un problema diffuso I SER.T. quando il problema c'è ALCOLISTI ANONINI ACAT Fatebenefratelli CT Villa Soranzo

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Di Silvano Felisati –Sociologo AULSS 12 Veneziana Ser.T. Venezia Terraferma  

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PER CONTATTI E PROGETTI SU ALCOL E IMMIGRAZIONE

Dr. Silvano Felisati, Ser.T. Mestre V. Calabria 17 - tel. 041 2608250 

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…”PROVIAMO A DEFINIRE L’IMMIGRAZIONE”……

 

All’inizio degli anni ’80 l’Italia contemporanea raggiunse un altro spartiacque, cessò infatti di essere esportatrice netta di forza-lavoro, iniziando ad accogliere, un numero significativo di immigranti provenienti  da Paesi non europei o dell’Europa orientale.

Per  definire i nuovi arrivati si coniò il termine peculiarmente italiano di “extracomunitari”, che  tecnicamente designava gli  immigrati da Paesi non  appartenenti alla Comunità Europea, ma  al  tempo stesso possedeva forti  connotazioni di esclusione dalla comunità  nazionale.

 

L’entità esatta del fenomeno, dati gli elevati livelli di immigrazione clandestina quasi inevitabili in un Paese mediterraneo dalle lunghe linee costiere, restò sempre indeterminata. La provenienza degli immigrati era la più varia. Il censimento del  1991 elencava 176 nazionalità diverse.                                              

 Uno dei gruppi principali, e probabilmente il più numeroso, era quello degli arabi nordafricani  (soprattutto marocchini e tunisini), anche se una simile denominazione maschera non solo importanti differenze regionali, ma anche importanti distinzioni etniche, linguistiche, religiose e culturali. Un  altro gruppo era quello degli africani di  pelle nera, in particolare somali e senegalesi. Un terzo era quello degli asiatici, perlopiù filippini.

Dopo il crollo del comunismo sovietico e lo scoppio della  guerra in Jugoslavia, giunse in Italia una nuova  ondata migratoria, questa volta  dall’Est.

Particolarmente drammatico fu il  tentato esodo dall’Albania nell’agosto 1991, quando migliaia di albanesi, tra cui molte donne  e bambini, si riversarono sulle banchine del porto dalla Viora, una vetusta nave da carico capace a  malapena di stare a galla.

Gli immigrati che riuscivano a restare in Italia vivevano in condizioni di estrema indigenza, e solo con grande difficoltà  riuscivano a trovare un’occupazione stabile.

Un numero significativo di immigrati veniva catturato dalle reti della criminalità, dallo spaccio di droga, della prostituzione e spesso finiva in carcere. A metà degli anni ’90, il Terraglio, la lunga arteria alberata che conduce dalla città di Mestre a Treviso, era popolata nelle ore notturne da lunghe file di prostitute straniere, soprattutto nigeriane e albanesi, alcune delle quali giovanissime.

Prima di questa recente ondata di immigrazione, la popolazione italiana era stata  caratterizzata da una straodinaria omogeneità di colore della pelle, di religione e, in misura sempre maggiore, anche di lingua. Dal punto di vista razziale era perciò fortemente  conservatrice e del tutto impreparata all’idea di una società multietnica.

L’Italia stava vivendo una significativa metamorfosi degli stili di vita, della concezione del ben-essere, del consumismo, della concezione del significato dato al lavoro e alla ricchezza. Con particolare specificità locale la Regione Veneto entrò in una fase di eccezionale dinamismo economico che vedeva i suoi piccoli imprenditori trasformati in dinamici esportatori. Alcune provincie della Lombardia e del Veneto convergevano verso un nuovo modello socio-economico, e anche politico-culturale, distinguendosi così, in parte, dal resto dell’Italia.

 

L’IMMIGRAZIONE……FATTORE DI TRASFORMAZIONE DELLA SOCIETA’!!??

