LA MENTE E IL MITO 
di Adalberto Bonecchi 
 
L'interdipendenza tra la mente e il mito. Al di fuori del mito, per la mente vi è il nulla: un baratro nichilista in cui essa precipita, anzi in cui nemmeno esiste. E' nel mito, infatti, che la mente tesse una rete di senso che rende la vita vivibile. 
Ma come la mente crea il mito? E come esso la influenza? Insomma, come il mito e la mente sono interdipendenti? 
Il mito: un dono di senso. Il mito tenta di rispondere a tre domande: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Esse ci possono oggi sembrare tanto ingombranti da risultare improponibili, ma solo se abbiamo il coraggio di riaffrontarle in continuazione possiamo evitare di restare schiacciati dal nichilismo (che nella migliore delle ipotesi brucia una vita, riducendola alla ricerca del piacere nel singolo atto), privi di progetti o prospettive. 
Senza la ricchezza di significati che la costruzione mitica fornisce, è possibile solo la disperazione della vita animale, peggiorata dall'inevitabile consapevolezza della propria condizione. E' per noi vitale il continuo lavoro riparatore del mito, che dona un senso al nostro destino impermanente: fornendo una ragione dell'ineluttabilità della morte nostra e di chi ci è caro, il mito permette non solo di accettarla, ma addirittura in alcuni casi di considerarla il momento più significativo della nostra vita. 
Per di più il mito, oltre a risolvere il mistero della morte, spiega anche il nostro esistere nell'Universo: se infatti, guardando il cielo stellato, possiamo avere l'impressione di essere persi in un vuoto siderale, il mito subito ci rinfranca, fornendoci spiegazioni sulle cause e le funzioni di ciò che ci circonda. 
Lo svilimento del mito. Poiché i miti non narrano con "oggettività" fatti storici, ma testimoniano del lavoro della mente, con l'incremento del pensiero scientifico essi sono stati sviliti e considerati anticaglie del passato, utili nella migliore delle ipotesi per qualche ricamo poetico: così facendo, si è purtroppo persa anche la loro portata semantica e ci si è trovati soli in un universo quantificato, ma muto. 
Anche la scienza, però, quando non si limita a misurare e catalogare, ma tenta di dare una risposta alle grandi questioni esistenziali, in fondo ricalca le orme del mito, cioè tenta di spiegare i collegamenti tra la mente, l'universo, la morte e l'ordinamento sociale. Di ciò solitamente non ci si accorge, perché queste spiegazioni sono più in sintonia con il nostro sapere attuale e quindi ci appaiono oggi più accettabili. 
Se la scienza rinunciasse a essere in parte anche "mito", per noi sarebbe ancora più difficile trovarci in contatto con le problematiche fondamentali del nostro esistere. E' dunque sì importante che essa affianchi o addirittura sostituisca i racconti mitici tradizionali divenuti obsoleti, ma non per questo deve rinunciare a lanciare messaggi per le zone della mente più profonde e sottili, favorendo così il tentativo di uscire dalla gabbia in cui ci rinchiude una errata visione di noi stessi e dei fenomeni che ci circondano. 
L'identificazione tra l'individuo e il suo ruolo. La differenza tra Occidente e Oriente -così come la loro diversa posizione nei confronti degli aspetti più grossolani dell'io- è relativamente recente. In fondo, in Egitto, Mesopotamia, Cina o India non vi era traccia di vite individuali, almeno nella nostra accezione, che vi vede desideri, emozioni e progetti propri. Vi era piuttosto una legge cosmica -rispettivamente Maat, Me, Tao, Dharma- che regolava ogni aspetto dell'esistenza, rendendo addirittura impensabili i nostri concetti di libertà, volontà e individualità. Ciò che contava era svolgere il proprio ruolo sociale anche sino all'autodistruzione, come ad esempio testimoniava chi si lasciava seppellire vivo durante i regicidi rituali. 
