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| Per secoli il Veneto ha avuto una propria letteratura in vèneto, visibile, pur tra alti e bassi, anche oggi. È una letteratura che si è snodata nel corso dei secoli con diverse opere e personaggi illustri: dalle cronache di Marin Sanudo ai lavori teatrali di Carlo Goldoni, dai dialoghi del Ruzante alle opere moderne di Zanzotto. Ma di tutto questo fiorire artistico veneto, spesso non si ricordano altro che le opere di Goldoni, le uniche che godano di una certa reputazione nei libri scolastici, naturalmente dopo che la loro identità è stata assorbita nella definizione di letteratura “italiana” o, nella migliore delle ipotesi, relegate ad un ruolo secondario e definite letteratura “dialettale” a voler evidenziare che esse non hanno lo stesso status/valore di quella ufficiale, scritta in lingua italiana. E i Veneti stessi non tengono la loro cultura nella dovuta considerazione. Anzi, spesso i giovani non sono orgogliosi del vèneto, conformemente all’insegnamento a “parlare italiano, sennò sembri ignorante” impartito loro dai genitori vissuti in un dopoguerra dove la televisione pubblica italiana trasmetteva pellicole in cui domestiche e poveracci parlavano vèneto mentre andavano a servizio in casa di ricche famiglie che si esprimevano in italiano. Adesso, da più parti si sono levate voci responsabili e mature che invitano al recupero delle tradizioni e della propria cultura e a tramandarle ai giovani; ma tramandare ai giovani la loro cultura implica anche reinsegnare loro letteratura della loro terra; e per insegnare la letteratura non si può prescindere dalla lingua in cui quella letteratura s’è espressa, la lingua che da secoli viene parlata nella loro terra. Ma qui viene il punto: i diversi autori hanno fatto uso delle proprie differenti varianti venete: chi ha usato il veneziano, chi il padovano, chi il trevigiano, ecc…D’altra parte le numerose iniziative di recupero linguistico, in realtà, proseguono in parallelo senza mai incontrarsi: i molti dizionari di veneto oggi in circolazione, spesso non sono che dizionari di padovano-vicentino con qualche “spolveratina” di parole delle altre varianti. È vèneto questo? Possiamo insegnare il vèneto a scuola nel bellunese, nel veronese, usando dizionari e/o grammatiche basate solamente su alcune varianti? Possiamo basarci solo sul veneto centrale (Pd-Vi) come velatamente vorrebbero alcuni? Possiamo basarci solo sul veneziano come vorrebbero altri? La risposta matura e ponderata non può essere che una: c’è bisogno di un vèneto che rappresenti tutti i Veneti. Un vèneto che, se insegnato a scuola, “non faccia torto a nessuno”. Possiamo allora usare il veneto che viene parlato nelle città: questo è già abbastanza spontanemante unificato. Dunque, a scuola dovremmo insegnare a dire “APREme £a porta…xe mejo che te CHIUDI el frigo…I CE ga domandà se USIMO…” e cosi via, usando la parlata cittadina che, come potete vedere, pullula di italianismi? Dovremmo fare come quelle mamme che parlando ai loro bambini dicono “spèta che prendo £e ciavi…n’àtimo che Sto rivando…I se xe alsài…” in una pseudo lingua dove le desinenze (£e ciavE ) e le costruzioni (So’ DRIO rivAR…I se GA alsA`) tipiche del vèneto sono sostituite da quelle italiane (le chiavi…sto arrivando … si sono alzati...) ? Di nuovo una mente matura ed equilibrata esige a gran voce una risposta senza nostalgie e pregiudizi linguistici: ci vuole un vèneto vero, non italiano. Ecco dunque lo strumento per tramandare alle nuove generazioni la nostra cultura: un vèneto “di tutti e che sia veramente vèneto”. Con questo obbiettivo è nato il Vèneto Unificà (Parlade Vènete Unificàe). |
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