Il clero della Valle Leventina nella visita pastorale di Carlo Borromeo nel 1567

di Stefano Lorenzin

 

 

PREMESSA

 

Probabilmente, le cosiddette "Tre Valli svizzere" (Leventina, Blenio, Riviera) furono la porzione di diocesi dove Carlo Borromeo incontrò maggiori resistenze nella sua tenace opera di ferrea applicazione dei decreti del concilio di Trento.

Ciò per molteplici serie di ragioni dovute alla particolare situazione geografica, politica e sociale di queste zone: le Tre Valli erano cadute da qualche decennio sotto il dominio dei tre cantoni cattolici di Uri, Schwyz e Unterwalden, i quali, gelosi e diffidenti da ogni ingerenza da parte di autorità ecclesiastiche "straniere", vedevano con sospetto ogni intervento della curia milanese, da alcuni vista, a torto o a ragione, come rappresentante (a volte addirittura come "quinta colonna") del nemico spagnolo. Vi era da considerare, inoltre, il grande isolamento e indifferenza nel quale da tanto tempo era stato lasciato il clero valligiano da parte di Milano, con la conseguenza di un atteggiamento di grande indipendenza e autonomia del primo nei confronti di autorità esterne che non fossero i tre cantoni svizzeri - isolamento, per di più, dovuto alla discontinuità geografica dal resto della diocesi, alla grande povertà di queste terre. Non ultime, le difficoltà di ordine politico dovute al fatto che la Leventina era un'importante via di comunicazione tra l'Italia e le terre imperiali e i difficili e altalenanti rapporti tra Spagna e la Confederazione elvetica. 1

Le numerose voci di grande disordine disciplinare e morale nel clero delle tre valli, unite ai timori di un'eventuale diffusione della riforma protestante e alla preoccupazione per le condizioni spirituali delle popolazioni, spingono perciò il Borromeo a effettuare urgentemente la sua prima visita nell'ottobre del 1567 dedicando grande attenzione a questa periferica e isolata porzione della diocesi.

 

LA VISITA DEL 1567

 

Durante la sua visita nelle valli, ogni cura  viene visitata e "radiografata" in ogni suo dettaglio sia di ordine spirituale che materiale: vengono esaminati minuziosamente gli edifici adibiti al culto, i preti vengono interrogati «de eorum aetate, et litteris eorum ordinum ac pensionum dicti benefici», vengono esaminati sulla loro condotta morale, sulla loro preparazione culturale e religiosa, sulla loro perizia nella cura pastorale e si visitano le loro abitazioni; infine, si interrogano i parrocchiani sul comportamento dei religiosi. Alla fine, l'arcivescovo, prima di rimettersi in viaggio per la tappa successiva, dà istruzioni su ciò che doveva essere fatto per ovviare alle varie manchevolezze di ordine materiale o spirituale.

Giunto il 16 ottobre ad Airolo, Carlo Borromeo vi trova i due parroci, Giorgio de Christoforis, di anni trentacinque, e Giacomo de' Pedrinis, trent'anni. I due religiosi dichiarano entrambi di aver ricevuto l'ordinazione sacerdotale dal vescovo di Famagosta nel 1548, 2 e i benefici ecclesiastici dai signori di Uri, ma non l'investitura da parte dei quattro canonici ordinari del duomo di Milano. 3 Il più anziano dei due viene giudicato mediocremente colto nelle lettere, idoneo alla cura delle anime e decente nell'abito e nei costumi: non ha però i libri richiesti per l'esercizio delle sue funzioni pastorali; 4 anche il secondo prete, Giacomo, viene giudicato abbastanza positivamente: egli pure non ha i libri richiesti. 5 Viene esaminato ad Airolo anche un certo Daniel, un frate agostiniano, parroco di Bidretto, che viene giudicato «satis idoneus». 6 Di rimarchevole, si segnala che nell'abitazione del prete Giacomo vengono trovati alcuni libri proibiti non meglio identificati e che viene segnalato all'arcivescovo che i due parroci violano le disposizioni del concilio tridentino in merito al padrinaggio nei battesimi e non si attengono al divieto di presenziare ai banchetti nuziali imposto ai sacerdoti.7 Ai due curati di Airolo, l'arcivescovo ordina di presentarsi entro la fine del mese di febbraio a Milano per ricevere i benefici «juxta formam traditam per Concilium Tridentinum» e che si procurino i libri richiesti. 8

