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ATTENZIONE!!! Il seguente racconto è scritto come base per un futuro libretto teatrale, quindi, non contiene discorso diretto e i modi e i tempi dei verbi sono scelti di conseguenza al presente. |
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IL BARDO D'IRLANDA ©Copyright 2001 by Sean McLir
Irlanda, ai giorni nostri. Una famiglia è riunita all'interno del piccolo e vecchio cottage nella contea di Meath. Il vecchio Padrag sta seduto poco lontano dal fuoco a costruire un violino e i suoi piccoli nipoti, Lory e Dave, lo osservano affascinati. I bambini lo esortano a raccontare loro la storia della famiglia, una famiglia di poeti, e tutti si avvicinano al vecchio per vivere nella propria immaginazione una grande storia... *** Erin, VII secolo d.c.. Circa duecento anni dopo l'avvento del cristianesimo ad opera di San Patrizio, l'Isola di Smeraldo è oggetto delle attenzioni dei vichinghi, abili navigatori e feroci guerrieri. Il vecchio re, l'Ard Ri, il re supremo, è morto senza lasciare eredi maschi e, fino al momento in cui prenderà marito e consegnerà ad un uomo il trono, Gilian, l'unica sua figlia appena ventenne, svolge il ruolo di reggente. Essa è aiutata da un consiglio di anziani guidati da Merrik, il primo consigliere, già confidente del padre. Egli non vede più di buon occhio l'attuale famiglia reale rappresentata da Gilian, prova vivente che la sua stirpe ha perso la forza necessaria per governare. Dalla morte del sovrano, infatti, egli esorta la reggente a scegliere come marito uno dei giovani figli di re minori e capi che stanziano alla reggia di Tara, sede dell'Ard Ri, in modo da dare ad Erin una guida più forte. In particolare, Merrik predilige Murrogh O'Kannan, figlio del capo di una delle tribù più potenti e che più di tutti ha il diritto di reclamare il trono. Il vecchio consigliere spera anche nell'aiuto di padre Loran, rappresentante della chiesa a Tara e fanatico seguace dei suoi insegnamenti. Murrogh è supportato anche dai suoi amici Adain e Kellan, figli di capi anch'essi ma pronti a favorire O'Kannan per poi condividerne il potere. Ma essi sono guerrieri solo a parole, spavaldi con il coraggio di un coniglio, e questo Gilian lo sa, per questo preferisce attendere. L'unica persona di cui si fida veramente è la sua amica e dama di compagnia Kilee, una giovane e focosa figlia della sua terra simpatizzante per l'antica religione. In questo tempo, infatti, Erin vive una profonda trasformazione culturale. La parola di Cristo è oramai dominante e religione di stato, ma l'antico culto degli dei, i Tuatha Dé Danan, la stirpe divina, non è morto del tutto e c'è ancora chi leva loro le proprie preghiere. Giunge il temuto giorno in cui Merrik irrompe nella sala del trono con la notizia dello sbarco di un esercito vichingo sulle coste nordorientali. Assieme a Gilian ci sono la fedele Kilee, padre Loran e i giovani Murrogh, Adain e Kellan. Le notizie sono allarmanti. I vichinghi sbarcati sono guidati da un gruppo di rinnegati di Erin capeggiati da Leorian, un feroce guerriero fedele all'antica religione. Murrogh si propone senza ritegno come capo dell'esercito dell'isola ma Kilee gli fa notare sarcasticamente che il suo comando rischia di essere ben misero vista la divisione dei clan di Erin, poco propoensi a combattere per una causa comune. Riluttante, Merrik le da ragione e tra una preghiera e l'altra di padre Loran, Gilian propone di attendere il giorno seguente per prendere decisioni. La mattina dopo, infatti , sarebbe giunto dalla Scozia Will McLeidon, figlio di un potente Thane, capoclan, grande guerriero e condottiero. Egli sarebbe stato in grado di offrire validi consigli per affrontare la situazione. Tra le proteste di Murrogh e dei suoi spalleggiatori, la reggente ribadisce la sua intenzione di attendere e assieme a Kilee, amante di McLeidon, si ritira nelle sue stanze. Sopraggiunge l'ora del pasto serale e la corte si riunisce nella sala dei banchetti della reggia. Nel contempo un uomo, un viandante, si presenta alle porte della roccaforte e chiede di essere ammesso al cospetto dell reggente. Egli è un bardo, un musico e poeta girovago, druido fedele agli antichi dei. Più per reverenza che per timore le guardie alla porta lo fanno passare. Ogni buon celta ha la musica e la poesia nel sangue e la reggente le apprezza ancora più degli altri. Avvolto nel suo mantello con il cappuccio alzato, il bardo viene presentato a Gilian. Non rivela il suo nome e si