Quale via per la pace in Medi’Oriente?

 

(Conferenza durante la manifestazione del Libro – Potenza, Italia  22/5/2002)

 

Asem Khalil

DOTTORE IN UTRIUSQUE IURIS

 

 

Quale via per la pace in Medi’Oriente?......... 1

1. Chi sono i Palestinesi?..... 1

2. Chi sono gli Israeliani?........ 2

3. Il conflitto mediorientale.. 2

3.1. I palestinesi. 3

3.2. L’interesse sionista..... 4

4. Il processo di pace 4

5. La Seconda Intifada 5

5.1. La situazione dopo l’arrivo di Sharon...... 5

5.2. Gli attentati suicidi in Israele...... 5

6. La Soluzione del conflitto 7

7. La prossima mossa 8

8. Il ruolo dell’Europa....... 8

9. Il concetto di pace 9

10. Cosa si puo’ fare.... 9

 

Prima di trattare l’argomento della pace in Medi’Oriente, credo che sia indispensabile chiarire alcuni concetti elementari, che servono da definizione delle parti in causa. Tenendo presente che qualsiasi definizione vuole dire il più possibile del contenuto, con il meno possibile di parole.

1. Chi sono i Palestinesi?

 Sono un popolo, con le sue caratteristiche e individualità, che ha tante cose in comune con il mondo arabo e musulmano. Sono considerati palestinesi coloro che abitavano la Palestina prima del 1947-1948. Il popolo palestinese è l’unico ancora senza loro stato, perche’ sono sotto l’occupazione piu’ lunga nella storia contemporanea. Oggi una parte di loro -2 millioni e mezzo- vive in cis-Giordania e Gaza , che sono i territori occupati nel 1967 (22% della Palestina sotto mandato). La maggioranza di questi vive nelle città che sono stati consegnati all’amministrazione dell’ANP con servizio di polizia soltanto (Territori Autonomi, che formano 8% della Cis-Giordania) e nei campo profughi (2/3 dei palestinesi hanno status di profughi) Un’altra parte vive in Israele, dove i palestinesi (chiamati appunto arabi-israeliani) hanno ottenuto la cittadinanza israeliana con diritto di rappresentatività attiva e passiva e formano 20% della  popolazione israeliana, ma che de facto sono trattati da cittadini di seconda classe.  Il resto dei Palestinesi vive nei campi di profughi in Giordania, Siria, Libano, e Egitto, mentre altri sono sparsi nella diaspora.

I palestinesi sono musulmani e cristiani. I cristiani sono attualmente 170.000 in Israele, Cis-giordania e Gaza, cioè 2% della popolazione araba palestinese. Fino a 50 anni fa i cristiani erano i 20% della popolazione palestinese. Vale a dire dopo la creazione dello stato d’Israele, 700,000 palestinesi erano cacciati dalle loro citta’ e villagi, di cui 70,000 erano cristiani.  Il patriarca Sabbah, molto conosciuto in Italia, e’ un cristiano palestinese di Nazareth. I crisitiani, come tutti i palestinesi, hanno la stessa sofferenza, e lo stesso sogno per la pace e la nascita’ del loro stato. 

2. Chi sono gli Israeliani?

 Secondo Yehoshua –un filosofo israeliano-, è israeliano colui che ha la cittadinanza israeliana (nasce lo stato d’Israele nel 1948, su 78% della Palestina sotto mandato, e non sul 51% come nella Risoluzione ONU 181 della Spartizione). Ogni ebreo –secondo la c.d. legge del ritorno- ha diritto alla cittadinanza israeliana. Ma ci si può chiedere: chi è l’ebreo? Secondo lo stesso autore, è ebreo colui che si considera come tale (questa definizione e’ più ampia e problematica della definizione religiosa: si è ebreo chi nasce da una madre ebrea. Invece il concetto di sionista mutò da colui che combatte perché si crei uno stato per gli ebrei (prima del 1948), a chi considera che lo stato d’Israele non è soltanto la patria dei suoi cittadini ma di tutti gli ebrei del mondo (dopo il 1948).

