GIOBBE E QOHELET: OLTRE LA SAPIENZA
di Adalberto Bonecchi
Giobbe paziente? Per un pio fraintendimento, Giobbe è divenuto l'emblema della pazienza: proprio lui, che ha osato citare in giudizio niente meno che Dio! A una lettura più attenta, Il libro di Giobbe risulta invece il canto dell'impazienza, il grido di dolore che non accetta semplici risposte sapienziali, la protesta di chi, pur non accontentandosi di facili consolazioni, si sforza di non sprofondare nel nichilismo.
Molto spesso noi psicoterapeuti incontriamo Giobbe nel nostro studio di consultazione: egli ci parla nei "pazienti" (come emerge ora limpidamente l'ambiguità e l'inadeguatezza di questo termine!) che, colpiti dalla vita, non si consolano con proposte edificanti, ma ricercano famelicamente il senso dell'esistere, sino a trovare una "fede" che, anche se non è quella veterotestamentaria, tuttavia mantiene una percezione per certi versi simile del mistero di esistere.
Perché? La fortuna del libro di Giobbe dipende dal fatto che il suo è il grido di tutti noi quando, colpiti da un banale contrattempo o dalla più terribile calamità, non riusciamo a farcene una ragione e domandiamo smarriti: perché proprio a me? Che cosa ho mai fatto io, per meritarmi tutto ciò? Giobbe è in noi quando la bestemmia prorompe dalle viscere, esplode e non è più possibile farla morire in gola: la verità di Giobbe è che non c'è risposta a questo drammatico interrogativo, almeno nelle coordinate umane del buon senso sapienziale. Se c'è un progetto, esso non può essere compreso con la banale logica retributiva, per cui a una certa quantità di male compiuto corrisponderebbe una determinata perdita di bestiame o di altri averi... No, Giobbe non si accontenta di questa edificante proposta per bambini e vuole interrogare la mente stessa di Dio.
E così, al termine del suo processo a Dio, Giobbe non trova una confortante spiegazione razionale all'esistenza del male, ma la fede: "io Ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi Ti hanno visto!". Non terminano forse in modo simile, mutatis mutandis, anche le psicoterapie più radicali -e starei per dire: più belle- in cui il paziente non si accontenta di qualche spiegazione psicologistica, ma incontra il Mistero, sino proprio a "vederlo"?
Colpa e retribuzione. Ad alcuni pazienti, in particolare nella prima fase della terapia, dobbiamo però praticare una sorta di "iniezione di ottimismo", assecondando la loro convinzione che poiché soffrono in quanto qualcosa -quasi certamente per colpa loro- è stato compromesso nello sviluppo individuale, sarà sufficiente rimediare a questo errore fondamentale per vivere un giorno felici e contenti. A volte dobbiamo così introdurre momentaneamente nella terapia la logica retributiva sostenuta dai tre amici di Giobbe: cambia... e il futuro ti sorriderà!
Tutto ciò è naturalmente in parte vero. Se ad esempio una paziente ha operato sin dall'infanzia un'identificazione isterica ai sintomi del padre, ciò è causa di sofferenza e una dissoluzione di questa identificazione porterà a una attenuazione dei disturbi. Tra l'altro qualche paziente, operato un certo numero di tali cambiamenti, troverà la vita vivibile, si dichiarerà soddisfatto della terapia... e perciò la interromperà.
Ma questi sono appunto i "pazienti", non il Giobbe impaziente, che parla tramite alcuni di coloro che ci interpellano. Non si liquida Giobbe con qualche teoria ben costruita, che riconduca i suoi mali a cattive azioni precedenti. Anzi, Giobbe si fa beffa di questi terapeuti: egli vuole semplicemente la verità infinita e trascendente. E il terapeuta -se è tale e non un semplice imbonitore- non dovrà retrocedere innanzi a questa domanda.
Oltre la sapienza. Non ho nulla contro la sapienza tradizionale. Mi limito a constatare che essa -una volta persa l'iniziale e "aristocratica" funzione provocatoria- diviene un blando sedativo che può pacificare solo i deboli, ma non chi ha fame di verità: non i Giobbe, non i Qohelet, che non si accontentano di una sapienza divenuta oppio dei popoli, oltre che degli individui.
