STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA
DI
FRANCESCO DE SANCTIS
V
I MISTERI E LE VISIONI
Al punto a cui siamo
giunti, ci si porge chiara l'immagine delsecolo decimoterzo. Due sono le
fonti di quella letteratura primitiva: la cavalleria e le sacre
scritture. L'eroe della cavalleria, il cavaliere, è l'uomo che si sforza
di realizzare in terra la verità e la giustizia, di cui è immagine la
donna, suo culto e amore. La sua vita è attiva, piena di avventure e di
fatti maravigliosi. Senti la sua presenza nella più antica lirica, nelle
novelle, ne' romanzi e nelle cronache. Ma la cavalleria, venutaci di
fuori, con gli stranieri che occupavano il nostro suolo, non prese
radice, non si sviluppò, non produsse alcuna opera originale, rimase
stazionaria. Perdette il suo carattere serio e quasi religioso e restò
un puro gioco d'immaginazione, che si mescola come colorito e accessorio
in tutte le storie, sacre e profane. Di ben altra efficacia era l'idea
religiosa, penetrata ne' sentimenti e ne' costumi e nelle istituzioni,
compagna dell'uomo in tutti gli stati della vita. L'eroe cristiano è
chiamato pure «cavaliere», il «cavaliere di Cristo»; ma è un eroe
contemplativo, il cui tipo è il frate, il romito, il santo. Come il
cavaliere errante, anche lui rinunzia ed ha a vile i beni terrestri, ma
la vita dell'uno è militante, quella dell'altro è contemplante: ci è in
fondo la stessa idea, di cui l'uno è il soldato, l'altro è il sacerdote.
Certo, questi due tipi entrano spesso l'uno nell'altro, e il frate
diviene il templario o il cavaliere di Malta, soldato della fede, e il
cavaliere errante finisce romito e penitente. Ma il cavaliere,
gittandosi nelle più strane avventure, dimentica e fa dimenticare il
cielo, attirata l'attenzione dal maraviglioso delle opere, sì che
destano uguale curiosità e interesse le geste de' cristiani e de'
saracini, e la rappresentazione rimane terrena. L'altro al contrario
passando la vita ne' digiuni, nella povertà, nella castità e
nell'orazione, ci tien sempre viva innanzi l'immagine dell'altro mondo;
e perciò questa vita contemplativa è schiettamente religiosa; anzi è ivi
la perfezione, ivi il più alto ideale. La passione dell'anima è l'esser
legata al corpo, alla carne, e la sua beatitudine o santificazione è
sciogliersi da quella e star con Cristo: al che è via la contemplazione
e la preghiera. Nelle tre allegorie sull'anima pubblicate dal Palermo è
detto: «Ogni bene e virtù, qualunque vogli, e buono in sè medesimo, ma
la preghiera solamente trae a sè tutte le altre virtù». In queste
allegorie compariscono tre esseri, che sono i tre gradi della
santificazione: «Umano», «Spoglia» e «Rinnova». Dapprima l'anima,
impacciata dal terrestre, dall'«Umano», non può scorgere il vero che
sotto figura, nel sensibile. Il secondo essere, «Spoglia», è la virtù
che monda e purga l'anima dagli affetti terrestri, insino a che viene
«Rinnova», luce mentale, che «rinnova l'anima in tutto e mostra la
verità senz'ombra e senza figura». Questi tre gradi di santificazione
comprendono tutta la vita del cavaliere cristiano. Inviluppato nel senso
e nella carne, non vede che un barlume del vero, e non giunge all'ultima
luce mentale, all'ultimo grado, se non purificandosi e mondandosi della
parte terrestre. Anch'egli ha le sue battaglie, ma col demonio e con la
carne, ch'egli macera e mortifica d'ogni maniera, e le sue armi sono la
contemplazione e la preghiera. Il maraviglioso di questa vita non è solo
ne' miracoli, ma in quella forza di volontà che trae l'uomo a vincere
tutti gli affetti e le inclinazioni naturali, com'è in santo Alessio, il
tipo più commovente di questi cavalieri di Cristo. La creazione del
mondo, il peccato originale, le profezie, la venuta di Cristo, la sua
passione, morte e trasfigurazione, l'anticristo e il giudizio universale
sono l'epopea, il fondo storico a cui si annodano tante vite di santi. E