Il 17 ottobre, l'arcivescovo è a Quinto. I due parroci sono Leonardo, cinquant'anni, e Giovanni Antonio, trentenne. Il primo viene definito mediocremente istruito; inoltre si segnala che non ha i libri richiesti, non indossa abiti confacenti al suo stato di religioso e che pratica esorcismi pur non avendone l'autorizzazione. Giovanni Antonio è definito invece come «molto ignorante sia in cose sacre che profane» e non gode di buona reputazione essendo un assiduo frequentatore di taverne: entrambi hanno avuto il beneficio dai signori di Uri, ma non dai canonici del duomo. Di notevole si segnala che nell'abitazione di Giovanni Antonio viene trovato uno schioppo e alcuni libri proibiti di Erasmo e Melantone; 9 va detto, inoltre, che nella chiesa parrocchiale di Quinto era collocato uno schioppo detto "il bresaglio": Carlo Borromeo ordina di farlo togliere. 10

Prima di recarsi il giorno successivo a Prato, il Borromeo dà le seguenti istruzioni: che il prete Leonardo si astenga dal compiere esorcismi sotto pena di venticinque scudi d'oro, che il prete Giovanni Antonio sia condannato ad essere recluso per otto giorni nella sua camera, che non vada più per taverne, né per un anno mangi e beva al di fuori della propria abitazione, che lo schioppo trovato nella sua casa sia consegnato all'ambasciatore di Unterwalden. 11

I curati di Prato sono Pietro d'Albertolo, quarantadue anni, e Pietro Marzio, ventisette. Entrambi vengono giudicati «sufficiens», non hanno i libri richiesti e come gli altri suddetti hanno avuto i benefici dai signori di Uri, ma non dai canonici del duomo di Milano. Il primo dei due dichiara di essere oriundo della valle di Lugano e confessa di avere avuto in passato una relazione con una donna di nome Margherita. 12

A Mairengo, il 18 ottobre, vi si trovano i preti Bartolomeo Molle, giudicato mediocre, e Pietro Lentino. Quest'ultimo viene reputato abbastanza colto, ma non ha i libri; inoltre recita gli uffici divini secondo il rito romano. 13 Nella sua abitazione, per di più, vengono trovati libri di Erasmo e Lutero e un'arma: si noti che, a proposito dell'arma, il curato si giustifica adducendo il pretesto di portarla su permesso delle autorità di Uri. Chiamati a testimoniare i parrocchiani lo accusano di frequentare le taverne e di esercitare la mercatura di vini e biade. 14 L'arcivescovo lo punisce ordinandogli di non frequentare più taverne, pena venticinque scudi d'ammenda, di digiunare a pane e acqua di venerdì per i successivi due mesi, di far fare a sue spese una pisside d'argento per conservare l'eucaristia e che d'ora in avanti reciti gli uffici secondo il rito ambrosiano. Infine, ordina a entrambi i curati di recarsi a Milano entro febbraio per ricevere i benefici. 15

A Faido, il giorno seguente, si trova il prete Alberto, cinquantaseienne, che viene giudicato scarso per cultura, ma di buona condotta morale. 16

A Chioggiogna il 20 ottobre lo attendono i due fratelli Bartolomeo ed Enrico Bedra; il primo, un gesuita, è il curato del paese, il secondo lo è di Rossura. Bartolomeo, trent'anni, viene giudicato positivamente, ma non ha i libri richiesti. Il ventisettenne fratello, invece, ha un giudizio negativo; inoltre non si veste come si confà al suo status religioso e non ha i libri. 17

A Chironico si trovano Giovanni Pedrino e Pietro Rusca, entrambi ventisettenni. Giovanni viene reputato poco istruito, ma capace nella cura delle anime; giudizio inverso per Pietro. Entrambi non hanno i libri, entrambi devono recarsi a Milano per ottenere i benefici. 18

Giunto nella stessa giornata a Giornico, Carlo Borromeo trova che dei tre parroci uno, Antonio Serazo, è assente (gli altri due diranno all'arcivescovo che da un anno circa ha rinunciato ai benefici); gli altri due sono Michele di Sechi, che è anche vicario foraneo per la valle Leventina, e Ambrogio Marchello. Vi è anche il prete Giovanni de Solario, cappellano della chiesa di San Nicola, il quale è «satis idoneus quo ad litteras et sacramenta». Esaminati i due curati, vengono trovati mediocri nella cura pastorale e nella cultura delle lettere, ma, cosa grave, l'arcivescovo rileva numerose voci e rimostranze da parte dei fedeli sulla loro pessima condotta morale. Come al solito non hanno i libri richiesti. 19