La sapienza stende un velo di ottimismo sul pessimismo a cui la vita, con tutti i suoi dolori, può indurre: tua è la colpa del male, tua è la possibilità di redimerti. La sapienza codificata -non più visionaria e provocatoria- inaugura così un calcolo ragionieristico del dare e dell'avere che, ripeto, non è falso, ma limitato, nella sua continua contrapposizione tra bene e male, azione e retribuzione.
Dalla sapienza alla Mente di Dio. Giobbe è radicale: non si interessa alla retribuzione, ma si interroga su Dio, nome che in termini contemporanei può essere tradotto con Progetto, Processo Cosmico, Energia, Mente... Per questo la sapienza tradizionale, che certamente può avere una notevole funzione educatrice per lo stolto, con lui non funziona: anzi, i suoi sostenitori vengono da Giobbe definiti consolatori stomachevoli. Che visceralità e che bisogno irrefrenabile di verità in questo sublime disprezzo!
Un paziente giunge in terapia distrutto dal dolore e ripercorre bestemmiando -e inconsapevolmente- le lamentazioni di Epicuro contro Dio: 1) se Dio vuole eliminare il dolore ma non può, allora non è Dio; 2) se può ma non vuole, allora è un nemico; 3) se non vuole e non può, allora è contemporaneamente debole e nemico; 4) se vuole e può, perché non agisce? Questo paziente si trova così, come Giobbe nel momento dell'invettiva, in mezzo al guado: non si fa carico della propria sofferenza, ma d'altra parte non riesce nemmeno a trascendere l'idea di un Dio che dovrebbe agire secondo la razionalità umana. La bestemmia diviene allora l'unico sfogo contro qualcuno di cui si ha bisogno, ma a cui si rimprovera di non essere come si vorrebbe che fosse. Questo passaggio è terapeuticamente importante, perché testimonia il rifiuto di ogni risposta tanto semplice da sfiorare l'ipocrisia, ma deve appunto essere trasceso in una visione più ampia e in uno sguardo più calmo, che sappiano accettare e contemplare il mistero. Si tratta di trovare ciò che di "transumano" vi è nell'esperienza umana, ben sapendo che questa scoperta non può avere validità e valori assoluti, in quanto in essa vi è una forte componente soggettiva.
Al cuore della domanda di psicoterapia. Che cosa troviamo al cuore di ogni domanda di psicoterapia, quale che sia la forma nosografica manifesta, se non il nichilismo, ovvero una profonda mancanza di senso, che rende vano ogni attimo della vita?
Uno psicoterapeuta che non abbia anche una certa sensibilità "spirituale", tocca con mano l'apice della propria impotenza proprio quando, al termine di una cura riuscita secondo i canoni tradizionali, un paziente "materialista" lo guarda sconsolato e gli trasmette un messaggio drammatico: "è vero, sono riuscito a risolvere i miei sintomi più dolorosi, ma ciò non ha addolcito minimamente l'assurda vita che devo trascorrere in questo mondo e in questo universo senza senso...".
Uno psicoterapeuta che non condivida queste coordinate a quel punto può invece avvertire una profonda tristezza, quasi come se notasse che un grande sforzo ha generato solo il passaggio dalla sofferenza nevrotica o psicotica alla sofferenza "normale" di un uomo estraneo all'umanità, all'universo e in fondo anche a se stesso.
Una situazione del tutto diversa si verifica invece nell'incontro tra un terapeuta e un paziente non materialisti, che abbiano sviluppato prima o durante la terapia un approccio "spirituale" all'esistenza. In questo caso, entrambi sanno che il lavoro terapeutico svolto, pur importantissimo, è solo una parte del più generale addestramento mentale, che rende una vita significativa e degna di essere vissuta. Il terapeuta, se avvertito, sa sia che non spetta a lui guidare il paziente in questo ulteriore lavoro, sia che la propria sensibilità spirituale può permettere di far vibrare nel paziente predisposto qualcosa di nuovo, che i conflitti nevrotici o psicotici avevano occultato, ma non eliminato definitivamente. La psicoterapia si dimostra così il luogo in cui si inizia a scalfire il nichilismo e a gettare le basi per un lavoro più sottile che non spetta a lei condurre; il rimando è allora alla filosofia, all'arte, alla religione...