fa chiamare solo bardo. Senza parole inutili egli scopre la sua arpa ed inizia ad accarezzarne le corde. Intona canti gloriosi di gesta di eroi, memori dell'antico splendore celtico di Erin. Canta di dei, re e guerrieri, di storie d'amore e di grandi vittorie, canta del nobile Ramo Rosso dell'Ulster e del glorioso Fianna, di Cu Culain e di Finn MacCool. Le sue parole sono come il miele e in pochi istanti la sua magia, la magia dei poeti, cattura tutti i presenti. Al termine della sua esibizione, grida di esultanza si levano dai commensali e su qualche volto brillano le lacrime. Come in tempi antichi in cui i bardi, i bardagh, erano trattati con onore e rispetto, Gilian lo fa sedere alla sua tavola e gli offre il cibo dell'ospitalità, facendogli promettere di fermarsi per qualche giorno a palazzo, in modo da poter ascoltare ancora la sua poesia. Si è appena ripreso a mangiare quando un fragore di passi armati giunge da oltre la porta di legno della sala. Una guardia irrompe con un messaggio urgente. Un drappello nemico attende alle porte di Tara per poter parlare alla reggente. E' composto da una decina di vichinghi e da un colosso dai capelli neri che sembra un nativo di Erin. Murrogh e i suoi tirapiedi invocano che siano uccisi ora che se ne presenta l'occasione, in modo da tagliare subito la testa ai vichinghi. Tutti nella sala hanno capito che il colosso dai capelli neri è Leorian in persona, ma quando Gilian nota con la coda dell'occhio lo scuotimento di disgusto della testa del bardo, ordina che siano scortati da lei. Tra il furore e la tensione generale, il rinnegato Leorian viene fatto entrare nella sala seguito da due guerrieri del dio Odino, due vichinghi. Egli si presenta fiero agli occhi della corte come se gli insulti che gli piovono addosso non lo scalfissero. Bastano le prime note della sua voce per zittire tutti, come il ruggito del leone impaurisce la preda. Egli rende onore alla reggente per il rispetto dimostrato verso un capo nemico nel segno delle antiche regole, invocando su di essa la benedizione degli dei. Poi passa a formulare le sue richieste. Tara ed Erin si devono arrendere entro tre giorni, altrimenti la marea vichinga calerà sull'isola e sarà per loro la fine. Propone anche a Gilian di divenire la sua regina, poiché la rispetta e la considera una donna forte, adatta a lui, il futuro Ard Ri. Gilian rifiuta con decisione e chiede con altrettanta fermezza perché proprio lui, di cui aveva sentito cantare le gesta, si è rivoltato contro i suoi fratelli. Nel silenzio tagliente che precede la risposta di Leorian, persino Murrogh e i suoi tacciono. Il condottiero vuole Erin per ridarla al suo popolo e ai suoi dei, gli unici padroni dell'Isola di Smeraldo. Avrebbe ricacciato oltremare il dio della croce e ridato onore all'ordine dei druidi. Fa per andarsene ma di colpo si ferma. Con la coda dell'occhio vede il bardo ad un angolo della tavola e gli si avvicina con sguardo di meraviglia. Come se lo conoscesse, gli chiede perché proprio lui tra tanti, siede tra gli adoratori della croce, lui che era stato suo amico e compagno. Il bardo lo fissa negli occhi e gli da la sua risposata. Il tempo della gloria in battaglia sta per finire e come sono morti i loro compagni anche un'epoca leggendaria è destinata a morire. Egli è ora solo un bardo che tenta di far vivere almeno il ricordo dell'antica gloria. Senza dare una risposta, Leorian si volta e fa nuovamente per uscire ma la voce di Adain lo ferma con parole sprezzanti e minacce. Con un sorriso gelido il rinnegato risponde al giovane con parole enigmatiche. Se lo volesse, l'unico uomo in grado di salvarli è quel bardo che siede alla loro tavola, e non un bambino che si crede uomo. Dopo la partenza del guerriero la corte termina la cena in fretta e si scioglie, ognuno torna alle proprie stanze. Tutti tranne Gilian, che dopo aver esortato Kilee a precederla passeggia pensierosa per i corridoi deserti della reggia. Ad un tratto, da dietro una piccola porta socchiusa, sente un lenta e dolce melodia. Incantata si avvicina in silenzio alla porta e si appoggia al muro ad ascoltare. Quella è la stanza assegnata al bardo e lui si accorge, non si sa come, che qualcuno lo sta ascoltando. Con un sorriso cortese esorta la reggente ad entrare e la fa accomodare su una sedia. Dopo aver versato per entrambi una coppa di vino egli si siede di fronte a lei che di lui sta scrutando lo sguardo, ora che non indossa il mantello. Il suo volto non ha età, giovane e vecchio alla stesso