questa storia dell'umanità era tutt'i giorni innanzi al popolo, nella
predica, nella confessione, nella messa, nelle feste. La messa non è
altro che una rappresentazione simbolica di questa storia, un vero
dramma senza che ce ne sia l'intenzione, rappresentato dal prete e da'
fedeli. Ogni atto che fa il prete, è pieno di significato, è
rappresentazione mimica. La prima parte della messa è epica o narrativa;
è il Verbum Dei, l'esposizione che comprende le profezie e il Vangelo, e
finisce con la predica. La seconda parte è drammatica, è l'azione, il
Sacrificium, l'adempimento delle profezie. La terza parte è lirica, come
nelle risposte de' fedeli (il coro) al prete, o quando due cori si
alternano nel canto, e negl'inni e nelle preghiere: ciò che ha luogo
principalmente nella messa cantata. Aggiungi le immagini de' santi e i
fatti dell'antico e del nuovo Testamento in quelle cappelle, in quelle
finestre variopinte, in quelle cupole, e quelle grandi ombre, e quelle
moli restringentisi sempre più e terminate da croci slanciate verso il
cielo, ed avrai l'immagine e l'effetto musicale di questo stacco dalla
terra, di questo volo dell'anima a Dio. Dopo l'evangelo, il predicatore
talora, per fare più effetto sull'immaginazione, esponeva la sua storia
sotto forma di rappresentazione, come si fa in parte anche oggi ne'
quaresimali. I monaci e i preti rappresentavano il fatto, e il
predicatore aggiungeva le sue spiegazioni e considerazioni. Era una
rappresentazione liturgica, cioè legata al culto, parte del culto, detta
«divozione» o «mistero». Di tal natura sono due divozioni, che si
rappresentavano il giovedì e il venerdì santo, e sono piuttosto due atti
di una sola rappresentazione che due rappresentazioni distinte. La prima
comincia col banchetto che Cristo ebbe in casa di Lazzaro sei giorni
avanti Pasqua, e che qui è il giovedì santo. Cristo viene da
Gerusalemme, Maria con Maddalena e Marta gli va incontro. Maria prega il
figlio di non tornare a Gerusalemme, perchè vogliono la sua morte.
Cristo risponde dover ubbidire al Padre: pur si conforti, che niente
farà che non lo dica a lei. Alla fine del banchetto Cristo scopre a
Maddalena che dee ire a Gerusalemme, dove patirà il supplizio della
croce, e le raccomanda la madre. Cristo esce. Sopraggiunge Maria, che ha
visto il figlio turbato, e la prega a svelarle quello che il figlio le
ha detto. Maddalena tace. E la madre va a Cristo tutta in lacrime, e
dice:
Dimilo, figlio, dimilo a
mi,
perchè
stai tanto afannato?
Amara mi,
piena de suspiri,
perchè a
mi lo hai celato?
De gran
dolore se spezzano le vene,
e de
doglia, figlio, me esse il fiato,
chè t'amo,
o figlio, con perfecto core,
dimilo a
mi, o dolce Segnore.
Cristo dice che pel
riscatto del mondo dee ire a morte, e Maria sviene. Tornata in sè e
lamentandosi, raccomanda il figlio a Giuda, che risponde in modo
equivoco: - So quello che ho a fare. - Poi si volge a Pietro, che
promette difendere il figlio contro tutto il mondo. Giunti a una porta
della città, Maria non vuol separarsi dal figlio; ma quando non lo vede
più e sa che per un'altra porta è entrato in Gerusalemme, fa pietosi
lamenti innanzi al popolo:
O figlio
mio, tanto amoroso,
o figlio
mio, due se' tu andato?
O figlio
mio, tuto gracioso,
per quale
porta se' tu entrato?
O figlio
mio, assai deletoso,
tu sei
partito tanto sconsolato!
Ditime,
donne, per amor de Dio,
dov'è
andato lo figlio mio?
Segue il racconto secondo
la Bibbia. Le parole di Cristo, tolte al Vangelo, sono dette in latino.
E la «divozione» finisce con la prigionia di Cristo.
La
«divozione» del venerdì santo racconta la passione e la morte di Cristo.
Il predicatore interrompe la rappresentazione con le sue spiegazioni, e
fa cenno quando si ha a continuare. Maria vi rappresenta una gran parte.
Mentre Cristo prega pe' suoi nemici, ella dice alla croce:
Inclina li
toi rami, o croce alta,
dona
riposo a lo tuo Creatore;
lo corpo
precioso ià se spianta;
lasa la
tua forza e lo tuo vigore.