3. Il conflitto mediorientale

          Il conflitto ancora in corso tra palestinesi e Israele (la scelta dei termini è voluta: conflitto e non guerra, palestinesi e non ANP, Israele e non ebrei) è uno scontro tra due interessi: quello Arabo Palestinese e quello Sionista-Israeliano. Il conflitto è particolarmente “unico” La soluzione di tale conflitto non sarà di meno.

Il conflitto e’ anche mediatico. Io personalmente, ho imparato a sentire la meta’ di cio’ che dicono nel telegiornale, e di credere a meta’ di cio’ che ho ascoltato. Qualsiasi cosa sentiate, ricordatevi che ci sono 2 millioni di palestinesi che vivono sotto occupazione militare israeliana dal 1967, con 60% della popolazione sotto livello della poverta’, con 2/3 che hanno lo status di refugiati. L’origine del conflitto è stato lo scontro tra il progetto sionista di costruirsi una patria, e la revindicazione palestinese ad auto-determinarsi dalla colonizzazione inglese. Questi due interessi non si sarebbero scontrati se non perché lo stesso spazio territoriale serve per la realizzazione di entrambi gli interessi.

3.1. I palestinesi

I palestinesi vedono nella promessa di Belfour (adottata, tra l’altro, dalla società delle Nazioni, ed inserita nel testo del mandato Britanico sulla Palestina) un progetto “assurdo” che risponde alle aspirazioni dei sionisti scavalcando quelle dei palestinesi. In realtà, la dichiarazione fu formulata da una potenza europea (Inghelterra), su un territorio non europeo (la Palestina storica) in assoluto disprezzo della maggioranza dei suoi abitanti (palestinesi), in forma di una promessa ad un altro gruppo straniero (sionisti). Oggi, non ha senso lamentarsi del documento, ma è assai importante considerarlo come parte di una storia. [1]

La Risoluzione di spartizione viene considerata come l’ingiustizia per eccellenza. L’Europa vuole lavarsi le mani, per il senso di colpa sentito dopo le notizie spaventose giunte dai campi di sterminio. Il prezzo doveva essere pagato dalle persone sbagliate. Lo stato d’Israele nasce di seguito alla guerra, nel 1948. La festa dell’indipendenza per Israele, la Nakba (katastrofe) per i palestinesi. L’occupazione militare del restante dei territori palestinesi nel 1967 -che dura fino ad oggi, e l’inizio della politica degli insediamenti, sono l’espressione più chiara dei progetti sionisti espansionistiche. Il processo di pace viene considerato come il “meno peggio” delle soluzioni. I palestinesi accettano che ci sia un “processo” e non una immediata applicazione delle Risoluzioni dell’ONU perché fiduciosi che le cose cambieranno. Quel processo doveva essere un periodo “transitorio”.  Presto però, la delusione supera tantissimo la speranza. 

3.2. L’interesse sionista

          Il movimento sionista è nato in Europa alla fine del XIX secolo, con il convegno Basil, guidati da Herzl, con lo scopo di creare una patria nazionale per gli ebrei, considerando questo il modo più efficace per mettere fine alla sofferenza ebraica, dovuta al fenomeno “antisemita” nato e cresciuto in Europa. Il movimento sionista ottiene garanzie e promesse, aiuti e facilitazioni dalle autorità brittaniche, con cui l’agenzia ebraica decide di collaborare. La politica inglese cambiò, e dei gruppi sionisti hanno scelto la via del “terrorismo” contro degli obiettivi palestinesi e inglesi, civili e militari (con il loro “capolavoro” nel massacro contro gli abitanti di un intero villaggio: Kufur Yassin).La guerra del 48, per i sionisti, era la guerra per eccellenza. Di essa dipendeva la realizzazione del loro “sogno”, e l’inizio l’incupo dei profughi palestinesi. Israele ha sempre sostenuto che i territori occupati nel 67 sono senza statuto particolare, visto che sono passati dagli ottomani agli inglesi, dalla Giordania ed Egitto ad Israele; rifiutando in questo modo di applicare la convenzione di Genevra IV, e le resoluzioni delle NU. 