tempo. Un velo di barba castana lo adombra e i suoi occhi nocciola assomigliano a quelli di un cervo. Ciò che però colpisce Gilian è la tristezza che emana quel volto. Dopo essere restata in silenzio per un lungo attimo, la reggente di Erin decide di tentare di svelare il mistero e chiede al bardo chi lui sia in realtà e come fa a conoscere Leorian. Dopo un profondo sospiro, l'uomo abbassa lo sguardo sulla sua coppa di vino come se vi vedesse il passato ed inizia a raccontare. Tempo addietro, lui e Leorian erano compagni d'armi nell'ultimo gruppo guerriero del leggendario Fianna. Il rinnegato era il comandante del gruppo mentre lui ne era il bardo, la memoria e colui che ne cantava le gesta. Egli era anche un guerriero, considerato il più coraggioso dei venti uomini che formavano l'ultimo Fianna. Come tale aveva ricevuto in dono dal consiglio dei druidi, ordine del quale egli stesso, in qualità di bardo, faceva parte, la spada druidica Dananian, la spada benedetta dalla dea Danu, un'arma imbattibile e seconda solo alla spada del re Nuada dei Danan. Leorian, come condottiero, ricevette invece lo Scudo di Dann, lo scudo impenetrabile. Erano onorati e temuti in tutta l'Isola di Smeraldo, i venti leoni di Erin. Ad ogni vittoria, conquistata a costo della vita, alzavano la spada al cielo e inneggiavano al loro re, l'Ard Ri, alla loro terra e a loro stessi. Gilian ascoltava attenta ma l'incresparsi di quel volto così indecifrabile le fece supporre un finale tutt'altro che felice per quella storia. Il bardo continuò a raccontare. Venne il triste giorno in cui furono accerchiati da un numero di uomini dieci volte superiore al loro, fedeli fanatici del dio della croce, istigati da alcuni preti intolleranti che li accusavano di aver dato alle fiamme una chiesa. Sebbene valenti guerrieri, uno ad uno i suoi amici caddero. Si salvarono solo lui e Leorian riportando entrambi gravi ferite. Da allora si persero di vista. Leorian in cuor suo giurò che avrebbe cacciato il nuovo dio da Erin e l'avrebbe restituita agli antichi dei a ai suoi guerrieri. Egli non è un traditore della sua terra, l'ama con tutto il cuore, si sente egli stesso tradito dalla sua gente che ha rinnegato la tradizione. Non comprende che quei tempi in cui noi druidi scandivamo il vivere degli uomini in nome degli dei e della legge Brehon, sono passati. Gilian ascolta rapita le parole del bardo e comincia a chiedersi se davvero la fede di Cristo è quella vera o se si stesse ingannando. La reggente chiede al bardo se anche lui condivide l'idea che Erin appartenga alla stirpe divina dei Danan ma egli sospira e scuote il capo. Erin appartiene a se stessa, la magia di cui è intrisa è potente, più potente di qualsiasi dio, Erin è viva. Come è passato il tempo dei Fomori e dei Fir Bolg, ora passa anche il tempo dei figli di Danu. Se il nuovo dio insegna la via della pace e della prosperità, allora può avere il cuore dei figli di Erin ma non deve essere imposto dai suoi seguaci. Chi desidera vivere secondo l'antica legge deve essere libero di farlo. Gilian, sempre più rosa dai dubbi, decide di congedarsi dall'uomo e si ritira nelle sue stanze. Non dorme perché sa che le parole del bardo sono veritiere e si rende conto che la nuova religione, al contrario dell'opera caritatevole di San Patrizio, è stata molte volte, troppe, imposta. Lo stesso padre Loran, suo mentore spirituale, è un fanatico. Il giorno seguente la corte si riunisce per accogliere Will McLeidon, del Clan McLeidon, figlio del Thane e famoso condottiero. Gli viene spiegata la situazione e dopo i consueti schiamazzi, invocanti al falso coraggio e alla spavalderia, il possente guerriero, alto quasi due metri e dotato di una folta chioma ramata, si alza in piedi e parla. Egli purtroppo considera inevitabile lo scontro e suggerisce di inviare subito messaggeri a tutte le tribù per sapere di quanti uomini potranno disporre. In base a quel numero, che difficilmente potrà essere superiore a quello degli invasori, si potranno decidere le strategie da adottare. Murrogh e i suoi insistono per un attacco diretto ma la voce profonda di Will li gela. Attaccare in numero inferiore, senza disporre di tempo e dell'effetto sorpresa, è un suicidio generale e la sconfitta assicurata. Meglio che per il momento si appronti una valida difesa che potrà portare il tempo per escogitare qualcosa di meglio. Merrik si dichiara d'acordo e così pure padre Loran e Gilian. I tre giovani mandano giù il boccone ma il risentimento di Murrogh nei