Approfondimenti tecnico-scientifici
 
Questa animazione mostra l’espandersi dello tsunami prodotto dal terremoto di del 26.12.04.che ha fatto registrare una magnitudo pari a 8.9. Il sisma è avvenuto alle ore 7:58 ora locale della zona epicentrale che corrisponde alle 00:58 (tempo universale).La zona dell’epicentro si trova in mare a ovest della costa nord dell’Isola di Sumatra.
Le distanze principali dall’epicentro sono:
255 km SSE of Banda Aceh, Sumatra, Indonesia
315 km O of Medan, Sumatra, Indonesia
1260 km SSO of BANGKOK, Thailand
1590 km NO of JAKARTA, Java, Indonesia
In alto si possono leggere i tempi di arrivo con cui l’onda, che viaggia alla velocità di circa 800 km/h, ha colpito le diverse aree.
 
Cos'è uno TSUNAMI
Una delle cause che può generare uno tsunami, tra le altre, è il verificarsi di un forte terremoto sottomarino. In corrispondenza della zona di frizione o subduzione delle placche tettoniche, sul fondo dell’oceano, il mare viene  spostato violentemente dal basso verso l’alto.
Gli Tsunami sono caratterizzati da  sequenze di onde lunghissime, tanto che in mare aperto possono essere appena percepite da una nave. Infatti, la distanza tra una cresta d’onda e l’altra di un centinaio di chilometri. Questi treni d’onde possono viaggiare per migliaia di chilometri nel mare aperto e la loro velocità dipende dalla profondità dell’acqua. In un oceano profondo  4-5000 metri le onde possono viaggiare anche alla velocità  di 800 chilometri orari.
Storicamente, gli tsunami hanno interessato gran parte del Globo, concentrandosi principalmente nell’area dell’Oceano Pacifico, che è anche la zona dove si registra la più alta concentrazioni mondiale di eventi sismici. Tale zona è chiama “Cintura di Fuoco”,
 
 

Cintura di fuoco

 
un’area di scontro e contatto tra diverse placche tettoniche che muovendosi le une rispetto alle altre generano terremoti ed estesi fenomeni di vulcanismo, all’origine di tutta una serie di arcipelaghi (Giappone, Aleutine…..).
Lo tsunami che ha dato luogo alla tragedia di questi giorni ha avuto origine ad ovest della suddetta “Cintura di Fuoco”, nell’Oceano Indiano, al contatto tra la placca Indiana e quella di Burma.
Le onde di tsunami, al loro nascere, non sono molto alte, si propagano molto velocemente, anche se  impercettibilmente, nell’oceano e non rappresentano un pericolo per la navigazione; diventano invece pericolose e devastanti quando raggiungono la terra emersa. La velocità dell’onda decresce rapidamente man mano che la profondità dell’acqua diminuisce: con una profondità di venti metri la velocità dell’onda si riduce a circa cinquanta chilometri orari.Genesi di uno tsunamiTuttavia, mentre la prima onda rallenta nelle acque basse, la seconda distante anche un centinaio di chilometri viaggia ancora alla velocità iniziale. Il risultato è che la distanza tra le onde decresce rapidamente, la massa d’acqua spostata si accumula, formando onde che si innalzano vertiginosamente. Pochi minuti prima che l’onda si abbatta sulla costa, il suo arrivo provoca una forte risacca, che fa indietreggiare il mare anche di decine o centinaia di metri, mettendo allo scoperto una grande striscia di fondo marino.
Questo strano fenomeno, che provoca lo spiaggiamento di pesci e di quant’altro si trova sul fondale, aggiunge pericolo al pericolo, inducendo chi si trova sulla spiaggia ad avvicinarsi alla striscia di terra improvvisamente emersa, per osservare più da vicino o raccogliere pesci.
 
 
 
 
Nel 1908, durante il terremoto che colpì Messina e Reggio Calabria, molti furono travolti d’onda di maremoto mentre “raccoglievano” pesci sulla spiaggia; lo stesso si è verificato anche nel caso del disastroso maremoto nel sud-est asiatico del 26 dicembre.In realtà il ritiro dell’acque marine non è altro che un segnale premonitore della tremenda onda che sta per abbattersi sulla costa! L’onda di tsunami, che nell’oceano era alta solo pochi centimetri, può alzarsi, fino a raggiungere in certi casi i 30 metri sul livello della spiaggia; alla prima ne seguono di solito altre, un vero e proprio treno d’onde che sommano la loro forza devastante. Come un grande maglio, le onde distruggono tutto quello che trovano davanti a sé, abbattendo costruzioni di ogni genere e trasportando per centinaia di metri all’interno ogni oggetto, anche estremamente pesante come automobili, camion, treni, battelli o anche navi di medio tonnellaggio.
L’unica difesa efficace a disposizione della popolazione è la fuga dalla zona costiera, possibilmente verso zone poste ad un livello più elevato, o il riparo nei piani alti di edifici particolarmente solidi eventualmente presenti. La misura di protezione civile adeguata al pericolo rappresentato dallo tsunami è l’allertamento della popolazione, nei tempi più rapidi, per consentire la fuga dall’area a rischio.
Perché tale misura sia efficace, è necessario però che la popolazione sia informata del rischio in questione, sia a conoscenza dei segnali di allarme e sia adeguatamente preparata per reagire in modo efficace. Un buon esempio è dato da quanto realizzato nella zona delle Hawaii.

