Prologo e primo capitolo,
dove se demostra le rascione
per le quale questa opera fatta fu.
Dice lo glorioso dottore missore santo Isidoro, nello livro delle
Etimologie, che lo primo omo de Grecia che trovassi lettera fu uno
Grieco lo quale abbe nome Cadmo. 'Nanti lo tiempo de questo non
era lettera. Donne, quanno faceva bisuogno de fare alcuna cosa
memorabile, scrivere non se poteva. Donne le memorie se facevano
con scoiture in sassi e pataffii, li quali se ponevano nelle locora
famose dove demoravano moititudine de iente, overo se ponevano
là dove state erano le cose fatte: como una granne vattaglia overo
vettoria [...] tristezze, disconfitte inscolpivano [...] e aitri animali insassi overo iente armata, in segno de tale memoria. E queste sassa
fonnavano in quelle locora dove le cose fatte erano, in segno de
perpetua memoria. Livro non ne facevano, ché lettera non se
trovava appo li Grieci. E questo muodo servaro li Romani per tutta
Italia e in Francia e massimamente in Roma; ché, facenno asapere
alli loro successori [...] loro fatti, fecero arcora triomfali in soli[i]s
con vattaglie, uomini armati, cavalli e aitre cose, como se trova mo'
in Persia e in Arimino. Da poi che Cadmo comenzao a trovare le
lettere, la iente comenzao a scrivere le cose e·lli fatti loro per la
devolezza della memoria, e massimamente li fatti avanzarani e
mannifichi: como Tito Livio fece lo livro dello comenzamento de
Roma fino allo tiempo de Ottaviano, como scrisse Lucano li fatti de
Cesari, Salustio e moiti aitri scrittori non lassaro perire la memoria
de moite cose antepassate de Roma.
(. . .)
|
|
Prologo e primo capitolo,
in cui si espongono i motivi
per cui fu scritta quest'opera.
Sostiene il glorioso dottore messer sant'Isidoro, nel libro delle
Etimologie, che il primo uomo di Grecia a disporre della scrittura fu un
greco il cui nome era Cadmo. Prima del suo tempo non vi era scrittura.
Dunque, quando vi era necessità di tramandare qualcosa nel tempo,
non si poteva scrivere. Quindi le commemorazioni si facevano
con sculture di pietra ed epitaffii, che si collocavano nei luoghi
famosi dove abitava molta gente, oppure si collocavano là dove erano
state compiute le gesta: ad esempio una grande battaglia, oppure
vittoria [...] tristezze, sconfitte scolpivano [...] e aitri animali di pietra
oppure gente armata, come segno di tale commemorazione. E fondavano queste
pietre in quei luoghi dove le cose erano avvenute, in segno di
perpetua memoria. Non ne scrivevano libri, in quanto presso i Greci
non vi era la scrittura. E tale tecnica fu mantenuta dai Romani in tutta
l'Italia e in Francia, e soprattutto a Roma; in quanto facendo conoscere
ai loro successori [...] i loro fatti, vi eressero archi trionfali
in segno di potere con battaglie, uomini armati, cavalli e aitre cose, come se ne
trovano adesso in Persia e a Rimini. Da quando Cadmo cominciò a disporre della
scrittura, la gente cominciò a scrivere le cose e i loro fatti a beneficio
della debolezza di memoria, e soprattutto i fatti principali
e magnifici: come Tito Livio scrisse il libro della fondazione di Roma fino al
tempo di Ottaviano, come Lucano scrisse dei fatti dei Cesari, Sallustio e
molti altri scrittori non lasciarono perire la memoria di molte cose
del passato di Roma.
(. . .)
|
Cap. IX
Della aspera e crudele fame e della vattaglia de Parabianco in
Lommardia e delli novielli delle vestimenta muodi.
