VERSO LE FONTI DELLA SAGGEZZA
di Adalberto Bonecchi
Uno studio pionieristico. Il rendersi conto di alcune somiglianze tra le scoperte della meccanica quantistica o della teoria della relatività e determinate realizzazioni delle pratiche meditative orientali ha portato nei decenni scorsi a proposte molto suggestive, che però con gli anni hanno mostrato tutti i propri limiti. Possiamo oggi riconoscere che l’indagine del tao della fisica -che affascinò scienziati, psicologi, filosofi e praticanti di tradizioni orientali alla ricerca di un fondamento scientifico del proprio cammino spirituale- è infatti utile solo a patto di non dimenticare che si tratta appunto di somiglianze e niente più.
Queste somiglianze erano già state intuite da alcuni dei fisici che nei primi decenni del secolo rivoluzionarono -o meglio: ampliarono verso l’estremamente grande e l’estremamente piccolo- le nostre conoscenze nel campo della fisica. In tal senso, vi sono dichiarazioni sia implicite sia esplicite di Eddington, Schrodinger, Bohr, Oppenheimer, Einstein e Planck, che potrebbero essere state fatte da mistici induisti, taoisti o buddhisti.
Già nel 1968, il suo primo anno di vita, il Journal of Transpersonal Psychology pubblicò un interessante lavoro di Lawrence LeShan, in cui venne proposto un simpatico gioco: su sessantadue citazioni si trattava di individuare quali fossero di fisici e quali di mistici, sia occidentali sia orientali. In effetti, anche un lettore preparato sarebbe potuto riuscire nell’impresa solo per qualche leggera sfumatura formale, mentre i contenuti risultavano di una somiglianza impressionante. Ad esempio, l’affermazione che il mondo è fatto di materiale mentale avrebbe potuto tranquillamente evocare qualche tradizione orientale, addirittura i celebri versi iniziali del Dhammapada buddhista, mentre con sorpresa si sarebbe appreso che essa era di un premio Nobel per la fisica come Schrodinger. Oppure, sempre a Schrodinger appartiene l’affermazione secondo cui è un modo primitivo di pensare il credere che le cose esistano o non esistano, che potrebbe essere di un Nagarjuna, un Candrakirti o di qualunque altro acuto esponente della Via di Mezzo buddhista, che evita appunto gli estremi del sostanzialismo e del nichilismo.
LeShan concluse che sebbene la fisica e la mistica abbiano differenti obiettivi e metodologie, esse giungono a realizzazioni simili sulla natura della mente e dell’universo, lavorando rispettivamente sul mondo esterno e su quello interiore.
La grande illusione. Questa conclusione, che in LeShan era ancora aperta e in divenire, venne in seguito ampliata e per certi versi schematizzata nel 1975 da Fritjof Capra nel celebre Il tao della fisica. Come noto, tesi centrale di questo libro è che dalla fisica moderna stia iniziando a emergere una visione coerente del mondo, che è in armonia con la saggezza dell’antico Oriente. Questa tesi è per certi versi stimolante, ma i problemi sorgono quando si pretende di spingerla oltre, sino a sostenere che il misticismo orientale fornirebbe una struttura filosofica bella e calzante, in cui possono trovare posto le nostre più avanzate teorie del mondo fisico. A questo punto, infatti, si perdono le specificità tanto della fisica quanto della mistica, nonché -come invece era ancora ben presente in LeShan- la differenza tra i loro obiettivi e le loro metodologie. Se, come ricorda giustamente Capra, pur nelle loro particolarità l’aspirazione più elevata di induisti, buddhisti e taoisti è il diventare pienamente consapevoli dell’unità e dell’interdipendenza di tutti i fenomeni, il trascendere la nozione di sé come individuo singolo e l’identificazione con la Realtà Ultima, possiamo constatare che nessuno di questi tre obiettivi è condiviso dalla fisica e in generale dalla scienza.