Cristo la raccomanda a
Giovanni, che inginocchiandosi e baciandole i piedi cerca racconsolarla.
Ma essa abbraccia la croce e si lamenta:
O figlio
mio, figlio amoroso,
come mi
lasi sconsolata!
O figlio
mio tanto precioso,
come
rimango trista, adolorata!
Lo tuo
capo è tutto spinoso,
e la tua
faza di sangue bagnata!
altri che
ti non voglio per figlio,
o dolce
fiato e amoroso giglio.
Quando Cristo muore,
Maddalena gli sta a' piedi, al capo Giovanni, Maria nel mezzo. E bacia
il corpo di Cristo, gli occhi, le guance, la bocca, i fianchi, le mani
«con le quali benediva il mondo», i piedi su' quali «Maddalena sparse
tante lacrime».
Queste
rappresentazioni erano antichissime, e si scrivevano in latino, come il
Ludus paschalis, rappresentazione di Pasqua, dove è messo in azione
l'anticristo. Le due «divozioni» avanti discorse non sono probabilmente
che versioni o imitazioni di opere più antiche, rimase nella tradizione.
Tale era pure la rappresentazione del Nostro Signore Gesù Cristo, che
ebbe luogo a Padova nel 1243, e il Ludus Christi, una trilogia
rappresentata dal clero in Cividale negli ultimi due giorni di maggio il
1298. Nella Pentecoste e ne' tre seguenti giorni il capitolo di questa
città, in presenza del vescovo e del patriarca di Aquileia, diede questa
serie di rappresentazioni: la creazione di Adamo ed Eva, la profezia o
l'annunzio, la nascita, morte e risurrezione di Cristo, la discesa dello
Spirito santo, l'Anticristo, e la venuta di Cristo nel giudizio
universale. Era tutta l'epopea biblica, fatta evidente e sensibile dalla
musica, dal canto, dalle scene, dalla mimica e dalla parola. Tale era
pure la Passione, rappresentata a Roma nel Coliseo il venerdì santo,
dalla Compagnia del gonfalone nel 1264.
Queste
rappresentazioni, di cui i preti erano attori e attrici, aveano tutto il
carattere di solennità o feste o cerimonie religiose. Il diavolo vi ha
pure la sua parte di tentatore, ma parla in modo serio e semplice,
secondo la sua natura, e non ha niente di grottesco e di ridicolo.
Chiuse nel recinto delle chiese, de' conventi e delle curie vescovili,
rimangono tradizionali e immobili, senza sviluppo artistico, come anche
oggi si vedon in parte nelle feste del contado.
La
moralità di queste rappresentazioni era che il fine dell'uomo è
nell'altra vita, o come si diceva, è la salvazione dell'anima; che per
conseguire questo fine si ha a imitare Cristo, soffrire in questo mondo
per godere nell'altro. Perciò l'ideale, l'eroico o, come si diceva, la
«perfezione della vita» era il dispregio de' beni di questo mondo, la
resistenza a tutte le inclinazioni naturali e il vivere in ispirito
nell'altro mondo con la contemplazione e la preghiera. Questa è la vita
de' santi, della quale si dava anche rappresentazione a' fedeli. E tra
le più antiche è una ancora inedita, che ha per titolo: D'uno monaco che
andò a servizio di Dio, probabilmente recitata a monaci da monaci in un
convento. L'eroe è questo monaco, un giovinetto che resiste alle lacrime
della madre, alle querele del padre, alle tentazioni del compare, e si
rende frate nel deserto, dove è accolto come figlio da un romito. Ma ivi
prove più dure l'attendono. Mentre egli va a raccogliere per il pasto
radici, frutta, castagne e noci, il romito prega, e mosso da curiosità
chiede a Dio qual luogo spetti al suo novizio in paradiso, e un angelo
risponde che sarà dannato. Non perciò della notizia si turba il
giovinetto, anzi risponde tranquillo che continuerà ad amare e servire
Dio. Invano il demonio lo tenta, dicendogli che «ha guastato l'amor
naturale», e che il meglio sarà tornare in casa del padre, chè forse Dio
gli avrà misericordia. Il giovinetto con gli scongiuri fuga il demonio,
e rimane fermo nella sua risoluzione. Allora l'angiolo annunzia al
romito ch'egli è salvo. E il monaco e il romito intuonano il Te Deum o
una lauda. Nell'epilogo o commiato sono esortati gli spettatori a
castigare la carne e a pensare alla vita eterna. Anima della
rappresentazione è l' invitta fede del giovane monaco, che la preghiera
e la contemplazione è la più sicura guardia contro il peccato e la
tentazione della carne, e che si giunge alla santificazione con
rinunziare al mondo e vivere con lo spirito in Dio. Questo concetto è
espresso in una forma scolastica nel canto del monaco, di cui ecco
alcuni brani:
L'anima
sensitiva che s'inchina
nel mondo
a tutto quel che la diletta,
apprezza
poco la legge divina...