Po' questa cometa, della quale de sopra ditto ène, fu uno anno moito umido,
moito piovoso. Abunnaro moite reume, moiti catarri nelle iente. E per tre
vernate durao tanta neve, che esmesuratamente coperiva le citate. Moite case,
moiti tetti in Bologna caddero per lo granne peso che·lla neve faceva. Anche
le estate erano umide, sì che omo non poteva essire fòra de casa a fare sio
mestieri e procaccio. Li campi non fuoro lavorati. Li grani e onne legume che
fuoro seminati fuoro perduti, perché se affocavano per la soperchia umiditate,
non se potevano procurare. Donne sequitao sterilitate e mala recoita. E per
quella mala recoita sequitao la fame sì orribile che forte cosa pare a contare,
a credere. Questa fame fu per tutto lo munno generale. Lo grano fu vennuto in
Roma XXI libre de provesini lo ruio. Currevano anni Domini MCCCXXXVIII. Scrive
Tito Livio che nello tiempo fu una fame nella contrada de Roma sì terribile che
moita iente, presure perzone, 'nanti volevano perdire la vita, che vivere in
fame. Donne abolveano lo cappuccio innanti delli occhi per non vedere loro morte
e sì se iettavano nello fiume de Tevere e là affocati perivano, e collo perire
remediavano la fame. In bona fe', questo non viddi avenire in quello tiempo.
Ma infinite femine fuoro le quale iettaro loro onore per avere dello pane.
Moita iente vennéo soa franchia per lo pane. Fuoro vennute palazza, possessioni
de campi e vigne, e dati per poca cosa, per avere dello pane. Granne era la
pecunia che se numerava per poca de annona avere. Moita iente manicava li
cavoli cuotti senza pane. La povera iente manicava li cardi cuotti collo sale
e l'erve porcine. Tagliavano la gramiccia e·lle radicine delli cardi marini e
cocevanolle colla mentella e manicavanolle. Anche ivano per li campi mennicanno
le rape e manicavanolle. Anche fu tale patre che onne dimane a ciascheduno delli
figli una rapa per manicare in semmiante de pane daieva.
(. . .)
 |
|
Cap. IX
Dell'aspra e crudele carestia, della battaglia di Parabianco in
Lombardia e dei nuovi modi di vestire.
In seguito a questa cometa, della quale si è detto sopra,
fu un anno molto umido, molto piovoso. Abbondarono le malattie
reumatiche in gran quantità, e molti catarri fra la gente. E per tre
inverni vi fu tanta neve da ricoprire le città in modo smisurato. Molte
case, molti tetti a Bologna caddero per il grande peso che la neve vi
esercitava. Anche le estati erano umide, al punto che gli uomini
non potevano uscir fuori di casa a fare il proprio lavoro e a procacciarsi
il necessario. I campi non furono lavorati. Il grano e ogni legume che
era stato seminato andarono perduti, in quanto affogavano per
l'eccesso di umidità, e non si potevano procurare.
Donde ne seguì la sterilità [dei terreni] e cattivo raccolto.
E a causa di quel cattivo raccolto persistette una così orribile carestia
che è cosa difficile da raccontare e da credere. Questa carestia si ebbe
ovunque nel mondo. A Roma il grano fu venduto a 21 libbre di provesini
il rubbio (circa 200 kg). Correva l'anno del Signore 1338. Scrive Tito Livio che nel
passato si ebbe una carestia nella contrada di Roma, così terribile che molta
gente, numerose persone, la vita preferivano perderla piuttosto che
continuare a vivere affamati. Le donne si avvolgevano il cappuccio
davanti agli occhi per non assistere alla propria morte, e si gettavano
nel fiume Tevere, e là morivano affogate, e morendo
ponevano rimedio alla fame. Ad essere onesti, io non vidi
avvenire questo a quei tempi. Ma vi furono infinite donne che rinunciarono
al proprio onore per avere del pane.
Molta gente vendette le proprie franchige [privilegi dinastici] per il pane.
Furono venduti palazzi,
possedimenti di campi e vigne, e dati via a prezzi irrisori, per avere del pane.
Erano grandi le quantità di denaro che occorrevano per avere un po'
di provviste. Molta gente mangiava i cavoli cotti senza pane.
La povera gente mangiava i cardi cotti col sale e le erbe dei maiali.
Tagliavano la gramigna e le piccole radici dei cardi marini,
le cuocevano con la mentuccia e le mangiavano.
Andavano anche per i campi mendicando le rape, e le mangiavano.