Consideriamo il primo obiettivo -la consapevolezza dell’unità e dell’interdipendenza dei fenomeni- che è tra l’altro quello su cui si innestano le somiglianze con la nuova fisica. I fisici di questo inizio di secolo non avevano alcuna intenzione di ricomporre la frattura tra mistica e scienza successiva a Eraclito: ad esempio Heisemberg e Bohr durante le lunghe conversazioni notturne sulla natura dei fenomeni non sperimentavano alcuna estasi, anzi, come essi stessi ricordano, erano semplicemente disperati e non riuscivano a darsi pace del fatto che gli oggetti della loro ricerca fossero così “assurdi” come apparivano negli esperimenti atomici.
Degli altri due obiettivi della mistica -superare l’esistenza di un io esistente inerentemente e l’identificazione con la Realtà Ultima- nella nuova fisica non vi è poi alcuna traccia. Ciò naturalmente non esclude che alcuni ricercatori accedano a queste dimensioni, ma non è in quanto fisici che lo fanno, anche se la nuova fisica può fornire un’apertura mentale che favorisce questo processo. Non dimentichiamo, comunque, che lo stesso Einstein rifiutò i risultati della meccanica quantistica, testimoniando con la famosa esclamazione “Dio non gioca a dadi” che quelli non solo non erano i risultati che come fisico intendeva conseguire, ma addirittura ciò che come uomo rifuggiva.
Razionalità e/o intuizione. Nel testo di Capra vi è inoltre un pregiudizio, molto diffuso tra gli occidentali, secondo cui dei due tipi di conoscenza di cui è capace la mente dell’uomo -la razionale e l’intuitiva, rispettivamente associati alla scienza e alla religione- l’Occidente avrebbe sviluppato prevalentemente la prima, mentre l’atteggiamento orientale in genere sarebbe esattamente l’opposto. Come in ogni pregiudizio, anche in questo vi è una parte di vero, che però se esasperata rischia di far perdere di vista il quadro complessivo. Basti pensare all’armonia tra gli opposti yang e yin nel taoismo, secondo il quale provocherebbe squilibri un privilegiamento dello yin. Oppure, con un esempio ancora più calzante, basti pensare agli estenuanti studi logici e dialettici che accompagnano la formazione di un lama tibetano o alla sottile e precisa individuazione e analisi dei fattori mentali nella dottrina buddhista.
La differenza tra la scienza occidentale sino a tutto il XIX secolo e la mistica orientale non consiste pertanto nel fatto che la prima sarebbe razionale e la seconda intuitiva, bensì nel fatto che nel primo caso la razionalità è quasi l’unico strumento di chi indaga la natura dei fenomeni, mentre nel secondo essa è sì ancora importante per i risultati relativi a cui porta, ma lo è soprattutto perché se spinta al proprio limite apre le porte della percezione yogica diretta della natura ultima dei fenomeni.
Pensiamo ai koan della tradizione zen, forse la più estrema in questo metodo: quanto lavoro razionale è necessario perché l’allievo capisca con carne e ossa che l’intelletto da solo non lo può portare alla sua soluzione? Se invece fosse una semplice questione di “intuizione”, perché intraprendere una via tanto faticosa e spesso drammatica? Meglio fornire all’allievo una comoda amaca e invitarlo a un placido riposo, in attesa che il lavoro della parte destra del cervello fornisca tranquillamente la soluzione intuitiva...
Certo, per riprendere la famosa formula di Korzybsky, la mappa non è il territorio e quindi è importante non fermarsi esclusivamente, come spesso accade in occidente, alla mappa, ma non per questo è lecito fantasticare che gli orientali giungano direttamente al territorio. Tra l’altro, risulta particolarmente curioso questo dualismo manicheo, sostenuto proprio in nome dell’olismo...
