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ALTO RENO TOSCANO (http://groups.msn.com/ALTORENOTOSCANO)

AVANZI LONGOBARDI E GERMANICI IN ALTO RENO E NEL PISTOIESE

protomi della Chiesa di Spedaletto (PT)

E' noto che arimannie longobarde si insediarono nell'Alta Valle del Reno ed è altrettanto noto che la città di Pistoia fu eletta sede di un Gastaldato longobardo con diritto a battere una propria moneta. Numerosi studi storici dimostrano l'importanza e l'intensità della presenza, nel medioevo, dei longobardi anche in queste terre, ma quello che manca, tutt'oggi, è una ricognizione su quanto è sopravvissuto nella nostra cultura e nei nostri dialetti di questa dominazione e, più in generale, una ricognizione tesa ad individuare quanto è rimasto nella nostra cultura e nei nostri dialetti dell'antica cultura germanica (sia essa franca, gotica o longobarda, sia essa di adstrato o di superstrato). Con questo lavoro (che ha assunto nel tempo dimensioni ponderose) ci piacerebbe offrire un punto di partenza per successivi approfondimenti da parte di tutti gli studiosi e gli appassionati. Da parte nostra, infine, siamo convinti che il nostro lavoro potrebbe essere tranquillamente imitato in molte altre parti della penisola Italiana (da Nord a Sud) con risultati davvero interessanti (ad esempio il centro avellinese di Atripalda prende il nome dall'antroponimo germanico Atripald mentre, tornando in Toscana, i toponimi Dorna e Dornarotta a Civitella in Val di Chiana (AR) sembrano proprio ricondursi al germanico dorn > spina. Passando dai toponimi ai nomi comuni, e rimanendo sempre in provincia di Arezzo, si può segnalare il termine 'salvo' che significa "sudicio" perché ha origine dal longobardo salawu > sporco)

AMBITO DI RICERCA

La provincia di Pistoia (in particolare il territorio che fa capo ai comuni di Sambuca Pistoiese, Pistoia e Montale Pistoiese) e i Comuni di Lizzano in Belvdere, Granaglione, Castel di Casio, Camugnano, Porretta Terme, Gaggio Montano. Il territorio ( complessivamente circa 1300 Kmq di cui 965 kmq costituiscono la provincia di Pistoia) rappresenta sotto alcuni importanti aspetti di natura storica, culturale e anche linguistica un unicum estremamente interessante soprattutto ai fini della presente ricerca. Il territorio del Comune di Sambuca Pistoiese, in considerazione della sua particolare situazione storica e geografica, verrà considerato all'interno di questo lavoro indifferentemente come parte integrante dell'area altorenana e dell'area pistoiese. Dopo un'attenta valutazione si è invece deciso di escludere, dal nostro ambito di ricerca, i territori appartenenti alla Diocesi di Pescia non ricompresi nel territorio della provincia di Pistoia anche se i suddetti territori appaiono, comunque, di grande interesse nell'ambito di una ricerca di germanistica (a mero titolo di esempio ricorderemo, per questi territori ecclesiasticamente pesciatini ma fuori dalla provincia di Pistoia, l'esistenza di dedicazioni santoriali quali San Salvatore nell'omonima località e l'esistenza di toponimi come Altopascio > da lgb Þeudo-bakiz).

LESSICO

Il Rauty registra i seguenti vocaboli d'uso pistoiese (e - aggiungiamo noi - d'uso altorenano) di origine longobarda:

cafaggio da gahagi, greppia da kripja o kruppja, panca da panka, scaffale da skaf, staffa da staffa, spanna da spanna, stecco da stek, stollo da stoll, trogolo da trog, sbreccare da brehhan (cfr. p. 137 di N. RAUTY; "Storia di Pistoia, Vol. 1, Firenze, 1988). A questi vocaboli lo stesso Rauty aggiunge "cafaio", "gastaldio" e "scandola", quest'ultimo da un non meglio precisato vocabolo longobardo (cfr. Op. cit., p. 147).

Ma in effetti, molti altri vocaboli d'uso pistoiese e altorenano sono di origine longobarda o germanica (con importanti gotismi), ad esempio: becco (capra) da bikk, zolla da zolle, bergare (sostare per la notte) da berga (alloggio), scranna (a Pistoia e in diverse zone dell'Alto Reno col significato di 'donna sgraziata - specie per le gambe storte') da skranna (sedile), scranna (questa volta nel senso di seggiola, che risulta presente in Alto Reno e in alcune aree rurali del pistoiese come San Mommè e Montale Pistoiese) sempre da skranna, aschero (desiderio, nostalgia) da eiskon, stracanarsi (affaticarsi) da strak (teso, tirato), sempre da strak abbiamo stracco (stanco) e straccaia (forte affaticamento), stocco (fusto spec. del granturco) da stok (tronco d'albero), tanfo da thamf, brace (altorenano brasge) da bras, bracino (tritume di brace / carbone tritato) sempre da bras, strozza (nel senso di gola) da strozza, rosta (l'argine per fermare le castagne che cadono) da hrausta, sghezza da skid, bislacco da slahh + bis, zana (cesta per i panni lavati) da zainja (cesto), burischio (usato a Treppio) da blutwurst (sanguinaccio), broda (il cibo per i maiali) da brod, broda /brodaione (persona che parla troppo o a vanvera) ancora da brod, balco (soffitta) da balk o palk (travatura), biga, pistoiese biha, col significato di mucchio (longobardo biga con identico significato), bernecche (ubriacarsi), berlocca (parlantina) e berlecca (bugiarda) dal medio tedesco locche (richiamo da caccia) + prefisso ber), gremmo (carico) da krammjan (riempire), gualca (quantità indeterminata) da walka (pezza di feltro), bindella (ragazzaccia) da binda in quanto aggira, abbindola , bindella (fettuccia) sempre da binda, rocchio (pezzo di legno) da krukkja (bastone biforcuto), fiappo (floscio) da un incontro tra il latino flaccus col sinonimo germanico schlapp, fiasca (il fiasco rivestito di vimini con manico) da flasko, sbrecca (oggetto malandato) da brehhan (rompere), breccia e breccino(entrambi col significato di 'pezzetti di sasso frantumati') da brehhan, buriana (confusione da alterco) da burjan (trovare un animale) e birhoffian (schiamazzare), chiocco (colpo / botta) da klohhon (battere), ciuffi (capelli) e ciuffo (particolare acconciatura dei capelli) da zopf, locco (termine che indica sia lo stupido che la pula del grano) da luk (incerto / vuoto / non compatto di spighe), da luk (per la sola area pistoiese) si ha anche locco nell'accezione di persona che ha perso la propria vivacità per malessere o altra ragione, groppo (nodo) da krupfa (massa rotonda), lecca percossa che ha il corrispondente nell’inglese moderno to lick (colpo di bastone), schergnare (deridere) da skernjan, grinfia (mano in senso spregiativo) da grifan (afferrare), da un incrocio tra grifan e rampf si ha invece rinfa (unghiello del gatto), ranfia (unghia lunga) e ranfio (gancio ad uncino). E ancora si ha guaimme (fieno al secondo taglio) da waidanjan (pascolo), berlingozzo (un dolce tipico pistoiese, ma attestato anche in alcune località dell'Alto Reno) con prefisso germanico ber e forse collegato al termine bretling > piccola tavola (cfr. le voci berlingozzo, berlingaccio e berlengo del dizionario etimologico del Pianigiani), lornia e lorgna (fiacca / stanchezza) dal germanico lurna (stare alla posta).
Probabilmente sono di origine longobarda (o germanica) anche termini come "sghembare", sghengo, sghilembo, etc. E longobardi potrebbero essere anche i termini bricca (dirupo) e "binde" (= cosa che richiede molti sforzi). Al primo si può imputare una qualche somiglianza con "bricco" e con "breccia" (entrambi i lemmi sono derivati da parole longobarde), anche se è tutt'altro da escludere un originaria radice celtica "bri" (cima). Al secondo si dovrà riconoscere una indubbia somiglianza con il longobardo "winde" per argano (si fa presente che in area pistoiese e altorenana non è difficile trovare passaggi da V a B (vedi bacillare per vacillare)).

Per rosticcio (bimbo mingherlino) Guccini propone una origine dal germanico raustian.

E ancora per l'Alto Reno:

sguillare (scivolare) da 'quillan' (zampillare), magone (ventriglio del pollo) da mago (stomaco), nappa (nasone) da napp(j)a, blacco (straccio) da vlek (pezzo di stoffa) o da blaich (pallido), sprocco (grosso spino / stecco) da sproh (germoglio), sbrecco da brehhan (rompere), sprucaglino (bambino) dal germanico sproch (rametto) faldana (piccola forcata di fieno) dal germanico falda (fascio), sbreggola (scheggia di legno lunga e sottile) da brehhan (rompere), scaiia (un tipo di pietra) da skalia (squama, scheggia), bricco (maschio della pecora) da tardo latino burricus (cavallo) + longobardo bikk (capra), suppa (zuppa di verdure e pane raffermo) da longobardo supfa (zuppa), banciolo (sgabello basso) e banciola (panca del focolare) da bank. Mentre per l'area pistoiese si registra bilinchi (usato nel sintagma "stinchi bilinchi"), bilenco (stupido) e pilenco (tonto, melenso) che prevengono (come l'italiano sbilenco) da un longobardo link (mancino, storto). In qualche località rurale pistoiese (alta valle dell'Ombrone) sopravvive anche gheffo (balcone) da waif.

Per Francesco Guccini derivano dal longobardo anche i nostri stricare (stringere), pilucare (italiano e toscano pilluccare), scaracchio (pistoiese scaraglio), etc. E al longobardo brihhal risale, secondo Barbara Beneforti, il termine badese bricola (= cosa da nulla). Se l'ipotesi della Beneforti è corretta, come noi riteniamo, saranno di quasi certa origine longobarda anche i termini briccica (bagatella, piccola parte di chichessia), abbriccigo (oggetto di poco valore o che funziona male), abbriccicare (cercare di aggiustare alla meglio), abbriccichino (ragazzino patito), etc. presenti tra il pistoiese e l'Alto Reno.

Il nostro "bioscio" e il toscano "bioscia" (entrambi col significato di "senza companatico - non condito") derivano dal longobardo "blauz" col significato di 'nudo'. Sempre da blauz si ha il termine "broscia" (variante sbroscia, con inversione delle liquide l > r) ad indicare una bevanda o una minestra insipida e cattiva. Dal longobardo zainja (cesto) viene il termine "zana" usato ad Orsigna per indicare le bare per i bambini: "costumanze per portare gli angeli: zana foderata di bianco e trina ed intorno all'orlo orecchini, anelli e vezzi, catena, ecc." (R. Beccherucci Corrieri, "Val d'Orsigna", Edizioni CRT, Pistoia, 2000, p. 105).

E questo senza dimenticare le forme italiane (tutte presenti in Alto Reno) di albergo anch'esso (come il pistoiese bergare) da berga, stamberga da stain + berga, benda da binda (legare, unire), palco da palk (travatura), palchetto sempre da palk (ancora da palk abbiamo il "palco morto" ad indicare le soffitte non praticabili), scuro da skur (protezione), federa da fetzen, zaino (a Treppio esiste la variante zanghio) da zainja (cesto), trappola da trappa, zecca da zihha, slitta e slittare da slita, lesto da list (astuzia), strofinare da straufinon, trincare da trinkan (bere), arraffare da hraffon, barella da beran (portare), scherzare da skerzan, stordire da stornjan, stronzo da strunz (sterco), gora da wora (chiusa), crampo (in molte località dell'Alto Reno è detto granchio) da Krampf (crampo), zazzera (chioma ribelle) da zazza (ciuffo di capelli), zanne da zann (dente), bega da bega (lite), bicchiere da behhari, angheria (nell'antico dialetto di Treppio angaria), etc. in uso anche nella lingua italiana.

E ancora stalla, sala (vedi il toponimo urbano de 'La Sala' a Pistoia, la piazza del "leoncino" dove aveva sede il Gastaldo), etc. (I)

A Montale Pistoiese si registra una variante originale di "balco" (da palk > travatura) che viene usata per indicare i fienili in generale. Sempre a Montale, e in altre aree del pistoiese, sopravvive anche "catro" (da gatero > porta della siepe) voce usata per indicare i cancelli rustici.

A Treppio sopravvive un originale derivato della lingua gotica "manassi" (vestirsi) da un originale "manwjan" (preparare). In area pistoiese abbiamo riscontrato anche "ammannire" (preparare per accendere un braciere o uno scaldino) e "ammannare" (preparare in generale) che derivano, entrambi, dalla stessa voce gotica.

In Alto Reno è invece da segnalare l'originale sostantivo maschile "crocchio" che intende definire un gruppo di persone che conversano. Anche per questo termine è stata proposta una origine germanica assimilabile al medio alto tedesco kroten o all'inglese crowd (= folla di gente). Sono di origine latina e non germanica invece i termini pistoiesi e altorenani di crocchia e crocchione (= testone e suo accrescitivo) dato che derivano dal latino cochlea con r epentetico.

Molto produttivo, in particolare appare il termine brehhan (corrispondente gotico brikan) che ritroviamo, oltre nei casi sopra citati, in parole come sbergolare, sberciare, bercio (tutti e tre col significato di urlare). Particolare attenzione meritano i lemmi bercio e sberciare dato che rappresentano un incrocio tra il tardo latino berbex (pecora) col nostro brehhan, il significato letterale delle due parole, quindi, è "rompere l'aria con belati da pecora" (sbergolare rappresenta, invece il caso di un ulteriore incrocio di sberciare con gola).

Di origine germanica, ancora in esempio, è leppa (paura) che deriva dall'antico germanico slipan, e germaniche sono altre parole di uso quotidiano come busco (corpuscolo nell'occhio), dal gotico busk.

A volte l'origine delle parole da radici germaniche risulta particolarmente complicata. Tale è il caso del termine "brocco" ad indicare il ramo; come è noto l'etimologia del termine "brocco" va ricondotta al latino "broccum" (sporgente) e tale è il senso in Varrone ("dentes brocchi"), ma più tardi, per influsso del longobardo sproh a cui brocco assomiglia foneticamente, il significato originario del termine si è esteso fino a comprendere l'attuale valore di "ramo". E attraverso un ulteriore passaggio è possibile ipotizzare una genesi "germanica" per il vocabolo d'uso pistoiese ed altorenano "brocciolo" ad indicare un pesce (nome scientifico cottus gobius) in qualche modo affine al ghiozzo di fiume: Secondo alcuni infatti (cfr. La Musola n. 33 (1983), p. 105) il termine "brocciolo" deriva da "brocco" (rametto) a sua volta derivato dal longobardo / germanico "sproh" come abbiamo potuto vedere sopra. Se l'ipotesi dovesse risultare fondata sarebbero parole di derivazione longobarda indiretta anche "brocciolare", "brociolio", "brocciolone" (tutte riferite al parlare confusamente) originate da una antica tradizione (la cui memoria è quasi scomparsa) che vuole questi animali emettere dei sordi borbottj.

