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M. Valente, Bodin in Italia. La Démonomanie des sorciers e le vicende della sua traduzione, Introduzione di Diego Quaglioni. Firenze, Centro Editoriale Toscano, 1999 di Matteo Duni Rivista storica italiana, anno CXIV, n. 3 (2002), pp. 1052-59 |

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Nell'ultimo decennio del XVI secolo, nel vivo della crociata contro «le superstizioni» popolari, la magia dotta e la stregoneria, la Chiesa di Roma sottopose ad un vaglio censorio attentissimo e ripetuto e, infine, iscrisse nell'indice dei libri proibiti la Démonomanie des sorciers (1580) di Jean Bodin, l'opera con la quale il grande giurista angevino aveva denunciato la gravità del pericolo rappresentato dalla setta degli adoratori del diavolo. Le diverse censure e le espurgazioni effettuate sulle traduzioni in italiano della Démonomanie, insieme con le vicissitudini e i retroscena dei provvedimenti restrittivi, sono l'oggetto della documentata ricerca di Michaela Valente. Un ventaglio assai ampio di fonti sorregge l'impianto del lavoro dell'autrice: i verbali e gli epistolari delle congregazioni dell'Indice e del Sant'Uffizio, accessibili dopo la recentissima apertura di quell'archivio, non restano isolati, ma si affiancano ai giudizi di esponenti di spicco della Curia romana, variamente partecipi alla proibizione delle opere di Bodin, alle censure approntate da Marcantonio Maffa (e in ultimo da Francisco Peña) e al loro impatto concreto sui testi, alle testimonianze degli inquisitori sulla fortuna perdurante dell'opera, infine alle proteste e le suppliche dell'editore italiano della Démonomanie. Tutto ciò consente al lettore non soltanto di ripercorrere la vicenda amministrativa della condanna del libro - per riprendere le parole di Luigi Firpo, giustamente richiamate da Diego Quaglioni nella sua lucida introduzione - ma anche e soprattutto di cogliere i motivi di ordine politico, teologico e, in senso lato, culturale che, nello scenario dell'avanzare della Controriforma, fecero maturare la decisione di vietare un'opera che proprio alla battaglia controriformistica contro la magia e la stregoneria avrebbe potuto fornire molte armi. Eppure, la pubblicazione nel 1587 della Demonomania de gli stregoni a Venezia per i tipi di Aldo Manuzio il Giovane avveniva sotto i migliori auspici. Preceduta dal grande successo già ottenuto (sette edizioni in Francia, una edizione latina a Basilea), la Démonomanie era stata tradotta in itahano da Ercole Cato, segretario del cardinal Ippolito d'Este, e dedicata da Niccolò Manassi, successore del Manuzio, al cardinal Agostino Valier, dotto vescovo di Verona e membro della Congregazione dell'Indice. Nella lettera dedicatoria Manassi non mancava di mettere in evidenza come l'incarico di vescovo, chiamasse il Valier al dovere di combattere le streghe, e che appunto a tal fine la Demonomania si sarebbe dimostrata utilissima; e sottolineava la piena conformità dell'opera alla bolla sistina Coeli et terrae emanata l'anno prima, al punto anzi da collocarne in apertura del libro il testo, che condannava senza appello di ogni forma di magia. In realtà, sull'ortodossia della Démonomanie l'editore italiano doveva nutrire qualche dubbio: attraverso la collazione dei testi la Valente mostra che diversi tagli erano stati effettuati dal traduttore sulla versione originale scelta, non la seconda edizione francese del 1580 come aveva ritenuto il compianto Roland Crahay, bensì la terza, del 1581, che conteneva aggiunte rilevanti opera dello stesso Bodin. L'efficacia dell'intervento di autocensura del Cato è testimoniata da una lettera di Minuccio Minucci, diplomatico importante della Curia, che nel 1588 scriveva al gesuita Antonio Possevino di aver letto la Démonomanie in una traduzione tale «che appena si conosce che sia d'autore così tristo, se ben vi si scorge particolare affettione