un problema diffuso  I SER.T. ALCOLISTI ANONIMI alcol e immigrazione ACAT Fatebenefratelli CT Villa Soranzo

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quando il problema c'è...

Una persona che beve in modo problematico è una persona che trova una soluzione autodistruttiva ad un problema vero e “normale”: può trattarsi di un momento di difficoltà nella propria evoluzione personale nell’adolescenza o giovinezza, di insicurezza nelle relazioni sociali, della reazione ad  un momento difficile, un lutto, la perdita del lavoro, difficoltà di coppia o familiari, una separazione, tutte situazioni in cui il bere viene percepito come lo strumento di un momentaneo sollievo o del raggiungimento di una sensazione di maggiore sicurezza in sé stessi. 

Oppure si può configurare una incompatibilità individuale all’assunzione di alcol su base biologica.

In ogni caso questa fase non vi è alcuna motivazione a smettere un comportamento percepito piacevole e di aiuto nei rapporti sociali, del resto coerente con la cultura dominante che associa alcol a relax, divertimento e valorizzazione personale. 

Con il tempo alle difficoltà iniziali, che vengono dimenticate ma non risolte proprio grazie/per colpa dell’alcol, si sommano gli effetti negativi legati al bere: prime alterazioni degli esami clinici, primi problemi fisici,  una maggiore conflittualità nelle relazioni, sia affettive e familiari che sociali e di lavoro, incidenti sulla strada, sul lavoro, comportamenti fuori controllo e relative conseguenze, anche sul piano giudiziario,  perdita di ruolo familiare e sociale connesse ad una crescente inaffidabilità. 

Partnes, colleghi, amici e famiglia gradatamente si adattano alla nuova situazione, rimandando a chi beve messaggi di comprensibile e spesso rabbiosa svalutazione, che di solito evolve in una crescente esclusione, perdita di ruolo ed infine emarginazione che….portano a bere sempre di più. In questa fase il bere comincia ad essere considerato “forse” problematico, ma per evitare il pesante senso di fallimento personale si tende di più a considerarsi vittime delle circostanze, degli altri e/o della sfortuna. 

La motivazione a chiedere aiuto per smettere è paradossalmente ostacolata in questa fase proprio dal vissuto di intollerabile svalutazione personale che l’idea di avere bisogno di aiuto veicola, una dolorosissima umiliazione delle proprie capacità e competenze; lo sforzo si concentra allora sulla “sfida”: “devo essere più forte, riprendere il controllo del bere, farcela da solo” per…dimostrarmi di valere. 

Dall’esterno l’atteggiamento viene vissuto come arrogante: chi beve cerca di chiudere la bocca agli altri per non sentire in sé il senso di fallimento. Gli altri ripagano della stessa moneta, sempre più svalutanti ed aggressivi: “se è un problema di volontà vuol dire che non ne hai abbastanza, vuoi continuare per vizio”. 

Chi beve  comincia anche a perdere progressivamente la speranza e beve sempre di più per tacitare sensazioni sempre più dolorose, in un circolo vizioso sempre più grave nel quale gli episodi che “fanno vergognare” si moltiplicano, parallelamente alle bevute che li rendono emotivamente tollerabili.  

Fino ad arrivare a non poterne più, o ad essere raccolti per strada in stato di coma etilico, o a commettere qualche grave atto illegale che porta alla carcerazione, o ad essere abbandonati dal partner o allontanati dal lavoro e/o dalla famiglia. 

Comincia purtroppo troppo spesso da uno di questi dolorosi scacchi esistenziali la maturazione di una motivazione seria a smettere e la disponibilità a sostenere i costi personali della cura.

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