E' da osservare che in Alto Reno il numero di parole longobarde è maggiore non solo rispetto all'italiano, ma anche rispetto al pistoiese (vedi ad esempio 'magone'). Pertanto, pur trovandoci di fronte a un modesto bottino, si può sostenere che anche il lessico conferma che l'Alto Reno non è stato completamente assimilato e che l'afflusso di elementi germanici fu in passato di non lieve importanza (II).

Molto interessante è il termine pistoiese "feudino" (persona furba / persona che veste con estrema ricercatezza) che deriva dal longobardo "fehu" (bestiame). In entrambi i casi il termine pistoiese sottintende un riferimento alla ricchezza (in un caso ricchezza d'ingegno e nell'altro possibilità economica di potere vestire in maniera ricercata), e ciò è di grande aiuto nel ricostruire l'etimologia del termine: fino a tempi recenti il bestiame era la ricchezza più importante e tale significato è passato nell'espressione "pagare il fio" e nel composto, ormai desueto, di metfio ("dono del fidanzato alla fidanzata che viene consegnato il giorno delle nozze").

E rimanendo in tema di espressioni contenenti termini germanici ricordiamo il proverbiale pistoiese "orma' son brenna". Il termine brenna, usato nel pistoiese e in alcune località dell'Alto Reno per indicare persone, animali, cose vecchie o di nessuna utilità, ci pare ricondursi all'istituzione longobarda della "bremma" (con variante "brenna") che consisteva nel tributo dovuto ai signori per il pasto dei cani da caccia... come dire che qualcuno in brenna è pronto a farsi pasto per il cane!

Tutti questi elementi lessicali ci aiutano, peraltro, a capire come "anche nel territorio pistoiese la lingua dei Longobardi fu assai diffusa ed usata a lungo" (N. RAUTY, "Storia di Pistoia", vol. I, Le Monnier, Firenze, 1988, p. 146) in una situazione di sostanziale bilinguismo che sopravvisse più a lungo rispetto alle aree urbane: "La rapida assimilazione della lingua latina fu un fenomeno che interessò principalmente le città, nelle quali si svolgeva ogni attività di vita pubblica, civile e religiosa, dove il clero, i notari, i funzionari della corte del duca o del gastaldo usavano costantemente questo linguaggio nei testi scritti, nelle preghiere, nei rapporti ufficiali... Diversa era la situazione nelle campagne, dove le esigenze di carattere culturale o giuridico erano quasi del tutto assenti. La contemporanea presenza sullo stesso territorio di due gruppi etnici, sia i lavoratori romanici degli antichi latifondi, sia i massari longobardi delle nuove curtes, ed il loro quotidiano contatto nella comune fatica della coltivazione della terra, rese naturale il passaggio di numerosi vocaboli longobardi nel lessico di quel nuovo linguaggio volgare che andava lentamente formandosi, on voci per lo più legate al mondo rurale, rimaste poi anche nel moderno italiano" (N. RAUTY, "Il Regno longobardo e Pistoia", Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 2005, pp. 139 - 140). Da tutto ciò, tuttavia, non può discendere né per la nostra area di studio, né per l'Italia in genere, alcuna conclusione alla Bruckner secondo il quale, all'alba del secondo millennio, persistettero gruppi di persone che parlavano il longobardo. Gli argomenti di Bruckner, infatti, se esaminati con attenzione, non reggono; lo 'ih' di un documento dell'872 non è un ich ma un hic e i pretesi soprannomi germanici del 919 e del 1003 non sono affatto verosimili (lo Zanvidi citato in un documento di Chioggia, ad esempio, non si può intendere in altro modo che Gian-Vito). Come scrisse l'estensore del "Chronicon Salernitanum" nell'Italia del X secolo: "lingua todesca quod olim Longobardi loquebantur"

Per i termini "ussare", "anda", "renga", "aschio", "biasciare", "biscia", "fallace", "stecconire", "montone", "troga", "trogolo", "trogolaio", etc. si rimanda all'elenco appositamente realizzato. Unica, ma fondamentale, avvertenza che si dovrà tenere in giusta considerazione è questa: non tutti i termini germanici che potrete leggere nell'elenco dovranno essere assegnati al superstrato longobardo - franco - gotico; le lingue, come è noto, si parlano ed i vocaboli viaggiano. Un termine pistoiese che ricorda un termine tedesco può darsi, così, che non sia da addebitare ai Longobardi, ma ai tedeschi stessi ed essere giunto da noi usando le più varie strade... Per quanto poi attiene ai termini simili a quelli in uso nella lingua franca e rintracciati nella nostra ricerca andranno considerati altri due aspetti:

a) in primo luogo l'eccessivo ricorso, da parte degli studiosi, al francese e al provenzale per spiegarne la presenza in Italia. Troppo spesso, infatti, il francese e il provenzale sono stati utilizzati come utile scusa per spiegare i germanismi in italiano e ciò a scapito di una più seria indagine che ne riconoscesse l'origine diretta germanica (ad esempio la voce spiedo, riconosciuta longobarda dal Dizionario Etimologico Zanichelli a pagina 1180 dell'edizione minore 2004, viene presentata come prestito francese di un originale francone "speot" a pagina 1231 del medesimo Dizionario). Troppo spesso infatti si dimentica che è davvero difficile riconoscere in italiano (e nei suoi dialetti) l'epoca e l'origine di una parola germanica:

"La difficoltà di determinare l'epoca e l'origine delle parole germaniche è particolarmente grave in Francese e in Italiano, perché in queste due lingue, che più fortemente delle altre romanze hanno subito prolungati e vari influssi germanici, si presentano allo studioso parecchie possibilità che i criteri linguistici e storico - culturali non sempre sono sufficienti a far distinguere con sicurezza" (C. TAGLIAVINI, "Le origini delle lingue neolatine", Patron Editore, Bologna, 1999, p. 287);

"Nel lessico italiano rimangono tracce di tre sedimentazioni principali, dovute a ciascuna delle genti che abbiamo ricordate: ai Goti, ai Longobardi, ai Franchi. Non è sempre facile distinguere fra loro questi tre strati... [ad esempio] manca il modo di decidere in vari casi. Così - per citarne alcuni - buttare, greppia, spiare (e spia) potrebbero esser goti o franchi; lasca 'pesce d'acqua dolce della famiglia dei ciprinidi', schiatta, sghembo, gotici o longobardi (e lo stesso si dirà di forra); anca, arrostire germano - latini o longobardi o franchi; grappa 'ferro piegato ai due lati' (da cui aggrappare, grappolo) germano - latino o franco, meno probabilmente gotico" (A. CASTELLANI, "Grammatica storica della lingua italiana - introduzione", il Mulino, Bologna, 2001, pp. 54, 55)

b) che in ogni caso molti dei termini germanici effettivamente pervenuti nella lingua italiana, e nei nostri dialetti, per tramite del francese e dell'occitano sono da addebitare alla comune appartenenza del Nord Italia e, sia pure in misura minore, della Toscana all'Area Linguistica "Carlo Magno" (vedi il successivo paragrafo dedicato alla morfologia ed alla sintassi). A tutt'oggi, infatti, non ci pare sia stata offerta la necessaria attenzione alle parole del linguista Carlo Tagliavini:

"Per tutto il secolo IX e il secolo X, i rapporti fra le due parti del dominio franco, francese e italiana, sono intensissimi e sempre più abbondante è il numero di Franchi o Francesi in Italia. All'inizio del secolo XI, abbiamo poi le conquiste dei Normanni, ormai Francesi di lingua, nell'Italia meridionale e la formazione di un regno normanno nell'Italia meridionale e in Sicilia e nei secoli XI e XII imprese comuni franco-italiane sono rappresentate dalla prima e specialmente dalla seconda crociata... Il commercio con la Francia, già abbastanza fiorente ai tempi di Carlo Magno, si intensificò nei secoli successivi. Da tutte queste premesse storiche è pienamente comprensibile l'apporto linguistico del Galloromanzo all'Italiano, specialmente nel periodo delle origini" (C. TAGLIAVINI, "Le origini delle lingue neolatine" Patron Editore, Bologna, 1999, p. 333).

Noi riteniamo, pertanto, che sui prestiti germanici derivanti dalla lingua francese attestati dai più diversi Dizionari Etimologici andrebbe aperta una più ampia riflessione.

Dizionario dei germanismi e longobardismi

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QUATTRO ESEMPI DIALETTALI CON TERMINI LONGOBARDI O GERMANICI

1. lizzanese (provincia di Bologna ai confini con il pistoiese)

"gua' cl'albero comm' l'è gremmo ed cilesge" (fonte "E... viandare", rivista lizzanese, Anno I, n. 2, ottobre 2003, p 64)

2. Alto Appennino Pistoiese (ai confini con il bolognese)

"m'è venuto l'aschero delle more, son'ito giù per i grebicci e n'ho colte una gualca" (fonte G. JORI, "Alta Montagna Pistoiese", Diple Edizioni, Firenze, 2001, p. 19)

3. Montale Pistoiese (ai confini con il pratese)

"La lapida al comandò s'aprì e Menico infilziò dientro alla buca e vedde uno stanzone gremo d'ugni ben di Dio" (C. LAPUCCI, a cura di, "Fiabe toscane", Mondadori, Milano, 2002, p. XXIII).

4. Città di Pistoia

"stinchi bilinchi/ diavoli stinchi/ filundè d'un tedesco/ tira su 'l piede destro" (Tradizionale di Pistoia)

FITONOMI

Anche il nome locale di alcune piante ci pare possa tradire l'uso di parole di origine longobarda o germanica (anche se nessuna di queste probabilmente è mai stata battezzata da popolazioni germanico - barbariche). Origine certa per la "barba di becco" (longobardo bikk), una erba annuale (nome scientifico "tragopogon pratensis") a fiori gialli. Sempre tra i nomi di piante di origine longobarda abbiamo il pistoiese e altorenano "strozzichi" / "strozzighi" (dal longobardo strozza = gola) ad indicare una pianta spinosa che produce piccoli frutti aspri. Da krupfa kruppa potrebbe derivare "groppi" ad indicare una varietà di erica.

Più complessa è l'attribuzione del termine raggia (= rovo) in uso nell'Alto Reno e in alcune località dell'Alto Appennino pistoiese (es: Pracchia). Generalmente si fa discendere il termine raggia da una radice latina "radius" (= bastoncino), ma è assai più probabile che l'origine del termine sia da ricondursi al longobardo "razziam" (= graffiare)(III). A conferma della nostra ipotesi adduciamo la presenza di un chiaro toponimo latino - longobardo presente nei pressi di Villa di Piteccio: Spinarazza (nella nostra zona di interesse sono invero piuttosto numerosi i toponimi che presentano la forma "razza", ad esempio Razzinella a Granaglione). Evidentemente, nel corso dei secoli, in area pistoiese il valore di razza (raggia) per rovo è andato perduto, mantenendosi solo in aree marginali montane, mentre è rimasto inalterato nell'Alto Reno. Peraltro la voce rimane ben viva in altri dialetti toscani o toscaneggianti come nella regione maremmana, in Corsica (rada ad Aiaccio), nel grossetano (a Gavorrano razzo), nell'Isola del Giglio (spinarazolo), nel pisano (a Chiani raggia), etc. (cfr. G. Rohlfs, "Studi e ricerche su lingua e dialetti d'Italia", Sansoni, Firenze, 1997, p. 175).

Dalla stessa radice longobarda discendono anche i termini "razzare" (=grattare, raschiare) e i vocaboli treppiesi "razzadoia" (= arnese per raschiare il tagliere) e "razzinedo" (= terreno incolto dove non cresce vegetazione). A San Mommè e in qualche località rurale pistoiese sopravvive, con enorme difficoltà, un derivato di raggia forse acquisito dai boscaioli delle vicine realtà altorenane: razola (rovo con lunghe spine rovesciate).

Passando ai funghi segnaliamo i termini Spia e Grifo.: la Spia (voce di sicura origine germanica) indica a Frassignoni la cosiddetta Mazza di Tamburo mentre grifo (ovvero il barbagino) dovrebbe derivare da grifan (afferrare) per tramite di grinfia (= mano). Tra i possibili nomi di origine germanica non andrà dimenticato poi "Raigaggni" > chiodino (Armillaria Mellea) che, per Francesco Guccini, dovrebbe derivare dal gotico "wranks" col significato di "avviticchiarsi". Può darsi, così, che la voce, germanica, sia stata accolta anche dai longobardi. A tale proposito è bene precisare che, nonostante il fatto che la lingua longobarda ha partecipato alla cosiddetta "seconda Lautverschiebung" (a cui il gotico non ha partecipato), la sopravvivenza di alcuni elementi gotici nel longobardo fu facilitata dalla fusione dei goti stessi con i romani prima e i longobardi poi (cfr. C. TAGLIAVINI, "L'origine delle lingue neolatine", Patron Editore, Bologna, 1999, p. 290) (IV). In questa maniera si possono spiegare altri termini gotici sopravissuti nei dialetti locali come il lizzanese "struiccio" (= persona mingherlina) che secondo la rivista lizzanese "E... viandare" (n. 3/ 2004, p. 20) discende dal gotico "straupjan" (= soffregare)

Rimanendo in tema di parole derivate dal longobardo bikk si segnala la presenza anche di "saltabecco" (letteralmente "saltacapra") a significare la cavalletta, nonché nell'alta montagna pistoiese (es: Cutigliano) di "becca" ad indicare la pecora.Tornando in tema di piante segnaliamo, infine, la presenza di alcuni frutti non commestibili di arbusti (olivello spinoso, salsapariglia, caprifoglio) tutti genericamente indicati con la doppia dizione di "uva delle vipere" (variante "uva delle bisce") e "uva di San Giovanni". Rintracciare separatamente una delle due varianti in quanto tale non è molto significativo (sembra che l'espressione di "uva delle bisce" sia presente perfino in Sardegna) è invece assai significativo rintracciare la doppia dizione bisce (vipera) / San Giovanni, e ciò in relazione all'importanza che San Giovanni e le vipere (rispettivamente nella fase cristiana e pagana) ebbero nella cultura e e nella religione longobarda.