A quanto ci è dato sapere, la rottura della completa identificazione tra l'individuo -ma ricordiamo ancora una volta che questo è un nostro concetto- e il suo ruolo sociale avvenne in Mesopotamia intorno al Duemila a.C., con la separazione del re, considerato ora come un essere umano, dal dio, di cui egli era divenuto un semplice servitore. E' in questo momento che in un certo senso inizia l'individuo occidentale: dotato di una propria identità, egli è in grado di pensare se stesso e di avere una propria vita emotiva e intellettuale, al di là del ruolo sociale svolto. 
La capacità evocativa del mito. Il fascino e l'efficacia del mito risiedono nella sua capacità allusiva ed evocativa, grazie alla quale l'ascoltatore riconosce le proprie forze interiori, pur continuando a partecipare a una dimensione collettiva. Per questo un mito "spiegato" o pedestremente parafrasato perde la propria funzione sottile e diviene banale comunicazione. 
Parlando di miti, subito il pensiero corre all'antica Grecia, quasi come se lì vi fosse stato un corpus di miti coerenti e narrati per esteso. Se però risaliamo alle fonti troviamo, con qualche eccezione, che questi miti vi sono esposti solo per brevi allusioni e spesso frammentariamente. Più che di miti coerenti e ben costruiti, possiamo dunque parlare di loro sfaccettature, che vanno a toccare aspetti differenti della mente. 
I miti erano in Grecia talmente noti -potremmo dire assorbiti- che non ne era necessaria una esposizione lineare: erano materiale vivo, plasmato dalla mente e in grado a propria volta di plasmarla. Forse però oggi, dopo le banalizzazioni continue intervenute dall'età greco-romana sino ai nostri giorni, non siamo più in grado di cogliere perfettamente l'interdipendenza tra mente e mito, avendo ridotto quest'ultimo a oggetto di studio o di esercitazione letteraria. 
Interpretare un mito è un lavoro forse in parte necessario, ma che va a discapito di un'indagine più evocativa e sfumata. Inoltre, quasi certamente non è possibile trovare un'unica spiegazione ai miti, una sorta di teoria in grado di fornire risposte semplici e di validità universale. D'altra parte, la stessa definizione di mito non è facile, tanto è vero che alcuni studiosi ormai non si chiedono più che cosa sia il mito, ma più modestamente che cosa sia un mito. Infatti, lo stesso catalogare una certa storia come mito, racconto popolare, saga o leggenda non è agevole. Quanti ad esempio oggi accetterebbero la semplice definizione che Platone fornisce della mythologia: il raccontare storie o il parlare di esse...? 
Che i Greci con mythos intendessero semplicemente l'elocuzione, la cosa detta o -come nel caso di Aristotele nella Poetica- la trama di un dramma, ci indica come in fondo per essi il mito non fosse qualcosa di speciale, ma il nutrimento stesso della mente. Che cosa sarebbe infatti stata la mente di un greco, senza il mito? 
Come una spugna assorbe e rilascia acqua, così la mente greca assorbiva e rilasciava mito, senza il quale essa sarebbe seccata, per poi polverizzarsi in un vuoto terrorizzante. 
La funzione del mito. Possiamo definire il mito come un racconto ben costruito, in grado di trasmettere significato intorno all'origine dell'individuo, alla sua esistenza e alla sua collocazione nella società e nell'universo. Se però esso è sempre una storia tradizionale, l'inverso non è vero, in quanto non ogni storia tradizionale ha quella pregnanza semantica -e quindi esistenziale- necessaria per essere considerata mito. In altre parole, un mito è una storia tradizionale che regola la mente e le relazioni degli individui: perdendo con il tempo queste funzioni, esso è destinato a divenire semplice storia tradizionale. Che ciò sia gravido di conseguenze negative per la mente e le relazioni degli individui è tra l'altro testimoniato dal nichilismo e dal disfacimento sociale contemporaneo. Relegato Zeus nei testi scolastici, gli uomini restano soli con se stessi e l'un contro l'altro armati: si è dissolto infatti il tessuto mentale e sociale che legava l'individuo a se stesso e agli altri. 