Il sistema di allertamento alle Hawaii
Dal 1948 è operativo un sistema ufficiale di allertamento in caso di tsunami - PTWS (Pacific Tsunami Warning System) - ubicato sull’isola di O’ahu.
E’ il centro di una rete di 26 Stati del Pacifico in cui operano trenta stazioni tidali. In aggiunta ad esse il PTWS può usufruire anche del supporto di un altro centinaio di stazioni gestite dal National Ocean Service ed è in grado di ricevere, attraverso il National Earthquake Information Center del Colorado, dati da centinaia di stazioni sismiche ubicate in tutto il mondo. Coordina le attività dei centri di allertamento tsunami di Alaska, Polinesia, Cile, Giappone e Russia.
Il sistema è in grado di calcolare il tempo di arrivo della prima onda di tsunami attraverso un modello che, tenendo conto dalla profondità del bacino, calcola la velocità delle onde.
Così quando in un’area dell’Oceano Pacifico si genera un terremoto con magnitudo uguale o superiore a 7 della scala Richter, in meno di mezz’ora il PTWS è in grado di identificare l’esatta localizzazione dell’epicentro e la magnitudo del terremoto. Parte così l’allertamento tsunami per tutte quelle aree che potrebbero essere colpite in meno di tre ore. 
Poiché il tempo necessario per avere conferma dello tsunami è più lungo di quello necessario ad effettuare le procedure di evacuazione, quest’ultime vengono immediatamente avviate.
La prima indicazione di un’onda di tsunami arriva solitamente dalla stazione tidale (preposta alla misura della marea) più vicina al disturbo, quando le onde di marea appaiono più grandi e più rapide di quelle registrate normalmente. Tuttavia, il segnale di una singola stazione non è sufficiente; se l’anomalia non viene confermata dal PTWS attraverso la registrazione di altri segnali anomali, l’allertamento e l’avviso vengono annullati. Se invece lo tsunami viene confermato, si passa immediatamente dalla fase di attenzione a quella di allertamento e poi a quella di allarme, secondo la seguente procedura. Tre ore prima dell’arrivo della prima onda le sirene della Protezione Civile lanciano il segnale di allerta. La popolazione sa che deve accendere la radio e seguire l’evoluzione del fenomeno attraverso le notizie e le indicazioni diffuse da tutte le stazioni. Le sirene suonano di nuovo due ore prima dell’arrivo previsto, e poi ancora un’ora prima e mezz’ora prima. Questi segnali sono sempre accompagnati dalle informazioni diffuse dalle radio.
In caso di necessità è il personale della Protezione Civile a coordinare le operazioni di evacuazione della popolazione, partendo dalle aree di costa più bassa che per prime possono essere colpite.
È evidente che il sistema PTWS, così come è stato strutturato, non è esente dal pericolo di creare falsi allarmi: è quello che è avvenuto nel 1950 e nel 1960. Tuttavia quando nel 1952 e nel 1957 forti tsunami si abbatterono sulle coste delle Hawaii fu grazie all’allertamento diramato dal PTWS che non si registrarono danni alla popolazione.
L’informazione alla popolazione
Il sistema di allertamento per la difesa dagli tsunami ha come premessa la capacità della Comunità scientifica di prevedere il possibile arrivo di un’onda, ma si fonda necessariamente sulla consapevolezza del rischio da parte della popolazione e sulla conoscenza delle norme di comportamento da adottare in caso di emergenza.
Accanto, infatti, ad una serie di misure di prevenzione di tipo strutturale ormai adottate su tutte le isole Hawaiane – gli edifici ad esempio sono abitati dal primo piano in su, mentre il piano terra è dedicato a parcheggi aperti -  la strategia scelta dal Governo prevede la diffusione capillare di informazioni sul rischio e sui piani di emergenza, sia tra i residenti che tra i turisti. E non è un caso che la più nota birra hawaiana si chiami “Tsunami” – quasi a rammentare al turista il rischio che corre sulle isole delle proprie vacanze – e che al centro di Hilo dal 1997 sorga il “Pacific Tsunami Museum” a ricordare gli eventi luttuosi che si sono verificati nelle isole in un passato anche non molto lontano.
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