 

Sotto questo profilo è paradigmatica la vicenda italiana.  Non più di venticinque  anni fa la “ questione immigrazione” era irrilevante, da alcuni anni è diventata questione centrale: è  un fatto nuovo, dirompente che la società italiana  sia ora, e sarà sempre più in futuro, popolata da gente di tutti i “colori”.

Ci sono fabbriche con sola manodopera immigrata. Ci sono aree urbane abitate in prevalenza da immigrati. Si  parlano ovunque una pluralità di lingue. Nel Nord-Est il 18% degli studenti, dalle  elementari alle superiori, è figlio di immigrati.

L’immigrazione, dunque, come potente “fattore di trasformazione sociale”. Non soltanto uno statico specchio, ma un fattore positivamente dinamico. Tale perché la massa degli immigrati “non può” accettare la posizione che gli viene istituzionalmente assegnata nelle nostre società.

E questo    rifiuto, che si   esprime nelle modalità più diverse, individuali e collettive, nazionali ed “inter-etniche”, sindacali e culturali, religiose e politiche, agisce, perfino         in modo inconsapevole come una forza di trasformazione di tutti i rapporti sociali.

Non sono solo gli immigrati ad abitare, a dover abitare, due dimore, a dover apprendere e praticare il bilinguismo.

Siamo anche “noi”, poiché il “nostro” mondo, è già diventato un “altro mondo” rispetto a quello di ieri, è già uno spaccato materialmente concentrato dell’intero mondo.

Ha detto uno scrittore svizzero (Max Frisch): “Volevamo braccia, sono arrivati uomini”. E uomini e donne tra i meno remissivi.   

Questo è l’inconveniente: gli  immigrati (i migranti) d’oggi,  appartengono alla parte più dinamica di queste popolazioni, e considerano l’emigrazione una importante opportunità per migliorare le proprie condizioni di vita.

Un’opportunità dall’esito non scontato, anzi irta di difficoltà, specie nel quadro di una mondializzazione che si presenta come la mondializzazione della precarietà.                                        

E’ tuttavia un’opportunità che, esclusa “in patria”, bisogna inseguire e afferrare là dove sembra più a portata di mano, in Occidente.

Non è certamente una condizione di “inferiorità   sociale” ciò a cui gli immigrati aspiravano nei loro “sogni”. Ecco perché  il loro rapporto con le società occidentali non può essere sprovvisto di momenti conflittuali.

L’elemento del “conflitto sociale” e anche culturale, risulta centrale in un’analisi   che sappia vedere gli emigrati-immigrati per quello che realmente sono: non oggetti della vita sociale, bensì soggetti. Nei luoghi di lavoro e nei quartieri, nelle loro associazioni e nei sindacati, nelle  scuole e nelle piazze, nelle manifestazioni artistiche e nei  rapporti con le strutture di servizio sociale.

Questo non significa, naturalmente, che in ogni momento l’insieme degli immigrati   ed ogni singolo immigrato siano pronti al conflitto per far valere le proprie aspettative, né che la prospettiva dell’integrazione nella “nostra”  società “così come essa è”, sia estranea a tanta parte degli immigrati.

Ciò significa che perfino questa prospettiva minimale non può realizzarsi senza mettere in moto una dinamica di grandi cambiamenti, e tanto più la cosa vale per le istanze di maggiore peso del mondo dell’immigrazione.

Nelle scuole, ad esempio, la novità assoluta della presenza di tanti bambini non italiani sta pungolando le menti e gli animi più sensibili ad incamminarsi per davvero,  con convinzione, sulla strada dello sviluppo di sane relazioni inter-culturali, e dunque verso  la trasformazione generale e radicale dei contenuti e dei metodi di insegnamento.

Nei servizi sociali, ormai investiti in pieno  da questa nuova “utenza”, nei luoghi della sanità e nei consultori familiari, nelle comunità di recupero e nelle carceri, gli operatori che hanno saputo raccogliere senza timori la “sfida” dell’immigrazione si stanno interrogando  sulle innovazioni da apportare non solo nelle pratiche di intervento, ma nel modo stesso di concepire l’intervento.