confronti di Will aumenta. Pare chiaro che lo scozzese combatterà con loro e sarà lui a guidare l'esercito di Erin. Non ufficialmente forse, ma di sicuro i comandanti dovranno seguire i suoi "suggerimenti". La seduta finisce e si dà il tempo all'ospite, giunto con una cinquantina di highlanders, guerrieri scozzesi delle montagne, di riposarsi prima di altre discussioni. Nel frattempo i messaggeri reali vengono fatti partire per le roccafoti delle tribù dell'isola. Will si apparta con la sua donna, Kilee, ed insieme trascorrono tutta la giornata. Kilee, come Gilian le aveva detto di fare, mette al corrente Will di tutto ciò che non era stato possibile dire pubblicamente, le tensioni a corte, le pressioni perché la reggente si sposi, le pretese di Murrogh O'Kannan e dei suoi e, infine, del bardo. Will valuta pensieroso la situazione e da dei messaggi da riferire a Gilian su come togliersi da quegli impicci. Il giorno prima dell'alba di battaglia, i corrieri tornano con notizie poco confortanti. Pochi sono i capi che si scherano con il casato dell'Ard Ri. Solo quelli minori, che sperano così di aumentare la loro forza in seno a Tara. Altri clan preferiscono restare neutrali promettendo di impegnarsi in battaglia nel caso vengano attaccati. Altri rifiutano con sdegno perché essi stessi hanno pretese al trono oppure, segretamente, hanno avviato piccoli commerci con i vichinghi che già da diversi anni si spingono nei mari dell'isola. Sotto l'insistente pressione di Merrik e di padre Loran, Gilian affida il comando dell'esercito di difesa a Murrogh e ai suoi ma con l'ordine di consultarsi con McLeidon prima di intraprendere ogni azione. Masticando amaro, il giovane irruento accetta ma dentro di se è convinto che lo scozzese avrà ben poca voce in capitolo in quello che lui deciderà. La sera prima della battaglia il bardo sta affacciato pensieroso ad una finestra della reggia, in direzione del mare, in direzione del nemico. Sente dietro di lui una presenza ma non percepisce ostilità e quindi si volta lentamente e saluta Will McLeidon come si conviene. L'highlander si affianca al bardo e in silenzio si mette a scrutare anche lui l'orizzonte oscuro. Ad un tratto Will rompe gli indugi e confessa al bardo che Gilian gli ha parlato un po' di lui. Sono giorni che lo sta osservando e, anche se la magia della sua musica e delle sue parole e grande, egli ha più l'aspetto di un guerriero che di un poeta. Il druido accenna un sorriso e risponde che ogni uomo assomiglia a quello che vuole essere. Conferma ciò che la reggente gli ha detto, di essere stato un guerriero e di aver combattuto a fianco di Leorian, ma ora quello che cerca è la pace e delle orecchie che lo ascoltino. Anche Will sorride e tenta di avere da lui un minimo di consiglio. Gli chiede che ne pensa della situazione e, dopo un attimo di riflessione, il bardo confessa che si tratta di una battaglia disperata, che pochi sono i veri uomini nelle fila di Erin che possano combattere bene come i suoi highlanders. I discendenti dei figli del Mil stanno dimenticando cosa voglia dire essere guerrieri. Lo scozzese gli chiede infine se anche lui vuole essere della battaglia, una spada in più per Gilian, ma il bardo si fa buio e con la dovuta cortesia rifiuta in modo freddo. I due si lasciano e McLeidon ha più dubbi su quell'uomo di quanti ne avesse quando lo ha avvicinato. L'alba sorge fredda ma i due eserciti sono in fermento ai piedi della collina, luogo prefissato per lo scontro. Gli uomini del rinnegato sono giunti durante i due giorni seguenti e si sono accampati a circa un miglio dalla piana di Tara. I guerrieri di Erin sono schierati a difesa della reggia e Murrogh, Adain e Kellan stanno davanti a tutti a cavallo, ornati di nuovi e appariscenti mantelli. Più indietro sta Will McLeidon, che con i suoi uomini forma il vero cuore dell'esercito. I guerrieri di Scozia sono amici tra la gente dell'isola ma in quel particolare esercito i loro comandanti non lo sono e di malavoglia Murrogh ha accettato la presenza di McLeidon. Senza nessun preavviso gli invasori vichinghi, armati di pesanti asce da battaglia e spadoni enormi, al loro selvaggio urlo di guerra, invocante la benedizione di Thor, il dio del tuono, partono all'assalto. Non hanno cavalleria ma la loro mole supplisce molto bene a questa mancanza. Lo scontro è violentissimo e la battaglia sembra volgere a favore del nemico dopo pochi minuti. Tra i tanti Leorian spicca su tutti, facendo strage di suoi compatrioti fedeli alla croce e parando