Il 21 ottobre si giunge a Bodio, il cui curato, Cristino Marzio, fa una discreta impressione: è giudicato abbastanza colto e ben preparato per la cura pastorale. 20

Non si può dire altrettanto del curato di Prugiasco, Ambrogio, di quarant'anni: culturalmente mediocre e alquanto ignorante in materia religiosa, indossa un vestito inappropriato per un religioso ed è colpevole di concubinaggio e di esercitare la mercatura di bestiame. 21

In conclusione, qual è il ritratto del clero di Leventina che emerge?

Innanzitutto, va detto che nella gran parte delle cure i parroci sono persone del luogo e, in qualche caso, qualcuno è figlio naturale di un prete; 22 inoltre, vanno rilevate alcune costanti: nessuno ha ricevuto l'investitura e il beneficio ecclesiastico dagli ordinari del duomo di Milano, ma, una volta scelti dai propri fedeli, sono stati confermati dalle autorità politiche di Uri; quasi nessuno possiede una preparazione culturale idonea per una buona cura pastorale; nessuno ha i libri obbligatori; parecchi hanno comportamenti moralmente inaccettabili per un ecclesiastico: alcuni sono concubinari, altri frequentano osterie e giocano a carte, altri commerciano, qualcuno possiede armi, indossa vestiti colorati o corti, ecc.23

Quali sono dunque i principali problemi e resistenze che Carlo Borromeo registra nel corso della sua visita pastorale del 1567?

Una delle questioni più spinose è senz'altro quella dei benefici ecclesiastici: i tre cantoni svizzeri di Uri, Schwyz e Unterwalden pretendevano di avocare a sé il diritto di scelta dei curati e di giudicare nel foro civile i religiosi alla stregua di un laico qualsiasi (prassi consolidate in tutto il territorio elvetico, del resto). Va detto che in ciò incontravano il favore sia degli abitanti delle valli, gelosi da sempre delle proprie autonomie e sospettosi di qualunque forma d'ingerenza proveniente dall'esterno, sia del clero locale, non molto entusiasta a dire il vero dell'arrivo dell'arcivescovo in valle. 24 Altri problemi capitali erano la condotta morale del clero, che troppo spesso lasciava fin troppo a desiderare, così come lasciava a desiderare il suo grado di preparazione culturale, la conoscenza delle cose proprie all'ufficio del culto e dei sacramenti, il fatto che praticamente ovunque non avesse neppure i libri per dire messa, non tenesse i registri parrocchiali, non facesse scuola di dottrina cristiana: insomma, una generale mancata applicazione delle direttive del concilio di Trento.

Vediamo come ora il Borromeo tenta di porre rimedio a questa situazione.

 

LE ORDINAZIONI GENERALI A CRESCIANO

 

Al termine della visita nelle tre valli, l'arcivescovo in presenza dei delegati dei tre cantoni sovrani che l'avevano accompagnato per tutta la durata della visita stessa tiene una congregazione generale del clero di Leventina, Blenio e Riviera durante la quale emana delle «Ordinazioni Generali». 25

Divise in quarantuno punti, sono istruzioni minuziose di vario genere concernenti i vari aspetti della vita religiosa delle valli e toccano questioni come la disciplina e l'istruzione del clero, la cura delle anime, il godimento e l'amministrazione dei benefici ecclesiastici, la cura degli edifici adibiti al culto, il ripristino del rito ambrosiano.