NOMI DI PERSONA

Ancora oggi sono utilizzati nomi di origine chiaramente alto - germanica come Edgardo, Ermengarda, Ermenegildo, Valfrido, Frida, Gerardo (Gherardo), Ugo, Valdo (dal longobardo Bald = ardito). Numerosi sono anche i cognomi di origine longobarda fra cui l'ormai raro "Gastaldi" oppure "Sibaldi". Altre volte, invece, la sopravvivenza del nome germanico è stata possibile solo a prezzo di una sovrapposizione del termine germanico con altri termini di derivazione latina e mediterranea; è il caso, ad esempio, di Hildjo (un nome proprio col significato di combattimento e dal quale derivano composti come Brunilde) che, attraverso una contaminazione col latino Ilia (fianchi) e col nome della città di Ilio (Troia), ha derivato due rari nomi pistoiesi: Ildo e Ilio. Nella "Historia Longobardorum" Paolo Diacono ricorda un Ildichis (I,21), un Ildeprando (VI, 54, 55) e un Ilderico (VI 55), mentre il più antico testo di poesia epica germanica a noi pervenuto è dedicato all'eroe Ildeprando (lo "Hildebrandslied" ambientato nella penisola italiana ai tempi di Odoacre che taluni attribuiscono proprio all'epica longobarda nonostante sia giunta a noi per tramite di una trasposizione in tedesco antico del IX secolo). Tornando al cognome Sibaldi sopra menzionato ricorderemo che lo stesso è tipico e quasi esclusivo di Pistoia (su 44 cognomi registrati nelle pagine bianche di Virgilio ben 24 sono in provincia di Pistoia e 28 in Toscana) e deriva dal nome di origine longobarda Sigebaldus di cui abbiamo un esempio nel Codice Diplomatico della Lombardia medievale sotto l'anno 1182 a Sartirana (PV): "...Nona pecia iacet in valle de Stagnono; coheret ei: de duabus partibus Sigebaldus de Lomello, a tercia Asclerius de Roglerio...", tracce di questa cognomizzazione le troviamo nell'Archivio storico comunale di San Miniato (PI) in atti dell'anno 1583 dove compare l'Ufficiale Benedetto Sibaldi da Montecatini (PT).

Ovviamente i nomi odierni sono solo la sopravvivenza di una ben più diffusa tradizione medioevale: le carte pistoiesi del medioevo sono piene di nomi longobardi (Gaidoald, Alhais, Ildebrand, etc., etc.), ricchissimi sono anche le testimonianze per l'Alto Reno con i vari Sigifrido, Agiki, Enghelberto, Tegrimo, Alboino, etc., etc. (in proposito si consiglia di leggere l'articolo di Paola Foschi "Note di onomastica pistoiese medioevale", pubblicato alle pagine 49 - 85 del Bullettino Storico Pistoiese Anno CV (2003) - Terza Serie - XXXVIII).

per sapere qualcosa sulla percentuale di nomi germanici nella popolazione dell'Alto Reno (la presenza di nomi germanici in un territorio in quanto tale non ha nulla a che fare con la germanicità della popolazione, tuttavia tanto è maggiore la presenza di nomi germanici in un territorio tanto più intensa sarà stata, su quello stesso territorio, l'influenza superstratista delle popolazioni germaniche)clicca qui

SANTI

Numerose sono le dedicazioni di Chiese a Santi cari alla popolazione longobarda (ad esempio i 'Santi Guerrieri' Michele e Giorgio). In particolare i Longobardi, accolsero con favore il culto per l'Arcangelo, contribuendo al suo sviluppo e diffusione, poiché questo santo, rappresentato come comandante delle milizie celesti e dominatore delle forze naturali e demoniache, ben si prestava a una trasposizione nella mitologia germanica: i Longobardi una volta convertiti al cristianesimo, sovrapposero e assimilarono la devozione per San Michele al culto per Odino/Wotan, il maggior dio del Walhalla.

Anche il culto dei Santi orientali, attestato non solo dai rari San Potito (Alta Valle dell'Agna) e Sant'Atanasio (all'Orsigna), ma anche da alcuni San Mommè (V) (la forma Mommè non deriva da Tommaso, come pensava il Rohlfs, ma da San Mamante di Cesarea), San Salvatore (a Fontana Taona, in via Tomba di Catilina a Pistoia, etc.), Sant'Andrea, San Tommaso (ad esempio a Costozza), si spiegano facilmente attraverso l'azione dei missionari orientali nelle terre longobarde (vedi N. Rauty, op. cit, pp. 84 ss.). Anche le prove documentali confermano la correttezza di questi indizi, ad esempio l'Abbazia di San Salvatore in Agna era già esistente nel 772 quando compare in un documento di permuta con il quale passa alle dirette dipendenze dell'abbazia di San Salvatore di Brescia

Relativamente al culto di Sant'Andrea andrà ricordato come fino al XVIII secolo nella Chiesa cittadina di Sant'Andrea era praticato il battesimo pentecostale secondo l'uso delle chiese missionarie. Lo storico pistoiese Natale  Rauti suggerisce  addirittura la possibilità che la Chiesa di Sant'Andrea fu  fondata nel VII seoclo da missioanri orientali  cattolici in contrapposizione  al clero e al  vescovo della  cattedrale che dovevano essere ariani (N. RAUTY, "Il Regno Longobardo e Pistoia", Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 2005, p. 246).

E sempre di origine missionaria in terra longobarda sono i culti dedicati Sant'Ilario e Sant'Agata. A Sant'Agata, una delle protettrici della città di Pistoia, è dedicata la Chiesa di Monteacuto. A Sant'Ilario è invece dedicata la Chiesa nei pressi di Monte di Badi. Per quest'ultima chiesa i documenti medioevali riportano il titolo nella forma di Sant'Ellero, secondo la pronuncia greca (cfr. AA.VV., "Torri: storia, tradizioni e cultura", Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 2003, pp. 51 - 58). Ai Santi Orientali Quirico e Iulitta è dedicata una Chiesa a Castel di Casio. Diversi toponimi nelle valli della Bure prendono nome sempre da San Quirico (tra cui l'idronomo Fosso di San Quirico).(VI)

Anche le Chiese dedicate a San Bartolomeo (si pensi a quella famosissima di Spedaletto nell'Alta Valle del Limentra di Sambuca o a quella non meno celebre di Pistoia), San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista (si pensi a San Giovanni Fuoricivitas) e a San Martino (ad esempio l'oratorio nei pressi della Torraccia di Torri, la Badia di San Martino in Campo, la Chiesa di San Martino e San Jacopo di Uzzano) sono riconducibili alla grande devozione che i longobardi avevano per questi Santi (cfr. anche N. Rauty, Storia di Pistoia, vol. 1, p. 123)(VII).La presenza di toponimi dedicati a Santi cari alla popolazione longobarda può essere utile anche per rintracciare altri possibili toponimi di origine germanica. Ad esempio è assai noto che la presenza di chiese o toponimi dedicati a San Bartolomeo sono generalmente spie di una massiccia presenza longobarda (cfr. AA.VV., "La Sambuca Pistoiese", Società Pistoiese di Storia Patria - Nueter, Pistoia, 1992, p. 37), pertanto in presenza di un agiotoponimo o di una Chiesa (purché antica) con dedicazione a San Bartolomeo è lecito aspettarsi la presenza di altri toponimi germanici: è il caso Prunetta (frazione di Piteglio) che ha un interessante toponimo S. Bartholomeus super prata e una borgata Rifredo (un antroponimo chiaramente germanico a meno che non si immagini una origine da "Ri(o) Fred(d)o").

Rimanendo in tema di Santi, ed anticipando delle riflessioni sulla toponomastica locale, chi scrive è dell'avviso che dovrebbe essere approfondito anche lo studio dei toponimi relativi ai monti. In alcuni casi, infatti, possiamo trovarci a che fare con lasciti direttamente longobardi o dei missionari orientali in terra longobarda. E' il caso, ad esempio, di Poggetto San Biagio (altezza 750 m slm) la cui attribuzione è sicuramente da ricondursi a un antico luogo di culto cristiano che dovette sorgere al posto di un precedente fanum sconsacrato (cfr. N. RAUTY in AA.VV., "Dizionario Toponomastico delle Valli della Bure", op. cit., p. 26). Ancora Rauty riferendosi a questo toponimo fa riferimento alla seguente opera: G. BOGNETTI, "I 'loca sanctorum' e la storia della Chiesa nella terra dei Longobardi", in IDEM, "Età longobarda", III, Milano, Giuffrè, 1996, pp. 303 - 345, ed in particolare pp. 309 - 310.

E' peraltro di tutta evidenza, sulla base degli elementi documentali, che la presenza di numerose chiese (anche con esplicite dedicazioni a Santi orientali) è da attribuire a una fondazione longobardica:

"Durante i regni di Liutprando (712-744), Rachis (744-749), Astolfo (749-756), Desiderio e Adelchi (756-773) i Longobardi risultano sparsi in tutto il territorio pianeggiante e colinare del pistoiese, e fanno costantemente capo alla città di Pistoia. In essa hanno fondato chiese e monasteria: S. Anastasio (8 settembre 748); S. Silvestro (9 luglio 764), sotto la regola di San Benedetto; S. Bartolomeo, fondato da Gaidoaldo, medico dei re Desiderio e Adelchi, prima del 9 luglio 764, anch'esso obbediente alla regola benedettina; S. Maria a Piunte, che già esisteva il 9 aprile 767; San Michele (in Forcole), ricordato per la prima volta in età carolingia (19 dicembre 775) come fondato da un longobardo, Auspert. Così pure nel territorio, dove risultano erette dai Longobardi la chiesa e monastero dei SS. Silvestro e Angelo a Monticunule prope flubio Neore, sotto la regola benedettina (già esistente il 9 luglio 764), la chiesa di S. Maria a Capezzana, oggi in territorio pratese (menzionata il 24 gennaio 776), la chiesa di San. Giorgio all'Ombrone (ricordata il 7 maggio 784)" (L. GAI, "Quarrata dalle origini all'età comunale", Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 1986, p. 25)

TOPOGRAFIA

Anche la topografia manifesta chiari esempi del lascito longobardo - germanico (il che, ovviamente, non vuol dire che tutti i toponimi con etimologia germanica siano da attribuire ad una diretta discendenza longobarda, franca o gotica), ad esempio:

Da Gahagi (bosco sacro, bandita, recinto) abbiamo Gaggio Montano, Gaggio di Treppio (Comune di Sambuca Pistoiese), Lagacci di Sambuca Pistoiese (da La Gahagi), e, nel Pistoiese, Cafaggio presso la Chiesa di San Michele ad Agliana. Sempre da una radice Gahagi deriva per Mastrelli il toponimo Biancaggio (> Pian di Caggio).

Da una radice germanica latinizzata del tipo *tupa (vedi C. TAGLIAVINI, Le origini delle lingue neolatine", Patron, Bologna, 1999, p. 309) oppure da *tupp-az (cfr. N. FRANCOVICH ONESTI, "Filologia Germanica", Carocci, Roma, 2002, p. 149) derivano toponimi del tipo Toppoli e Topolini (quest'ultimo riconosciuto per le Valli della Bure da Mastrelli). Sempre da *tupa deriva la voce toscana e pistoiese toppo ad indicare il ceppo e il tronco d'albero.

Da una parola germanica affine al moderno pflaster abbiamo toponimi come Lastra Bruciata (in Comune di Porretta Terme ed altri). Secondo lo storico Muratori, infatti, la parola "lastra" deve essere di origine germanica ("Potrebbe mai darsi che da lata strata abbreviato fosse nato lastra? A me nondimeno sembra più verisimile l’origine Tedesca").

Da Trog abbiamo Fonte ai Troghi sia nell'Alta Val dell'Agna che Presso Fontana Taona (per alcuni anche Taona deriva da un antroponimo longobardo del tipo Taodolfo o Taodelperto). Ancora dal longobardo Trog abbiamo 'Trogoni' in Comune di Granglione e numerosi altri toponimi sia al di quà che al di là del crinale appenninico (ad esempio il toponimo "i Troghi" e l'idronomo "Forra dei Troghi" nei pressi di Pian di Giuliano nell'Alta Valle dell'Ombrone e "Fosso dei Trogoli" in territorio sambucano).

Da Wald (bosco, selva) abbiamo Valdi, tra San Mommè e la Collina.

Dall'onomastico Ald abbiamo Cataldera sempre nei pressi di San Mommè.

Da Behhari (bicchiere) abbiamo Bicchierino presso il Vizzero e il Bicchiere presso l'Orsigna.

Da Watha (guardia) abbiamo nel pistoiese La Gatta, Gatta e Gattaro in Comune di Camugnano e, nei pressi di Borgo Capanne (fraz. di Granaglione), il Gatto.

Da Warnen (guardarsi) abbiamo per il Benati Granaglione (in dialetto locale "Garnaion")(VIII).Dalla stessa radice germanica si ha anche il vocabolo pistoiese "guarnigione" usato per indicare la custodia di un fondo rustico fatta dal guardabosco.

Da Berin (orso) abbiamo vari antrotoponimi quali Cà Berna (da Bernardini) presso Lizzano, Casa Bernardoni presso la Sambuca, Casone Bernoro etc.

Da Luk (incerto / vuoto) abbiamo un Sasso del Locco nei pressi di Piteccio, un Cason dei Locchi nel Comune di Granaglione ed altri toponimi.

Da Sunder (isolato) abbiamo Sondine nei pressi di Lupiciano. In alternativa è possibile una origine anche dall'aggettivo derivato "sundriale".

Da Furha i vari For, Fora, Foroni, Forra, etc. Sempre da Furha si hanno toponimi come Falabuia (per Mastrelli proviene da lgb. "Furha" + lat. "burius"), Frassignoni e Framerigola (dove "fra" potrebbe essere, in concordanza col Mastrelli, una deformazione di "forra" in protonia") coi significati di Forra Buia (vedi un analogo fosso della Forra Buia nei pressi di Pistoia), Forra di Amerigo, Forra Seniroris.

Da una radice skalja presente anche in gotico si ha la località di Lo Scaglieri (un gruppo di campi in stato di abbandono posti ad ovest di Forra Al Pitta) .

Da Skina abbiamo "Schiena d'Asino" al Vizzero (in provincia di Bologna, ma presso Pracchia (PT)).

Da Wora si hanno diversi Gora, Goraio, Gorella e numerosi altri derivati (la prima attestazione del termine in area pistoiese risale al 726 ed è relativa ad un fossato derivato dal torrente Brana). A livello locale abbiamo rintracciato (ad esempio a Pavana) il diminutivo gorello utilizzato come termine di uso comune per indicare piccoli fossi.

Da Busk abbiamo i vari Boschi, Bosco, Boscacci, Boscaccio, etc.

Da Wad + latino "vadum" abbiamo Guado nelle Valli della Bura e altri analoghi toponimi.

Da Wazzer (acqua) invece si ha Guazzatoio nei pressi di Pistoia nonché altri toponimi come il Fosso del Guazzatoio. Dalla stessa parola germanica deriva il termine locale "guazza" a indicare il bagnato, specie da rugiada nonché "sguazzare" (= agitarsi nell'acqua).