Vi fu anche un certo padre che ogni giorno a ciascuno dei figli
dava da mangiare una rapa come se fosse stata pane.
(. . .)
|
Cap. XVIII
Delli granni fatti li quali fece Cola de Rienzi,
lo quale fu tribuno de Roma augusto.
Cola de Rienzi fu de vasso lenaio. Lo patre fu tavernaro, abbe nome Rienzi.
La matre abbe nome Matalena, la quale visse de lavare panni e acqua portare.
Fu nato nello rione della Regola. Sio avitazio fu canto fiume, fra li mulinari,
nella strada che vao alla Regola, dereto a Santo Tomao, sotto lo tempio delli
Iudei. Fu da soa ioventutine nutricato de latte de eloquenzia, buono gramatico,
megliore rettorico, autorista buono. Deh, como e quanto era veloce leitore!
Moito usava Tito Livio, Seneca e Tulio e Valerio Massimo. Moito li delettava
le magnificenzie de Iulio Cesari raccontare. Tutta dìe se speculava nelli
intagli de marmo li quali iaccio intorno a Roma. Non era aitri che esso,
che sapessi leiere li antiqui pataffii. Tutte scritture antiche vulgarizzava.
Queste figure de marmo iustamente interpretava. Deh, como spesso diceva:
"Dove soco questi buoni Romani? Dove ène loro summa iustizia? Pòterame trovare
in tiempo che questi fussino!" Era bello omo e in soa vocca sempre riso
appareva in qualche muodo fantastico. Questo fu notaro. Accadde che un sio
frate fu occiso e non fu fatta vennetta de sia morte. Non lo potéo aiutare.
Penzao longamano vennicare lo sangue de sio frate. Penzao longamano derizzare
la citate de Roma male guidata. Per sio procaccio gìo in Avignone per
imbasciatore a papa Chimento de parte delli tredici Buoni Uomini de Roma.
La soa diceria fu sì avanzarana e bella che sùbito abbe 'namorato papa Chimento.
Moito mira papa Chimento lo bello stile della lengua de Cola. Ciasche dìe vedere
lo vole. Allora se destenne Cola e dice ca·lli baroni de Roma so' derobatori
de strade: essi consiento li omicidii, le robbarie, li adulterii, onne male;
essi voco che la loro citate iaccia desolata. Moito concipéo lo papa contra li
potienti. Puoi, a petizione de missore Ianni della Colonna cardinale, venne in
tanta desgrazia, in tanta povertate, in tanta infirmitate, che poca defferenzia
era de ire allo spidale. Con sio iuppariello aduosso stava allo sole como biscia.
Chi lo puse in basso, quello lo aizao: missore Ianni della Colonna lo remise
denanti allo papa. Tornao in grazia, fu fatto notaro della Cammora de Roma,
abbe grazia e beneficia assai. A Roma tornao moito alegro; fra li dienti
menacciava. Puoi che fu tornato de corte, comenzao a usare sio offizio
cortesemente; e bene vedeva e conosceva le robbarie delli cani de Campituoglio,
la crudelitate e la iniustizia delli potienti. Vedeva pericolare tanto Communo
e non se trovava uno buono citatino che·llo volessi aiutare. Imperciò se levao
in pede una fiata nello assettamento de Roma, dove staievano tutti li
consiglieri, e disse: "Non site buoni citatini voi, li quali ve rodete lo
sangue della povera iente e non la volete aiutare". Puoi ammonìo li officiali
e·lli rettori che devessino provedere allo buono stato della loro romana
citate.
(. . .)
|
|
Cap. XVIII
Le grandi imprese che fece Cola di Rienzo,
che fu augusto tribuno di Roma.
Cola di Rienzo fu di basso lignaggio. Il padre era taverniere, ed aveva nome
Rienzi. La madre si chiamava Maddalena, e viveva del mestiere di lavandaia
e portatrice d'acqua.
