oro) della droga e, attraverso scali
successivi ‑ Marsiglia, Milano ecc. ‑ arriva agli acquirenti
all'ingrosso dell'eroina. E’ un ciclo apparentemente mercantile, poiché in esso
l'eroina si compra e si vende in base al suo prezzo di mercato, determinato
dalla qualità, quantità, rischi...
Ad ogni
passaggio di mano della "merce", tuttavia, mentre il suo valore di mercato aumenta, il suo valore
naturale diminuisce. Ed è questa caratteristica che fa sì che il ciclo
dell'eroina non sia semplicemente mercantile, né che il suo valore monetario
derivi semplicemente dalla "differenza di prezzo").
Il
valore naturale della sostanza, ossia la percentuale di eroina pura presente in
ogni grammo o chilo, è progressivamente corroso dai passaggi di mano e dalla
circolazione di mercato che ne accresce, viceversa, il valore monetario (il
prezzo). Così, se l'eroina giunge dalla fonte con una concentrazione dell'80‑60%,
al termine del ciclo di alimentazione essa conterrà più solo un 40‑30% di sostanza pura, il resto è taglio. Per contro il suo costo è
aumentato di 10‑13 volte. Al termine di questo primo ciclo la sostanza risulterà
impoverita del 30‑40%, e valorizzata almeno del
1000%. Che questa strana perversione matematica sia resa possibile dalla natura
feticistica dell'eroina, è cosa che risulta assai chiara non appena si analizzi
la seconda parte del ciclo, quella di distribuzione. Prima di giungere nelle
mani del grossista‑spacciatore, l'eroina è una merce come un'altra che si
valorizza senza essere consumata, o meglio il cui consumo commerciale risulta
una semplice sottrazione mercantile del valore naturale (concentrazione,
purezza) accompagnata da un superiore accrescimento del valore monetario
(prezzo).
Ma non appena entra nel circuito dello
spaccio allargato e del consumo al dettaglio, diviene evidente che l'eroina è
una non‑merce, che la sostanza è nulla, da un punto di vista commerciale,
mentre è il ciclo da essa attivato che rende possibile la esorbitante
valorizzazione del capitale iniziale.
La fase
della distribuzione e diffusione dell'eroina, canalizzata in una rete sociale
di spaccio e consumo coincide dunque con
la fase di autovalorizzazione.
Il costo
di un grammo di eroina‑acquistato alla fonte del ciclo di produzione ‑
contiene già in sé il valore monetario accumulato durante i passaggi del ciclo
di alimentazione e, in più, è gravato dal guadagno individuale che il
trafficante al dettaglio vuole fare su di esso. Ma non è ancora finita. A
questo punto, per essere ridotta in buste, l'eroina subisce un ulteriore
impoverimento che ne accresce la quantità e ne impoverisce la natura,
aumentandone il prezzo per unità. Un grammo può diventare un grammo e mezzo,
forse due. La concentrazione scende fino a 5‑4% per dose. L'eroina è
praticamente assente dalla busta che verrà iniettata, il suo valore monetario,
però, è giunto al culmine. L'acquirente‑consumatore paga, acquistandola,
la valorizzazione precedente e quella ancora precedente, su, su, fino alla
differenza mercantile di prezzo che abbiamo visto dominare
nel ciclo di alimentazione. D'altro canto non si può dire che l'eroina aumenta
di valore semplicemente perché tagliandola e dimezzandola viene accresciuta la
quantità commerciabile. Se così fosse avremmo soltanto un raddoppio del valore
iniziale o poco più, mentre notiamo che la valorizzazione va al di là dei
meccanismi di prezzo. E’ una vera e propria valorizzazione
monetaria del capitale investito, per cui anche il ciclo di alimentazione,
pur sembrando commerciale e mercantile, è in realtà finanziario e monetario, in
quanto direttamente connesso al ciclo di valorizzazione (distribuzione e
diffusione) di una merce fittizia, l'ero. Sicché il consumatore normale paga
l'insieme dei valori monetari cumulati, nel corso della circolazione e
distribuzione, dai numerosi passaggi, e in cambio non ha nulla, o pressoché
nulla.
Il feticcio eroina non è che l'altro verso del feticcio denaro.
La conversione del denaro in capitale accresciuto e viceversa,
è quindi data dalla valorizzazione
usuraia, mediante una merce apparente -l’eroina‑, del capitale
inizialmente investito. E tutto questo è reso possibile dal fatto che il
tramite di un tale ciclo è costituito da una merce che più perde in valore naturale e più
guadagna in valore monetario, più si
deprezza in quanto "valore d'uso" e più si arricchisce in quanto
valore di scambio.