Analizzando una per una le singole ordinazioni emergono gli intendimenti da parte dell'arcivescovo milanese che possono essere per brevità sintetizzati nei seguenti punti:

a) ripristinare in toto il rito ambrosiano: si ordina ai curati di osservare il rito ambrosiano dell'immersione del capo nei battesimi (1° ordinazione), e il Visitatore Generale deve controllare che gli uffici siano recitati secondo il rito ambrosiano (18° ordinazione);

b) porre rimedio all'incuria e alle deficienze strutturali degli edifici adibiti al culto: si danno istruzioni sulla collocazione e fattura dei lumi, dei ceri e dei ceppi delle elemosine (2°, 3° e 4° ordinazione), degli altari (16° ordinazione), sulla nomina dei custodi delle chiese (5° ordinazione), si ordina di mettere i confessionali (13° ordinazione), si danno istruzioni su come debbano essere collocati i crocifissi (25° ordinazione);

c) regolamentare l'usufrutto dei benefici ecclesiastici: durante la vacanza di un beneficio, l'amministrazione di esso viene affidata al Visitatore Generale che incarica della gestione due abitanti del luogo che a loro volta ne rispondono al Visitatore medesimo e al console locale (10° ordinazione), e coloro che amministrano beni ed entrate ecclesiastiche ne devono dar conto ogni anno al console e al curato, il quale, in caso di eventuali frodi, ne deve dare comunicazione al Visitatore Generale (19° ordinazione);

d) regolamentare l'officiatura delle cerimonie religiose: come debbono essere fatte le processioni e portati i sacramenti agli infermi in caso di pessime condizioni atmosferiche (7° ordinazione), si invita i curati a incoraggiare i laici a cantare negli uffici divini (ma non i vangeli e le epistole, riservati agli ecclesiastici) (8° ordinazione), sotto pena di sospensione a divinis nessuno deve celebrare messa in luoghi aperti (20° ordinazione), in chiesa gli uomini siano separati dalle donne (21° ordinazione), nessuno deve rimanere in chiesa o nei cimiteri se non per pregare, durante la messa nessuno rimanga fuori o sulla porta della chiesa (22° ordinazione), non si facciano messe funebri nei giorni festivi e di domenica (23° ordinazione), gli abitanti del luogo devono provvedere delle vesti da chierico per i ragazzi che servono a messa (27° ordinazione), nei giorni festivi si dica il vespro in tutte le chiese (37° ordinazione);

e) disciplinare, moralizzare e acculturare il clero: si danno norme contro il prestito a usura (6° ordinazione), si rammenta che verrà comminata la pena della sospensione a divinis per tutti coloro che, senza licenza scritta dell'arcivescovo, abbandoneranno il loro beneficio (11° ordinazione), entro il 1 febbraio i curati devono munirsi di calendario e breviario (18° ordinazione), i Vicari di ogni valle devono mandare entro tre mesi il rendiconto di tutte le cause prese in esame dai loro tribunali e anche dei relativi emolumenti (24° ordinazione), i curati si preoccupino di avviare alla carriera ecclesiastica il maggior numero possibile di ragazzi istruendoli ed educandoli personalmente, mandino poi ogni sei mesi all'arcivescovo l'elenco scritto di coloro che sono avviati alla carriera e che raggiunta l'età verranno mandati a Milano per ricevere la tonsura (28° ordinazione), i Vicari delle valli controllino che i curati si confessino una volta alla settimana (29° ordinazione), si elencano tutti i divieti sul vestiario (30° ordinazione), si rinnovano le proibizioni relative alla frequentazione e al consumo di cibi e bevande nelle osterie, alla mercatura e al possesso di bestiame, al gioco dei dadi, al praticare la caccia, al presenziare a banchetti di laici (38° ordinazione), si tengano secondo le istruzioni del concilio provinciale nelle tre valli le congregazioni generali del clero (39° ordinazione);

f) promuovere un maggiore impegno da parte dei curati nella cura pastorale: i curati devono tenere i libri dei battesimi, matrimoni, sepolture e degli stati delle anime (14° e 15° ordinazione), i curati hanno l'obbligo di tenere la predica a ogni messa festiva (34° ordinazione), in tutte le parrocchie si devono istituire scuole di dottrina cristiana (35° ordinazione);

g) affidare la sorveglianza della condotta degli ecclesiastici delle valli al Visitatore Generale che funge da vero e proprio rappresentante dell'arcivescovo: il Visitatore è il solo autorizzato alla gestione della questua in favore dell'ospizio del San Gottardo (9° ordinazione), i curati devono mostrare a lui l'inventario dei paramenti delle chiese (17° ordinazione), il Visitatore Generale può far diradare a sua discrezione la frequenza delle congregazioni del clero (40° ordinazione), deve multare i curati che non si sono procurati in tempo i libri ordinati nel concilio provinciale (36° ordinazione), deve investigare sull'operato del clero delle valli (26° ordinazione).