La funzione sociale del mito può essere più o meno esplicita: ad esempio, nei miti greci essa non è evidente, ma piuttosto sottintesa, mentre nelle culture meno sofisticate -e quindi più bisognose di autosostenersi direttamente- essa balza subito all'occhio. Questo è un punto importante, in quanto la differenza tra mito e racconto popolare non si trova nel contenuto, ma nella funzione. Un mito, infatti, non è tale perché parla di dèi o eroi, mentre un racconto popolare di fabbri o mugnai, ma perché il suo messaggio -all'interno di una determinata cultura- è universale e vincolante. Il mito possiede l'individuo, mentre il racconto popolare al massimo lo educa, lo rasserena, lo turba o lo diverte. 
Se il racconto popolare ci dice che cosa è conveniente credere, dire o fare, il mito identifica addirittura i limiti di ciò che possiamo pensare. Ad esempio, mentre un racconto popolare ci può insegnare che l'erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re e quindi ci invita a trarne le debite conseguenze, un mito pone l'incesto al di là dei confini umani, trasformandolo in un atto non di questo "mondo". 
Possiamo dunque ipoteticamente immaginare che se in un futuro l'incesto dovesse diffondersi, il mito di Edipo potrebbe ridimensionarsi e divenire un racconto popolare, il quale semplicemente avvertirebbe che in fondo sono disponibili donne molto più belle e meno pericolose della propria madre... Nel racconto non vi sarebbe dunque più nulla di drammatico, ma solo un pizzico di saggezza popolare. 
Dopo il mito, la nevrosi. Quando la diminuizione dell'efficacia del mito porta a un incremento del disagio individuale, dovuto al fatto che alla propria vita vengono a mancare le coordinate che ne stabiliscano le modalità d'esistenza, la nevrosi diviene una via d'uscita, seppure fallimentare, che attua una parodia di quei conflitti che il mito rappresenta su larga scala. E' diverso, infatti, se si crede di soffrire perché non si riesce ad armonizzare le proprie pulsioni o perché si ritiene di essere posseduti da un dio. 
Non a caso Freud affermava che le pulsioni sono i nostri miti. Chissà, forse il diffondersi della vulgata psicanalitica sta costruendo coordinate generali in cui le varie pulsioni sostituiscono Eros, Afrodite, Moira, Zeus... In fondo, un paziente ritrova un proprio equilibrio anche perché riesce a dare un nome alle forze da cui si sente dominato e impara che esse dominano anche gli altri individui e sono alla base delle istituzioni sociali. Eppure... 
Suggestioni... Eppure sbarcando nell'isola di Delo, sacra ad Apollo, qualcosa del mito ci coglie. Ecco Leto vagare, portando nel ventre il frutto proibito generato da Zeus. E' esausta: nessuna terra -timorosa della vendetta di Era- è disposta ad accoglierla. Si rivolge dunque a quest'isola deserta e inospitale con parole mielose, seducendola con la prospettiva di assurgere a gloria imperitura per l'aver dato alla luce il dio. Ed ecco Delo, tanto arida da non aver nulla da perdere, accettare. E poi il primo santuario e i viaggi e le invocazioni dei pellegrini: par quasi di coglierne nell'aria ancora una traccia... O è forse solo un brutto scherzo giocato dalla calura estiva e quest'isola non è mai stata nascosta, né mai ha vagato sul mare? 
Ma quanta energia ha mai messo in moto Apollo, Dio della profezia e di ogni ispirazione? A Delfi possiamo avere l'impressione di sentir riecheggiare le richieste rivolte all'oracolo e di veder poi ripartire i pellegrini con il loro carico di angosce e speranze... Quanto di tutto ciò è rimasto in noi? Se ad esempio in preda al dubbio cerchiamo un'ispirazione, non ci par quasi che la risposta ci venga portata da un dio? E quando sappiamo che è ora giunto il momento per un'azione progettata da anni, da dove ne traiamo la convinzione e l'energia? Abbiamo dunque costruito una Delfi interiore a cui rivolgerci? E quali sono le nuove maschere di Apollo? Perché, nel momento in cui la scelta è fatta e la decisione presa, sentiamo di non essere soli?  
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