L'alma
piena di fede e semplicetta
spesso si
leva pura a contemplare
quel ben
che veramente la diletta.
e quando a
quel più intenta esser le pare,
allor dal
grave corpo è sì constretta,
che giuso
afflitta le convien tornare,
e umile e
isdegnosa piange e dice:
- Deh!
Chi mi sturba il mio esser felice? -
Quell'anima gentile è sempre viva,
e vive
Iddio in lei per unione... ,
e tutta
sta nella contemplativa,
e gode
tutta; e s'ella ha passione,
è per
esser legata al corpo tristo,
dal qual
desia disciòrsi e star con Cristo.
Ci è una rappresentazione,
intitolata Commedia dell'anima, che è una storia ideale della vita de'
santi, una specie di logica, dove sono le idee fondamentali della
santificazione, l'ossatura e lo scheletro di tutte le vite de' santi.
L'anima esce pura dalle mani di Dio e a sua immagine. Dio la contempla
con amore, dicendo:
Quando io
risguardo quella creatura,
che
all'immagine mia io ho formata,
e ch'io la
veggo immaculata e pura
starmi
dinanzi, la m'è accetta e grata:
ma l'ha
bisogno d'una buona cura,
la quale a
custodirla sia parata;
e perchè
ha in sè l'immagine d'Iddio,
vo' che la
guardi un angel santo e pio.
Ma il demonio, invidioso
che «sì vil cosa abbia a fruire quel regno, del qual esso è privato», si
apparecchia a darle battaglia. L'angelo custode conforta l'anima, e le
presenta la Memoria, l'Intelletto e la Volontà: le sue «potenzie».
L'Intelletto parla dopo la Memoria e dice:
Io son di
te la seconda potenzia
e il nome
mio è detto Intelligenzia.
La mia
quiete si sta nel Verbo eterno,
e quivi
sempre debb'esser saziato:
però che
in questo esilio io non discerno
com'io
sarò in quel regno beato.
Allora io
sarò sazio in sempiterno,
e quivi il
mio obbietto arò trovato,
fermandomi
in quel razzo rilucente,
che senza
quello inquieta è la mia mente.
Lièvati
sopra te tutta in fervore,
e guarda
un po' del ciel quell'ornamento:
vedra'lo
circondato di splendore;
poi pensa,
anima mia, quel che v'è drento.
Lascia un
po' star le cose esteriore,
se vuoi
aver di quell'intendimento:
per questo
i santi tutti innamorati
il mondo
disprezzorno, pompe e stati.
E la Volontà dice:
Io son la
Volontà che ho a fruire
quel ben
c'ha dichiarato l'Intelletto,
e in quel
fermando tutto il mio desire,
perchè
creata sono a quest'effetto... ,
e perchè
l'occhio corporal non vede,
credendo
ho da seguir con pura fede.
L'Intelletto dice alla
Volontà:
A te s'appartien sol deliberare
di far quel che ti è mostro
fedelmente;
l'ufizio
tuo è sempremai d'amare
ed unirti
con Dio perfettamente.
E la Volontà risponde:
Nella tua
spera i' m'ho sempre a guardare,
benchè la
mostri un po' con pura mente;
quand'io
sarò nella gloria beata,
ciascuna
cosa mi fie dichiarata.
L'anima confortata alza la
preghiera a Dio, e l'angelo custode aggiunge:
Dàgli,
Signore, un'ardente fiammella,
che la
difenda da drago feroce:
tu sai che
l'è nel corpo incarcerata,
e non può
a te senza te esser grata.