 

LE «MEMORIE AI SIGNORI SVIZZERI» E LA DIETA DI BRUNNEN

 

Al termine della congregazione di Cresciano, Carlo Borromeo fa prestare giuramento di obbedienza al clero delle tre valli 26 e consegna ai rappresentanti dei tre cantoni svizzeri un «Memoriale ai Sigg. Svizzeri» 27: esso contiene gli ordini emanati dal Borromeo riguardanti gli ecclesiastici e i rapporti tra laici ed ecclesiastici delle tre valli. Questo memoriale verrà poi discusso dai rappresentanti di Uri, Schwyz e Unterwalden nella dieta di Brunnen del dicembre del 1567.

Rispetto alle ordinazioni di Cresciano il memoriale ha le seguenti aggiunte e precisazioni: nel punto 1° si ricorda il divieto del concilio di Trento per i sacerdoti di ospitare in casa propria o di mantenere a proprie spese laici e persone dell'altro sesso; nel punto 4° si proibisce ai sacerdoti di portare o possedere armi; nel punto 17° si ricorda ai curati di attenersi alle disposizioni del concilio di Trento sul matrimonio; nel 18° si proibisce ai sacerdoti di dare l'eucaristia ai bambini non ancora in età da comunione; nel 21° si impone ai curati di esaminare tutti i libri della propria cura per verificare che non vi siano opere messe all'indice; nel 31° si ordina di chiudere tutti i cimiteri per non farvi entrare le bestie; nel 36° si proibisce alle autorità laiche di prendere provvedimenti disciplinari contro gli ecclesiastici; nel 37° si vieta alle autorità laiche di far prestare giuramento di obbedienza agli ecclesiastici; nel 38° si chiede che i landvogt si adoperino su richiesta dei rappresentanti dell'arcivescovo a far sì che si dia esecuzione alle varie ordinazioni; nel punto 39° si concede il mantenimento dei privilegi del cantone di Uri sull'elezione dei curati, chiedendo però che nella formula d'investitura si sostituiscano le parole «noi lo confermiamo» con le parole «noi lo presentiamo»; nel punto 40° si chiede la severa punizione di quei laici resisi colpevoli di simonia; infine nel 42° si proibisce di custodire armi nelle chiese.

Nella dieta di Brunnen, dunque, i rappresentanti dei tre cantoni discutono e approvano un documento che ricalca e approva nella sostanza il memoriale borromaico, ma con una serie di precise e circostanziate obiezioni e riserve. 28 Queste obiezioni verranno poi comunicate per lettera da Giovanni Zambrunn a Carlo Borromeo. 29 Eccole:

a) si manifestano perplessità sull'ordine che i sacerdoti in viaggio possano alloggiare soltanto presso altri ecclesiastici;

b) sul possesso di armi da parte dei religiosi, i tre cantoni permettono che i preti in viaggio portino una spada per difesa personale; suggeriscono inoltre che possano tenere in casa una picca;

c) suggeriscono che le congregazioni generali del clero delle tre valli si tengano ogni tre mesi, anziché uno;

d) si chiede che, prima di commutare benefici ecclesiastici, lo si comunichi loro, in quanto "prìncipi secolari" delle valli;

e) sulle questue dell'ospizio del San Gottardo si chiede che sia un abitante delle valli ad occuparsene;

f) suggeriscono che il Ss. Sacramento venga custodito nei muri protetti da inferriate per evitare che venga «ingiuriato»;

g) chiedono che nelle cause tra laici ed ecclesiastici e tra ecclesiastici ed ecclesiastici riguardanti beni secolari siano magistrati laici a giudicare;

h) sulle armi custodite nelle chiese dispongono «che non debbano essere conservate armi nelle chiese. Vogliamo che li gonfaloni e bandiere e altre insegne di guerra che i nostri antenati hanno acquistato con heroica mano restino nelle chiese, ma le lancie, halebarde ed altre armi debbano essere riposte in altro luogo fuori della chiesa»;

i) sull'investitura degli ecclesiastici gli svizzeri avanzano le seguenti obiezioni:

circa questo capitolo [...] mentre a Sua Eminenza non pare così, anzi vuole che si riceva appresso di Noi informazione delle loro capacità e costume prima che siino eletti ed a Sua Eminenza presentati, sarebbe il Nostro parere che nun fusse più necessario di farli esaminare in altra maniera dalli esaminatori constituiti dal sinodo, ma senza ostacolo debbano essere confermati come particolarmente Noi d'Urania [Uri] pensiamo che Sua Eminenza sia obligata per li sacerdoti in Leventina in virtù d'una convenzione eretta fra li signori Ordinarii di Milano e Noi nell'anno 1487 a 27 luglio in arce Porta Jouis [Porta Giovia], la qual convenzione con tutti li altri diritti acquistati dalli prefati signori Ordinarii a tenore delli instromenti sigillati, vogliamo Noi in nessuna maniera cedere, ma in modo riservarli per prevalerci di quelli ogniqualvolta sarà necessario, ed a Noi parerà espediente. Ed atteso che a Sua Eminenza pare, che a Noi ed ai nostri aspetti solamente l'elezione alli benefici e doppo la presentazione delli sacerdoti eletti, come ad altre superiorità secolari, e non l'investitura; ed abbenchè da Noi a memoria d'uomini sempre fu praticato che li parochiani hanno eletto li sacerdoti alli benefici e Noi li abbiamo investiti, quali in seguito furono confermati a Milano, come di tal diritto d'investitura, Noi d'Urania particolarmente siamo privilegiati dalli Ordinarii con la confermazione del Vicario Arcivescovile in tenore delli suddetti instromenti sigillati, vogliamo nulladimeno questa volta concedere, però sempre con la riserva come sopra, che in avvenire nella fede di tali benefici concessi siano tralasciate le parolle "come legittimi investitori": Item "noi investiamo": ed in vece di quelle messo "come legittimi padroni a'quali aspetta la raggione della presentazione": Item "noi presentiamo": a tenore della forma consegnatasi da Sua Eminenza, però che Sua Eminenza confermi tali sacerdoti presentati.

 

LO STATO DEL CLERO NELLA VISITA DEL 1577

 

I motivi d'attrito tra Carlo Borromeo e le autorità svizzere non cessarono di certo dopo questa visita, anzi, si può ben dire che nessuna delle questioni sulle quali esisteva disaccordo tra il prelato milanese e gli elvetici venne risolta. Due incidenti particolarmente significativi furono ad esempio quello del 1577 durante il quale l'arcivescovo arrivò a scomunicare i landfogt di Blenio e di Leventina e gli ambasciatori dei tre cantoni. 30 L'altro fu quello inerente al cosiddetto "bresaglio". Nella chiesa parrocchiale di Quinto erano custoditi le insegne e i trofei di guerra della battaglia di Giornico del 1478, evento che aveva consegnato nelle mani elvetiche il passo del San Gottardo e la Leventina, e l'arcivescovo di Milano già nella visita del 1567 ne aveva ordinato la rimozione. La questione tornò d'attualità nel 1580, quando, su invito del Borromeo, il curato del paese cercò di rimuovere queste insegne e trofei incontrando una durissima ostilità da parte della popolazione e la reazione delle autorità elvetiche. 31

Queste situazioni potrebbero essere viste come indici di un parziale mutamento dell'atteggiamento del clero locale che si fa sempre più sensibile e ligio alle direttive del proprio vescovo, mentre l'atteggiamento delle autorità laiche e anche della popolazione locale rimane sempre piuttosto ostile verso qualunque genere di intromissione esterna.

Tutto questo lo si può intuire confrontando la preparazione culturale del clero della Leventina riscontrato nella visita pastorale del 1577 con quello disastroso evidenziato nelle righe precedenti. 32

Innanzitutto va osservato che, dei curati in valle nel 1567, ne troviamo ancora operanti la loro cura pastorale nel 1577 dieci: fatto che ci permette  

 

note:

1. Vedi Isabella Superti Furga, Rapporti con i cantoni svizzeri: le "Tre Valli" diocesi di Milano, in San Carlo e il suo tempo. Atti del convegno internazionale nel IV centenario della morte, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 1986, pp. 741-782.

2. Ogni volta che si riporta l'età dei curati s'intende quella che dichiarano di avere. È bene prendere queste cifre con il beneficio dell'inventario, dunque.