E’ vero che i mistici orientale affermano a volte che la Realtà Ultima non può essere oggetto di ragionamento o di conoscenza dimostrabile, però diverse tradizioni ricordano anche che il lavoro intellettuale è indispensabile sia come preparazione, sia come protezione. Preparazione, perché grazie a esso operiamo una pulizia della mente e un’opera di avvicinamento al nostro oggetto, esattamente come quando studiando la mappa stesa da altri di un territorio a noi sconosciuto prepariamo il viaggio che ci aspetta. Naturalmente poi, come ben sa ogni viaggiatore, la meta è sempre ricca di sorprese, ma essere giunti in precedenza a una comprensione intellettuale delle sue caratteristiche è di grande aiuto. Protezione, perché appunto questa comprensione intellettuale impedisce quei contraccolpi devastanti che vi possono essere quando si ha anche solo sentore della Realtà: chi invece rifiuta la preparazione intellettuale rischia di trovarsi “nudo alla meta”, esattamente come un aspirante viaggiatore che venisse scaraventato al polo nord senza essere attrezzato per il clima che lo aspetta. E’ una constatazione che lo Zen, con la sua ricerca dell’illuminazione improvvisa, se per alcuni può essere una via molto forte e feconda, per altri risulta traumatico, poiché non sempre fornisce gli strumenti per integrare esperienze potenzialmente di grande realizzazione, ma che per i più deboli sono solo laceranti. Quando nel tessuto mentale si opera una lacerazione, è poi molto difficile ricucirla, come ho potuto spesso constatare nella pratica clinica con pazienti che non avevano assimilato esperienze meditative per loro troppo forti ed erano finiti con il vagare stralunati, incapaci di muoversi nel mondo e privi di alcuna realizzazione spirituale o tanto meno mistica.
Fortunatamente, lo stesso Capra attenua la radicalità delle proprie tesi su razionalità e intuito e afferma che sebbene i fisici si occupino soprattutto di conoscenza razionale e i mistici di conoscenza intuitiva, in tutti e due i campi sono presenti entrambi i tipi. Seguiamolo, ad esempio, quando indica come venga raggiunta la conoscenza nella fisica e nella mistica orientale. In fisica abbiamo tre fasi: 1) la raccolta di dati sperimentali; 2) la loro correlazione con simboli matematici e l’elaborazione di uno schema matematico che leghi questi simboli in modo preciso e coerente, nonché l’utilizzazione di questo modello, che se è di carattere più generale viene chiamato teoria, per predire i risultati di ulteriori esperimenti che vengono effettuati per controllare tutte le implicazioni della teoria stessa; 3) la costruzione nel linguaggio comune di un ulteriore modello, che interpreti lo schema matematico e lo renda divulgabile a un pubblico non specialistico. In questo percorso scientifico di conoscenza, la componente razionale è integrata dall’intuito, che permette la creatività improvvisa degli scienziati, di cui il famoso “eureka!” di Archimede costituisce la testimonianza più emblematica. In questi momenti, è come se l’intenso lavoro intellettuale preparatorio precipitasse in una improvvisa illuminazione, in cui la soluzione del problema appare immediatamente chiara e nitida. Naturalmente, però, nella fisica queste intuizioni non sarebbero di grande utilità, se non venissero tradotte in una struttura matematica coerente, integrata da un’interpretazione nel linguaggio comune.
Esperimento scientifico ed esperienza mistica. Capra tenta un’azzardata analogia tra l’esperimento nella ricerca scientifica e l’esperienza mistica, considerati la base della conoscenza nei due rispettivi campi. Secondo Capra, infatti, la fase sperimentale della ricerca scientifica corrisponderebbe alla visione diretta del mistico, mentre le teorie e i modelli scientifici sarebbero l’equivalente delle interpretazioni successive date a queste visioni. La tesi è per certi versi suggestiva, perché nonostante gli esperimenti scientifici a parità di condizioni siano ripetibili da chiunque in qualsiasi momento, mentre le esperienze mistiche a prima vista sembrano riservate a pochi individui in situazioni particolari, basta una minima frequentazione delle tradizioni orientali per accorgersi di come anche l’esperienza mistica sia ripetibile. Anzi, la sua ripetibilità è la condizione stessa dell’apprendimento mistico: noi possiamo incamminarci lungo la via mistica, perché sappiamo che la trasmissione -diretta, prima ancora che mediata dallo scritto- dei maestri rende l’esperienza ripetibile e quindi accessibile anche a noi.