                                                                                                     

…..A PROPOSITO DI IMMIGRAZIONE IN RELAZIONE AL MONDO DEL LAVORO E PRIME RIFLESSIONI “  FLASH” SUL RUOLO DELL’ALCOOL……

 

La realtà italiana  mette in luce un dato quantitativo che indica   che il consumo di bevande alcoliche e di droghe interessa un numero sempre più elevato di immigrati.

Si osserva, inoltre, un dato “qualitativo” significativo e socialmente rilevante, che mette in evidenza, da un lato la varietà delle pratiche e dei modelli di consumo, dall’altro la pluralità dei significati e delle motivazioni al consumo.

….Cerchiamo ora di sintetizzare alcune interessanti osservazioni inerenti l’immigrazione maghrebina nel Veneto.

 

Essa  risulta caratterizzata da una forte pluralità nazionale e condizionata dalle peculiarità della struttura socio-economica  locale:

 

 

Altri elementi specifici del contesto locale che influenzano  il modello migratorio regionale   sono:

 

 

Questi fattori hanno contribuito a creare una   situazione in cui  gli insediamenti delle popolazioni immigrate, diffusi e sparsi, riflettono il contesto d’arrivo e la geografia umana  ricalca, riproduce, la geografia economica.

                                                                                                           

Le popolazioni  immigrate  sono concentrate nella fascia della Pedemontana che dal veronese arriva  a Pordenone.

Quella veneta è prevalentemente un’immigrazione di “operai”, soprattutto generici. Industria manifatturiera ed edile sono i settori principali che ricorrono alla manodopera immigrata.                                                   

L’agricoltura contribuisce con minor spessore e all’ultimo posto si colloca il settore alberghiero.

In riferimento alla tipologia contrattuale, si nota una quota elevata  di contratti  atipici: cresce il ricorso al tempo determinato, al contratto stagionale, al “part-time”; risulta estesa la pratica del lavoro festivo, del lavoro straordinario e del lavoro nero.

In particolare i percorsi professionali degli immigrati risultano caratterizzati da periodi frequenti di disoccupazione di breve durata, dispositivo che produce una continua entrata-uscita dal mondo del lavoro e perciò un meccanismo repentino di “inclusione-esclusione”, fattore di instabilità della loro esistenza.

L’immigrazione straniera in Veneto sta vivendo una fase di consolidamento del processo di radicamento sociale. Gli indici di inserimento mettono  in luce una perentoria stabilizzazione:

procede la dinamica di ricongiungimento familiare; aumentano i lavoratori autonomi, pur se in misura minore rispetto ad altre regioni (Lombardia, Lazio); sono numerosi i matrimoni misti; sono in aumento i tassi di stranieri con prole.

Un segno ulteriore dell’inserimento è il discreto numero di  alunni figli di immigrati nelle  scuole elementari e medie.

 

In sintesi si vuole ri-sottolineare che l’immigrato é  un “soggetto” che elabora continuamente le proprie strategie di vita e quindi modifica continuamente il proprio progetto migratorio.                                                                                   

 Le condizioni “oggettive” del contesto d’arrivo (instabilità professionale, forte disagio abitativo, incertezza normativa, atteggiamenti di rifiuto) hanno infatti strutturato dei meccanismi di esclusione o dei percorsi di integrazione subordinata che a volte ostacolano il processo di inserimento e possono mettere in pericolo la riuscita del progetto iniziale.

 

Proviamo ora a soffermarci maggiormente sui modelli del bere e le motivazioni al consumo. Senza naturalmente pretendere di delineare dei modelli generali ed esaustivi, tentiamo di tracciare alcuni profili:

 

*** Il bere come strategia di inserimento sociale.

Rientrano in questa classe quei soggetti che inquadrano i consumi di bevande alcoliche all’interno di una strategia di adattamento al, o di inserimento nel, contesto sociale. L’alcool costituisce una modalità di socializzazione ed uno strumento di inclusione, mediante una strategia mimetica, imitativa.                   