Qohelet e il nichilismo dei nichilismi. Nella tradizione giudaico-cristiana, noi abbiamo un testo che forse più di ogni altro ci porta sul baratro di un nichilismo senza ritorno: l'Ecclesiaste. In esso Qohelet traccia un quadro dell'esistenza cosmica che -per parafrasare un altro testo biblico, Il cantico dei cantici- potremmo definire il nichilismo dei nichilismi. Qui infatti ogni forma di attesa e di speranza, non solo messianica, è esclusa, al punto che il suo inserimento nel Canone biblico a una prima considerazione superficiale parrebbe quasi una svista grossolana.
Ora, comunque, a noi Qohelet non interessa in quanto testo biblico, ma piuttosto per come il suo messaggio ci parla in ogni paziente: egli rappresenta lo "zoccolo duro" del nichilismo, contro cui cozzano le nostre interpretazioni, oltre che le buone intenzioni. La lettura dell'Ecclesiaste permette di passare in poche pagine attraverso varie sfumature del nichilismo esplorabile in una psicoterapia o più in generale in una vita: dalle ansie dell'adolescente che non riesce a trovare un senso alla propria esistenza alla disperazione del vecchio che ogni senso ha perso. Come psicoterapeuti, non possiamo prescindere dal suo messaggio, perché lo ritroviamo in continuazione tra le pieghe del discorso di ogni paziente... e potenzialmente in ciascun atto della nostra vita.
Tutto è vuoto! Un immenso vuoto: tutto è vuoto! Non c'è nulla di nuovo sotto il sole: perché impegnarsi nelle opere? Tutte le parole sono logore. Più c'è sapienza, più c'è tormento. Il sapiente morirà come lo stupido: perché dunque divenire sapiente? Che valore ho mai io? Tutto è vuoto e fame di vento! A che pro faticare per accumulare beni e ricchezze: tanto dovrò morire e lasciare tutto dietro di me.
Ogni evento ha il suo tempo per nascere e uno per morire. Ma io non riesco -noi non riusciamo- ad afferrarne il senso. L'uomo non è superiore alla bestia. I morti stanno meglio dei vivi, anzi più beati ancora sono gli aborti! Inutile parlare: molte parole, molto vuoto, che cosa se ne ricava mai? La donna, poi: più tragica della morte, essa è una rete, il suo cuore un laccio e le sue mani una catena...
Non c'è giustizia: non c'è retribuzione per il male e il bene compiuti. Anzi, i giusti vengono condannati e i malvagi vivono a lungo! Tanto vale mangiare, bere e godere: ma anche questo è vuoto... L'uomo non può trovare alcun senso: tutto ciò che ha davanti a sé è vuoto. Tutto dipende dal caso: e all'improvviso, ecco la morte... L'uomo se ne andrà alla sua dimora senza tempo, con il corteo dei piagnoni in piazza. Un immenso vuoto: tutto è vuoto!
In termini contemporanei: che puoi fare, quando ogni atomo dell'universo perde senso? Quando tu perdi senso, e ti trovi disteso nel letto a fissare con gli occhi sbarrati il soffitto? Che puoi fare, se non sbattere furiosamente la testa contro il muro, per dimostrare disperatamente di esistere?
La questione fondamentale. Quando Qohelet ci parla nel nostro studio, chi abbiamo innanzi: un nichilista, uno scettico, un agnostico, un mediocre, un deluso? Stolto sarebbe il terapeuta che cercasse di limitare il suo discorso in una rigida catalogazione: Qohelet è infatti in parte tutto ciò, ma molto altro ancora. Forse il bisogno di neutralizzarlo con una rassicurante etichetta -fosse anche la più terribile- nasce proprio dall'orrore di ciò che Qohelet evoca in noi e cioè la questione fondamentale: ha senso vivere? Perché se non ne ha, allora...