Nacque nel rione della Regola. La sua abitazione era accanto al fiume,
fra i lavoratori dei mulini, nella strada che va verso Regola, dietro a San Tommaso,
sotto il tempio degli Ebrei. In gioventù si nutrì col latte dell'eloquenza,
buon grammatico, migliore retorico, buon autore. Oh, come e quanto era veloce
come lettore! Leggeva molto Tito Livio, Seneca e Tullio e Valerio Massimo.
Amava molto raccontare le magnificenze di Giulio Cesare. Per tutto il
giorno si specchiava nei rilievi marmorei che giacciono intorno a Roma.
Non vi era che lui in grado di leggere gli antichi epitaffi. Traduceva
in volgare tutti i testi antichi.
Interpretava in modo corretto queste figure di marmo. Oh, come diceva spesso:
"Dove sono questi buoni Romani? Dov'è la loro somma giustizia?
Se potessi trovarmi ai tempi in cui vissero costoro!".
Era un bell'uomo, e sulla sua bocca appariva sempre un riso fantastico.
Costui fu notaio. Accadde che un suo fratello fu ucciso, e la sua morte non
fu vendicata. Non lo poté aiutare.
Meditò a lungo di vendicare il sangue di suo fratello. Meditò lungamente
di rendere retta la citta di Roma mal governata. Per proprio lavoro
andò ad Avignone come ambasciatore di papa Clemente VI
da parte dei tredici Buoni Uomini (governatori) di Roma.
Il suo eloquio fu di tale levatura e così bello che entrò subito nelle
grazie di papa Clemente. Il papa ammira molto il bello stile della lingua
di Cola. Lo vuole incontrare ogni giorno. Allora Cola, aprendosi, dice che
i baroni di Roma sono ladri di strada: essi consentono gli omicidi,
le ruberie, gli adulteri, ogni male; essi vogliono che la loro città
giaccia desolata. Convinse molto il papa contro i potenti. Poi, su
richiesta del cardinale messer Giovanni della Colonna, cadde in grande disgrazia,
in grande povertà, in grande malattia, che poco mancava finisse all'ospedale.
Col suo giacchetto addosso stava al sole, come una biscia.
Chi lo fece decadere, lo fece anche risorgere: messer Gianni della Colonna
lo riabilitò davanti al papa. Tornò in grazia, fu fatto notaio della Camera
di Roma, ebbe fortuna e molti benefici. A Roma tornò con lo spirito alto;
minacciava fra i denti. Essendo tornato a corte, cominciò ad usare la sua
posizione con spirito nobile; e bene vedeva e conosceva le ruberie
dei cani di Campidoglio, la crudeltà e l'ingiustizia dei potenti.
Vedeva il Comune in grande pericolo, e non si trovava un buon cittadino
che lo volesse aiutare. Quindi una volta si alzò in piedi nell'assemblea
di Roma, dove stavano tutti i consiglieri, e disse:
"Non siete buoni cittadini, voi che succhiate il sangue alla povera gente
e non la volete aiutare". Poi ammonì gli ufficiali e i rettori
a voler provvedere al buono stato della loro città di Roma.
(. . .)
|
Cap. XXVII
Como missore Nicola de Rienzi tornao in Roma e reassonse lo dominio
con moite alegrezze e como fu occiso per lo puopolo de Roma crudamente.
Currevano anni Domini MCCCLIII[I], lo primo dìe de agosto, quanno Cola de Rienzi
tornao a Roma e fu receputo solennissimamente. Alla fine a voce de puopolo fu
occiso. La novella fu per questa via. Puoi che Cola de Rienzi cadde dallo sio
dominio, deliverao de partirese e ire denanti allo papa. 'Nanti la soa partita
fece pegnere nello muro de Santa Maria Matalena, in piazza de Castiello, uno
agnilo armato coll'arme de Roma, lo quale teneva in mano una croce. Su la croce
staieva una palommella. Li piedi teneva questo agnilo sopra lo aspido e lo
vasalischio, sopra lo lione e sopra lo dragone. Pento che fu, li valordi de
Roma li iettaro sopra lo loto per destrazio. Una sera venne Cola de Rienzi
secretamente desconosciuto per vedere la figura 'nanti soa partenza. Viddela
e conubbe che poco l'avevano onorata li valordi. Allora ordinao che una
lampana li ardessi denanti uno anno. De notte se partìo e gìo luongo tiempo
venale. Anni fuoro sette. Iva forte devisato per paura delli potienti de Roma.