Però... c’è una differenza fondamentale. Se infatti la ripetibilità dell’esperimento nella scienza conta per ciò che il soggetto può conoscere dell’oggetto, nella trasmissione mistica la ripetibilità dell’esperienza ha validità per come modifica direttamente il praticante. Nel primo caso, quindi, si accede a una nuova conoscenza “oggettiva”, mentre nel secondo una conoscenza già acquisita da altri viene utilizzata per provocare uno scuotimento soggettivo. Il turbamento dello scienziato innanzi a ciò che sta scoprendo è per la scienza solo un incidente di percorso: in fondo, se Heisemberg fosse impazzito, un altro sarebbe prima o poi giunto alle sue conclusioni... Nella mistica orientale, invece, le conoscenze già acquisite dalla tradizione vengono utilizzate per portare all’esplosione le coordinate al cui interno il praticante pensa e rappresenta se stesso e il mondo.
Astrattezza matematica e allusione evocativa. Vi è poi un’ulteriore differenza tra fisica e mistica nelle modalità con cui vengono reinterpretati l’esperimento scientifico e l’esperienza mistica. Sebbene, infatti, sia il fisico sia il mistico siano profondamente convinti dell’imprecisione e dell’incompletezza del linguaggio, per superarle essi tentano due vie radicalmente differenti: l’astrattezza matematica o l’allusione evocativa.
Se il primo caso ci è chiaro, non fosse altro che per consuetudine culturale, il secondo ci può invece provocare particolari problemi. L’evocazione, infatti, nelle tradizioni orientali spesso passa attraverso il mito o il paradosso.
Pensiamo ad esempio ai miti dell’Induismo e del Buddhismo. Spesso nei loro confronti è facile assumere una posizione estrema: o l’accettazione letterale, prescindendo da ciò che in essi si scontra con le nostre acquisizioni scientifiche, o il rigetto perché, limitandosi anche in questo caso alla loro dizione letterale, li si considera anticaglie del passato. In entrambi i casi, però, non si coglie che la loro funzione consiste nell’attivare dimensioni della mente solitamente assopite e quindi sottoimpiegate. Oppure, pensiamo agli insegnamenti paradossali del Taoismo e dello Zen, che paiono divertirsi nell’avviluppare il praticante in una serie di contraddizioni irrisolvibili al livello in cui egli cerca di affrontarle, in quanto non ne può uscire se non per un cambio di prospettiva, in cui la mente muti registro.
E’ quindi vero che il fisico del nostro secolo e il mistico di una tradizione millenaria quando tentano di parlare della loro esperienza toccano drammaticamente i limiti del linguaggio, ma è altrettanto vero che le strade che poi si imboccano sono radicalmente differenti: se il problema -la descrizione di un’esperienza, non sensoriale, della realtà- è simile, le soluzioni prese -l’astrazione matematica da una parte, il mito o l’esasperazione del paradosso dall’altra- non lo sono assolutamente. Se ad esempio nella meccanica quantistica il paradosso è un ostacolo da superare con una formulazione matematica sempre più precisa e coerente della teoria quantica, nello Zen esso è la via stessa che conduce all’illuminazione.
L’interdipendenza tra il fenomeno e l’osservatore. Di maggiore tenuta è l’indicazione di Capra secondo cui tanto nella fisica atomica quanto nella mistica orientale l’interdipendenza dei fenomeni osservati comprende sempre anche l’osservatore e la sua coscienza. Come scrive Capra, nella fisica atomica i fenomeni vengono compresi per l’interazione tra i processi di preparazione e di misurazione, il cui ultimo anello è la coscienza dell’osservatore. Poiché le misure sono interazioni che creano impressioni nella nostra coscienza, le leggi fisiche ci diranno con quale probabilità un oggetto atomico darà origine a una certa impressione, se messo in condizione di interagire con noi.