Gli immigrati manipolano l’uso dell’alcool per tessere relazioni sociali e facilitare le dinamiche di inserimento. A questa forma di mimetismo sociale corrisponde un bere moderato, in contesti socializzanti.

 

*** Il bere come forma di adattamento sociale.

In questa classe troviamo quei soggetti che sottolineano l’influenza che esercita su di  loro il contesto  sociale e dichiarano la volontà di non apparire troppo diversi dagli altri, per non sfigurare, per non escludersi.

Oltre  ai comportamenti  caratterizzati da  una esplicita volontà manipolatoria, osserviamo dinamiche contraddistinte da una sorta di adattamento passivo, conformistico, rispetto ai costumi locali.

Sottolineiamo, anche, che il peso  sociale dell’alcool  nella società italiana viene interiorizzato dagli immigrati nel processo di costruzione delle mappe cognitive della società d’accoglienza. Il  consumo di bevande alcoliche, elemento del paesaggio sociale e della quotidianità, va a costituire una casella della  mappa mentale con la quale orientarsi nella società d’arrivo e diventa, quindi, una modalità di conoscenza di quest’ultima.

 

***Il bere in contesti socializzanti  e ludici.

Rientrano in questa tipologia i numerosi soggetti che collocano il proprio bere in un contesto socializzante su base ludica  e di gruppo, collegandosi in parte, alla “sub-cultura degli uomini”.                                                                   

Si nota che costoro da una parte riproducono, adattandoli, modelli del bere    appresi  nel paese d’origine; dall’altra parte replicano, accentuandoli, comportamenti legati al bere avviati in patria.

 

*** Il bere emarginato.

I percorsi migratori degli alcolisti che compongono il campione sono contrassegnati da  eventi negativi (vittimizzazione, infortuni sul lavoro)  e gli itinerari  professionali sono contraddistinti da  lavoro informale e precario  di lungo periodo.           

E’ importante sottolineare   che prima si verifica uno scivolamento verso  condizioni di  marginalità, successivamente insorgono situazioni  patologiche, da cui   appare difficile uscire, data  la scarsità di risorse per il reinserimento e finalmente  comincia  l’uso  di sostanze psicotopre.

Il bere degli  alcolisti nel paese  d’origine poteva coincidere  con il modello dell’ubriacatura del fine settimana; nel paese d’arrivo il consumo di bevande alcoliche risulta in aumento.

 

UN INTERROGATIVO DI FONDO: come sono cambiate le abitudini del “bere”  prima e dopo la migrazione?

 

Il confronto tra consumi  nel paese   d’origine e consumi nel  paese d’immigrazione mette in luce  una situazione eterogenea, al limite  della dispersione.                                                                                             

Risulta difficile trarre una tendenza, un modello, perché i comportamenti appaiono fortemente differenziati e non mettono in luce delle correlazioni chiare, che potrebbero essere verificate probabilmente solo attraverso uno studio quantitativo. Nonostante ciò  si nota una  relazione significativa tra “consumi del fine settimana nel paese d’origine”   e “consumi problematici nel paese d’immigrazione”.

 

PUNTIAMO ORA L’OBIETTIVO SU UNA REALTA’ SPECIFICA (TERRITORIO REGIONE VENETO E CITTA’ DI MESTRE -VE-)

 

*** PRIMA PARTE

 

Per quanto riguarda il territorio veneto, inizieremo la raccolta delle iniziative emergenti mediate da ulteriori approfondimenti da parte di chi scrive, a partire dal mese di Novembre 2001, quando a Castelfranco V.to venne organizzato il 1° Colloquio Mediterraneo – sui problemi alcol-correlati nella popolazione migrante.

L’iniziativa è stata organizzata dall’AULSS di Asolo, dal Comune di Castelfranco V.to, dal Dipartimento Dipendenze e dalla Cooperativa Sociale “Una Casa per l’Uomo”.