Gìo como fraticiello iacenno per le montagne de Maiella con romiti e perzone de
penitenza. Alla fine se abiao in Boemia allo imperatore Carlo, della cui venuta
se dicerao, e trovaolo in una citate la quale se appella Praga. Là, denanti alla
maiestate imperiale, inninocchiato parlao prontamente. Queste fuoro soie
paravole e sio loculento sermone denanti a Carlo re de Boemia, nepote de Enrico
imperatore, novellamente elietto imperatore per lo papa: "Serenissimo principe,
allo quale è conceduta la gloria de tutto lo munno, io so' quello Cola allo
quale Dio deo grazia de potere governare in pace, iustizia, libertate Roma e·llo
destretto. Abbi la obedienzia della Toscana, Campagna e Maretima. Refrenai le
arroganzie delli potienti e purgai moite cose inique. Verme so', omo fraile,
pianta como l'aitri. Portava in mano lo vastone de fierro, lo quale per mea
umilitate convertiei in vastone de leno, imperciò Dio me hao voluto castigare.
Li potienti me persequitano, cercano l'anima mea. Per la invidia, per la
supervia me haco cacciato de mio dominio. Non voco essere puniti. De vostro
lenaio so', figlio vastardo de Enrico imperatore lo prode. A voi confugo. Alle
ale vostre recurro, sotto alla cui ombra e scudo omo deo essere salvo. Credome
essere salvato. Credo che me defennerete. Non me lassarete perire in mano de
tiranni, non me lassarete affocare nello laco della iniustizia. E ciò è
verisimile, ca imperatore site. Vostra spada deo limare li tiranni. Vedi la
profezia de frate Agnilo de Mente de Cielo nelle montagne de Maiella. Disse che
l'aquila occiderao li cornacchioni".
(. . .)
Misticaose colli aitri. Desformato desformava la favella. Favellava campanino
e diceva: "Suso, suso a gliu tradetore!" Se le uitime scale passava era campato.
La iente aveva l'animo suso allo palazzo. Passava la uitima porta, uno se·lli
affece denanti e sì·llo reaffigurao, deoli de mano e disse: "Non ire. Dove vai
tu?" Levaoli quello piumaccio de capo, e massimamente che se pareva allo
splennore che daieva li vraccialetti che teneva. Erano 'naorati: non pareva
opera de riballo.
Allora, como fu scopierto, parzese lo tribuno manifestamente: mostrao ca esso
era. Non poteva dare più la voita. Nullo remedio era se non de stare alla
misericordia, allo volere altruio. Preso per le vraccia, liberamente fu addutto
per tutte le scale senza offesa fi' allo luoco dello lione, dove li aitri la
sentenzia vodo, dove esso sentenziato aitri aveva. Là addutto, fu fatto uno
silenzio. Nullo omo era ardito toccarelo. Là stette per meno de ora, la varva
tonnita, lo voito nero como fornaro, in iuppariello de seta verde, scento,
colli musacchini inaorati, colle caize de biada a muodo de barone.
Le vraccia teneva piecate. In esso silenzio mosse la faccia, guardao de·llà e
de cà. Allora Cecco dello Viecchio impuinao mano a uno stuocco e deoli nello
ventre. Questo fu lo primo. Immediate puo' esso secunnao lo ventre de Treio
notaro e deoli la spada in capo. Allora l'uno, l'aitro e li aitri lo percuoto.
Chi li dao, chi li promette. Nullo motto faceva. Alla prima morìo, pena non
sentìo. Venne uno con una fune e annodaoli tutti doi li piedi. Dierolo in terra,
strascinavanollo, scortellavanollo. Così lo passavano como fussi criviello.
Onneuno ne·sse iocava. Alla perdonanza li pareva de stare. Per questa via fu
strascinato fi' a Santo Marciello. Là fu appeso per li piedi a uno mignaniello.
Capo non aveva. Erano remase le cocce per la via donne era strascinato.
Tante ferute aveva, pareva criviello. Non era luoco senza feruta.