4. Il processo di pace

 Israele riconosce l’OLP come rappresentante del popolo Palestinese. L’OLP riconosce lo stato d’Israele: questo è il riassunto della Dichiarazione dei Principi del 93. Il processo c.d. di “pace” si mostrò immediatamente “andicappato”, perché sullo stesso tavolo si siedono occupanti e occupati. Uno è forte (militarmente, economicamente, e politicamente) e l’altro eccessivamente debole. Nasce l’ANP da questa strana coppia: Israele e OLP. IL periodo transitorio che doveva finire nel 1999 era caratterizzato, da una parte del mancato rispetto israeliano delle scadenza e degli accordi raggiunti con i palestinesi, dall’altra parte una confusione amministrativa e fiscale negli apparati di quel “embrione statale”.  Rabin viene ucciso da un fanatico israeliano. Finisce il periodo transitorio, e giunge l’ora della verità, l’ora delle negoziazione finale. Le basi di fiducia reciproca vengono subito spazzati via col primo vento.

5. La Seconda Intifada

        Camp David fallisce, ed inizia la II intifida dopo la visita di Sharon alla spianata della moschea dell’Aqsa che diventa dopo il primo ministro, e forma un governo di unità nazionale, con Peres come ministro degli esteri. Il contesto in cui era nata la II Intifada era diverso, per l’esistenza dell’ANP, e dei territori di autonomia palestinese; per l’uso delle armi da parte dei miliziani palestinesi, e uso dei mezzi pesanti da parte israeliana (carri armati, elicotteri, F16); per il numero superiore delle vittime (le vittime palestinesi dal 1987 al 2001 –quindi le ultime invasioni esclusi- sarebbero 2305 di cui 2021 civili, e quelle israeliane 663 di cui 275 civili[2]); perché segna la fine di un processo che si era avviato dopo la prima Intifada.

5.1. La situazione dopo l’arrivo di Sharon

          Il primo ministro israeliano, che vince l’elezione contro Barak, in elezione diretta, e’ un generale di guerra. Egli utilizzo’ la forza eccessiva per reprimere la rivolta palestinese. Il massacro di Jenin e’ un esempio chiaro di cio’. Concretamente, egli aveva una politica ben specifica: separare e mettere sotto assedio le citta’ palestinesi con dei check point militari, la destruzione delle case dei palestinesi, la  costruzione di nuovi insediamenti in cisgiordanai, l’eliminazione fisica dei responsabili dei combattenti palestinesi, la cattura dei giovani appartenenti a gruppi di resistenza palestinese... Anche il presidente, democraticamente eltto dai palestinesi, non viene respermiato da tale politica. La drama della basilica della ativita’ e’ diventata una testimonianza viva di cio’ che vive tutto il popolo.

5.2. Gli attentati suicidi in Israele

Prima di tutto, la mia è una condanna netta e secca contro gli attentati suicidi in genere, e contro quelli sui civili in specifico. Perché i civili devono essere risparmiati in qualsiasi conflitto. Gli attentati suicidi sono immorali, e come tale devono fermarsi. Il problema degli attentati deve essere trattato al di dentro di tutta una storia di tragica occupazione, e continua umiliazione di tutto un popolo, in tutte le sue generazioni.  Qualsiasi lotta per combattere ed eliminare questo fenomeno deve andare alle radici, altrimenti rischia effetto boomerang.

 

5.3. Il cercchio vizioso

          Tanti sono le vittime delle due parti, e questo circolo vizioso di violenza e contro-violenza deve fermarsi. E come dice il patriarca di Gerusalemme: tutti hanno una responsabilita’, ma il piu’ forte –in questo caso l’occupante-, e’ quello che ha la chiave della soluzione. Pero’ –continua il patriarca- i leaders sanno fare la guerra, ma non sanno fare la pace. La comunita’ internazionale e’ chiamata calorosamente a intervenire per ristabilire a pace basata sulla giustizia.