all'Hebraismo» (p. 39). L'accusa di filogiudaismo rimase una costante degli interventi dei censori su Bodin; ma le critiche che si sviluppavano in quel periodo investirono più complessivamente tutto il suo pensiero. Il processo che avrebbe portato alla condanna di tutte le opere del giurista francese conobbe in un breve volger d'anni un'accelerazione marcata, anche a causa dell'uscita della traduzione italiana della sua opera capitale, la République, pubblicata a Genova nel 1588 e salutata da un successo immediato. Proprio in quell'anno Possevino faceva circolare negli ambienti curiali il manoscritto del suo Judicium (pubblicato nel 1592), confutazione delle opere di vari filosofi politici, nel quale Bodin era accusato di «instillare catholicae religionis oblivionem» (p. 41) e il suo traduttore italiano di averne presentato le idee in modo assai favorevole. I tempi erano maturi per un intervento censorio formale e puntuale. Probabilmente in quello stesso 1588 l'abate Maffa, consultore della congregazione dell'Indice, scriveva la prima censura della Demonomania delle due rinvenute dalla Valente nell'archivio della stessa congregazione. Maffa individua lucidamente tutti i meriti di Bodin: la Demonomania metteva a nudo «gli ingannevoli artificii di Satanasso» (p. 76), descriveva le azioni abominevoli dei suoi adepti, le streghe e gli stregoni, forniva una guida giuridica e procedurale solida e completa ai giudici e, soprattutto, conteneva una critica argomentata e persuasiva delle obiezioni di coloro - in particolare Johann Weyer, grande bersaglio polemico di Bodin - che non credevano alla realtà della stregoneria, del sabba e delle nefandezze che vi si commettevano. Ciò era tanto più notevole, scrive Maffa, in quanto veniva da un pensatore, come Bodin, «tutto politico, et di nissuna, ò arbitraria religione» (p. 77); la persuasione di un uomo come lui, conclude il censore, era tale da convincere chiunque della drammaticità del pericolo rappresentato dalla congiura diabolica. La Demonomania poteva insomma dare un contributo molto rilevante alla battaglia sempre più aspra, anche in seno alla curia, tra i persecutori delle streghe e gli scettici; ma doveva essere espurgata di «molte cose dannevoli, pericolose, et da guardarsene» (p. 78). La censura condotta allora da Maffa è analizzata dalla Valente confrontando la traduzione dell'87 con la versione originale francese e con le due successive edizioni italiane (uscite nel 1589 e nel 1592), per misurare il peso che ebbe sull'intervento concreto sul testo, e raggruppando le varianti in nuclei tematici in base alle idee che il censore ritenne opportuno colpire. Di grande interesse è il modo mi cui il consultore dell'Indice affronta la concezione della religione in Bodin, e il problema della determinazione della «vera religio»: si trattava infatti di un tema centrale nel pensiero bodiniano sulla stregonenia, vista anzitutto come rinuncia alla religione, ma al tempo stesso di un argomento molto delicato negli anni in cui le guerre di religione in Francia portavano allo scontro sanguinoso tra confessioni diverse, e a Roma si affermava una concezione sempre più rigida e immutabile dell'ortodossia. Allargando lo sguardo anche alle posizioni espresse nella République e all'eco che esse suscitarono da parte cattolica, l'autrice mette in grado il lettore di misurare la distanza che separava Bodin dai suoi censori. Il giurista francese infatti aveva una concezione essenzialmente politica del fatto religioso: la religione, qualsiasi religione, è da rispettare in quanto tale perché ispira nei cittadini il timore della legge, e dunque garantisce l'ordine e la coesione sociale. Per tale motivo il sovrano si asterrà dall'imporre con la forza l'adesione ad una confessione: nel riproporre il principio di Cassiodoro, «religionem imperare non possumus, quia nemo cogitur ut credat invitus», la République sottolineava i pericoli