Cioè a dire, non bastano
le tre potenzie naturali, Memoria, Intelligenzia, Volontà, perchè
l'anima piaccia al Signore; ci vuole anche la sua grazia, l'ardente
fiammella che dee cacciare il drago, il demonio. E Dio manda ad
assisterla le virtù teologiche, Fede vestita di colore celeste, con una
croce nella mano destra e nella sinistra un calice e suvvi la patena;
Speranza vestita di verde, con gli occhi fissi al cielo e le mani
giunte, Carità vestita di rosso, con un parvolino per mano. Intanto il
demonio chiama l'Eresia, la Disperazione, la Sensualità e tutte le sue
forze capitanate dall'Odio. Le tre virtù intorniano l'anima. La Fede
dice dell'esser suo, e san Giovanni Crisostomo celebra la sua potenza.
Ma l'Infedeltà con acri parole la rampogna:
È vien da
levità chi crede presto.
Tu ne sei
ita quasi che per terra,
e puossi
dir che la fede è mancata;
uomini
grandi e dotti ti fan guerra,
chi
t'esaltò, or t'ha perseguitata...
Va' nel
Levante e in tutto l'Occidente,
e guarda
di noi dua chi ha più gente.
Allora la Speranza viene
in soccorso:
Leva su
gli occhi alla città superna,
ch'è
fabbricata senz'ingegno umano.
Ma l'anima teme, pensando
la sua debolezza:
Come io
digiuno un dì, i' son sì bianca
che par
che un curandaio m'abbi imbiancato
io mi
stare' a dormir sur una panca
e il corpo
vuole un letto sprimacciato.
La Speranza le pone avanti
l'esempio de' santi, e soprattutto di santo Agostino:
Quando
diceva orando: - Signor mio,
questo mio
cor non si può consolare:
tu solo
se' quel che lo puoi quietare.
Allora l'assale la
Disperazione e dice:
Pensa che
la giustizia arà il suo loco
e tu hai
fatt'assai ben di peccati:
- O tu
dirai: - io non vo' disperarmi
perchè Dio
è parato a perdonarmi? -
Ma l'anima risponde allo
scherno, cacciandola da sè:
E tu va
via, bestiaccia maledetta.
Segue un'altra disputa tra
la Carità, della quale san Paolo celebra le lodi, e l'Odio, in cui
spunta l'ombra di un carattere, qualche cosa di simile a un capitano
millantatore:
Vòltati in
qua, porgimi un po' l'orecchio
e non
guardar ch'io sie canuto e vecchio.
Guardami
un po' s'i' sono un bel vecchiardo,
e per
antichità tutto canuto,
nell'operar son giovane e gagliardo,
a ricordar
l'ingiuria molto astuto,
nel mio
discorrer non son pigro o tardo,
conosco
tutte le persone al fiuto:
subito che
tu pigli qualche sdegno,
in un
momento io vi fo su disegno.
La Carità
t'exorta a perdonare,
ed io ti
dico: - Non lo voler fare. -
Il
perdonar vien da poltroneria
e d'animo
ch' è pien di debolezza;
e chi
t'ingiuria o dice villania,
quando che
tu sopporti, e' vi s'avvezza:
rendigli
il cambio a ognun, sia chi si sia,
mettigli
al collo una grossa cavezza,
non
lasciar mai la vendetta a chi resta,
e a chi
fosse, dàgli in su la testa.
Io venni
qui con una spada in mano
per istar
teco e messimi l'elmetto,
io son del
Satanasso capitano,
attengo
volentier quel ch'io prometto:
quand'io
veggo per terra il sangue umano,
mi genera
a vederlo un gran diletto,
e tengo
sempre 'l mio caval sellato
per esser
presto presto in ogni lato.
Oh quante
brighe, oh quante occisioni
son per me
fatte in città e in castella:
ho buon
affar nelle religioni,
Vommene pe' conventi in
ogni cella,
metto l'un
l'altro in gran divisioni
i' facendo
mormorar di chi favella,
poi mi
metto in cammino e in poch'ore
mi trovo
in corte di qualche signore.
L'ultima battaglia è tra
il Senso o la Sensualità e la Ragione. L'anima pregando si sente
sopraffatta dal corpo:
Io ti
vorrei, Signor, sempre servire,
ma questo
corpo m' è molto molesto;
che s'io
voglio vegliar, e' vòl dormire,
ogni po'
di disagio lo fa mesto,
e comincia
di fatto a impallidire.
la
Sensualità che vede questo mi dice:
- Tu
vorrai volar senz'ale,
e dare un
buon guadagno allo spedale. -
E la Sensualità, così
invocata, le dice beffando:
Tu
vorresti ir al ciel così vestita:
io ti vo'
dire il ver senza rispetto:
a me pare
che tu ti sie smarrita,
faresti
meglio a picchiarti un po' il petto:
non
vorresti patir caldo, nè gielo,
e calzata
e vestita andare in cielo.