Da Lama (secondo Paolo Diacono si tratta di voce longobarda col significato di stagno / ristagno di acqua(IX)) abbiamo l'idronomo fosso della Lama nei pressi della Piana delle Fabbricacce e alcuni toponimi Lama (un prato, un torrente e una fontana) nei pressi di Pavana Pistoiese, un podere La Lama in Comune di San Marcello Pistoiese, etc. Al tipo Lama appartiene anche il toponimo La Macava (nei pressi di Bardalone) che deve la sua forma attuale a un fenomeno di aplologia (originale La Lama Cava), nonché toponimi come La Miserre (con discrezion e dell'articolo), Ramiserre (con rotacismo), Lambore, Lomoscina, Ramoscina (tutti riferiti ad acquitrini, sorgenti, corsi d'acqua). A radice non germanica, ma anaria sono da ricondursi idronomi come Lima (probabilmente relitto ligure) e Limentra (per Mastrelli e Pieri derivano da un antroponimo etrusco Armena).

Per il Rauty (op. cit., pp. 120, 137) sono longobardi anche Spannarecchio (presso Pistoia), Scaffaiolo (il lago vicino al Corno), Scaffolino, Cafaggiolo e Catrello (nel pistoiese). Per la voce Scaffolino, infatti, non è difficile rintracciare l'etimo nel longobardo "staffal" (fondamento, palo di confine, cippo) con scambio di "st" in "sc" che risulta attestato dal Pellegrini in Toscana. Quanto agli altri termini basterà pensare a spanna, gahagi, gatero. Diverso è, invece, il caso di Scaffaiolo che potrebbe derivare da staffal come attestato da Rauty e da molti altri studiosi, ma che tuttavia potrebbe derivare da un latino scapha (greco scafe > conca) attestato in documenti medioevali anche nel senso di condotta, fossa. Il nome Scaffaiolo, in analogia ad altri toponimi italiani come il pescarese Scafa, potrebbe così designare non tanto un luogo di confine (lgb staffal), ma un luogo ove si raccolgono le acque.

Per il Zagnoni Scolca, nei pressi di Granaglione, è di origine germanica (vedi "Dizionario Toponomastico del Comune di Granaglione" a pagina 24) e, infatti, abbiamo il gotico e longobardo "sculca" col significato di 'posto di guardia' (si ricordi che l'Alto Reno era abitato da arimannie longobarde che si dovevano contrapporre ai bizantini della media valle del Reno).

Di particolare interesse toponimi del tipo Panchetti o Panchine (ad esempio "i Panchetti" nei pressi di Acquifredola) che sono derivati dal longobardo pank / bank, qui nel valore di "terrazzamenti". Il toponimo Le Panche, invece, è da ricondursi a una parola germanica con radice *bank (= banco di terra).

Anche certi antroponimi (ad esempio Aldaio e Campaldaio presso Treppio e Torri (dall'antrop. Aldhari)) tradiscono una origine germanica. E Germanico è il toponimo Calinfranco (presso San Pellegrino al Cassero, fraz. di Sambuca Pistoiese) così come germanico è l'etimo dei vari toponimi Borgo (burgs > villaggio, paese anche se persiste il dubbio di una etimologia greca da πύργος). Alcuni toponimi tuttavia dimostrano quanto sia facile cadere in errore nella ricerca dei lasciti germanici. Ad esempio in comune di Lizzano in Belvedere troviamo un "Burgon di Gatti" che potrebbe essere tradotto, all'incirca, "Paese con postazione di guardia", ma questa traduzione è sbagliata dato che "burgon" nel dialetto locale indica l'albero cavo del castagno. Il toponimo Burgon di Gatti semplicemente indica un albero cavo di castagno che appartenne a un qualche signor "Gatti".

Secondo il celebre professore Carlo Alberto Mastrelli dell'Università di Firenze (cfr. AA.VV., "Le Valli della Sambuca", Sambuca Pistoiese, 1997) anche Treppio potrebbe derivare da un longobardo Trippon (calpestare). L'interpretazione di Mastrelli ribalta autorevolmente l'etimologia generalmente proposta che vuole Treppio collegato al latino trivium (incrocio di tre strade)

E poi...

Alcuni toponimi del tipo Sala (oltre al già citato La Sala nel centro urbano di Pistoia ricordiamo anche un Sala nelle Valli della Bure). Per il significato preciso dei due toponimi si rimanda alla voce dedicata a "sala" nel Dizionario appositamente realizzato.

Vizzero (frazione di Granaglione): per il Mastrelli la voce deriva dal longobardo wizza > "bosco comunale con diritti esclusivi". Nella zona di Vizzero, Granaglione e Frassignoni erano presenti numerose e vaste "bandite", ovvero territori comunali dove erano esercitati alcuni diritti esclusivi (ad esempio il legnatico).

Gualazza (presso Torri): la prima parte del toponimo (un boschetto) potrebbe derivare dal longobardo wald con trattamento fonetico di tipo italiano (es: l'italiano guerra viene dal francone werra) con intrusione di guazza.

Valchiera di Lentula (un antico opificio presso Torri): dal tedesco antico walkan. E sempre da walkan si ha Valtiera nei pressi di Torri.

Valtanghera (in comune di Sambuca Pistoiese): dal longobardo "thingare" (rendere legalmente libero).

Greglio (nei pressi di Vigo): dal longobardo grellgo (cfr. P. GUIDOTTI, "Il Camugnanese", Clueb, Bologna, 1985, p. 34)

Pellegrinesca (in comune di Sambuca Pistoiese): dall'antroponimo Pellegrinus + suffisso germanico -iska. Con suffisso -iska troviamo anche alcuni antrotoponimi come Gatteschi, Rio dei Gatteschi e Fosso dei Gatteschi che presentano lo stesso suffisso germanico -iska.

Fora di Bernio (nei pressi di Torri) potrebbe essere collegato a wern (con passaggio di tipo V > B tipico di queste zone). Nella vicina provincia di Prato esiste un comune di Vernio (per Vernio tuttavia è da tenere presente anche il personale latino Vernius).

Batoni (nell'Alta Valle dell'Ombrone Pistoiese) da un onomastico Bauto, -onis documentato proprio nella Valle dell'Ombrone in una carta del periodo longobardo (5 febbraio 767): "signum manus Bautonis de Umbrone)

Ancora di origine longobarda potrebbero essere le varie "Docciola" che troviamo sia nel pistoiese che nell'Alto Reno (cfr. N. Rauty, Storia di Pistoia, vol. 1, p. 120 - contro questa ipotesi e a favore di una origine dai liguri cfr. Ibid., p. 12).

Attribuibile ai Longobardi o ai Goti è poi il toponimo Valleriana nella Vallata del Pescia. Secondo il parere di Ansaldi, riportato da Rauty nella sua opera sul Regno longobardo e Pistoia (Pistoia 2005, p. 267), il toponimo Valleriana può essere inteso come 'valle ariana' e quindi come località abitata da popolazioni di religione ariana come i goti o i longobardi prima della conversione.

Sempre ai longobardi potranno essere attribuiti i molti toponimi 'settimanici' presenti nel nostro territorio: "Gli stanziamenti longobardi in Toscana dovettero essere abbastanza fitti: ciò risulta sia dai ritrovamenti archeologici sia dalla toponomastica, in particolare dalla frequenza con cui si trovano composizioni del tipo detto dal Gamillscheg 'settimanico' (sostantivo latino + personale germanico), come Camaldoli < Campo Maldoli) sia infine della notevole quantità di germanismi riferibili a questo strato che compaiono nella lingua letteraria" (A. CASTELLANI, "Gramatica storica della lingua italiana - introduzione", il Mulino, Bologna, 2001, pp. 70 - 71)

Anche alcuni microtoponimi dell'Appennino pistoiese apparentemente "italiani",come Fontana del Re e Fonte della Regina (quest'ultimo nei pressi della Collina), prendono origine da antichi possessi regi longobardi (N. Rauty, op. cit., p. 76) ed in passato questa toponomastica era ancora più ricca (es: 'Silvia Regis' documentata in una pergamena del 1155 localizzabile sul rilievo montuoso ad est di Stabiazzoni), tanto ricca che Amedeo Benati è dell'avviso che le molte leggende presenti nelle nostre montagne relative a Regine (Regina di Silla, Regina di Sucida, etc.) siano tutte da ricondurre alla presenza in età longobarda di numerosi possedimenti regi in queste zone (cfr. Il Carrobbio, n. 2 (1976), p. 44). Anche i vari toponimi del tipo Porcile (ad esempio quello sopra Guzzano) indicano località di grandi allevamenti longobardi di maiali. Sempre da questi animali (fondamentale elemento per l'economia longobarda(X)) hanno la loro specificazione il sambucano Fosso de' Riporcini (è tuttavia possibile un'origine dal fungo boletus edulis) e Santa Maria de Porcolis, cioè la medioevale Santa Maria dei Porcellini, localizzabile,forse, a Piederla di Bargi. Alla stessa categoria dei toponimi solo apparentemente "italiani" appartiene l'originale toponimo "Bosco della Maria di Fofo" che nasconde attraverso una forma ipocoristica il germanico "Adolfo" (Adal + wulf > lupo nobile).

E, sia pure con maggiore perplessità, si segnalano anche i due toponimi lizzanesi di "La Corona" e "Cà di Guglielmi". Secondo l'avvocato Filippi (ispiratore e anima della rivista lizzanese "La Musola") il toponimo "La Corona" sarebbe l'accrescitivo di gora (longobardo "wora") giustificabile attraverso la presenza in zona di un vasto acquitrino detto "I Lagoni". Il toponimo Guglielmi, invece, si riconduce all'antroponimo Guglielmo (da will = volontà e helm = elmo) (XI).Anche alcuni dei toponimi del tipo "Lagoni" presenti nell'Alto Reno e nel pistoiese (si tratta di località che non ospitano alcun lago ma, al più acquitrini) può darsi possano derivare da un gotico "lagus" col significato di acqua (al tipo lagus potrebbe ricondursi anche Lagacci anche se ci pare più ragionevole una origine da gahagi). Secondo lo storico pistoiese del diritto Luigi Chiappelli (si veda la sua "Storia di Pistoia nell'alto Medioevo", 1929, 1932) Brandeglio, nome della località dove sono le sorgenti del torrente Vincio, detto appunto di Brandeglio, deriverebbe dalla voce gotica 'branda', che significava 'fonte'. Secondo altri, ancora, il torrente e il comune di Pescia paiono invece prendere il nome da una parola longobarda col significato di fiume / torrente: "La città prese il nome dal fiume, storpiando alla latina una parola longobarda, che appunto voleva dire fiume" (http://www.mercatotoscano.it/links.asp?category=862).

Delle numerose "terrae Widingae" pistoiesi sopravvivono ancora oggi alcuni toponimi quali Casalguidi nei pressi di Serravalle Pistoiese.

La celebre "Porta Franca" (nell'Orsigna Pistoiese), al contrario, dovrebbe essere un adattamento di un più antico "Porta Gallia" (M. Panconesi, "Presente e Passato tra gli Appennini", Cento, 2003, p. 119). Lo stesso Panconesi c'informa, tuttavia, di un'altra parola in uso tra Pracchia e l'Orsigna (e, aggiungiamo noi, in tutto l'Alto Reno) di origine longobarda: grotto nel senso di "terrazzamenti di terreno creati sui fianchi delle valli per potere effettuare le coltivazioni" (Ibid., p. 120). Grotto è usato anche per numerosi toponimi della zona.

Altri toponimi, oggi dimenticati dai residenti e ricordati solo in documenti antichi, testimoniano la presenza - in passato - di un ancor più ricco patrimonio toponomastico di tipo germanico. A titolo di esempio ricordiamo "Stoccaglieri": "Alla metà del XVIII secolo, l'Opera di San Giovanni di Valdibure possiede 'un pezzo di terra lavorativa e querciata in località detta Stoccaglieri'" (AA.VV, "Dizionario toponomastico delle Valli della Bure", Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 1999, p. 176). Vale la pena ricordare che il vocabolo germanico stok indica il fusto degli alberi, toponimo quindi perfetto per un pezzo di terra coltivato a querceto!

Altri tre toponimi di origine germanica menzionati per l'area alto - appenninica pistoiese da Giancarlo Jori sono Chiappore, Carlatico e Guaime. La forma "Chiappore", peraltro rintracciabile in altre località pistoiesi, presenta anche dei derivati come Chiapporato (località in Comune di Camugnano). Secondo Laura Battistini "i toponimi Chiapporato in Val Limentra e Chiappore in Val di Bure documentano una via di comunicazione altomedioevale" (L. Battistini, "Lentula", Editografica Rastignano, Rastignano, 2000, p. 17) evidentemente di origine longobarda. E di origine longobarda potrebbero essere diversi percorsi medioevali alcuni dei quali ancora in uso. Quanto a Carlatico è bene ricordare come alcuni hanno visto in Carratica (Via di Pistoia) un originale Carlatica.

Per le Valli delle Bure il già ricordato storico pistoiese Natale Rauty individua come toponimi di origine germanica: Cauccio (con suffisso germanico -tsch) e Sardigna. E per lo stesso Rauty "anche toponimi come Corte (curtis) e Chiuso (terra cum clausura) potrebbero riferirsi a un ordinamento agrario del periodo longobardo" (N. RAUTY in  AA.VV., "Dizionario toponomastico delle Valli della Bure", Società Pistoiese di Storia Patria, 1999, p. 26).

A temi germanici, ovviamente, andranno ricondotti alcuni toponimi relativi ad aggettivi che indicano colori che la lingua italiana, e i dialetti locali, hanno adottato in età altomedioevale dalle lingue germaniche (es: i Casoni Bianchi in comune di Granaglione da un tema blank > bianco).

In alcuni casi è invece estremamente difficile l'attribuzione germanica ai toponimi locali: l'idronomo Faldo (che il Mastrelli considera antico e assai problematico) è stato da qualcuno collegato con il longobardo feld (campo), ma una tale attribuzione lascia qualche perplessità considerato che anche in età medioevale il territorio di Frassignoni doveva apparire estesamente boscato (una possibile alternativa in ambito germanico potrebbe rivelarsi in una voce affine al franco "falda" (piega) usata in italiano anche per indicare le pendici di un monte). Il germanico feld sopravvive tuttavia in altri interessanti toponimi come Canfadi nei pressi di Ponte della Venturina (in un documento del '700 il toponimo è riportato nella forma Canfaldo che lascia presumere un originario campofaldo).

Tra i toponimi di attribuzione incerta,ma difficilmente germanica andrà attribuito Lascheta (con articolo determinativo agglutinato) a destra della Bure di Baggio. Per Lascheta, infatti, sarà più ragionevole cercare l'origine del toponimo in un latino aesc(u)lus (ischio, rovere) piuttosto che in un germanico *aski (frassino). E alla stessa stregua andrà considerato l'etimo alla base del nome dei piccoli abitati di Vinci nei pressi della Forra dei Gai e Vinci lungo la riva sinistra della Forra del Baco (anziché un germanico Winke sarà più probabile un latino Vinculum ad indicare il vinchio).

Talvolta sono toponimi di tipo lessicalmente latino a testimoniare una possibile origine germanica: è il caso, ad esempio, di Luccaiola nei pressi di Granaglione e di Lucaia nei pressi di Gello di Pescia che derivano dal latino Lucus (bosco sacro). I lucus erano una caratteristica di tutti i popoli germani come ben ci testimonia lo storico romano Tacito nella sua opera "Germania" ("De origine et situ germanorum liber").