derivanti dalla persecuzione e dalla mancanza di tolleranza, in primis l'ateismo, origine di mali infiniti. Nella Démonomanie questa visione si completa: la stregoneria, frutto della malvagità del diavolo, non è che un tentativo spaventoso di spingere l'umanità ad abbandonare la religione, qualsiasi religione, quindi a perdere ogni remora di carattere sia morale che civile. Le streghe non solo hanno commesso un peccato enorme, ma sono anche una minaccia per il vivere civile, per la sopravvivenza dello stato, fine supremo del sovrano. La stregoneria, in quanto rinuncia cosciente ad ogni credenza religiosa, sarà dunque da perseguire, al contrario dell'eresia, che è «solo» interpretazione errata della parola di Dio. Ma qual è l'interpretazione giusta, qual è la «vera» religione? In un passo celebre della Démonomanie, la risposta è affidata alla rivelazione di un angelo (il «bon Ange», «esprit debonnaire»), che indica la lettura della Bibbia, la meditazione e la preghiera individuale come gli unici mezzi per scoprire «quale di tutte le religioni disputate in tutti i luoghi era la vera» (p. 88). Bodin ritiene sbagliato dare della «vera» religione una definizione troppo precisa ed univoca: determinare in dettaglio che cosa si debba credere e come si debba esprimere la fede porta soltanto alle dispute, che sono, fonti pericolose di sovvertimento della pace e dell'ordine. Opinioni del genere non erano ovviamente tollerabili da parte della Chiesa romana. Se Possevino aveva attaccato i principi che conducevano Bodin a propugnare la necessità politica della tolleranza religiosa, l'abate Maffa confuta la via di una ricerca interiore della vera fede, a cominciare dalla dubbia angelologia sulla quale si fonda: l'angelo che parla nella Demonomania non può certo essere buono, dato che ha indirizzato «alla parola scritta divina, nella quale per la loro superbia si perdono gli Heretici» e non «alla cattedra Romana, et al vicario di Christo, nel quale è il vero magisterio della vera dottrina» (p. 88). Similmente, la distinzione tra streghe ed eretici è da respingere, in quanto non tiene conto del principio fondamentale che la fede cattolica non è un'«opinione» tra le tante, bensì «assenso certo, indubitato et infallibile» (p. 144). Se una tale difesa dell'ortodossia più rigida non è certo sorprendente, l'esame delle idee di Bodin in merito ad uno degli aspetti più inquietanti dell'attività delle streghe, il potere di trasformarsi, e di trasformare gli esseri umani, in bestie, porta invece a risultati inattesi. Criticando l'uso arbitrario delle fonti da parte del giurista francese, e richiamandosi ai pronunciamenti negativi della tradizione scolastica a partire dall'Aquinate, Maffa respinge recisamente la tesi bodiniana della possibilità di tali metamorfosi. Sostenere che le streghe possano mutarsi in animali, o trasformare gli uomini mediante la magia, è assurdo e inaccettabile sia sul piano fisico, sia sul piano teologico («Chi non vede tutti questi assurdi esser lontani da ogni verità filosofica, et pietà theologale», p. 143); chi crede cose simili, attacca Maffa, attribuisce al diavolo poteri analoghi a quelli di Dio, e ciò è evidentemente una bestemmia. Posizioni come questa non dovevano essere isolate, in quegli anni, all'interno degli ambienti curiali; ricerche recenti come quelle di G. Romeo hanno dimostrato la diffusione all'interno del Sant'Uffizio di atteggiamenti di grande cautela, se non di scetticismo aperto, che avevano portato alla sostanziale caduta d'interesse, e ad una depenalizzazione effettiva, nel riguardi delle attività stregonesche connesse con il sabba - e quindi con il volo e le metamorfosi delle streghe. Sarebbe interessante capire quanto le idee di Maffa potessero esser state influenzate dal maturare di un approccio prudente e dubitoso in seno al Sant'Uffizio; o, al contrario, in che modo le posizioni espresse da un esponente autorevole della