ogni colpo con un grande e lucente scudo rotondo con su i simboli dei druidi, lo Scudo di Dann, impenetrabile difesa contro ogni nemico. L'esercito di Erin indietreggia sempre più velocemente verso la collina e già si preannuncia la disfatta. Adain e Kellan sono già fuggiti e solo Murrogh O'Kannan, per salvare il suo onore, sfida con parole sprezzanti il capo rinnegato dei nemici. Con un sorriso di divertimento, Leorian gli va incontro e subito legge la paura sul volto del giovane. Tre fendenti gli sono sufficienti per disonorare il cortigiano travestito da soldato. Uno lo disarma e gli altri due gli incidono di traverso il petto. Non lo vuole uccidere, vuole che i suoi compatrioti vedano che chi adora il falso dio non ha il potere di resistere ai veri figli della terra di Erin. Con l'esercito oramai in rotta, solo Will e i suoi highlanders resistono ma i vichinghi sono troppi numerosi e già il valoroso guerriero prega per se e per i suoi, quando il suono di un'arpa si leva nell'aria e una voce possente invoca l'aiuto divino. Sulla più alta torre della reggia il bardo accarezza le corde del suo strumento ed uno ad uno invoca i poteri degli antichi dei, i Tuatha Dé Danan, la stirpe divina. E così la luminosa spada del re Nuada fende la terra e crea voragini infuocate in cui gli invasori cadono inermi con urla di terrore, l'irresistibile lancia del grande Lug colpisce i vichinghi sotto forma di fulmini e saette mentre il cielo si oscura e un vento fortissimo carico d'acqua, la voce della stessa Erin, sferza gli invasori in fuga, decimati dalla furia degli dei. Per dare un ultimo segno del potere dei Danan, il bardo, con il suo melodioso canto, invoca la forza di Manannan delle Onde, il dio del mare, e grandi muraglie d'acqua si levano a sommergere molte delle navi nemiche ancorate a diverse miglia di distanza. Il vento si placa e un cupo sole torna a farsi vedere quando il druido, fermo e ritto come una statua, dissolve la magia delle sue parole e della sua musica. Chi ha assistito a quello spettacolo è rimasto allibito e timoroso. Padre Loran è in ginocchio a pregare come un ossesso, più spaventato che devoto al suo dio. Solo Leorian, che non si è scomposto all'infuriare di quella tempesta, resta fermo ai margini del campo di battaglia dove si è consumato il massacro. Egli fissa con i suoi occhi di ferro il bardo che gli risponde con lo stesso sguardo, come due leoni. La voce del rinnegato è altrettanto possente di quella del poeta e le sue parole vengono udite da tutti, fin sulla più alta torre della reggia. Per mettere fine a quella guerra si offre di sfidare, il giorno seguente al calar del sole, in un singolo duello, un campione di Tara, il guerriero più forte. Chi vince, vince la guerra ed Erin. Kellan, tornato sul campo di battaglia assieme ad Adain per soccorrere Murrogh, dimentico della codardia dimostrata in precedenza, torna a sfidare Leorian con parole di insulto e promette che un campione di Erin sarebbe sceso in campo contro di lui. Il gigantesco guerriero, soddisfatto, si gira e se ne va. Radunati i suoi fedeli nella sala del trono, Gilian fa esplodere la sua ira sullo sciocco Kellan, sbattendogli in faccia la sua vigliaccheria e la sua stupidità, facendogli notare che nessuno in Erin ha la minima speranza di battere Leorian in duello. Murrogh O'Kannan è in fin di vita per aver combattuto con lui e non è riuscito neppure a sfiorarlo. Nessuno riesce a calmarla ed ella ha parole dure di accusa per tutti coloro che hanno smaniato per quella guerra. Un'occhiata di McLeidon al bardo basta per chiedere aiuto secondo l'antico modo dei druidi. Il musico accarezza la sua arpa traendone un melodioso accordo che zittisce tutti e lascia la parola al capo scozzese. Egli inizia a spiegare che non serve piangere su quello che è stato fatto o detto e che sarebbe andato lui incontro al rinnegato. Un sussulto fece sobbalzare Kilee dalla sua sedia e le mani iniziarono a tremare in una silenziosa supplica. La reggente sconsolata gli ricorda che lui è un ospite e che non dovrebbe rischiare la vita per Erin. Will sorride prima a Gilian poi alla sua amata ribadendo che la sua famiglia è sempre stata amica della casa reale di Erin e che sarebbe stato onorato di combattere per essa, anche rischiando la vita. Le ore scorrono veloci e a Kilee sembrano troppo poche per dire addio all'uomo che ama, perché ella sa già che lui non può abbattere il rinnegato. Il suo volto rigato dalle lacrime strappa a Will almeno l'ultima notte d'amore e