Per concludere riportiamo due presunti toponimi d'origine longobarda e germanica citati nella "Guida di Porretta e dintorni" di Demetrio Lorenzini (Zanichelli, Bologna, 1910): Farnè da Fara, termine al quale il Lorenzini attribuisce il significato di passaggio(p. 21) e Reno da un gotico Rinno o teutonico Rinnum (pp. 20, 21).

Circa questo toponimo si precisa in primo che luogo che Fara in lingua longobarda non significa passaggio, ma stirpe (anche se riteniamo legittimo collegare l'etimo originario del termine longobardo "fara" con l'idea del movimento rappresentata dalle forme andare / marciare presenti in lingue come il tedesco (fahren) e l'islandese (ath fara)).In ogni caso è assai improbabile che il toponimo Farnè derivi dal longobardo Fara (stirpe), dato che, normalmente, questo vocabolo si mantiene inalterato nella toponomastica (vedi Fara Novarese o, in Abruzzo, Fara Filiorum Petri).Da parte nostra propendiamo per un'origine da Farneto, luogo delle farnie, delle querce.

Del tutto improponibile, poi, l'ipotesi germanica per il nome del fiume Reno dato che, al contrario, risulta una testimonianza linguistica dei popoli gallici della penisola; scrive, in proposito, il Rohlfs:

"Il noto gallico renos 'fiume' sopravvive nel nome di alcuni fiumi e ruscelli nella forma Reno (Lombardia, Veneto, Toscana). Uno di questi fiumi con nome Reno nasce nelle vicinanze di Pistoia, passa vicino a Bologna, e sfocia a nord di Ravenna nel mare adriatico" (G. Rohlfs, "Studi e ricerche su lingua e dialetti d'Italia", Sansoni Editore, Firenze, 1997, p. 51).

La pur pregevole guida del Lorenzini nel campo della toponomastica è, peraltro, del tutto inattendibile, proponendo ipotesi a dir poco fantasiose: Pavana è parola sanscrita (p. 22), Bargi e Baragazza sono nomi fenici ed etiopi (p. 22), Appennino prende nome dal dio Api - Osiride (p. 21), e viandare...

Un elenco di altri toponimi longobardi e germanici (trovare un toponimo di tipo germanico o longobardo non vuole dire necessariamente che lo stesso toponimo sia un lascito diretto di Longobardi, Goti o Franchi) in Alto Reno e nel pistoiese cliccando qui

per vedere la toponomastica germanica in area urbana pistoiese clicca qui

BIZANTINISMI

Un indizio indiretto dell'importanza della presenza nel pistoiese e nell'Alto Reno delle popolazioni longobarde e germaniche è rappresentato dalla scarsissima presenza di relitti linguistici e toponomastici greco - bizantini.

Lessico

Per quanto attiene il lessico dobbiamo distinguere i bizantinismi diffusi sull'intero territorio nazionale dai bizantinismi specifici della nostra area d'interesse.
BIZANTINISMI PECULIARI ALLA NOSTRA AREA D'INTERESSE Per l'Alto Reno si registrano pochissimi termini di origine greco - bizantina (quasi tutti importati dal dialetto bolognese come calcedro o ebbio), in area pistoiese i termini di origine bizantini sono ancora più rari (uno delle rare eccezioni è "scareggio" col significato di cosa brutta e ripugnante). Nel caso di termini presenti in area pistoiese molto spesso si evidenzia un contenuto astratto e / o morale (l'esempio di scareggio è indicativo in proposito) che ci induce a ritenerli non tanto l'esito della brevissima dominazione bizantina, ma dell'azione dei missionari orientali nella Tuscia Longobarda(XII). Si può anzi sostenere che nel complesso il numero di parole d'origine greco bizantina non sia superiore a quello proveniente dalle lingue in uso tra popolazioni che nulla hanno avuto a che fare con la nostra terra come gli arabi:  di origine araba ad esempio è la parola burgon che a Lizzano in Belvedere e in Alto Reno in genere designa i castagni vuoti  (burgon  > arabo ' burg' col significato di 'torre'). 
BIZANTINISMI DIFFUSI NELL'INTERA PENISOLA ITALIANA A questa categoria rispondono termini quali botro, smeriglio, prezzemolo, sedano, ganascia, mastello, etc. Circa la presenza di questi termini nel nostro territorio valgono le parole di Arrigo Castellani: "E' da presumere che tale influsso - peraltro decisamente meno intenso di quello germanico -, per la Toscana d'età longobarda (una Toscana confinante da ogni lato, tranne l'Appennino occidentale, con territori dell'impero), provenisse principalmente dall'Esarcato e dalla Pentapoli" (A. CASTELLANI, "Grammatica storica della lingua italiana", il Mulino, Bologna, 2001, p.149) Questa categoria di bizantinismi accoglie, pertanto, i vocaboli che gli stessi longobardi decisero di adottare

Toponomastica

Pochi gli esempi di toponomastica da attribuire ad una presenza greco - bizantina. Alcuni Castello, Castellina, Castellare, Castiglione che non possono essere riferiti all'età feudale o a quella comunale (cfr. N. RAUTY, "Storia di Pistoia", vol. I, Firenze, Le Monnier, 1988, p. 47) e alcuni "Filetta", "Filettole" (N. RAUTY, Op. cit., p. 47). Al tipo "Filetta" appartiene un antico toponimo (oggi scomparso) riportato in un estimo del 1586 nel territorio dell'attuale Comune di Granaglione (cfr. AA.VV., "Torri: Storia, tradizioni, cultura", Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 2003, p. 172). Secondo Lucia Gai (L. Gai, "Quarrata dalle origini all'età comunali", Società Pistoiese di Storia Patria, Pistoia, 1986, p. 22), tuttavia, anche il toponimo Pilli potrebbe essere d'origine bizantina e collegato al vocabolo Pylai (porte, valico, passaggio obbligato).

Agiotoponomastica

Come ricordato nel paragrafo dedicato ai Santi pressoché nulla è attribuibile ai bizantini con l'eccezione, stando alle tradizioni popolari, della sola Chiesa di San Mamante di Cesarea a Lizzano in Belvedere. Attribuzione peraltro quantomeno dubbia, non solo perché gli storici sono giunti alla conclusione che a Lizzano fosse presente una arimannia longobarda (cfr. R. ZAGNONI, "Il Medioevo nella montagna tosco-bolognese", Gruppo di studi Alta Val del Reno - Nueter, Porretta Terme, 2004, p. 102), ma soprattutto perché i i documenti storici attribuiscono la fondazione di questa chiesa proprio ai Longobardi:

"Dalla lettura di questo documento apprendiamo che San Mamante era stato costruita dallo stesso Anselmo poco tempo dopo che suo cognato Astolfo, Re dei Longobardi, gli aveva donato la Massa di Lizzano con i suoi villaggi, cioè poco dopo la metà del secolo VIII" (A. ANTILOPI - B. HOMES - R. ZAGNONI, "Il Romanico Appennico", Nueter, Porretta Terme, 2000, p. 72).

"e proprio lui (Anselmo) aveva costruito quella chiesa, insieme agli abitanti di quel luogo... l'abate Anselmo produsse il decreto del già nominato Re Astolfo, contenete l'assegnazione al monastero del sopraddetto paese e di tutte le sue pertinenze" (brano tratto dal Placito di Carlo Magno del 29 maggio 801 e pubblicato su "La Musola", n. 1 anno 1967).

Peraltro una delle prime raccolte sulla vita di San Mamante di Cesarea (e sicuramente la più illustre) risulta opera di un monaco dal nome piuttosto germanico: Walahfrido Strabone(Walahfrido Strabone: Vita S. Mammae). Quello Strabone che viene considerato uno dei principali artefici della poetica altocarolingia e la cui grazia può essere apprezzata nel passo seguente:

"At mihi adhuc dubitatio nominis huius:

Nam Mammas Mammae, et Mammes Mammetis habetur;

Et Mammes Mammis scriptum liquere priores"

ovvero:

"Mi resta però l'incertezza del suo nome:

si ha infatti Mammas Mammae, e Mammes Mammetis;

mentre i più antichi scrissero Mammes Mammis"

(Walahfrido Strabone in vol. II - Poetae latini aevi Carolini - Monumenta Germaniae Historica, Berlin, 1884, pp. 275 - 296).

L'intitolazione di una Chiesa ad un santo orientale è un fatto comune (osiamo dire banale) attribuibile in buona parte alla già menzionata massiccia presenza di missionari orientali tra i barbari germanici (cfr. anche R. ZAGNONI, op. cit., pp. 100 - 101).

Arte e Architettura

Nulla rimane nel campo dell'arte e dell'architettura del dominio bizantino. Talvolta la tradizione  popolare vuole attribuire ai bizantini il piccolo delubro di Lizzano perché simile alle rotonde bizantine. Le informazioni  di natura storica tuttavia (vedi anche la testimonianza di Anselmo succitata) dimostrano in maniera indubbia che il cosiddetto "delubro" non è altro che il battistero della Chiesa di fondazione  longobarda, risalente al VIII secolo (anche il nome "delubro", con il quale tradizionalmente viene indicato l'edificio, testimonia etimologicamente il rapporto con il battistero: delubrum > de (particella pleonastica) + luo (lavo) + brum (desinenza che indica un bacino come in lavabrum)). Le somiglianze rintracciate con l'arte bizantina di Ravenna non devono peraltro stupire dato che i Longobardi, nella loro arte sacra, hanno sempre cercato di ricreare il linguaggio dei monumenti paleocristiani e bizantini.


  il battistero  longobardo di lizzano 


Conclusioni sui bizantinismi

I dati raccolti sui bizantinismi ci inducono, così, a rafforzare la nostra convinzione che la presenza germanico - longobarda è stata determinante per la cultura pistoiese e dell'Alto Reno mentre quella bizantina del tutto accidentale.

FONETICA, MORFOLOGIA E SINTASSI

E' assai interessante rilevare che molto spesso i toponimi germanici con "W" iniziale non subiscono il trattamento di trasformazione in "GU" tipico delle parole germaniche adottate da popolazioni italiane. Secondo il Guarnerio (P.E. Guarnerio, "Fonologia Romanza", Cisalpino Goliardica, Reprint Hoepli, Milano, 1978, § 377) le forme "V" sono da considerarsi un fenomeno di conservazione dell'antico suono germanico (W > V). Più incerto il Rohlfs (G. Rohlfs, "Grammatica Storica della Lingua italiana e dei suoi dialetti - Fonologia", Einaudi, Torino, 1999, § 168) che, tuttavia, arriva a proporre l'ipotesi per cui le forme "V" sono un ulteriore evoluzione del "GU" italico (W > GU > V). A modesto avviso di chi scrive si ritiene più ragionevole l'ipotesi del Guarnerio non solo perché l'ipotesi di Rohlfs è basata su un modesto elemento documentale (in un antico documento Montevarchi è scritto Monteguarchi che, ad avviso di chi scrive, testimonia semplicemente un tentativo - fallito - di latinizzare in GU la forma germanica con W), non solo perché contraddittoria col principio dell'economia logica e linguistica ("entia non sun multiplicanda praeter necessitatem" volendo citare lo scolastico rasoio di Occam), ma anche perché in Alto Reno e nel pistoiese si assiste ad evoluzioni dirette di W in B (Wern > Vernio > Bernio). Inoltre è abbastanza risaputo che la toponomastica è più conservativa della lingua comune (ad esempio nella località di Frassignoni, dove da tempo si parla un dialetto pistoiese appenninico, presenta ancora nella toponomastica tracce dell'antica situazione linguistica che prevedeva la sonorizzazione di K, T, P e la degeminazione consonantica: Scovedino anziché Scopettino).

Un altro fenomeno fonetico, presente nel pistoiese e in alcune zone dell'Alto Reno (es: Treppio), dovuto al superstrato germanico è il passaggio di "V" in "G" in parole come "golpe", "gomito", "gomere" o "golo" al posto di "volpe", "vomito", "vomere" e "volo" (cfr. F.d'Ovidio - W. Meyer Lubke, "Grammatica Storica della lingua e dei dialetti italiani", Hoepli, Milano, 2000, p. 110). Alla stessa stregua il montalese "guasto" (= cane rabbioso) mostra l'interessante fenomeno di ipercorrettismo W > GU dato che lessicalmente il termine "guasto" non deriva da una parola germanica, ma dal latino "vastus" (=devastato). A tale proposito è assai interessante il seguente passo di Gerhard Rohlfs:

"In qualche parola "v" è stata trattata come la "w" germanica, a volte sotto l'influsso della parola germanica di simile conformità, a volte invece perché dai Romani fu ripresa quella stessa pronuncia che i Germani usavano per le parole romane. Per la lingua letteraria appartengono a questo tipo guastare (vastare: germ. wostjan), guado (vadum: germ. wad), guaina (vagina), a cui si aggiungono ulteriori esempi presi dai dialetti: veneziano, veronese, trentino guida 'vite' (vitem), umbro guerre, romanesco e marchigiano guerro 'verro'" (G. ROHLFS, "Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti - Fonetica", § 167, Torino, 1999, p. 230).

Sempre in ambito fonetico andrà assegnato ai lasciti germanici anche il nesso 'sk' (cfr. P. D'ACHILLE, "Breve grammatica storica dell'italiano", Carocci, Roma, 2003, p. 60). In condizioni normali, infatti, il nesso sk seguito da vocale palatale ha dato luogo ad una fricativa prepalatale sorda (piscem > pesce), ma nel caso di voci di origine germanica il nesso sk si è conservato (skerzon > scherzare). Il nesso sk germanico peraltro ha assorbito per palatizzazione anche i nessi st e sl (slahta > schiatta, staffal > Scaffaiolo - cfr. anche G: ROHLFS, "Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti - Fonetica", § 190, Einaudi, Torino, 1999, p. 261).

A tale proposito è sempre il Rohlfs a scrivere che:

"Davanti a vocali palatali sk è diventato sc: cfr. il toscano scena, scintilla, sciatico, scilla; il napoletano scella; il calabrese scifu. I prestiti della lingua longobarda tendono, per solito, a conservare l'antico sk: per esempio schiena, scherzare, schifo (skif); veneziano schinco; parmigiano schida (skid); lombardo schirpa (corredo); dall'altra parte il calabrese scirpu 'mobile della casa' (skerpa). Il toscano scheggia (cfr. il friulano skelsa) sarà un incrocio (sclidia) tra schidia e un germanico slitan (spaccare)... Dal nesso iniziale scl si è formato nel toscano ski -cfr. toscano schiuma (skluma < skumula), schiaffare, schiacciare, schiantare, schiarire" (G. ROHLFS, Op.cit, § 190, pp. 260 - 261).