Nella fisica atomica, lo scienziato osservando le proprietà di un oggetto contribuisce anche a determinarle: a livello atomico, infatti, non esistono le proprietà intrinseche di un oggetto, poiché esse diventano significative solo nell’interdipendenza con lo scienziato. A questo proposito Capra cita a buon diritto la famosa affermazione di Heisemberg, secondo cui noi non osserviamo la natura in se stessa, ma la natura esposta ai nostri metodi di indagine: a seconda di come noi predisponiamo il dispositivo di misura, verranno determinate le proprietà dell’oggetto osservato e ogni mutamento nel dispositivo cambierà anche la risposta ottenuta e quindi la proprietà dell’oggetto.
Nel Buddhismo questa interdipendenza tra soggetto e oggetto non è notata solo a livello atomico, ma anche nella nostra usuale dimensione, al punto che interdipendenza può essere considerata la parola che meglio condensa tutte le tradizioni buddhiste. Per di più nella mistica -e questo vale sia per l’Oriente che per l’Occidente- non solo soggetto e oggetto sono interdipendenti, ma cade addirittura la barriera che li separa: se dunque il fisico realizza l’interdipendenza tra soggetto e oggetto a livello atomico, il mistico supera la loro complementarità a ogni livello.
Lo spazio-tempo. Anche per quanto riguarda lo spazio-tempo, vi sono connessioni e differenze significative tra la nuova fisica e la mistica orientale. Infatti dopo Einstein spazio, tempo e osservatore sono tre entità profondamente interdipendenti, nessuna delle quali può essere separata individualmente. Le difficoltà sorgono perché al nostro livello usuale non possiamo avere alcuna esperienza sensoriale dello spazio-tempo quadridimensionale, ma solo di ciò che è riducibile alla dimensione tridimensionale. Se così non fosse, il paradosso dei gemelli non sarebbe tale e per noi risulterebbe facilmente rappresentabile il fatto che se un gemello compisse un lungo viaggio nello spazio ad altissima velocità, al ritorno sarebbe molto più “giovane” del fratello rimasto sulla terra, perché tutti i suoi orologi interiori durante il viaggio si sarebbero rallentati.
I mistici delle tradizioni orientali, invece, sviluppano la capacità di vedere in una sorta di quarta dimensione, che pare evocare la teoria della relatività. Però su questo punto, date le scarse testimonianze dirette sulle intuizioni mistiche del carattere spaziotemporale della realtà, è preferibile una certa cautela. E’ comunque condivisibile l’affermazione di fondo di Capra, secondo cui mentre per i fisici un osservatore può fare esperienza dei fenomeni solo in una sequenza temporale, i mistici sostengono di poter veramente cogliere una dimensione in cui il tempo non fluisce più. Se quindi la teoria della relatività è una liberazione dal tempo a livello dei macrofenomeni, ma non nella quotidianità, il misticismo orientale lo è molto più in generale, arrivando non solo ad affermare, ma anche a vivere, che spazio e tempo sono costruzioni della mente.
Tre critiche precise. Senza entrare ora nel dettaglio di altre questioni toccate da Capra, quali ad esempio il vuoto e la forma, possiamo sintetizzare le perplessità suscitate dal progetto di affiancare mistica orientale e fisica in tre precise critiche mosse da Ken Wilber in Quantum questions e tese a dimostrare che il tentativo di fare della fisica moderna un sostegno della mistica non solo è equivoco, ma anche rischioso per la mistica stessa.
Infatti, in primo luogo, si confonde la realtà relativa di cui si occupa la fisica con la verità assoluta di cui si occupa la mistica e si pretende di puntellare la seconda con la prima. Ma nel caso gli scienziati cambiassero opinione, che cosa succederebbe? Forse, come si chiede ironicamente Wilber, Buddha sarebbe per questo un po' meno illuminato?