In quella occasione, tra i vari obiettivi previsti, è stato possibile conoscere più da vicino alcuni aspetti inerenti la realtà francese (immigrati/alcool), e a livello concreto territoriale è stato proposto , dallo scrivente, di iniziare a dare “senso” alla formulazione di un primo coordinamento di Servizi Pubblici e Privato Sociale, che operano sulla problematica in questione.

 

Si è raccolta la sensibilità delle realtà presenti nei Servizi delle seguenti città:

Padova – Treviso – Castelfranco V.to – Verona e Mestre.

 

Periodicamente, gli operatori (Assistenti Sociali, Psicologi, Educatori, Sociologo, Medico), sono riusciti ad incontrarsi per poter meglio verbalizzare le difficoltà, le prospettive, le aspettative presenti nelle singole realtà, riferite alla sfera immigrazione/alcool.

Una prima variabile che è emersa riguardava la scarsa affluenza ai Servizi, di utenti immigrati con problemi alcol-correlati.

Naturalmente in alcune zone con intensità differenti. Per esempio il Servizio di Castelfranco V.to riesce a investire di più sugli immigrati, a differenza della realtà mestrina, che allo stato attuale risulta sensibile, ma allo stesso tempo deve impegnare parecchie risorse nell’ambito della problematica tossicomanica.

 

In occasione della formulazione della presente ricerca, si è pensato di organizzare un mirato questionario-colloquio  a domande “aperte”, rivolto agli operatori dei Servizi.

Risulta corretto precisare, innanzi tutto, che non è stato molto facile poter raccogliere le previste opinioni. Gli operatori, complessivamente, sono risultati in difficoltà a rispondere in tempi modestamente stretti, in quanto  oberati dalla attività professionale e  un po’ in difficoltà a raccogliere in domande aperte la propria esperienza professionale, tutto sommato, recente, non facile da gestire e particolarmente ricca di “inconvenienti - novità”.

 

Dalle risposte (v. in allegato le domande), emerge che:

 

 A)  l’alcolista italiano sostanzialmente risulta un soggetto portatore di un disagio affettivo, emotivo.

 

B)  Per quanto riguarda l’alcolista immigrato(soprattutto dell’Est Europeo),  viene espressa la stessa considerazione di quello nazionale, con la precisazione che risultano presenti ulteriori aspetti di rischio, inerenti al fatto che il soggetto è lontano dalla famiglia di origine, dal proprio rispettivo Paese, per cui possono assumere maggior spessore/disagio, i momenti di solitudine e di integrazione.

 

C)  Emergono pareri discordi per quanto concerne l’eventuale percezione se l’alcolista, sia immigrato che italiano, senta il bisogno di ricevere un aiuto: per alcuni operatori risulta diffusa la non conoscenza dei Servizi preposti, per altri la scelta di smettere di bere affiora quando emergono grossi problemi e magari risultano costretti da persone esterne a fare una scelta terapeutica.

 

D)  Il contatto con il Servizio competente risulta avvenga nei modi più diversi: dai gravi problemi di salute del soggetto, all’invio da parte di operatori socio-sanitari e da altre istituzioni pubbliche e non, presenti sul territorio, che hanno a vario titolo avuto contatti con la persona affetta da tale patologia.

 

E)  Le difficoltà che vengono incontrate nella relazione terapeutica riguardano le difficoltà inerenti la conoscenza della lingua. Con particolare specificità possono essere anche legate alla reale motivazione di smettere di bere.

 

F)  Opinioni interessanti e stimolanti emergono dalle sensazioni che gli operatori provano professionalmente con l’alcolista immigrato. Sicuramente viene vissuta come un’esperienza arricchente, legata a mondi nuovi e …sconosciuti… , e allo stesso tempo  è un’esperienza anche frustrante, in quanto il problema è delicato e spesso i Servizi sono poveri di risorse e leve terapeutiche.