In area pistoiese tuttavia capita (per ipercorrettismo) anche il contrario e cioè che il nesso ST assorba SK anche in parole non germaniche (stiacciola (non germanico), stiaffo (non germanico), stiantà (non germanico), stiena (germanico), stiuma (germanico), stioppo (non germanico), etc.).

Ancora una volta Rohlfs appare illuminante:

"Nel dialetto toscano volgare (prov. Firenze, Pistoia, Lucca, Pisa, Grosseto) ski passa con facilità a sti: cfr. stiuma (AIS, 1347), stiaffo, stioppo, stiavo, stietto, stiatta,; cfr. anche l'antico italiano stinca 'dorso di montagna' < long. skinka" (Ibid. p. 161)

Peraltro non deve mai essere dimenticato nello studio dei dialetti della nostra zona d'interesse quanto il linguista Paolo d'Achille scrive per l'italiano:

"Sebbene spesso riconoscibili anche dal punto di vista fonetico, per la presenza di foni o sequenze di foni rari o sconosciuti al latino, almeno in certe posizioni (come il nesso labiovelare sonoro 'gu' all'inizio di parola, con cui venne adattato il w- germanico), i germanismi si sono integrati nel sistema fonomorfologico locale" (P. D'ACHILLE, "Breve grammatica storica dell'italiano", Carocci, Roma, 2003, p. 119).

L'influenza delle lingue germaniche su molti dei dialetti e delle moderne lingue romanze (compreso l'italiano, il pistoiese e i dialetti altorenani) è stata così forte peraltro da introdurvi non solo numerosi vocaboli, e delle varianti fonetiche ma anche delle regole grammaticali; pensiamo per esempio all'uso degli infiniti preceduti da preposizione (comincio A parlare, finisco DI mangiare), uso che è sconosciuto al latino, e che è tipico delle lingue germaniche (inglese to + inf, tedesco zu + inf.). Ricordiamo brevemente che il futuro italiano non è la continuazione del futuro latino (ero, amabo ecc.) ma nasce da una forma perifrastica amare + habeo -> amer-ò;. Evidentemente la forma esse(re) + habeo -> sar-ò ha faticato ad imporsi, e per un certo tempo è stata supplita da una forma di fio. D'altra parte anche in tedesco il futuro si forma con werden (" diventare ") + infinito. E, forse, non è un caso che il futuro del tipo infinito + habere non si ritrova nel rumeno e nel sardo (ovvero nelle due lingue romanze che meno hanno subito influssi germanici). Anche il condizionale risulta una classe verbale sconosciuta al latino e realizzata perifrasticamente come nelle lingue germaniche. Sempre in tema di possibili contaminazioni germaniche vale la pena ricordare che la forma medioevale panromanza per l'interrogazione prevedeva l'anteposizione del verbo al sintagma nominale soggetto (costruzione linguistica tradizionalmente conosciuta come "inversione") tipica delle lingue germaniche (vedi l'inglese "Is Andrew tall?"). Tale forma sopravvive anche nell'area pistoiese e bolognese (e in generale nell'area gallo - italica / gallo - romanza) come dimostrano il bolognese "pòsia?" (lett. "posso io?") e il montalese "che vo' tue?"

Più complessa è la situazione relativa alla negazione. Nelle zone più settentrionali dell'Alto Reno (i territori comunali di Porretta Terme e Gaggio Montano e parte di Lizzano in Belvedere, Castel di Casio e Camugnano)la negazione è sempre del tipo ridondante paragonabile al francese (je ne sais pas) nel pistoiese e nelle restanti parti dell'Alto Reno la negazione è invece preferibilmente di tipo semplice ("mi n al so" a Ponte della Venturina e "i n al so" a Lagacci di Sambuca Pistoiese), preferibilmente, però, dato che esiste anche una forma ridondante "mica" (miha) a Pistoia (es: a Pistoia e a San Mommè, come in altre zone della Toscana, è uso dire "non lo so mica") e "miga" nelle zone meridionali dell'Alto Reno. La compresenza di una forma ridondante anche nella parte meridionale dell'Alto Reno e nel pistoiese è di estremo interesse dato che accomuna tutto questo territorio a un'area amplissima dell'europa centrale francofona e germanofona dove la negazione è sempre del tipo ridondante o postverbale (es: il tedesco "Morgen muss ich nicht arbeiten"); come è noto la negazione ridondante può semplificarsi in negazione postverbale (es: il francese "j' sais pas" o il piemontese "sa fumma m piaz nen" lett. "questa donna mi piace niente") . Alla luce di questi elementi avanziamo, così, l'ipotesi che la presenza di una negazione ridondante (detta anche discontinua) sia dovuta non a un presunto sostrato celtico, ma alla pressione di lingue germaniche sulle lingue latine secondo un modello che possiamo semplificare così: a) forma originaria latina in cui la negazione precede il verbo (odierno portoghese "nao vi nenhum hominem"); b) contatto con lingue germaniche in cui la negazione segue il verbo (odierno nerlandese "mòoi is het nìet"); c) realizzazione di una forma intermedia tra quella latina e quella germanica in cui la negazione precede e segue il verbo (odierno bolognese "an al so brîsa"). A supporto di questa nostra ipotesi tre elementi: 1) tutto il territorio in cui appare la negazione postverbale e la negazione ridondante appartiene alla cosiddetta "Area Carlo Magno", ovvero ai territori del germanico "Sacro Romano Impero"; 2) i territori che presentano la negazione postverbale e/o la negazione ridondante sono quelli che maggiormente hanno ospitato popolazioni germaniche; 3) il francese antico non presentava la ridondanza (es: "il n'a en vous leauté" in Châtelaine de Vergi). Tenendo conto dell'inerzia delle forme auliche scritte si può ben immaginare che l'innovazione delle negazione ridondante risalga al periodo delle dominazioni germaniche.
Il raro utilizzo della negazione ridondante nelle aree centro meridionali italiane (come attestato da Rohlfs a sud della Toscana il fenomeno assume un carattere di eccezionalità) può essere giustificato in parte per importazione dalla Toscana stessa o dal Nord Italia e in parte da influssi normanni (il gliotta dell'antico napoletano rimanda al goccia lucchese. Cfr nap. "non ce vede gliotta" con lucch. "'un ci veggo goccia"). E' comunque interessante osservare come nel caso del medio alto tedesco sia possibile riscontrare la presenza di una doppia e, persino, di una tripla negazione (cfr. G. DOLFINI, "Grammatica del medio alto tedesco", Mursia, Milano, 1989, pp. 99-100).

Di estremo interesse appare inoltre il capitolo dedicato al pronome soggetto. Come è noto in tedesco è obbligatorio esprimere il pronome soggetto che in italiano viene omesso (tedesco "hast du die Äpfel gekauft?" contro italiano "hai comprato le mele?"). Anche qui la nostra area di interessa mostra una analogia con le lingue germaniche molto forte, in particolare per la zona altorenana (Sambuca Pistoiese compresa): In buona parte dell'Alto Reno, infatti, il pronome soggetto nelle forme toniche (io, tu, egli) viene sostituito dalle forme obbligate (ad esempio il pavanese mi, ti) a cui si affianca l'elemento "i" in luogo del bolognese "a". Avremo in questo modo il bolognese "mé a dég" e a Pavana Pistoiese "mì i diggo". Ma anche l'area pistoiese (in comunanza col fiorentino) prevede la pronominalizzazione obbligatoria del soggetto sia nella forma semplice ("quando tu dici") che reduplicata ("te tu dici"). L'uso tendenzialmente obbligatorio del soggetto prenominale è esemplificato anche nel brano seguente registrato a Firenze e riportato da Luca Lorenzetti in "L'Italiano contemporaneo" (Carocci, Roma, 2005, p. 92):

"...io prendo e ti telefono, e te, domattina, tu vai alla Pubblica Istruzione, tu mi porti i' mi' certificato, 'n più tu li dici che io mi trovo in casa della Maria..."

Come si vede in questa frase la maggior parte dei pronomi risulta omissibile nell'italiano standard e il loro uso risulta giustificato solo se ammettiamo l'appartenenza della lingua toscana tra quelle che non possono omettere il pronome soggetto (inglese, francese,tedesco, dialetti nord - italiani, etc.). Nell'italiano standard la frase sarebbe infatti resa:

"...prendo e ti telefono, e tu, domattina, vai alla Pubblica Istruzione, mi porti il mio certificato, in più gli dici che mi trovo in casa di Maria"

Come si vede, dunque, anche nel pronome soggetto la nostra zona di interesse partecipa alla comune area franco - germanica (cosiddetta "Area Carlo Magno") e tale appartenenza non è da considerarsi certo un fenomeno recente dato che già nei testi toscani antichi il pronome soggetto tende all'obbligatorietà: "Voi sapete bene che voi foste figliuolo del cotale padre" (Novellino). Anche nelle "Sessanta novelle popolari montalesi" del Nerucci (1880) sono molto diffusi i casi di espansione del sogetto (es: "Ma che vi par'egli?").

Per contro, e per noi ciò costituisce una ulteriore prova che si tratta di un fenomeno dovuto al contatto con lingue germaniche, in francese antico i verbi a soggetto espresso, sia pur prevalenti, non risultano obbligatori (cfr. A. VARVARO, "Linguistica romanza", Liguori Editore, Napoli, 2001, p. 97)

Un ulteriore percorso di ricerca che meriterebbe un approfondimento è sicuramente offerto nel campo dei calchi. Come è noto le lingue neolatine più esposte all'influsso germanico hanno sviluppato anche delle locuzioni basate sul tedesco; alcune espressioni ladine risultano lampanti in proposito: ladino 'as far our da la poulvra' (col significato di "svignarsela") e tedesco 'sich aus dem staub machen'; ladino 'que nun ha ne mans ne peis' (senza senso) e tedesco 'das hat weder hand noch fuss'. L'ultima espressione è particolarmente interessante anche per il nostro ambito di ricerca non solo perché ricorda fin troppo da vicino l'italiano "non ha né capo né coda", ma anche una sambucana "non ha né testa né gambe". Ci risulta peraltro che pure la locuzione "far ridere i polli" (che peraltro appare anch'essa ben distribuita nella penisola italiana) sia presente anche in terra tedesca ("Da lachen ja die Hühner"), come pure esiste in tedesco l'equivalente dell'espressione "nella misura in cui" ("in dem Maße wie"). Peraltro, considerato che le lingue neolatine hanno incominciato a sviluppare dei calchi dalle lingue germaniche fin dai tempi più antichi (è il caso del gotico "ga hlaiba" da cui si è sviluppata, per calco, la forma panromanza "compagno" che ha sostituito il latino sodales, ma è anche il caso del "nontiscordardime" che ha corrispondenze in moltissime lingue europee germaniche e non: tedesco "vergissmeinnicht", inglese " Forget me not", olandese "Vergeet-mij-nietje", spagnolo "nomeolvides", etc.), potrebbe essere utile verificare se certe parole o espressioni d'uso locale possano essere ricondotte al periodo gotico o longobardo. In altri casi l'ambito di ricerca può risultare utile solamente dal punto di vista analogico (ovvero per verificare strategie linguistiche comuni, ma senza alcun rapporto di discendenza da una all'altra lingua); è il caso, per fare un esempio, dell'accrescimento per apposizione (stracco morto). Non è possibile invece esprimere alcun giudizio definito sulla presenza nelle lingue romanze e nelle lingue germaniche dell'articolo determinativo che risulta assente nel latino classico. L'ipotesi tuttavia più probabile è che lingue neolatine abbiano sviluppato l'articolo determinativo per suggestione del greco (in questa maniera è peraltro possibile spiegare la presenza dell'articolo determinativo in lingue come l'albanese e il bulgaro). Nel trattare la questione dell'articolo determinativo non andrà comunque sottovalutato questo passo della linguista Charmaine Lee: "La formazione dell'articolo in latino tardo e nelle lingue romanze sembr anche parallela alla sua comparsa nelle lingue germaniche e risale al VI secolo (C. LEE, "Linguistica romanza", Carocci, Roma, 2000, p. 102). Nè andrà sottovalutato questo passo dello storico Muratori: "Per esempio usando i Longobardi e Franchi, siccome nazioni Germaniche, di anteporre l’articolo ai nomi, facilmente gl’Italiani abbracciarono tale usanza, e cominciarono ad adoperare il, la, lo, li, o i, le. Come ciò avvenisse, il Castelvetro, acuto esaminatore delle etimologie, fu il primo ad avvertirlo, e ne profittò poi Celso Cittadini. Cioè dal Latino pronome ille, illa, illi, illae, si formarono gli articoli della lingua Volgare. Imperciocché solendo il volgo dire illo caballo, illa hasta, illae feminae, lasciando la prima o l’ultima sillaba di esso pronome, incominciò per abbreviare il parlare a dire il cavallo, lo cavallo, la asta, l’asta, le femmine, ecc.".

Alla luce di quanto sopra esposto, e a costo di essere ossessivamente ripetitivi, ci pare opportuno ribadire che nel caso dei prestiti morfo - sintattici il più delle volte non ci troviamo a che fare con derivati linguistici specificamente longobardi, ma con derivati linguistici più in generale germanici (che risultavano già presenti nelle lingue germaniche antiche e nel cosiddetto Alt - deutsch) che riteniamo siano stati accolti (più o meno intensamente) dalle popolazioni latine del Sacro Romano Impero Germanico. A nostro modesto avviso nel campo della morfo - sintassi il contributo longobardo si deve essere limitato semplicemente ad una azione di supporto in sede locale di un immenso sforzo linguistico unificatore portato avanti dalle elite germaniche dello stesso Sacro Romano Impero (se si trattasse, al contrario, di un lascito linguistico esclusivamente longobardo non potremmo spiegarci la ragione per cui una rilevante parte di questi fenomeni risulta assente nella cosiddetta "Longobardia Minor" - che comprendeva Benevento, Salerno e altri territori del Sud Italia - che fu governata da Duchi e Principi Longobardi ininterrottamente dal 570 al 1077).