3. Archivio storico diocesano di Milano (d'ora in avanti ASDMi), Fondo Tre Valli Svizzere, vol. LXI, f. 7r.

Per "i signori di Uri" s'intende ovviamente le autorità politiche del cantone di Uri. Va specificato che la Leventina era baliaggio - cioè territorio soggetto - del solo cantone di Uri, mentre le altre due valli erano sottoposte al dominio congiunto dei tre cantoni sopracitati. Nel corso del Medioevo, non si sa con certezza né quando, né in quali circostanze - nel corso del X secolo, sembra - il capitolo del duomo di Milano viene investito della signoria delle tre valli: questo il motivo del fatto che in linea teorica il clero delle valli debba ricevere l'investitura ecclesiastica direttamente dal capitolo milanese; ciò spiega anche il perché di questa enclave ambrosiana nel bel mezzo della diocesi di Como. Per l'argomento vedi Gerolamo Biscaro, Le origini della signoria della chiesa metropolitana di Milano sulle valli di Blenio, Leventina e Riviera, nell'alto Ticino, in "Bollettino storico della Svizzera italiana" (1910).   

4. Nel primo concilio provinciale tenuto da Carlo Borromeo, si stabiliscono i libri che ogni chierico é tenuto a leggere e a possedere: la Bibbia, gli atti del concilio di Trento e dei concilii provinciali e diocesani, il calendario delle feste liturgiche.

5. ASDMi, Fondo Tre Valli Svizzere, vol. LXI, ff. 7v, 8r.

6. ivi, f. 8r.

7. ivi, f. 10r.

8. ivi, f. 14r. L'ordine di presentarsi a Milano entro febbraio per ricevere i benefici viene ingiunto nel corso della visita a tutti i preti che non hanno ricevuto l'investitura dai canonici del duomo.

9. ivi, f. 19.

10. Sulle controversie legate al "bresaglio" si tornerà più avanti.

11. ivi, ff. 22, 24.

12. ivi, ff. 28, 29.

13. E non quello ambrosiano, come avrebbe dovuto, essendo la Leventina parte della diocesi milanese. Si rammenta che sino al 1580, quando da Roma si impone l'uso universale del rito romano (eccetto il rito ambrosiano conservatosi a Milano), sostanzialmente ogni provincia ecclesiastica aveva il proprio rito. Questa notazione sull'uso di una liturgia estranea alle tradizioni culturali di queste regioni da parte di Bartolomeo Molle fa ragionevolmente avanzare l'ipotesi che quest'ultimo non fosse originario di queste terre.

14. ivi, ff. 35, 37.

15. ivi, f. 44r.

16. ivi, f. 41v.

17. ivi, f. 68.

18. ivi, f. 80r.

19. ivi, ff. 53, 54.

20. ivi, f. 83v.

21. ivi, ff. 89, 91.

22. Il parroco di Prato, Pietro Marzio, è figlio naturale del parroco di Bodio, Cristino Marzio, che ha altri tre figli (vedi ivi, vol. XL, f. 534). Michele di Sechi, di Giornico, dichiara di essere figlio di un prete (ivi, vol. LXI, f. 297v).

23. Per uno sguardo d'insieme vedi lo «Stato de' preti della Valle Leventina» (ivi, ff. 381-382).

24. Vedi in proposito Paolo D'Alessandri, Atti di San Carlo riguardanti la Svizzera e i suoi territori, Locarno, 1909, pp. 3-17.

25. ASDMi, Fondo Tre Valli Svizzere, vol. LXI, ff. 282-291.

26. D'Alessandri, cit., pp. 57-61.

27. ASDMi, Fondo Tre Valli Svizzere, vol. XXIV, ff. 114-120.

28. Vedi Aristide Sala, Documenti circa la vita di e le gesta di San Carlo, pp. 822-830.

29. Lettera datata Altdorf, 6 gennaio 1568, in D'Alessandri, cit., p. 80.

30. Vedi Francesco Braghetta, Le Tre Valli Svizzere nelle visite pastorali del cardinale Federico Borromeo (1595-1631), Fribourg, p. 46.

31. Vedi D'Alessandri, cit., pp. 261-264; Superti Furga, cit., pp. 772-775.

32. Per questo argomento ci si è riferiti a Giuseppe Proserpio, Libri, clero e cultura nelle visite pastorali di Carlo Borromeo alle tre valli svizzere (1567-1577), tesi di laurea, a. a. 1992-93, Università degli studi di Milano.

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