 

G) Le reazioni che emergono dal rapporto terapeutico risultano molteplici. Però particolarmente importante risulta stabilire una relazione, anche se può portare a forme di allontanamento, negazione o altro.

 

H)  Per alcuni operatori i risultati sono scarsi. Per altri merita sottolineare l’importanza della loro disponibilità. Una buona percentuale, in alcuni casi, può restare agganciato al Servizio anche per più di un anno.

 

I)   Con abbondante consenso emerge l’opinione che l’immigrato  è motivato a bere per motivi legati al desiderio di integrazione, socializzazione e …anche perché l’immigrato impara ad inserirsi nella cultura ospitante, nella quale importante e significativo risulta  il “bere”.

 

J)   Per quanto riguarda la raccolta di alcune idee, proposte , suggerimenti da attuare nell’ambito della problematica in questione, alcuni operatori (pochi) hanno espresso un po’ di smarrimento di fronte alla richiesta, altri si sono soffermati essenzialmente sulla necessità di promuovere momenti formativi per gli operatori. Inoltre sostengono che occorre incentivare una buona esperienza   di lavoro sull’alcool con utenti italiani, sostenere le progettualità emergenti lasciando spazio a nuove idee, iniziative che possano portare ad un rafforzamento degli interventi.  In altre parole qualificare la cultura professionale, attraverso vari canali, per poter affrontare una nuova utenza che veda aspetti e peculiarità simili e non, agli alcolisti italiani.  

 

*** Sono stati intervistati gli operatori dei Servizi, operanti sui territori di Castelfranco Veneto, Montebelluna (TV), Padova, Mestre.

 

*** Sesso (degli operatori intervistati): maggioranza femmine.

 

*** La qualifica: tutti psicologi.

 

*** SECONDA PARTE

 

La seconda parte della ricerca qualitativa è consistita nell’intervistare un gruppo di immigrati. Naturalmente seguendo sempre la metodologia del questionario-colloquio a domande “aperte” e anonimo.

A questo punto risulta necessario soffermarci su alcune fondamentali osservazioni inerenti le modalità di approccio adottate per poter svolgere le previste interviste.

Sostanzialmente si trattava di elaborare le modalità del:                                

COME RAGGIUNGERE,

AVVICINARE,

DAR FIDUCIA, … al gruppo di immigrati.

 

Si è ritenuto opportuno mettersi in contatto con la Caritas della Diocesi di Venezia, che a Mestre, con l’aiuto di alcuni volontari, nell’arco di due giorni alla settimana, gestisce uno sportello al quale si rivolgono immigrati per ricevere i buoni  mensa e altri consigli-supporto.

 

Assieme alla responsabile della U.O. Penale del Ser.T  di Venezia (la psicologa Sandra Saggioro) , si è articolata una serie di contatti graduali per poter arrivare al previsto obiettivo:

 

-         è stato presentato il progetto-ricerca al Direttore della Caritas di Venezia (Don Dino Pistolato) dal quale si è ricevuta la disponibilità alla collaborazione. Sostanzialmente il suo consiglio è stato quello di non iniziare le interviste proponendo la figura dello scrivente agli immigrati, in quanto il colloquio potrebbe essere caratterizzato, da parte loro, da paure, pregiudizi, sospetti.

 

-         Con questo obiettivo siamo stati indirizzati verso i volontari della Caritas per chiedere loro, con il nostro sostegno “ a latere “ di gestire le interviste. L’approccio non è risultato però facile e produttivo come si pensava, a causa delle difficoltà della lingua e dell’onere di lavoro complessivo a loro carico.

 

-         Per cui si è deciso di gestire i colloqui a domande aperte da parte dello scrivente, con il prezioso aiuto di una volontaria che conosceva abbastanza bene la lingua russa e degli altri paesi dell’Est europeo (Sig.ra Vesna Ayvaz  - originaria di Belgrado)

 

Complessivamente i colloqui si sono svolti in tranquillità , in una stanza separata; durante gli stessi si è  trasmesso e garantito agli immigrati l’impegno per la massima privacy. In altre parole,  non eravamo “poliziotti in borghese” , ma volevamo sostanzialmente conoscere un po’ meglio il loro stato d’animo, conoscere un po’ di più i loro problemi e alcune loro opinioni.