congregazione dell'Indice avessero contribuito ad alimentare la discussione, all'interno della stessa Inquisizione romana, sulla realtà del crimine degli adoratori di Satana. La finezza della censura di Maffa, in ogni modo, solo raramente trova riscontro nell'espurgazione effettiva del testo, di solito assai superficiale: così ad esempio ci si limita ad aggiungere alla locuzione «vera religione» le parole «cattolica e apostolica», ribadendo volta per volta la supremazia di Roma. Ma in numerosi altri passi non si coglie il messaggio «eversivo ed anticattolico» di Bodin, favorevole, oltre che a una fede non definitoria, ad una «semplificazione essenziale della liturgia» (p. 96) secondo la quale molte credenze e pratiche cattoliche, al pari delle dispute teologiche, rappresentano esche dell'intervento diabolico. Una pagina in cui Bodin aveva notato la sparizione dalla Germania di certi stregoni che tiravano frecce ai crocifissi da quando i tedeschi non adorano più il crocefisso - e cioè dopo la Riforma - viene modificata unicamente esplicitando che i tedeschi adesso non sono più buoni cattolici, ma lasciando intatto l'intento originario dell'autore, che era di mostrare il rapporto concomitante tra la pratica cattolica giudicata superstiziosa e la presenza delle streghe (pp. 100-101). Era più semplice colpire i numerosi passi della Demonomania nei quali Bodin aveva denunciato la frequenza con la quale gli ecclesiastici partecipavano ad attività diaboliche e stregonesche: gli interventi censori di questo genere rientravano in una strategia generale affermatasi in quei decenni, che mirava non solo al controllo di ogni espressione di dissenso ideologico dai pronunciamenti della Chiesa, ma anche alla salvaguardia dell'ordine ecclesiastico da qualsiasi tipo di critica. Così si elimina o si sfuma ogni riferimento alla presenza di maghi tra i pontefici, che Bodin aveva ripreso anche dal Liber de vita Christi del Platina (pp. 111, 113-115); ma al censore sfugge un altro accenno, derivato dalla Strix di Gianfrancesco Pico, al prete Benedetto Berni che a Mirandola avrebbe intrattenuto rapporti carnali coi diavoli e commesso molti misfatti (p. 111). Ciò che invece non passa inosservato è l'inclinazione di Bodin per la religione ebraica, da lui vista, già nella République, come «la matrice di tutte le altre religioni» e anzi come la cartina di tornasole per misurare la distanza dalla vera fede della demonolatria, l'unico culto che non discende dall'ebraismo (p. 103). Maffa nota che nella Demonomania l'autore «si scorge Giudeo, conciosia che quasi mai cita la scrittura nova, né fa mentione di Christo, se non sforzatamente», e «in vece de' Santi Dottori seguita sempre, o quasi sempre certi Rabinacci» (ibidem). Si tagliano allora i riferimenti al Targum, i richiami alla legge di Dio sono modificati trasformandoli in richiami alla legge evangelica, e ogni menzione positiva del popolo ebraico è eliminata o molto sfumata. Non mancano anche interventi più sinistramente incisivi: è questo il caso della traduzione di «Sabbats», cioè i sabba delle streghe, con «sinagoghe», che si ricollega alla tradizione medievale di «demonizzazione dell'ebreo», ma soprattutto s'inserisce nel clima di ostilità crescente e di provvedimenti vessatori nei confronti degli ebrei da parte della Chiesa della Controriforma (p. 105). Bodin era ormai un autore nel. mirino delle autorità romane. La nuova edizione della Demonomania, uscita nel 1589, espurgata anche in base alle indicazioni del censore, è affidata dalla congregazione dell'Indice alle cure dello stesso Maffa. Tra la fine del 1589 e l'inizio del '90 sono pronte sia la seconda censura della Demonomania, sia quella della République ad opera di Lelio Pellegrino. Ma le cautele, gli interventi ripetuti dei consultori dell'Indice e i tempi lunghi che richiedevano mal si accordavano con la linea d'azione rapida e gli intenti risoluti del Sant'Uffizio. La