 

5.4. La proposta Saudita ed il rifiuto Israeliano

Due parole sulla proposta Saudita, fatta sua dalla Lega Araba, e accettata dai palestinesi, oltre ad essere accolta dagli USA e UE. L’unico a rifiutare era Israele. Un NO secco alla mano estesa da tutti i paesi arabi per mettere fine alla guerra e all’ostilità una volta per sempre, contro la fine dell’occupazione israeliana sui territori del 1967 (22% della Palestina). L’invasione israeliana delle città palestinesi fu disastroso: tantissimi le vittime ed i feriti (la maggioranza sono dei civili), tantissime  le distruzioni (infrastrutture della società palestinese e dell’ANP: delle scuole, degli ospedali, delle chiese, delle moschee, il centro storico di Nablus, la Chiesa della Natività, tantissime le violazioni dei diritti Umani (con condanne da parte dell’ONU, e freni da parte dell’amministrazione schizofrenica di Bush).

L’invasione israeliana è appoggiata dalla maggioranza nella società israeliana, e dalla sinistra israeliana (di cui il premio della pace, Peres); sfruttando la situazione internazionale del momento che vuole “combattere il terrorismo ovunque esso sia”. I palestinesi, indiscriminatamente, sono considerati dei terroristi se rifiutano l’occupazione israeliana. Mettendo un attacco contro dei coloni, o contro dei soldati occupanti, o contro dei civili sotto la stessa etichetta: terrorismo.

6. La Soluzione del conflitto

L’accordo Israelo-palestinese potrà essere tragicamente conflittuale o dolorosamente negoziale. I compromessi sono indispensabili, ma non senza quel minimo di giustizia e morale che assicurerà la durata del tempo di tale accordo. Nella preparazione della marcia per la pace a Perugia, dove ho avuto l’onore di partecipare tra i membri della delegazione palestinese, ho avuto contatto con due membri del Kenneset, un attivista del Shalom A’kshav, il giovane soldato a capo dell’associazione “il coraggio di rifiutare”, che conta 450 soldati che rifiutano il servizio militare nei territori occupati nel 1967, e da loro (come ovviamente le personalità palestinese) si sentiva parlare di:

§         Due popoli, due stati:

o       Perché nasca lo stato Palestinese, deve finire l’occupazione israeliana, considerata le radici del conflitto attuale.

o       Confini sicuri e protetti al livello internazionale.

o       Israele ha diritto ad esistere, ma non deve impedire ai palestinesi il loro diritto ad auto-determinarsi in un loro proprio stato sovrano ed indipendente, dentro i confini del 1967.

§         L’evacuazione degli insediamenti dai territori occupati[3], costruiti in modo e l’utilizzo di tale strutture in un possibile ed indispensabile soluzione della questione dei profughi.

§         Risoluzione equa della questione dei profughi palestinesi.

o       Israele deve riconoscere la tragedia dei profughi palestinesi legata alla stessa sua nascita.

o       Il suo sarà un riconoscimento formale, ma tradotto in una partecipazione attiva nel possibile risarcimento finanziato al livello internazionale;

o       assicurando il diritto di ritorno ai palestinesi nel loro stato (quindi il diritto immediato alla cittadinanza palestinese);

o       un ritorno controllato e progressivo di un numero concordato di palestinesi nei territori che fanno parte d’Israele, nel rispetto della libertà dei stessi profughi. 

§         Gerusalemme città aperta per le tre religioni, capitale per due stati.

§         Distribuzione equa delle risorse naturali, soprattutto l’acqua.

7. La prossima mossa

Quello che serve attualmente è una conferenza internazionale tra le parti del conflitto (israeliani e palestinesi) con la partecipazione attiva dell’Europa e la Russia, oltre all’USA. Le soluzioni alle questioni ancora is sospeso non sono così complicate, perché non si deve inventare nulla: si deve semplicemente applicare le Risoluzioni ONU. Un po di buona volontà delle parti in gioco, e un po di pressione internazionale, sia politica, sia economica, bastano per fare dell’impossibile di oggi la “conquista” del domani.