In secondo luogo, si fomenta il pregiudizio che per raggiungere la coscienza mistica sarebbe sufficiente coltivare una nuova visione del mondo. Se però la fisica e la mistica fossero semplicemente modi differenti di mettere a fuoco le stesse realtà, perché, si chiede sempre Wilber, dedicare anni alla pratica meditativa? Non sarebbe forse sufficiente leggere Il tao della fisica?
Ma soprattutto, in terzo luogo, l’accostamento tra fisica e mistica è profondamente riduzionista, perché riprende il pregiudizio riduzionista per eccellenza: la convinzione che quanto avviene nel campo indagato dalla fisica debba per estrapolazione accadere in ogni altro campo, biologico, psicologico, sociale o addirittura spirituale. Si crede così, certamente in buona fede, di sostenere la mistica dandole validità scientifica, mentre in realtà la si sta svilendo, se non addirittura distruggendo, perché si sono persi completamente di vista i diversi livelli di organizzazione dell’esistenza, del più esteso dei quali si occupa appunto la mistica.
Proprio in nome del paradigma olistico, si afferma così non che il tutto è più della somma delle parti, ma che esso è spiegabile mediante le sue parti minime. L’Uno, l’Assoluto, la Realtà Ultima, Dio, Brahma, il Tao, il Dharmakaya o come Lo si voglia chiamare diventano allora -negli autori che si occupano di nuova fisica e mistica in modo meno moderato di Capra- il fotone o l’elettrone... Queste affermazioni sono ridicole ma logiche, se si è partiti dal presupposto che il livello di indagine della fisica sia estendibile a ogni altro livello.
Attualità del mito della caverna. Questa impostazione tra l’altro non trova nemmeno riscontro nei testi dei maggiori fisici del nostro secolo. Se infatti, come abbiamo visto, è possibile raccogliere loro citazioni che sottolineano alcune somiglianze tra certi aspetti della nuova fisica e della mistica, tutta la loro opera indica esplicitamente che la fisica moderna non offre alcun sostegno né pro né contro la mistica, poiché, come affermava ad esempio Einstein, il tentativo di estendere le scoperte della fisica alla vita umana non solo genera notevoli equivoci, ma è anche profondamente criticabile sul piano teorico.
Infatti, mentre nella mistica si apprende direttamente la Realtà, senza alcuna mediazione o elaborazione simbolica, nella fisica ci si rivolge a un mondo di simboli della realtà. Ogni grande fisico di questo secolo si è accorto di occuparsi di formule matematiche, non della natura in quanto tale: non a caso per spiegare questa differenza di livelli molti tra loro hanno ripreso il mito platonico della caverna e hanno affermato esplicitamente che con il proprio lavoro di fisici si occupano delle ombre proiettate nella caverna e non della luce che è fuori di essa.
Verso le fonti della saggezza. Ma perché allora, se grazie al loro lavoro non trovarono la Realtà Ultima, essi si rivolsero alla mistica? La risposta è che proprio perché i nuovi fisici si resero conto per la prima volta nella storia della scienza di occuparsi solo di ombre e simboli, non della realtà, essi poterono anche per la prima volta nella storia della scienza abbeverarsi veramente, come uomini, alle fonti della saggezza tradizionale, fosse essa induista, taoista, buddhista o giudaico-cristiana.
La fisica, prima della relatività e della meccanica quantistica, non si era resa conto di occuparsi solo di ombre e simboli e così sorse, favorito dall’ottusità delle varie chiese, il conflitto scienza-religione, che poté iniziare a sciogliersi solo all’inizio del nostro secolo, quando, con le parole di Eddington, ci si rese conto della natura simbolica della fisica, le cui formule costituiscono un aspetto parziale di qualcosa di più ampio. Di questo qualcosa di più ampio si occupa la mistica. E solo lei.