Sala Giochi

 









Mario era incastonato come al solito nella sua poltroncina, probabilmente erano fusi insieme, non ricordo di averlo mai visto in piedi. Con un minuscolo ventaglio cercava inutilmente di darsi sollievo. Non gli ero molto simpatico, ogni volta mi squadrava come se fossi un ladro, come se non avessi il diritto di stare lì dentro. Evidentemente quel poco che spendevo non era sufficiente a guadagnarmi il suo rispetto.

Mi feci dare un paio gettoni e poi mi sbrigai ad allontanarmi dalla sua vista per andare nello stanzino illuminato solamente dalla luce dei videogiochi. Ero una schiappa, ma mi piaceva guardare i ragazzi più grandi che superavano con facilità i livelli in cui avevo sprecato tutta la mia paghetta. Forse è il destino dei fratelli minori non sentirsi mai all'altezza.

Poi arrivò Antonella. Quando c'era lei sentivo che qualcosa cambiava, mi veniva un nodo allo stomaco e il cuore andava a mille. Non sapevo cosa fosse l'amore, ma immaginavo che dovesse essere qualcosa di simile. Per me era un angelo. Antonella me la sarei anche sposata.

"Ciao Giulio! Hai visto Roberto oggi?"
Roberto invece era uno stronzo, l'ho sempre odiato, avrei voluto che crepasse. Era un bullo che si divertiva a riempirmi di botte. Ma a lei non importava, per lei Roberto era un gran fico, erano anni che gli andava dietro anche se lui non l'aveva mai notata, anzi, l'aveva sempre presa per il culo. Lui prendeva per il culo tutti. Ma quell'anno ad Antonella erano spuntate le tette, questo l'aveva notato, e le si strusciava addosso ogni volta che poteva. E lei ci stava pure. Che schifo.

"No, non l'ho visto, sono arrivato da poco".
"Uffa, che palle! Mi aveva detto a mezzogiorno… e adesso che faccio? Va beh… ti va di farti un doppio?".

Nell'angolo c'era un videogioco in un cabinato giallo che non piaceva a nessuno, Antonella lo adorava, tutti dicevano che era un gioco da froci. Era il mio preferito. E con Antonella ci giocavo spesso, tanto che ero diventato piuttosto bravo. Era la scusa per poterle stare vicino, per respirare il suo profumo. Quello era il nostro gioco, il punto d'incontro tra due mondi così lontani.

M'incantai a spiarle il seno con la coda dell'occhio, sudavo freddo come al solito, se se ne fosse accorta sarei morto per l'imbarazzo, ma la tentazione di dare una sbirciata era sempre forte…
"Sai, non so mica se faccio bene con Roberto".
Mi prese un colpo, quasi mi scopriva.
"In che senso?".
"Ho paura che lui mi…".
"Antonella, ma dove cazzo eri finita? E' mezz'ora che ti aspetto qui davanti! Vieni, sbrigati!".
"Ah, ecco Roberto, devo scappare. Ci vediamo dopo".
"Che stavi dicendo?".
"No, tranquillo, sono solo paranoie".
Mi diede un bacio e se ne andò dal suo bel Roberto.
Invece poi non la rividi più.
Dopo due giorni ormai era ufficiale: Antonella era scappata senza lasciare nemmeno un messaggio. Una ragazzata. Aveva abbandonato anche Roberto che addirittura sembrava ci fosse rimasto male. Magari le si era affezionato. Aveva un'aria strana, malinconica, se ne stava mogio per i fatti suoi.

Quella sera mentre guardavo la televisione mi trovai a piangere senza motivo. Poi la sognai. Eravamo insieme nel nostro angolo a giocare. Rideva. Ero così felice di poterle stare accanto. All'improvviso eravamo finiti dentro il videogioco giallo e dovevo difenderla. No, ero arrabbiato con lei. Forse sapevo che era solo un gioco e allora cominciai a picchiarla. Continuava a sorridere e io picchiai più forte. Tanto non sentiva dolore. Finché non le spezzai il collo. Rimase immobile nel suo sorriso beato, come una bambola. Mi svegliai con un senso di colpa opprimente.

A scuola c'era uno strano mormorio, una voce che passava da orecchio in orecchio. Non volevo ascoltarla. Già sapevo tutto. Era stata trovata una ragazza morta sugli scogli. Una ragazza mora. Ero sicuro fosse Antonella. Piansi, piangevano tutti. Ci lasciarono tornare a casa prima. I miei genitori mi strinsero in un abbraccio confortante, quasi avessero riscoperto il loro amore per me. Ma mi sentivo soffocare, impazzire, dovevo fare qualcosa, dovevo scappare. Mi svincolai con forza e fuggii via. Correvo senza sapere dove ero diretto e mi ritrovai davanti al bar di Mario. Con la testa bassa gli passai davanti diretto alla saletta, ma esitai. C'era qualcuno che stava giocando al mio gioco. Riconobbi subito il giacchetto rosso nell'ombra. Era di Antonella. Antonella che non era morta, che era tornata a giocare con me. La chiamai, la chiamai urlando fra le lacrime, incerto fra gioia e rabbia. Voltò lentamente il viso verso di me ed a stento riuscii a riconoscere Roberto. Non l'avevo mai visto piangere. Mi fece quasi pena quando si accasciò a terra stringendosi in quel giacchetto che gli stava appena. Quel giacchetto rosso, rosso sangue.



 

 

 

 

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