 

*** Gli intervistati sono stati n.5 maschi e n. 7 femmine.

 

***Il colloquio è durato in media dai 15 ai 20 minuti.

 

*** In tutte le interviste non sono emersi evidenti paure, imbarazzi o resistenze.

 

*** La loro provenienza ha origine soprattutto dall’Ucrania  e dalla Moldavia . Solo n.2 casi dalla Tunisia e n.1 caso polacco.

 

*** Le domande non erano rivolte direttamente al loro comportamento personale, in quanto la sincerità poteva concretamente essere messa in crisi.

 

*** Un ultimo aspetto meritorio di attenzione riguarda il fatto che il colloquio, complessivamente nella maggior parte dei casi, è risultato un po’ asciutto, cioè non ampiamente dialettico e discorsivo, per evidenti difficoltà inerenti la lingua.

 

Ecco ora alcuni “concettichiave”, che sono emersi dai colloqui e sui quali può meritare soffermarsi e magari ipotizzare ulteriori-futuri approfondimenti:

 

A)   La maggioranza conosce persone che bevono  “troppo”. Pochi hanno affermato di non esserne a conoscenza.

 

B)   Di fronte  alle cause che portano a bere gli immigrati, alcuni hanno risposto di non sapere il motivo. Coloro che hanno risposto sono del parere che le cause si possono circoscrivere alla solitudine, alla lontananza dal rispettivo paese, alla assenza di momenti- luoghi di socializzazione, per motivi climatici (il freddo)…. Ma soprattutto per mancanza di un lavoro.

 

C)   Complessivamente non è stata data una importanza particolare al ruolo dei Servizi pubblici e non, che lavorano sulle problematiche alcol-correlate. E’ stata sottolineata la responsabilità, per poter uscire dalla dipendenza dal bere, del singolo individuo.

 

D)   La maggioranza, quasi tutti, tornerebbe al proprio paese avendo, però, la possibilità di trovare un lavoro. L’attività professionale nei loro paesi risulta remunerata molto male. Rammaricato è stato un intervistato che, al suo paese (Ucrania) insegnava Geografia alla scuola media, ma non riusciva a far fronte ai costi della vita essenziali.

 

E)     La totalità degli intervistati non è a conoscenza che in Italia ci sono Servizi di Alcologia. Non sanno come, naturalmente, funzionano, non sanno se e come eventualmente avvicinarsi.

 

F)    L’età sia per le donne che per gli uomini intervistati, è circoscritta tra i 40 e i 50 anni.

 

G)  Tutte le donne sono sposate con figli (n.2 vedove). Tra gli uomini emergono maggiormente i non coniugati o separati (n.2 sposati).

 

H)   Non per tutti, ma per parecchi, risultava importante sottolineare, durante il colloquio, che loro non avevano il problema del “bere”.

 

Un’ultima precisazione: si vuole ricordare che la modalità con la quale è stata condotta l’intervista-colloquio (per quanto riguarda gli immigrati) non ha seguito in maniera rigida l’ordine cronologico delle domande, in quanto di fronte ad alcune, in particolare, è emerso un atteggiamento di non comprensione concettuale (non linguistica).

 

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PADOVA

DIPARTIMENTO DI SOCIOLOGIA

CORSO DI PERFEZIONAMENTO IN PREVENZIONE

DELLA DEVIANZA E SICUREZZA SOCIALE

 

 

PER CONTATTI E PROGETTI SU ALCOL E IMMIGRAZIONE

Dr. Silvano Felisati, Ser.T. Mestre tel. 041 2608250

un problema diffuso I SER.T. quando il problema c'è ALCOLISTI ANONIMI ACAT a chi rivolgersi chi siamo

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