Il ciclo sociale della sostanza rende
possibile tutto questo.
Se,
attraverso la rete sempre più allargata di vendita e di distribuzione della
sostanza, i trafficanti, gli spacciatori e i tossicomani non realizzassero uno scambio tra eroina e plusdenaro, la
valorizzazione monetaria iniziale non sarebbe possibile. Solo il taglio della
sostanza pura, venduta all'origine, permette questa valorizzazione progressiva,
l'ultima fase della quale corrisponde ad una dose‑misura estremamente svalorizzata sia nella qualità che
nella quantità: una dose che non
costa più nulla agli intermediari e
che però viene ugualmente pagata il suo prezzo standard di mercato dall'ultimo
anello del ciclo: il consumatore
che la buca. Costui ha contribuito dunque a valorizzare integralmente il capitale iniziale investito, sia
perché ne ha perpetuato i meccanismi di distribuzione, sia perché è stato il
propulsore principale della trasformazione (valorizzazione) dell'eroina in plus‑denaro.
Si può
quindi affermare che il capitale‑denaro investito nel ciclo dell'eroina è
una parte sempre più consistente della massa di capitale monetario circolante
che viene "commercializzato" da finanzieri, banchieri, speculatori,
mafiosi. Esattamente come con il capitale monetario (non produttivo benché il
suo proprietario si mantenga estraneo al ciclo produttivo e abbia
nell'interesse prodotto dal capitale separato dal suo processo. la sua ragion
d'essere) esso dipende sempre dal
capitale produttivo e industriale.
Il
capitale‑denaro investito nel ciclo dell'eroina è una quota indiretta del capitale creditizio,
dotata dell'importante prerogativa di poter essere ri‑convertita, prima
ancora che in attività industriali e produttive, in attività astratte,
finanziare e speculative (dato il suo carattere criminale ed occulto), così da
risultare doppiamente utile al ciclo del
capitale monetario circolante.
L'enorme disponibilità di questa massa monetaria è
determinata dalle leggi del modo di produzione capitalistico. Con la
svalorizzazione del capitale produttivo (dovuta alla caduta tendenziale del
saggio di profitto, alla crescita proporzionalmente superiore del capitale
costante su quello variabile, che determina, a sua volta, sovrapproduzione e
svalorizzazione delle merci), cresce la massa del capitale speculativo, che
prolifera contemporaneamente alla diminuzione del saggio di profitto.
E poiché
saggio e massa di profitto evolvono in senso inverso, il capitale produttivo,
mano a mano che diminuisce e si svalorizza, cerca investimenti maggiori e
maggiore valorizzazione monetaria nel campo speculativo.
Ecco
dunque delinearsi la duplice funzione assolta dagli investimenti sempre più
massicci di capitale in attività extralegali e criminali.
Da un
lato esse forniscono uno sbocco alla enorme massa del capitale svalorizzata e
non utilizzabile produttivamente (massa dei profitti), dall'altro creano una
contro‑tendenza alla crisi che attanaglia il capitale e i suoi meccanismi
di valorizzazione produttiva.
L'esorbitante aumento di eroina sul mercato è quindi uno degli effetti dell'esorbitante massa di capitali svalorizzati investiti in attività speculative.
Ma
poiché l'investimento del capitale in se stesso non è che un rimedio fittizio
alla crisi dell'intero sistema, più aumentano le contraddizioni interne, più il
capitale necessita di questi investimenti incapaci di risanare il suo
"male profondo".
Perciò
il ciclo dell'eroina non è soltanto il ciclo della droga del capitale ma anche
l'espressione assoluta e feticistica del capitale drogato.
Il che
non significa che una tale fonte di interesse monetario non vada a beneficio di
molteplici attività legali e produttive che ad essa attingono come ad un conveniente
sportello di credito. Considerare a fondo questi investimenti criminali
significa anche analizzare le controtendenze di breve e medio periodo messe in
atto dal capitale per tamponare e rallentare la sua crisi, senza dimenticare
che all'origine di tali astratti processi di valorizzazione rimane sempre il
Capitale produttivo, il Capitale industriale, coi suoi cicli materiali di
produzione, sfruttamento, estrazione di plus‑valore e profitto.
Controinformazione
numero 16,
Milano, 1979