Sempre all'appartenenza all'Area Carlo Magno andrà attribuito un fenomeno linguistico ancora ben attestato in area bolognese, ma in forte regressione in area pistoiese e toscana (e tuttavia ben testimoniato nei testi toscani medioevali), quello del soggetto fittizio o pleonastico:

Per soggetto fittizio o pleonastico (detto anche espletivo) si intende la realizzazione di un soggetto privo di contenuto semantico in frasi impersonali. Tale fenomeno si ritrova infatti nel bolognese "ai arîva tô pèder", nel francese "il pleut", nel tedesco "es kommt sein Vater". Per l'area toscana, e in particolare fiorentina, scrive Giampaolo Salvi dell'Università Eötvös Loránd di Budapest:

"A differenza che in it. mod., in it. ant. nelle frasi impersonali e semi-personali era possibile usare il pronome egli (con le sue varianti e’ ed elli) come soggetto espletivo (o pleonastico). Questo soggetto non ha un contenuto semantico, nel senso che non individua un referente, ma serve solo a realizzare la posizione sintattica di soggetto. L’uso di un soggetto espletivo non era tuttavia obbligatorio e nelle frasi impersonali e semi-impersonali la posizione soggetto poteva rimanere vuota, esattamente come nel caso dei pronomi soggetto referenziali, la cui espressione non era obbligatoria. L’espressione del soggetto espletivo è tuttavia molto rara nel fiorentino del Duecento; diventa più frequente a partire dal Trecento, ma resta sostanzialmente caratteristica di uno stile vicino al parlato" (ludens.elte.hu/~gps/konyv/frase.doc)

Per l'area orientale della Provincia di Pistoia segnaliamo che, nelle sessanta novelle popolari montalesi di Nerucci (1880), è ancora possibile trovare esempi di soggetto espletivo (es. "che si fa egli qui"). Il soggetto fittizio è tuttavia ancora conosciuto ed usato in alcune aree del pistoiese come Prataccio di Piteglio:

'Sopravvivenza di un soggetto (nella forma "E'" derivata per elisione da "Ei") per la terza persona di verbi anche impersonali. Per esempio "E' piove!" In questo caso nella pronuncia non si percepisce raddoppiamento sintattico della p di piove a causa dell'elisione' (Samuele Straulino).

Anche il già citato Luca Lorenzetti (professore di glottologia all'Università di Cassino) registra vari casi di presenza dei soggetti fittizi nella parlata toscana dei nostri giorni:

'Le differenze di comportamento tra italiano comune e italiano toscano rispetto ai pronomi vanno oltre: anche l'italiano di Toscana usa pronomi vuoti, che non si riferiscono a nessun soggetto, ad esempio con i verbi meteorologici e con gli impersonali:"e' piove", "e' mi pare che basti" (anche qui l'analogia è piuttosto con lingue come inglese e francese, che hanno soggetto obbligatorio in it's raining, il pleut, it seems, il semble)' (L. LORENZETTI, "L'italiano contemporaneo", Carocci, Roma, 2005, p. 93)

Tale situazione ci suggerisce peraltro la necessità di ripercorrere l'ipotesi del linguista Nocentini che suggeriva, almeno per alcune varietà romanze fortemente influenzate da varietà germaniche, la definizione di lingue "romanzo - germaniche". Per chi è interessato a saperne di più sull'ipotesi del Nocentini si rimanda alla lettura delle pagine 69 e 70 del suo libro "L'Europa Linguistica" (Le Monnier, Firenze, 2004) in cui il Nocentini dimostra: a) che il fenomeno delle vocali turbate (e in particolare di [y]) presente nei dialetti nord italiani (ma assente del tutto nella nostra area di interesse con la sola eccezione del toponimo oggi scomparso di "Cà d'Ghiümira" nei pressi di Badi) è un effetto generale della prosodia che ritroviamo nel tedesco; 2) che la caduta e la riduzione delle vocali atone è un fenomeno tipico di Francia, Nord Italia e Catalogna ovvero dei territori propri della Romània Germanica (il fenomeno di caduta delle vocali atone è ben rappresentato nei dialetti altorenani ma del tutto assente in area pistoiese e toscana che tuttavia presenta nei suoi vernacoli la prostesi vocalica (arricordare, arcipresso, affortunato, etc.) che può essere considerato un fenomeno normalmente correlato alla caduta delle vocali ed assunto in terra toscana proprio per effetto della comune appartenenza della Toscana stessa all'Area Carlo Magno).

Non andrà peraltro dimenticato che lo sforzo di unità linguistica che ha determinato la nascita della "Area Carlo Magno" s'inquadra in un movimento generale voluto direttamente dall'Imperatore franco di unificazione della scrittura e della cultura nel Sacro Romano Impero. Di sicura volontà imperiale sono ad esempio:

a) la riforma della scrittura con codificazione della grafia (la minuscola carolina oggi conosciuta nei computer anche come "Times New Roman");

b) l'invenzione dei moderni segni di interpunzione tra i quali il punto interrogativo (?);

c) l'applicazione del Canone Romano e della liturgia delle ore per tutto il clero, l'obbligo di saper leggere e scrivere in latino, l'adozione della regola benedettina in tutti i monasteri del Sacro Romano Impero;

d) l'ammissione della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio (Filioque). Questa innovazione avrà come conseguenza ultima la separazione della Chiesa Romana d'Occidente (Cattolica) da quella d'Oriente (Ortodossa);

e) l'Uniformità del metodo di studio teologico, basato su tre punti: lettura della Bibbia, studio dei Padri e dei filosofi antichi, applicazione delle arti liberali, in special modo il trivium: dialettica, retorica, grammatica. Questa metodologia segnerà per lungo tempo lo sviluppo della teologia medievale.

f) la statuizione (Concilio del 796 a Cividale del Friuli) dell'assoluta indissolubilità del matrimonio

g) la riforma del canto liturgico (per quest'ultimo aspetto, sicuramente meno conosciuto di altri, si rimanda a Maria Vittoria Molinari (M.V. MOLINARI, "La filologia germanica", Zanichelli, Bologna, 2005, p. 123))

E' molto probabile che la seconda linea linguistica italiana (la linea Roma - Ancona) sia proprio la linea di demarcazione tra una "Romania Germanica" (che rientra nell'Area Carlo Magno) e una "Romania Mediterranea" (che mantiene caratteri linguistici arcaici latini ed ellenici)

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Per concludere questa riflessione sull'Area Carlo Magno andranno, tuttavia, segnalati un paio di paradossi relativi alla presenza del neutro e all'ordine dlele frasi. Paradossi che mostrano la moderna lingua tedesca sotto questi aspetti più simile al latino di quanto non lo siano le lingue romanze.

In relazione al primo paradosso si osserva stranamente come la comune appartenenza delle lingue germaniche e delle lingue romanzo occidentali (toscano incluso) alla comune area Carlo Magno non ha avuto alcun esito sulla conservazione del genere neutro accanto al genere maschile e femminile. Infatti mentre il germanico e il latino conoscevano il neutro, il femminile e il maschile, e mentre il tedesco conserva questa tripartizione, le lingue romanze occidentali l'hanno abbandonata a favore di una bipartizione maschile / femminile. Probabilmente l'assenza del genere neutro andrà così addebitata ad un fenomeno linguistico già in essere in età imperiale (e infatti possiamo leggere nella "Cena Trimalchionis" (periodo di Nerone): "vinus mihi in cerebrum abiit"). In ogni caso, nella nostra zona di interesse, sopravvive una classe ristretta di forme neutre in gran parte comune con l'italiano: ossa / osso , uova / uovo, braccio / braccia, etc. Tuttavia risultano presenti alcune forme di neutro non riconducibili all'italiano: "le pera" nella Valle della Lima (citato in D. MUCCI MAGRINI, "Quando i necci erano il pane", Pistoia, 2002, p. 27), "le bracce", "le corne", "le dide", "ll'ove", "ll'osse" a Sambuca Pistoiese (citate in G. ROHLFS, "Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti - Morfologia", Torino, 1998, § 369, p. 38). Sempre nel genere neutro sopravvive, sia pure a livello di toponomastica (vedi Campori presso Torri o Campore frazione di Marliana), il tipo "le corpora" (ROHLFS, Idem, § 370, pp. 39 ss). A differenza delle altre forme di neutro è ipotizzabile, per questa particolare manifestazione del neutro, un qualche influsso (INDIRETTO) di popolazioni germaniche, dato che nel "Codice diplomatico longobardo" si riscontra la presenza di campora, tectora, ortoras e in altri documenti perfino delle forme waldora, morgincapora, burgora, segno che i longobardi usavano con una relativa frequenza (nel loro latino) questa forma.

Per quanto attiene il secondo paradosso ci pare opportuno rilevare come le lingue romanze nell'ordine delle frasi seguano un modello SVO (Soggetto - Verbo - Oggetto) in continuità con il greco, le lingue slave e la quasi totalità delle lingue germaniche, mentre il tedesco moderno si mostra in continuità con il latino classico che preferisce un ordine SOV (Soggetto - Oggetto - Verbo). E' possibile, a nostro modesto avviso, che questo secondo paradosso possa essere spiegato in questa maniera: a) per le lingue romanze influsso del greco ecclesiastico combinato con con l'influsso delle lingue germaniche barbariche e, in piccola parte, di popolazioni slave; b) per il moderno tedesco influsso viceversa del latino classico come lingua di cultura europea.

FORMAZIONE DELLE PAROLE

Suffissi germanici sopravissuti in questi dialetti sono -ardo, -aldo (rispettivamente dal germanico -hart e dal germanico -wald), -engo, -iska diffusi in toponimi (Pellegrinesca), nomi di persona (Ermengarda, Edgardo, Gerardo), nomi comuni (ghenga = combriccola, paterlenga / petrolinga (XIII) = frutto della rosa canina). I suffissi -ardo e -aldo, per influsso mediato del francese sull'italiano e dell'italiano sui dialetti, hanno trovato nuova linfa diventando relativamente produttivi (es: "bastardo" dall'antico francese "bastard").I suffissi in -iska e in -enga costituiscono invece una classe assai limitata e fossilizzata di termini. L'unico esempio che possiamo menzionare, fra quelli a nostra conoscenza, di neologismo formato con un suffisso germanico in -inga nei dialetti pistoiesi ed altorenani è il pistoiese cilinga (= gomma da masticare, cingomma). A livello di suffissazione (o pseudosuffissazione) non andrà inoltre dimenticata la particolare presenza di fome "-ecco" (germanico -ikan) tutte derivabili da termini germanici (vedi bernecche). L'attribuzione al germanico dei suffissi del tipo -otto (particolarmente diffuso nella nostra area di interesse come dimostrano le forme: calzinotto, candelotto, ciliegiotto, etc.), -atto, -etto - assenti in latino - è comunque dubbia anche se il Gamillscheg (in Romania Germanica) è di questo parere. Altro suffisso di dubbia attribuzione ma germanico sia per Gamillscheg che per Bertoni è -iero (iere). Tra i prefissi germanici risulta, invece, particolarmente produttivo il prefisso "ber" (vedi berlicche, berlingozzo, berlocca, etc.) Altro prefisso di origine germanica è mis. Quest'ultimo prefisso rappresenta, peraltro un'altra traccia dell'appartenenza della nostra zona di interesse all'Area Carlo Magno: il prefisso "mis", infatti, deriva dal franco missi (lo stesso del tedesco misfallen, missachten, missmut) che è passato ai vari dialetti italiani all'epoca dell'ascendente politico culturale franco. Questo prefisso, che può esprimere il concetto di cattivo o contrario, è piuttosto produttivo e ci ha offerto, ad esempio nella lingua italiana, vocaboli come miscredente, misfatto, misconoscere, misavveduto, etc. Pur essendo presente, più o meno modificato, anche in dialetti meridionali il prefisso mis- risulta particolarmente vivo nel Nord e Centro Italia per poi scemare nel Sud della penisola italica dove è preferito un suffisso apparentemente simile ma derivato dal latino minus.

Come già osservato in precedenza alcune parole sono state particolarmente produttive e da queste derivano molti derivati (tipo brehhan), ma attualmente la possibilità di realizzare nuovi termini da radici longobarde si è ridotta a livelli minimi e spesso si tratta più di riscoperte che non di creazioni(ad esempio il cosiddetto neologismo "introgolarsi", che secondo Raffaella Zuccari sarebbe stato "inventato" da Francesco Guccini per la sua versione in dialetto pavanese della Casina di Plauto, è voce toscana e pistoiese col significato di sporcarsi, imbrattarsi).

A questo punto non andrà dimenticato un interessante commento della professoressa Haendl dell'Università di Genova riferito alla lingua nazionale italiana, ma valido anche per i dialetti della nostra area di interesse:

"Anche dalle poche parole qui citate appare chiaro che il contributo linguistico dato dalle invasioni germaniche all'italiano fu importante e decisivo: molte infatti delle parole che noi usiamo quotidianamente e delle quali non sapremmo più fare a meno, sono germaniche. Altrettanto importante però è notare che nel momento in cui furono accolte la maggior parte di esse non era affatto necessaria; senza dubbio la situazione culturale aveva creato le premesse indispensabili per l'ingresso di questi termini, ma la loro adozione risponde non a necessità concrete, ma a esigenze di tipo espressivo. In altre parole furono adottate perché sentite più efficaci e rispondenti ad esprimere quella diversa realtà storica nella quale i Romani erano venuti a trovarsi con le invasioni germaniche. Molto spesso di fronte al corrispondente termine latino la parola germanica ha ancora oggi un qualcosa di "esagerato" e talvolta di "volgare" che sembra proprio voler mettere in luce certi comportamenti che senza dubbio ai Romani parevano sconvenienti: v. per es. bere e trincare, bagnarsi e sguazzare, dormire e russare, prendere e arraffare, ecc. La stessa sfumatura spregiativa o comunque espressiva si riscontra spesso anche in numerosi aggettivi italiani formati con i suffissi germanici -aldo (spavaldo, ribaldo, truffald[ino], ecc.), -esco (oggi in realtà usato molto frequentemente come semplice suffisso di derivazione aggettivale: pittoresco, trecentesco, temporalesco, ecc.; una sfumatura peggiorativa si può notare ancora in animalesco rispetto ad animale, in militaresco rispetto a militare, ecc.), -ingo (raro, v. ramingo, solingo, guardingo, casalingo, ecc.), -ardo (beffardo, bugiardo, infingardo, dinamitardo, ecc.). Altre volte invece alcuni termini sembrano sottintendere una certa simpatia da parte dei Romani: v. per es. schietto, baldo, franco, o almeno un apprezzamento che a noi può anche apparire strano, verso determinate usanze. Ci stupisce ad esempio che molti dei nomi di colore che usiamo comunemente siano germanici: bianco, biavo (oggi caduto in disuso e sostituito da blu che, filtrato attraverso il francese, è pur sempre germanico), bruno, biondo, grigio. È probabile che si siano diffusi con il commercio delle stoffe, infatti nel campo dell'abbigliamento in genere l'influenza germanica fu notevole (v. i già citati termini guanto, scarpa, feltro, cotta, fazzoletto, nastro, ecc.). Grande successo ebbero anche i nomi di persona germanici; alcuni sono ancora oggi comunissimi: Corrado, Guglielmo, Ruggero, Roberto, Guido, Carlo, Federico, ecc., altri hanno dato origine a cognomi altrettanto diffusi: Alberti, Berardi, Nardi, Ruggeri, Uberti, Corradi, Rolandini, ecc."

GORGIA TOSCANA

Per "gorgia toscana" si intende quel singolare fenomeno per cui le consonanti sorde P, T, K (la c dura di casa) vengono spirantizzate (es: fiho per fico e ditho per dito).

Alcuni studiosi hanno supposto una origine germanica anche per la gorgia toscana (es: Lucia Clark in "The Tuscan Gorgia, Dialects and Regional Identity: a Survey"). All'origine di tale supposizione è la relativa somiglianza tra la ch germanica (cfr. "machen") e la gorgia toscana.