Le mazza de fòra grasse. Grasso era orribilemente, bianco como latte
insanguinato. Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo
vacca a maciello. Là pennéo dìi doi, notte una. Li zitielli li iettavano le
prete. Lo terzo dìe de commannamento de Iugurta e de Sciarretta della Colonna
fu strascinato allo campo dell'Austa. Là se adunaro tutti Iudiei in granne
moititudine: non ne remase uno. Là fu fatto uno fuoco de cardi secchi.
In quello fuoco delli cardi fu messo. Era grasso. Per la moita grassezza da sé
ardeva volentieri. Staievano là li Iudiei forte affaccennati, afforosi,
affociti. Attizzavano li cardi perché ardessi. Così quello cuorpo fu arzo e fu
redutto in polve: non ne remase cica. Questa fine abbe Cola de Rienzi, lo quale
se fece tribuno augusto de Roma, lo quale voize essere campione de Romani.
(. . .)

statua di Cola di Rienzo sul Campidoglio
|
|
Cap. XXVII
Come messer Nicola de Rienzo tornò a Roma e riassunse il potere
con molti festeggiamenti, e come il popolo di Roma spietatamente lo uccise.
Correva l'anno del Signore 1354, il primo giorno d'agosto, quando Cola di Rienzo
tornò a Roma e fu ricevuto in modo assai solenne. Alla fine, a furor di popolo
fu ucciso. La storia andò così. Dopo che Cola di Rienzo decadde dal suo
dominio, decise di partire e andare davanti al papa. Prima della sua partenza
fece dipingere sul muro di Santa Maria Maddalena, in piazza di Castello, un
angelo armato con l'insegne di Roma, il quale teneva in mano una croce.
Sulla croce stava una colomba. Quest'angelo teneva i piedi sul
serpente e sul basilisco, sul leone e sul drago. Una volta dipinto,
i balordi di Roma vi gettarono sopra il fango per sfregio. Una sera
Cola di Rienzo venne segretamente senza farsi riconoscere per vedere l'immagine
prima della sua partenza. La guardò, e si accorse che i balordi
l'avevano onorata poco. Allora ordinò che una lampada vi ardesse davanti
per un anno. Partì di notte, e se ne andò per un lungo tempo.
Furono sette anni. Si muoveva molto di nascosto per paura dei potenti di Roma.
Andò in giro come un fraticello, dormendo per le montagne della Maiella con eremiti
e penitenti. Alla fine si diresse in Boemia, dall'imperatore Carlo,
della cui venuta verrà detto, e lo trovò in una città che si chiama
Praga. Là, davanti alla maestà imperiale, inginocchiato parlò prontamente.
Queste furono le sue parole e il suo autorevole discorso davanti a
Carlo re di Boemia, nipote dell'imperatore Enrico, recentemente
eletto imperatore dal papa: "Serenissimo principe,
al quale è concessa la gloria dell'intero mondo, io sono quel Cola a cui
Dio concesse la grazia di poter governare in pace, giustizia e libertà
Roma e il suo distretto. Ebbi l'obbedienzia della Toscana, Campagna e Maretima.
Raffrenai l'arroganza dei potenti e corressi moite cose inique.
Sono un verme, un uomo fragile, una pianta come gli altri.
Portavo in mano il bastone di ferro, che per mia umiltà convertii
in bastone di legno, per questo Dio mi ha voluto castigare.
I potenti mi perseguitano, cercano la mia anima. Per l'invidia, per la
superbia mi hanno cacciato dal mio dominio. Non vogliono essere puniti.
Io sono del vostro lignaggio, figlio bastardo di Enrico imperatore il prode.
Presso voi mi rifugio. Alle vostre ali ricorro, sotto la cui ombra e scudo
un uomo dev'essere salvo. Credo di essermi salvato. Credo che mi difenderete.
Non mi lascerete perire in mano dei tiranni, non mi lascerete affogare
nel lago dell'ingiustizia. E ciò è la verità, perché siete imperatore.
La vostra spada deve far giustizia dei tiranni. Vidi la profezia di frate
Angelo di Mente del Cielo nelle montagne della Maiella. Disse che
l'aquila ucciderà le cornacchie".