la speranza che qualcosa di lui viva in se. L'ora è tarda, ma Gilian è sola nella grande sala, seduta sul trono che fu di suo padre, intenta a scrutare il nulla. Con passo felino il bardo compare d'improvviso ma ella, senza nessun cenno di saluto, gli pone una domanda che sa di supplica. Perché non aiuta Erin? La sua risposta è ancora più triste della supplica. Erin, o meglio, la gente di Erin non vuole essere aiutata. Le tribù non sono unite e ognuna pensa al proprio guadagno. Vale la pena di salvare quella gente? Da anni lui vaga per tenere vivo il ricordo di chi erano stati ma nonostante il grande potere della sua poesia, pochi sono stati coloro che hanno compreso. Per cosa lottare se nessuno crede nella causa? La reggente versa lacrime amare mentre il poeta si allontana nelle ombre della sala. ella sa che ha detto il vero e che per l'Isola di Smeraldo il giorno che viene può essere davvero l'ultimo di libertà. Medita anche di accettare l'offerta di Leorian; il dubbio che il rinnegato possa essere nel giusto la tormenta fin dalla notte in cui il suo ospite le ha narrato la sua storia e gli intenti del capo invasore. Egli non ha marciato tra i massacri alla maniera vichinga, è venuto a sfidarli direttamente dimostrandosi un uomo d'onore. Solo il sonno placa momentaneamente quei tetri pensieri. Nel frattempo Leorian, nel suo accampamento, ha una violenta discussione con i capi vichinghi. Galf Rannerson lo ha accusato di debolezza. Non doveva concedere altro tempo al nemico, dovevano scatenare la furia vichinga e fare terra bruciata dell'isola, saccheggiandola di cima a fondo. La testa di Galf rotolò per terra pochi istanti dopo aver finito di parlare. Gli altri capi, Valard, Siger e Melkar Ulfgarson si ritraggono per l'orrore e guardando il volto di Leorian vi scorgono la furia del leone. Non gli servono le parole per farsi obbedire. La sua lama e il suo spirito di guerriero gli sono sufficenti. Guarda fuori della sua tenda, in direzione di Tara. Il suo nemico, il suo vero nemico, quello che un tempo chiamava fratello, lo stava aspettando lì. Ma avrebbe combattuto? L'ora del tramonto si avvicinava e Will McLeidon si trovava alla grande porta del castello assieme a Gilian, Kilee e al resto della corte. Pochi istanti prima, nel corridoio che porta all'esterno, l'highlander aveva incrociato il bardo che gli aveva posto una singolare domanda. Perché lo stava facendo? Lo scozzese, serenamente, gli rispose che qualcuno avrebbe dovuto scendere in campo per Erin e la sua gente, per quanto immeritevole essa sia. Il grande guerriero proseguì verso coloro che lo attendevano. Quanto piccolo si sente ora il bardo di fronte a quell'uomo coraggioso. Corre, anzi scappa da lui e senza accorgersene si ritrova solo al centro della grande e semibuia sala del trono. Cade in ginocchio e si prende la testa fra le mani, invocando tra le lacrime i nomi dei suoi compagni morti e chiedendo loro, nella sua disperazione, cosa deve fare. Il silenzio spettrale che lo avvolse porta con se le voci delle ombre. E tutte, prima piano e poi sempre più forte, gli urlano un'unica parola. Combatti! Will, spada in pugno e scudo al braccio si presenta per Erin sul campo di battaglia. Dietro di lui Gilian e la corte attorniate dai guerrieri dell'isola. Il volto di Leorian sembra farsi triste mentre avanzava staccandosi dalle fila vichinghe, decimate dalla precedente battaglia, quella in cui erano scesi in campo gli dei. Il grande capo si aspettava un altro. Rivolge a McLeidon parole di rispetto e lo stesso fa lo scozzese nei riguardi dell'avversario, poi nulla più e lo scontro ha inizio. Il pesante spadone di Will non è fatto per i duelli e si trova svantaggiato di fronte alla più agile spada di Leorian. Anche le loro difese sono, se si deve credere alle leggende, impari. Quale scudo avrebbe mai potuto superare lo Scudo di Dann? Come Will, anche Leorian fa le stesse considerazioni ed è subito chiaro che farà stancare lo scozzese per poi finirlo senza sforzo. I due si scambiano qualche colpo senza decisione girandosi intorno. Leorian non para i colpi dell'avversario, li schiva e ne devia la traiettoria con il suo scudo, in modo che McLeidon si trovi spesso sbilanciato dal peso della sua stessa spada e offra a Leorian dei bersagli mortali per finirlo. Ma il rinnegato figlio di Erin non affonda il colpo. Sembra attendere qualcosa, vuole prendere tempo e protrarre il duello il più a lungo possibile. Quando però si stanca di quel gioco, decide di finire lo scozzese. Will, oramai