E QUESTA SIEPE... By Chiara (lealidiicaro@libero.it http://lantrodidedalo.wordpress.com ) DISCLAIMER: Tutti i fatti narrati in questa storia sono pura invenzione dell'autrice. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. Asia e Giada erano cresciute nella grande casa in collina. Un’enorme villa cinta tutt’intorno da una siepe spessa e scura, un arbusto enorme che impediva sia la vista che l’ingresso nel cortile a qualsivoglia essere che non fosse dotato di ali. Da quando i loro genitori avevano dato ordine ad Enzo il giardiniere di andare a cercare una siepe già adulta da trapiantare lungo i confini della casa nessun animale, neppure le volpi che più in una volta erano riuscite a sfuggire ai cacciatori attraversando di corsa il cortile per andare dalla parte opposta della collina dov’era la riserva erano più riuscite a passare. La siepe si ergeva alta e minacciosa come un grande muro verde. -Più alta è, meglio è- aveva detto il padree di Giada e Asia guardando le innumerevoli siepi esposte nella serra. Si era avvicinato a uno degli arbusti e in tutto il suo metro e novantacinque vi si era appoggiato sollevandosi sulle punte come per tentare di vedere oltre. -Questa è troppo bassa- aveva proferito batttendosi le mani piene di foglioline l’una contro l’altra –Voglio che nemmeno un uomo di due metri e mezzo possa vedervi oltre o attraverso. Il padre di Giada e Asia era sempre stato uno che non si batteva le mani sul tessuto del vestiti per non sporcarlo. Era un uomo d’affari, un importante uomo d’affari, e anni e anni di duro lavoro lo avevano portato a comprare la casa sulla collina insieme a tutta la fiancata ovest fino alla valle sottostante. La siepe era stata eretta in autunno, in modo tale che l’inverno e le piogge potessero farla assestare a dovere nel terreno ed essa non necessitasse di una potatura fino alla primavera successiva. Asia e Giada da un giorno all’altro si erano trovate murate vive. Inizialmente nessuna delle due si era resa conto di cosa sarebbe potuta significare quella siepe, d’altronde a cinque anni erano troppo piccole per rendersi conto di quanto fosse isolata la loro vita. A cinque anni un amico immaginario e una sorella sono più che sufficienti, per vivere felici. Addirittura fino a novembre avevano usato la siepe come parete della sede del loro club segreto, da cui erano tassativamente esclusi tutti tranne loro due e Pinuccia, la vecchia gatta. In primavera avevano scoperto che la siepe però era diventata la meta preferita delle api, e che i suoi fiori piccoli e bianchi emanavano un profumo dolciastro per nulla gradevole che impregnava i vestiti per giorni e giorni. Il club segreto era morto il giorno stesso che avevano tolto la coperta dai punti in cui era pinzata con delle mollette alla parete della siepe, quello stesso autunno si erano trovate per la prima volta davanti alla scuola elementare. Stare a scuola per Asia e Giada non era molto diverso dallo stare a casa. Erano in una piccola scuola di paese in cui ogni classe non contava più di 8 alunni: nelle case si vociferava che presto o tardi l’avrebbero chiusa. Essendo loro da sole un quarto della classe Asia e Giada facevano gruppo a parte, sempre in disparte rispetto agli altri bambini che erano cresciuti nella piazza del paese e si conoscevano fin dalla scuola materna. Nei giorni d’inverno avevano preso l’abitudine di portarsi a scuola i regoli, i bastoncini di plastica con lunghezza e colore differenti in base al numero che essi dovevano rappresentare nella scala da uno a dieci. La maestra Daniela li aveva fatti comprare una valigetta per ogni bambino affinché gli alunni potessero utilizzarli per imparare a contare. Il primo compito di matematica era stato mettere uno accanto all’altro il regolo da uno con quello da cinque per capire che era in totale uguale a quello da sei. Ma Asia e Giada non usavano i regoli solo per i compiti, verso la metà del primo anno si scuola elementare avevano scoperto che con un po’ d’impegno con loro si potevano costruire case e castelli, di diversi colori e dimensioni. Avevano quindi scongiurati i genitori per farsi regalare altre scatole di regoli, tre per ognuna al posto di tutti gli altri regali di natale, avevano detto loro, ma i genitori le avevano accontentate comunque regalando assieme ai bastoncini anche il famoso fornello giocattolo per cucinare dolci in casa. Asia e Giada avevano accolto quelle sei valigette come una manna del cielo, e avevano passato tutto il giorni seguente a inventare strampalati progetti sull’enorme castello che avrebbero costruito lavorando sei ore ogni giorno delle vacanze di Natale. E ci avevano lavorato davvero sei ore al giorno. -Così nessuno potrà fare del male alle bambbole- avevano detto entusiaste alla baby sitter quando le avevano mostrato la casa blu alta più di un metro e mezzo che avevano eretto nella loro camera. Anna Maria, la loro bambinaia, aveva guardato con reale stupore la costruzione. Ecco perché le bambine per sette giorni le avevano impedito di entrare in quella stanza. Quella fortezza era davvero maestosa. -Oh ma che bella!