(. . .)
Si mescolò con gli altri. Travestito, alterava il suo modo di parlare.
Parlava campano, e diceva: "Sù, sù al traditore!" Se avesse superato le
ultime scale ce l'avrebbe fatta.
L'attenzione della gente era rivolta al palazzo. Stava superando l'ultima porta, quando
uno gli si fece davanti e lo riconobbe, lo afferrò e disse: "Fermo.
Tu dove vai?" Gli tolse quel berretto dal capo, ed egli
si riconosceva soprattutto dallo splendore prodotto dai braccialetti che
portava. Erano dorati: non sembravano oggetti da plebeo.
Allora, essendo stato scoperto, il tribuno si rivelò apertamente: mostrò chi fosse.
Non poteva più darsi alla fuga. Non vi era soluzione se non quella di rimanere
alla mercé, al volere altrui. Preso per le braccia, fu condotto liberamente
per tutte le scale senza danni fino al luogo del leone, dove gli altri
attendono la sentenza, dove egli aveva condannato altri. Ivi condotto,
si fece silenzio. Nessun uomo ardiva toccarlo. Rimase lì per meno di un ora, la barba
curata, il volto nero come un fornaio, in giubbetto di seta verde,
sceso, coi musacchini 1 dorati,
con le calze celestine come un barone.
Teneva le braccia conserte. In quel silenzio mosse il viso, guardò di qua e di là.
Allora Francesco del Vecchio prese in mano uno stocco, e glielo diede nel
ventre. Questo fu il primo. Subito dopo di ciò, fece seguito
il notaio Treio, e gli diede la spada in testa. Allora l'uno, l'altro e
il resto della gente lo percossero. Chi lo percuote, chi lo minaccia.
Non disse nulla. Morì al primo colpo, non provò dolore. Venne uno con una fune
e gli annodò entrambi i piedi. Lo gettarono in terra, e lo trascinavano,
lo accoltellavano. Lo trapassavano come fosse un setaccio.
Ognuno se ne faceva beffe. Pareva loro di stare alla perdonanza 2.
Per questa via fu trascinato fino a San Marcello. Là fu appeso per i piedi
a un balconcino. Non aveva la testa. Erano rimasti brandelli di pelle
lungo la via per la quale era stato trascinato.
Aveva tante ferite che sembrava un setaccio. Non vi era parte del corpo senza ferite.
Aveva le masse di fuori, grasse. Era orribilmente grasso, bianco come latte
insanguinato. Era tale la sua obesità che pareva uno smisurato bufalo, ovvero
una vacca da macello. Là rimase appeso per due giorni e una notte.
I ragazzi gli lanciavano pietre. Il terzo giorno, su ordine di Giugurta e
Sciarretta della Colonna, fu trascinato al campo del Mausoleo d'Augusto.
Là si radunarono tutti gli Ebrei in gran numero: non si astenne dall'andare
neppure uno. Là fu fatto un fuoco di cardi secchi.
Fu messo su quel fuoco di cardi. Era grasso. Per il molto grasso ardeva
facilmente da sé. Gli Ebrei erano lì molto indaffarati,
accaldati. Attizzavano i cardi, perché [il cadavere] ardesse. Così quel corpo
venne arso e venne ridotto in polvere: non ne rimase neppure un pezzetto. Questa fu la fine
di Cola di Rienzo, che si proclamò augusto tribuno di Roma,
che volle essere il campione dei Romani.
(. . .)
NOTE
1. - accessorio dell'abbigliamento medievale;
il Vocabolario degli Accademici della Crusca (Venezia, 1612) ne dà la
seguente laconica descrizione:
Parte d'armadura di dosso, della qual s'è perduto l'uso.
2. - evento religioso, a cui la gente si recava
esternando una certa allegria popolare;
Franco Sacchetti, in Trecentonovelle (Firenze, 1385-92) scrive:
Chi è uso a Firenze, sa che ogni prima domenica di mese si va a San Gallo;
e uomini e donne in compagnia ne vanno là su a diletto, piú che a
perdonanza. (tratto dalla Novella LXXV).
|