senza fiato, carica un ultimo colpo del suo spadone. Ha gettato lo scudo e impugna l'arma a due mani. Questa volta Leorian para con il suo scudo e la spada dell'higlander si infrange sullo Scudo di Dann, a dimostrarne la potenza magica. Will cade in ginocchio sfinito e frustrato. Si rende conto che aveva perso ancora prima di iniziare e ora aspetta il colpo di grazia del suo avversario. Con un ruggito di vittoria, Leorian leva in alto la spada pronto a colpire ma un secondo prima che la lama sfiori la fronte del guerriero scozzese con l'intento di spaccargli il cranio, un altro ruggito pervade l'aria e una lucente lama, incisa con i simboli dei druidi, blocca quella del rinnegato. Il bardo, impugnando la leggendaria Dananian, la spada benedetta dalla dea Danu, è sceso in campo. Ai polsi porta due lucidi bracciali che gli arrivano fin quasi al gomito e il collo è ornato da un torque d'oro raffigurante due leoni che si guardano, i suoi abiti sono quelli che indossava per combattere mentre è scomparso il mantello da poeta. Un cerchio di metallo gli cinge la testa e un rotondo scudo è attaccato al braccio sinistro. Il suo sguardo non è più carico di tristezza, ma del fuoco dei leoni del Fianna, non poeta ma guerriero. Con un balzo Leorian si fa indietro sorridente. Finalmente colui che aspettava è giunto. Rinfodera la spada e attende che il suo avversario sia pronto a combattere. Il nuovo venuto aiuta Will McLeidon ad alzarsi e gli fa cenno di tornare accanto a Gilian. Mai il suo sguardo si stacca da quello del rinnegato. I due si trovano ad una decina di passi di distanza e Leorian ha sfoderato nuovamente la spada. Prima saluta il bardo come si fa con un vecchio compagno d'armi, senza ironia e con molto rispetto, poi loda lo splendore della ritrovata Dananian. Il sole sta calando e la luce vermiglia che illumina i due sembra indicare che con il loro duello finirà anche un'epoca. Si guardano fissi negli occhi tra il silenzio degli spettatori, isolani e vichinghi, catturati da un reverenziale timore per lo scontro titanico che sta per avere luogo. Un solo grido scuarcia l'aria, Fianna, e i contendenti si scagliano l'uno contro l'altro come belve. Colpiscono, parano, schivano e incrociano le spade. Leorian è più forte ma il bardo è più veloce. I due si scambiano una rapida sequenza di colpi, qualcuno va a segno ma provoca solo ferite lievi. Si avvinghiano uno con l'altro e il bardo può finalmente porgli la domanda. Perché fa tutto questo? Perché Erin è degli dei e dei guerrieri, non del dio della croce, risponde l'altro disimpegnandosi. Nuovo scontro e nuova situazione di stallo. Il bardo ribadisce che il loro tempo è finito e che devono acettare il presente. Piuttosto morto, è la risposta di Leorian che balza all'indietro e porta avanti il suo scudo per parare un fendente di Dananian. Degne eredi delle armi magiche dei Danan, i due artefatti scontrandosi provocano scintille che non hanno nulla di naturale, accompagnate da boati che mettono i brividi. I due leoni combattono incessantemente ma il bardo vede qualcosa di strano. Leorian non ha perso ne la sua forza ne la sua abilità eppure non lotta con quello sguardo omicida che tante volte gli aveva visto negli occhi quando erano compagni. Ad un certo punto il rinnegato commette il primo errore di quel tragico duello e il bardo ne approfitta, risponde al potente fendente di Leorian con un colpo ben assestato della spada Dananian la quale manda in frantumi l'arma del nemico. Il capo invasore è ora sbilanciato e ha il petto scoperto. Con la morte nel cuore per quello che sta per fare, il bardo ruota rapidamente su se stesso e pianta la sua arma nel cuore dell'amico-nemico Leorian. Il grande guerriero sbarra gli occhi e a fa cadere il moncherino di spada ma tiene stretto lo Scudo di Dann. Cade in ginocchio e il bardo, oramai vittorioso, lascia cadere le armi e lo sorregge per poi adagiarlo a terra. Il bardo, nuovamente triste, gli chiede perché ha fatto quel banale errore, perché lo ha lasciato vincere. Con il suo ultimo alito di vita, il grande Leorian gli dice che non lo ha lasciato vincere, semplicemente non aveva nessuna volontà di ucciderlo. Considera un onore morire per mano di qualcuno che ancora ama e difende Erin come lui stesso avrebbe voluto fare, per mano di un amico. Leorian non è un traditore o un rinnegato e nel rendersene conto, il bardo versa lacrime amare sull'amico ormai morto e comprende che egli sapeva già che il loro tempo è finito. L'unico suo scopo era