Le c.d. riforme dell’ANP, pur necessarie, non sono la causa del conflitto. Il Presidente Arafat rimane il legittimo leader scelto dai palestinesi, fino alla prossima elezione. La propoganda partita dall’ufficio di informazione di guerra di Sharon, cerca di coprire sugli ultimi eventi catastrofici nei territori occupati o re-occupati. La stessa commissione dell’ONU viene rifiutata da Israele, e nessuno se ne parla piu’ perche’ si pensa che le riforme dell’ANP risolverebbe tutto.  Di nuovo, le mass media di nuovo fa il gioco sporco per diformare le verita’, e passare le informazioni false che servono a scopi politici.

8. Il ruolo dell’Europa

Il ruolo dell’Europa è inevitabilmente indispensabile per la fine del conflitto israelo-palestinese. L’Italia dovrà avere un ruolo primario perché, come le parti in gioco, si affaccia sullo stesso mediterraneo. La presenza dell’Europa nella scena internazionale (dopo aver fatto dei passi verso una politica estera comune, e una difesa comune) garantirebbe l’equilibrio degli interessi internazionale. L’Europa, non è fatta solo di governi: sono gli europei, le associazioni, le ONG, i partiti europei... che devono dare un contributo positivo e attivo, che riflette una coscienza sempre più crescente del necessario rispetto dei diritti umani, e del diritto dei popoli ad auto-determinarsi. L’Europa deve liberarsi del complesso dell’antisemitismo, sapendo che rifiutare l’occupazione militare israeliana, criticare la loro politica e l’aggressione sproporzionata delle frorze armare israeliane non è antisemitismo (l’antisemitismo diventa un tabu’ psicologico, per non intervenire). Alcuni ebrei, israeliani, sionisti criticano la politica attuale del governo di Israele, ma non per questo essi sarebbero considerati antisemiti? Oltre all’assistenza “politica”, l’Europa è chiamata a finanziare dei progetti per costruire l’infrastruttura indispensabile in ogni società. Con un controllo rigido sull’esito di questi finanziamenti.

9. Il concetto di pace

Quando si parla di pace, si pensa subito a quella situazione di “non-guerra”. Questo significato basilare del concetto di pace, pur essendo indispensabile, non esaurisce pienamente la sostanza di ciò che è veramente la pace. Con la soluzione del conflitto israelo-palestinese non finisce il processo di pace ma inizia. Per costruire la pace e’ indispensabile il dialogo. Il dialogo c’e’ solo tra due parti uguali. L’uguaglianza tra due stati si traduce in una sovranita’ nazionale nel rispetto dell’altro stato; nella sicurezza dentro i confini internazionalmente riconosciuti; nell’autonomia nelle decisioni politiche e nelle politiche economiche; nella pari opportunita’ di sviluppo economico e sociale; nel rispetto dei standard internazionale di democrazia e diritti umani.

10. Cosa si puo’ fare

Un ringraziamento particolare a c.d. “pacifisti”. Sopprattutto quelli italiani e europei. Essi, durante gli ultimi invasioni, hanno protetto con i loro corpi gli ospedali, le istutuzioni e il popolo palestinese. Il mio e’ un ivnvito a ognuno di voi per fare un turismo di solidarieta’. Andate a vivere nelle citta’ palestinesi, nei campi profughi; passate le ore davanti ai posti di blocco israeliano; visitate gli ospedali; re-costruite le case destrutte... poi andate a prendere i mezzi publici israeliani, andate a mangiare nelle pizzerie, e fate le passeggiate a via Yehuda e poi... tornate a casa e raccontate a tutti, cio’ che avete visto...  La vostra conoscenza sara’ cosi’ personale che vi aiutera’ a sviluppare un senso critico alla media.

 

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[1] SAID, La Questione Palestinese, Gamberetti Editrice, 2001, p.41

[2] vedi tabbella preparata da: The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, www.btselem.org riportata da SEMA A., Il Panzersionismo di Sharon, in: Limes (Guerra Santa in Terra Santa), n. 2.2002, p.59.

[3] l’80% dei coloni sceglie gli insediamenti per le facilitazioni governative, e solo 20% perché ideologicamente motivato.

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