I limiti della sapienza. La sapienza, pur a volte importante, con Qohelet fallisce, perché si rivela irrealistica e falsa: essa infatti afferma che solo la vita dell'empio, del malvagio o dello stolto è vuota. Niente di più falso, grida invece Qohelet: non vedete forse voi l'insensatezza di ogni teoria della retribuzione? Non solo l'empio e il pio, lo stolto e il sapiente, il malvagio e il buono vanno verso lo stesso destino finale, ma in questa stessa vita la giustizia è calpestata, vilipesa e la fortuna maggiormente sorride a chi peggio ha agito. Tutti i libri sapienziali, dopo Qohelet, possono sembrare vuote consolazioni per bambini ingenui o vecchiette spaurite. Insomma, libri per chi ancora non ha visto la miseria del vivere o se ne è ritratto inorridito.
Qohelet, quando ci parla attraverso i pazienti (ma anche quando parla in noi...) distrugge ogni forma di sapienza consolatoria: le vecchie e diffuse convinzioni che rendono la vita vivibile non valgono per lui. Il suo atteggiamento è un freddo distacco, la sua arma l'ironia, il risultato una malinconia che giunge sull'orlo della disperazione, senza però mai cadervi. In ogni caso, il suo discorso è sostenuto da una profonda onestà intellettuale, che non arretra innanzi alle più devastanti scoperte sull'uomo e sull'universo. Certo, vi è nausea nella vita, ma una nausea consapevole, quasi compiaciuta nel suo non cedere alle facili consolazioni del senso comune. Insomma, Qohelet non può nemmeno banalmente suicidarsi, perché in fondo trova una soddisfazione nel proprio sapere devastante: se non c'è nulla di nuovo sotto il sole, infatti, lo stesso suicidio è vuoto, vento, senza senso. Lungi dall'essere il gesto magistrale che chiude una vita, esso stesso è illusione.
Non è abbattimento. Qohelet non è abbattuto, nell'accezione individualistica del termine. Non "si sente giù" per le proprie mancanze e per i propri limiti. Anzi, ha avuto molto dalla vita, ma che ne ha tratto? Il suo non è il dramma del fallito, bensì la disperazione di chi essendo riuscito scopre che non vi è alcun senso in se stesso, nelle opere, nei risultati... L'uomo è mortale, la dissoluzione avanza implacabile, l'unica meta certa e comune è la fine. Ma, prima ancora di giungervi, sperimentiamo che ogni aspetto della nostra vita, incluso il piacere, è vuoto: non c'è alcunché che non sia vuoto, inconsistente come un alito di vento.
Due punti di vista. Siamo dunque condannati, dopo Qohelet, a credere ingenuamente a un omuncolo, che da qualche parte in noi costituisce il nostro vero essere, o a sprofondare nel nichilismo più angosciante sul piano esistenziale e più devastante su quello etico? Io credo, piuttosto, che per vivere occorrano invece due punti di vista. Uno relativo, nominale e convenzionale, in base al quale possiamo affermare che esiste un io in grado di muoversi nel mondo come se fosse dotato di libero arbitrio: è questo l'io di cui diciamo che si alza al mattino, lavora, mangia, prova e provoca piacere o dolore. E' l'io con cui ognuno di noi senza alcuna analisi si identifica e che è in qualche modo "responsabile" delle proprie azioni.
Da un altro punto di vista, invece, se noi sottoponiamo ad analisi questo io apparentemente dotato di libero arbitrio non lo troviamo: non è infatti nel corpo, nella mente e tanto meno fuori di essi.
Questi due punti di vista -che di fatto sono come due facce della stessa medaglia- ci impediscono così di cadere nel nichilismo (secondo cui l'io non esisterebbe del tutto) o nel sostanzialismo (secondo cui l'io sarebbe dotato di una propria esistenza inerente): la nostra azione acquista così sempre maggiore efficacia e leggerezza.