Tuttavia andrà considerato che il fenomeno non risulta presente in aree fortemente germanizzate come il Nord - Italia o, per rimanere nell'area di nostro interesse, l'Alto Reno.

E', pertanto, assai più probabile che la motivazione della gorgia toscana sia da imputarsi ad una reazione nei confronti della sonorizzazione delle sorde intervocaliche proveniente dal Nord Italia. Anche se non andrà dimenticato questo importante passo del già citato Rohlfs:

"[Per la gorgia toscana] converrà guardare con qualche dubbio la tesi dell'eredità di un sostrato pre-latino. Noi riteniamo perciò essere più verosimile che queste aspirazioni consonantiche abbiano una origine neolatina piuttosto recente ed indipendente dall'etrusco. Si potranno piuttosto mettere a confronto con il risultato della mutazione consonantica dell'antico alto - tedesco (k > ch, p > pf, t > ts): saka > ted. Sache, cupa > Kopf, kratton > kratzen)" (G. ROHLFS, "Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti - fonetica", Torino, Einaudi, 1999, § 196, p. 268).

Dunque non vi è alcuna certezza scientifica che possa testimoniare una origine germanica diretta della gorgia toscana, ma solo qualche labile sospetto. Ben diverso è, tuttavia, l'esito della riflessione se ragioniamo in termini di tipologia linguistica.

Abbiamo infatti sostenuto, alla luce delle acquisizioni scientifiche più affidabili, che la gorgia toscana è da imputare ad una reazione nei confronti della sonorizzazione delle sorde intervocaliche proveniente dal Nord Italia, sonorizzazione delle sorde intervocaliche da imputarsi proprio alle elite longobarde (e più in generale germaniche) presenti in Toscana:

"La bizzarra e sconcertante contraddizione che notiamo nelle coppie fuoco e luogo, prato e strada, capo e riva, cacio e fagiano, sasso e coscia, orecchio e coniglio, sembra ripetersi nel campo del vocalismo, dove abbiamo piede e bene, pietra e lepre, fiele e mele (toscano popolare), nuovo e novo, fuoco e foho, vietare e venire, vuotare e morire, viengo (toscano popolare) e dente, cuomo (Arezzo) e porco. Per questa irregolarità o varietà mi piace citare: 'Anche questa, COME LA LENIZIONE CONSONANTICA, è ai miei occhi, un'innovazione penetrata in Toscana dalla Lombardia sempre per la via di Lucca; e sempre - come suol avvenire - attraverso gli strati superiori, più colti: la classe clerico - notarile, e poi anche mercantile ... Come questa anche la dittongazione incondizionata (cioè non legata a fenomeni metafonici) va, io credo, veduta come un apporto della conquista carolingia' (Tem. Franceschi). 'Pel tramite del clero, indubbiamente orientato - attraverso Lucca, capoluogo politico e quindi anche ecclesiastico - verso i grandi centri religiosi del settentrione, penetrano in Toscana, in epoca longobarda, innovazioni fonetiche settentrionali: ché la pronuncia diffusa dalla nuova capitale Pavia, la pronuncia lombarda, non poteva non apparire a quei provinciali come la più distinta' (Tem. Franceschi)" (G. ROHLFS, "Studi e ricerche su lingua e dialetti d'Italia", Sansoni, Firenze, 1997, pp. 159 - 160).

Pertanto la particolare situazione linguistica della Toscana (e quindi del pistoiese) relativa al dittongamento incondizionato, alla parziale sonorizzazione di K, T, P e alla gorgia toscana sono da attribuire alla partecipazione della Toscana medesima (e quindi del pistoiese) alla comune Area Carlo Magno già menzionata nel paragrafo dedicato alla fonetica, alla morfologia e alla sintassi. Sia con minore sicurezza (la cosiddetta "teoria delle onde" di Schmidt potrebbe essere più che sufficente) avanziamo, infine, l'ipotesi che anche determinati suffissi, di tipo settentrionale, presenti in Toscana sono stati adottati per una 'moda' voluta dalle elite germaniche: "Andrà quindi considerata d'origine padana la variante produttiva -uzzo del suffisso -uccio, dal lat. -uceus (e così pue la variante arcaica -ozzo di -occio, da un tardo lat. volg. *-oceus). Influssi meridionali sarebbero, in questo caso, molto improbabili. Una riprova: nel lucchese, dialetto in cui l'elemento settentrionale è più vistosamente rappresentato che in fiorentino, si ha anche -izzo (-icius, -iceus) o meglio -izzoro (combinazione di -izzo con -olo, in cui -l- s'è rotacizzata): omizzoro, donnizora, donnizzorino (Nieri, Appendice al Vo. lucch., p. 284), linguizzora, pedizzoro, manizzora, codizzoro (ibi., p. 285)" (A. CASTELLANI, "Grammatica storica della lingua italiana - Introduzione", il Mulino, Bologna, 2001, p. 140).

Gorgia Toscana ed ipotesi etrusca: per sapere qualcosa sulla ipotesi "etrusca"   clicca qui

incisione al "Tribunale" di Ronco di Serra (PT)

LE MUMMIE

Si tratta delle tradizionali maschere di pietra presenti nei Comuni di Lizzano in Belvedere, Sambuca Pistoiese, Granaglione. La loro presenza è stata attribuita da molti a una sopravvivenza del macabro rituale di celti e longobardi di esporre fuori dalla propria capanna le teste dei nemici uccisi. A favore dell'ipotesi longobarda è il fatto che le Chiese della Città e della Provincia di Pistoia (che furono germanizzate dai longobardi) presentano un identico fenomeno (peraltro presente anche in molte chiese lucchesi e in aree del pisano come, ad esempio, i muri perimetrali del cimitero di Piazza dei miracoli a Pisa), mentre risulta assente nel bolognese (terra gallica). A Pistoia, anzi, sopravvivono alcuni esempio di mummia direttamente collegati ad eventi della vita civile e della realtà bellica dei pistoiesi:

Le teste di moro poste sulla facciata del Municipio di Pistoia e lungo il cosiddetto "Canto de' Rossi" infatti rappresentano il Re Musetto II di Maiorca ucciso dal condottiero pisotiese Grandonio dei Ghisilieri, mentre la testa del traditore Tedici è posta sul portale della Chiesa di Sant'Andrea

"Comunque sulla facciata non mancano insegne dell'epoca medioevale, quali la testa di marmo nero sormontata da una mazza in ferro che una leggenda popolare identifica con l'effige del traditore della città Filippo Tedici, anche se presumibilmente si tratta del ritratto di Re Musetto II di Maiorca, ucciso dal capitano pistoiese Grandonio dei Ghisilieri durante la conquista delle Baleari nel XII secolo. La testa del Tedici si trova invece sul portale di Sant'Andrea e la tradizione vuole che sia nera perché in segno di spregio vi venivano spente le torce prima di entrare in chiesa."

(Dal sito http://www.comune.pistoia.it/conoscere/scoperta/scoperta_10.htm)

"Dopo di che Filippo Tedici fu cacciato e, tentando di rientrare in armi nel territorio pistoiese, fu contrato ed ucciso presso il ponte sulla Lima, sotto Popiglio. La sua testa, spiccata dal busto, fu portata in città, riprodotta in marmo e posta su alcuni angoli pubblici a feroce monito contro i traditori" (A. CIPRIANI, "Breve storia di Pistoia", Pacini Editori, Pisa, 2004, p. 50).

La mummia del moro, in qualche modo, ci ricorda l'incipit dello "Orlando" di Virginia Woolf:

"Egli - poiché dubbio non v'era sul suo sesso, per quanto la foggia di quei tempi lo dissimulasse - stava prendendo a piattonate la testa di un moro, che dondolava appesa alle travi del soffitto. Aveva essa la tinta d'una vecchia palla di cuoio; e quasi ne avrebbe avuto la forma, se non fosse stato per il cavo delle guance, e i capelli duri e aridi come barbe di una noce di cocco. Il padre di Orlando, o forse il nonno, l'aveva spiccata dal busto del gigantesco infedele che gli s'era parato davanti improvviso al chiaro di luna, nelle barbare distese africane, e ora essa oscillava dolcemente, incessantemente, alla brezza perenne che soffiava per le logge in cima alla vasta dimora del signore che aveva decapitato l'infedele. I padri di Orlando avevano cavalcato per i campi diasfodeli, e per i campi sassosi, e per campi bagnati da acque straniere, e da più di un busto avevano spiccato più d'una testa di vario colore, e le avevano portate seco onde appenderle alle travi dei loro soffitti" (V. WOOLF, "Orlando", Mondadori, Milano, 2004, p. 7)

Lo spirito dei pistoiesi era, quindi, ancora fortemente collegato all'ideale guerresco dei popoli germanici così ben esemplificato nel romanzo di Virginia Woolf.

Se tutto questo non dovesse bastare ricorderemo, infine, che il motivo ornamentale delle teste tagliate era proprio anche dei Goti:

"Particolari motivi ornamentali che, come si accennava poco fa, furono adottati dai Goti, e in maniera particolare dagli Ostrogoti, furono le têtes coupés (teste tagliate) e l'aquila. Il tema della testa, molto stilizzata nell'arte gota, verrà ripreso in quella franca e successivamente nell'arte carolingia e in quella romanica" (S. ROVAGNATI, "I Goti", Xenia, Milano, 2002, p. 80).

IL CULTO DEGLI ALBERI

E' risaputo che per le antiche popolazioni germaniche il culto degli alberi era un culto fondamentale. Noto, ad esempio, è il caso del frassino Ygadrasil la cui morte avrebbe segnato la fine del mondo. Per quanto riguarda i Longobardi è bene ricordare che la "Vita Barbati episcopi beneventani" menziona un rito longobardo legato a un "albero sacro" (cfr. S. ROVAGNATI, "I Longobardi", Xenia, Milano, 2003, p. 101). Anche in Alto Reno troviamo la sopravvivenza del culto degli alberi, sia per assimilazione di tradizioni italiche che per 'atto autonomo':

- A Granaglione, fino alla metà dell'ottocento, le promesse di matrimonio erano fatte all'ombra di un gigantesco castagno (Nueter, n. 1, anno I, 1975, p. 17);

- A Pianaccio e Monte Acuto sopravvive la tradizionale "fasgela" (La Musola, anno XXIV, 1990, n. 47, p. 108): un piccolo tronco rigorosamente di legno chiaro (preferibilmente faggio) veniva dato alle fiamme durante la notte di Natale nei pressi della scalinata della chiesa (a questa tradizione si accompagnano in Alto Reno anche i più tradizionali ceppi di natale e i falò);

- Tra Granaglione, Castel di Casio, Lizzano in Belvedere, Sambuca Pistoiese, Piteglio, Pistoia stessa era diffusa l'antica tradizione del "bosso" (detto anche "fuori il verde", "verde in bocca" o "fiore verdo") inteso come giocoso impegno pasquale che aveva come protagonista un rametto di bosso;

- Negli stessi comuni era diffuso anche il tradizionale 'Maggio' che Guccini (e non solo Guccini) riconosce essere la sopravvivenza del culto della terra e degli alberi proveniente da una antichissima Europa "nordica o mediterranea" (Nueter, 1978, n. 2, p. 17). Anche nella manifestazione del canto ricorrono delle strane analogie tra la tradizione locale e quella presente in regioni germanofone:

 MAGGIO  A PITEGLIO
MAGGIO IN SVEZIA
"Nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio, i giovanotti recavano in dono rami fioriti alle case e percorrevano il paese cantando  il 'Maggio' che prevedeva peraltro preghiere per la prosperità delle galline e delle famiglie in genere. "Fermatisi davanti alla casa, veniva ripetuto il canto del maggio sino a quando il padrone o la padrona non fossero scesi ad aprire, ed avessero riposto nel paniere dello 'ovaio' (colui che raccoglieva le uova) la coppia di uova richiesta. A quel punto, l'allegra compagnia ringraziava e salutava, lasciando sulla rostra della porta un ramo fiorito'"
( G. MUCCI, "Fattecosiecche...: Leggende, paure e riti nel paese di Piteglio", Provincia di Pistoia, Pistoia, 1999, p. 46)

"Prima che arrivasse l'alba, alcuni di quei giovani si recavano nei boschi per tagliare 'l'albero del maggio': un alberello che, addobbato con nastri rossi, veniva innalzato sulla piazza del paese" (Ibid., p. 47)

"Alla vigilia del calendimaggio, in alcune località della Svezia, i ragazzi si aggirano per le strade, recando rami freschi di betulla, con o sena foglie. Guidati dal violinista locale, vanno di casa in casa. cantando le canzoni del maggio, che consistono per lo più in preghiere perché il tempo sia buono, il raccolto abbondante e tutti siano felici nell'anima e nel corpo. Uno di questi ragazzi porta un cestino per raccogliere le offerte di cibo. Se vengono accolti bene, piantano un rametto fronzuto nel tetto, sopra la porta di casa" (J. G. FRAZER, "Il ramo d'oro", Newton Compton Editore, Roma, 1999, p. 152 - 153)

"Il primo di maggio in Svezia, si usava innalzare nel villaggio un alto abete con nastri, e, a suon di musica, la gente vi ballava allegramente intorno" (Ibid., p. 154)


 MAGGIO  A PITEGLIO
MAGGIO IN ALSAZIA
"Se però una famiglia non avesse gradito il 'cantar maggio' e nessun componente di essa si fosse svegliato [e fatto l'offerta di uova richiesta], una quarta 'stanzetta' (strofa) era così riproposta:
'Se due uova non ci date
pregherem per le galline
che da volpi e da faine
vi sian tutte divorate
se due uova non ci date...'"
( G. MUCCI, "Fattecosiecche...: Leggende, paure e riti nel paese di Piteglio", Provincia di Pistoia, Pistoia, 1999, p. 46)
"Se qualcuno rifiuta di offrire il dono, mentre cantano augurano a quell'avaraccio, che la faina divori le galline, la vita non dia grappoli, né cresca il suo grano; si ritiene che, per quell'anno, i prodotti della terra dipendano dai doni che si offrono a questi canterini di maggio" (J. G. FRAZER, "Il ramo d'oro", Newton Compton Editore, Roma, 1999, p. 156)

Anche nel Maggio drammatico di Granaglione è presente traccia dei riti arbori:

"Alto e Grado venne tosto

nel deserto e non tardare

quel gran santo a sotterrare

che in un faggio sta nascosto"

(cfr. AA.VV.,"Il Mondo di Granaglione", Tamari Editore, Bologna, 1977, p. 286).

Durante la tradizione del maggio era poi usuale piantare l'albero del maggio (detto il "majo" a Montale e in molte altre zone) davanti alla casa delle donne che si voleva sposare. Questa tradizione è peraltro testimoniata in una poesia di Lorenzo il Magnifico:

"Se tu vuoi appiccare un majo

a qualcuna che tu ami

Quanto è bello e fresco e gajo

appiccar un pin cò rami"

(Lorenzo il Magnifico, Canzoniere 26,4).