quello di morire combattendo sulla sua terra, da guerriero. Aciugatesi le lacrime il bardo si alza in piedi e raccoglie sia Dananian che lo Scudo di Dann. Dalle fila dei soldati dell'isola si leva un urlo di gioia e di vittoria e il solo sgurdo del bardo fa desistere i capi vichinghi dal pensiero di non mantenere la parola e andarsene. Sa che questa era solo una battaglia e che gli invasori sarebbero presto tornati ma ora voleva solo dimanticare e rimanere solo. L'arrogante Kellan, non pago, esce dalle fila accanto a Gilian e si avvicina baldanzoso al corpo inerme di Leorian, insultandolo e arrivando persino a sputargli addosso. Con un unico movimento del braccio, il bardo, furioso, da alla sua spada un ultimo tributo di sangue e decapita l'insolente sul posto. A gran voce canta le lodi del condottiero Leorian e ordina che sia sepolto sulla sua terra con tutti gli onori. Poi, fedele all'antica tradizione, leva in alto la spada Dananian e nel silenzio generale di vichinghi e isolani, alla luce delle prime stelle inneggia alla vittoria. Per il re, per Erin e per i suoi leoni! Fatto questo, l'uomo, l'ultimo guerriero del Fianna, si incammina lentamente e triste verso la reggia di Tara, con lo sguardo basso e l'animo vuoto. Nessuno esulta e tutti si scansano al suo passaggio, persino la reggente. I vichinghi, impressionati da quello che hanno appena visto e consci del potere magico dello sconosciuto, si voltano e fuggono di corsa al suono dei loro tonanti corni, la voce del dio Thor. Il mattino seguente all'alba, Gilian, Kilee e Will, sono soli alla porta della reggia per salutare il bardo. Ha reindossato i suoi abiti da viaggiatore e il suo mantello da druido. L'arpa e non la spada gli pende dal fianco. Prima Kilee lo abbraccia con calore e gli augura la benedizione degli dei, poi il suo braccio si stringe a quello di Will MaLeidon, che lo ringrazia per avergli salvato la vita. Non fa promesse di ricambiare perché è cosciente che non lo rivedrà mai più. Infine Gilian, più triste del solito, gli prende le mani e lo trae in disparte. Con voce rotta dall'emozione, la reggente gli chiede di restare, dicendogli espresamente che Tara ed Erin non potrebbero mai trovare un re, un Ard Ri, migliore di lui. Gli offre se stessa e il trono. Accarezzandogli il volto e mostrando il primo sorriso dal momento del duello, il poeta la ringrazia ma rifiutare. Egli non è fatto per essere re e sebbene l'affetto che lo lega a Tara e alla sua gente, alla sua reggente in particolare, sia grande, non è lui il predestinato a sedere sul trono. E' ormai come le canzoni che dispensa, un ricordo, un'ombra e prima o poi si spegnerà. Purtroppo la sua vista da druido gli ha rivelato che i tempi che giungeranno per l'Isola di Smeraldo saranno tempi di guerra e dolore, ma ha anche visto che un giorno un leone tornerà a ruggire in Erin e sarà il più grande re che abbiano mai avuto. Un'epoca è finita ma spetta a lei preparare la venuta di nuovi tempi di gloria per Erin. Il bardo se ne va silenzioso come era arrivato ma la melodia della sua arpa e il potere della sua poesia non furono mai dimenticate a Tara. *** Allo scoccare dell'ultima parola del vecchio Padrag, la famiglia si risveglia d'incanto. Lory, che non ha staccato gli occhi un momento dal nonno, gli chiede ansiosa se la loro famiglia discenda dal bardo e il vecchio, con un sorriso, le fa cenno di si con la testa. La mamma di Lory e Dave ordina però di andare a letto e dopo aver salutato tutti, i bambini se ne vanno a dormire. L'ora è tarda e anche gli altri componenti della famiglia lasciano la stanza del piccolo cottage per andare a dormire. Solo Padrag resta a fumare una pipa, come suo solito, prima di coricarsi. La madre dei piccoli, prima di lasciarlo solo gli dice che è stata una storia meravigliosa e che l'ha raccontata talmente bene che ci ha quasi creduto. Con un sorriso e un bacio sulla fronte l'anziano artigiano le augura la buonanotte. Appena solo, con lentezza tipica dei suoi anni, Padrag si alza e si dirige verso una cassa dove tiene i suoi ricordi del passato. Un mucchio di cianfrusaglie gli hanno sempre detto i suoi figli. Svuotata la cassa del suo contenuto, ne solleva il fondo e si siede su un basso sgabello ad ammirare con nostalgia i due oggetti che ha rivelato. Un tondo e lucente scudo e una spada, entrambi intarsiati con antichi simboli di un popolo di guerieri e poeti, un popolo di bardi.
FINE |
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Ultimo aggiornamento 18 Febbraio 2002