- aveva esclamato esageranndo un po’ il tono. –Ma questa che cos’è? Aveva indicato una linea di regoli verdi posti tutti attorno al castello. -E’ la siepe!- avevano esclamato le bambinee all’unisono. Ma certo, aveva pensato Anna Maria, che protezione poteva dare un castello senza una siepe? Una logica ineccepibile. La polizia scientifica arrivò davanti al pesante cancello di ferro dopo venti minuti dalla chiamata. Fuori dal cortile della grande villa una donna con un grembiule a quadretti e i capelli grigi singhiozzava con la faccia premuta dentro un fazzoletto. Le volanti della pattuglia mobile avevano lasciato i lampeggianti accesi. Moravia diede ordine a uno dei sottoposti di avvolgere l’entrata in un giro di nastro giallo e nero, guardando in lontananza lungo la strada d’accesso si accorse che i vicini stavano cominciando ad accorrere come mosche attorno ad un barattolo di marmellata attaccato a un albero. -Dannazione- sentì imprecare un poliziotto che, proprio davanti all’entrata, aveva notato la stessa cosa. Moravia guardò il poliziotto e poi di nuovo le figure curve e incerte che stringendosi le braccia e gli scialli al petto avanzavano ciabattando su dalla salita. In prevalenza anziani, notò Moravia. Non ci voleva molto, a capire il perché nessuno si era accorto delle urla che erano state lanciate in quella casa durante la notte. Era appena arrivato febbraio, quando Asia e Giada erano potute tornare a giocare vicino alla siepe. Una delle prime mattine del mese erano state a casa da scuola per via della neve ed erano uscite in cortile con gli stivali di gomma e i guanti impermeabili. La siepe sembrava un grande gigante bianco, ed era semplicemente bellissima. Avevano passato la mattina a rincorrersi in quella magia bianca. Insieme a loro giocavano le fate e gli elfi della neve, anche la gatta sembrava non essere immune alla magia di quell’acqua ghiacciata. Tra un gioco e l’altro era arrivato mezzogiorno. Asia e Giada erano tornate in casa pensando che sarebbe stato davvero bello se mamma e papà fossero stati a casa con loro a giocare. Ogni tanto capitava, alle due bambine, di sentirsi improvvisamente sole. Ma era questione di un attimo. Lanciando un ultimo sguardo alla neve, si erano sentite protette da un enorme gigante bianco. I padroni di quella casa erano alla stazione in manette. Non erano vittime in quella situazione, semmai erano carnefici quanto gli uomini che avevano compiuto la strage. Moravia di avvicinò al commissario. -Allora è vero? Il commissario si voltò con un espressione indecifrabile. -Purtroppo sì. Il sicario ha fatto il suo llavoro. Ha colpito le bambine per colpire i genitori. I suoi genitori. Nessuno li aveva mai visti ma tutti inconsapevolmente ne avevano sentito parlare in televisione. La coppia di narco-trafficanti più famosi d’Italia, con almeno quattro identità diverse e altrettante vite. Nessuno dei poliziotti poteva immaginare che le loro figlie potessero essere cresciute in quella grande casa senza che nessuno si accorgesse mai di non conoscere i loro genitori. Sembrava impossibile, pensò Moravia, che a nessuno fosse mai venuto il dubbio su quale fosse la professione che teneva quell’uomo e quella donna lontani dalle figlie per così lunghi periodi. Moravia fece un cenno con la testa al commissario e stringendo la valigetta cominciò a salire le scale dell’ingresso. -Stà attento Alberto – gli disse l’amico quuando ormai aveva già un piede nella villa – Due dei miei migliori uomini sono svenuti quando sono entrati in quella stanza. Quella notte del 9 marzo Asia e Giada dormivano di un sonno profondo, quando l’uomo nero aveva tagliato parte della siepe e si era insinuato nel cortile. Dormivano anche quando si era arrampicato fino alla loro finestra e l’aveva aperta praticando un buco nel vetro in modo di arrivare alla maniglia. Ma Asia e Giada non erano morte nel sonno. In mezzo alle coltellate l’ultima cosa che Asia fece fu lanciare un calcio in aria, colpendo qualcosa che non ebbe il tempo di riconoscere. Moravia segnò in terra la sagoma dei due corpi prima che quel che restava dei cadaveri fosse portato via. Aveva lottato contro la nausea da quando era entrato, e ora non vedeva l’ora di andarsene. Segnando gli ultimi indizi con i cartellini numerati guardò quella che doveva essere stata una costruzione giocattolo. Una delle bambine l’aveva abbattuta cercando di liberarsi dalle mani dell’assassino, ma ora di quella casa non era rimasto che qualche pezzo sparso. Solo una cosa era rimasta intatta. Una linea verde di bastoncini messi in fila come a fare da recinto. All’interno tutto era rovine e sangue.