ricerca della Valente colloca bene le vicissitudini dell'opera bodiniana nel contesto della dialettica e dei contrasti costanti che intercorrevano tra le due congregazioni, negli anni in cui procedeva faticosamente il lavoro di definizione dell'indice dei libri proibiti. Sotto la guida dell'attivissimo e ambizioso Giulio Antonio Santoro, l'Inquisizione romana scavalca più volte la congregazione «sorella» e già tra il 1591 e il '92 emette diversi provvedimenti di proibizione e di sequestro delle opere di Bodin. Esce nel '92 la terza edizione italiana della Demonomania con un'avvertenza al lettore che sottolinea come siano state «emendate tutte quelle cose, le quali potevano in qualsivoglia maniera scandalizzare la mente pia de' catolici e fedeli di Santa Chiesa» (p. 69). La censura ripetuta del testo, messa qui in forte evidenza, faceva sperare all'editore Manassi di poter continuare a vendere i libri di un autore di cui il Sant'Uffizio aveva condannato l'anno prima il lavoro capitale, la République. Ma invano: se nell'indice sisto-clementino del 1593 (non promulgato) tutte le opere di Bodin sono proibite «donec corrigantur» - e quindi se ne vieta il commercio - neell'indice clementino del 1596 la Demonomania, al contrario della Methodus e della République, figura tra i titoli di cui è assolutamente vietata la lettura, in qualsiasi lingua o edizione. L'estremo tentativo dell'editore, una supplica rivolta direttamente a Clemente VIII, riesce ad ottenere che il testo sia sottoposto all'ennesima censura, affidata ad uno dei giureconsulti più prestigiosi della curia, Francisco Peña. Quella di Manassi non era probabilmente un'iniziativa isolata, ma s'inseriva nel clima di proteste sollevate dagli editori veneziani, e sostenute dalla Serenissima, contro il rigore eccessivo dell'indice, che danneggiava una delle principali attività economiche dello stato. Nel 1599 il lavoro di Peña è terminato: per quanto si riconoscano gli aspetti positivi della Demonomania, l'autore si dimostra «imperitus» dei dogmi cattolici, e rivela gravi eterodossie (p. 173). Il libro, decreta la congregazione, potrà esser letto, in latino, soltanto dagli inquisitori, per il profitto che si può trarre dalle notizie sulla procedura legale nei processi di stregoneria; ma, al di là di quest'ambito ristrettissimo, non potrà assolutamente circolare. Si concludeva così la vicenda italiana dell'opera demonologica di Bodin, ricostruita da Michaela Valente con accuratezza filologica ma anche con sensibilità alle ragioni di fondo che condussero alla condanna di uno dei testi anti-stregoneschi più implacabili e meticolosamente costruiti. L'autrice dimostra convincentemente che il libro non fu proibito solo a causa della pessima fama di cui a Roma godeva l'autore, uno dei politiques ritenuti responsabili, con le loro empie teorie, dei disastri delle guerre di religione. La ricerca consente infatti al lettore, seguendo i percorsi della censura, di individuare nella Demonomania quei passi che, esaltando la dimensione interiore del fatto religioso e prospettando un approccio relativistico al problema della «vera» fede, si saldano ad alcuni dei nuclei centrali del pensiero bodiniano, che erano stati respinti con decisione in quegli anni dai campioni dell'ortodossia come il Possevino. Il lavoro della Valente, dunque, oltre a far luce sui modi e le forme della ricezione - e del rigetto - da parte cattolica di un testo così problematico, affronta la questione della Démonomanie superando felicemente quell'impostazione storiografica, dominante per decenni, che aveva liquidato questo «livre terrifiant» (R. Crahay, cit. p. 7) come un'aberrazione incomprensibile nel pensiero dell'autore del Colloquium Heptaplomeres; e, al contrario, ricolloca saldamente l'opera nel percorso intellettuale di Bodin, dove essa si mostra strettamente, collegata alla République e informata degli stessi principi fondamentali. |