Ma ecco la Ragione dire
all'anima:
Deh dimmi,
anima mia, ch'hai tu avuto,
io m'era
appunto appunto addormentata.
E saputo il fatto, dice
della sua nemica:
Ella è una
bestiaccia sì insolente,
bisogna
non lasciar punto la briglia:
battila
spesso senza discrezione,
e non gli
mostrar mai compassione.
- Ma che dovevo fare? -
dice l'anima:
Dovevi
tutta aprirti nelle braccia,
a pigliare
una mazza tanto grossa,
che
rompessi la carne e tutte l'ossa.
La Sensualità non se ne
spaventa, e dopo uno scambio di villanie aggiunge:
Questa
Ragione è sol ipocrisia,
e non sa
appena dir l'ave Maria.
E
m'incresce di te c'hai questo sprone,
bisognerà
che tu te lo cavassi.
Deh! fa a
mio modo, piglia un buon mattone,
dàgli nel
capo che tu lo fracassi.
La sta 'l
dì e la notte inginocchione
col collo
torto e dice pissi passi... :
- Piglia
qualche piacer, deh fa' a mio modo,
che a
dargli un po' di spasso gli è dovuto.
La Ragione è vinta e
l'anima cede. Ella desidera una ghirlanda con un nodo,
come di
quelle ch'io ho già veduto.
E il demonio aggiunge:
Fàtt'un
bel tocco di velluto rosso
e una
zimarra per tenere in dosso.
Così la Ragione è
impotente senza la Grazia. Comparisce Dio stesso:
Vòltati a
me, non mi far resistenza,
ch'io t'ho
aspettato e aspetto a penitenza.
L'anima pentita del mal
pensiero risponde:
Non merito
da te essere udita
pe' miei
gravi pensieri, iniqui e stolti.
Io ho la
tua bontà tanto schernita,
ch'io non
son degna che tu mi ti volti,
e senza te
io son come smarrita,
nessun non
trovo che il mio cor conforti.
Se tu,
Signor, che hai per me il sangue sparso,
non mi
soccorri, ogni rimedio è scarso.
Allora Dio le manda in
soccorso le virtù cardinali, Prudenza, Temperanza, Fortezza, Giustizia,
Misericordia, Povertà, Pazienza, Umiltà. Ciascuna parla di sè, citando
talora questo o quel passo della Bibbia. Ecco alcuni brani:
PRUDENZA - Io ti conforto
che tu sia prudente
in tutte
l'opre tue come il serpente.
TEMPERANZA - Terrai la via
del mezzo in ogni cosa,
e sarà la
tua mente graziosa.
FORTEZZA - Tullio dice di
me questa parola:
che ognun
venga a imparare alla mia scuola.
Che la
Fortezza ancor rapisce il cielo,
lo dice
san Matteo nell'Evangelo.
GIUSTIZIA - Dice David con
la sua voce amena:
«Di
Giustizia è la destra d'Iddio piena.»
MISERICORDIA - Mercè,
mercè, o Giustizia divina,
abbi pietà
dell'alma pellegrina... ;
perdona
volentieri a chiunche erra,
chè son
rinchiusi in un vaso di terra.
E questo
vaso è sì pericoloso,
nel quale
sta rinchiusa questa gioia.
Mentre che
l'alma resta in questa vita,
di lacci
trova presi tutt'i passi:
però
bisogna a lei il divin aiuto,
chè senza
quello ogni cosa è perduto.
POVERTÀ - Io son la
Povertà, o città mia,
che non so
chi mi voglia in compagnia.
E son
quella virtù che da' potenti
son
rifiutata e mandata al profondo:
non è
nessun che di me si contenti,
eziandio
que' ch'han lasciato il mondo.
Ognun va
dreto a' ricchi e bei presenti,
ma io di
mendicar non mi vergogno,
perchè gli
è di me scritto nel Vangelo:
«Quel che
mi segue arà il regno del cielo.»
PAZIENZA - O popul mio, io
son la Pazienzia;
che più
non ho chi mi dia audienzia.
O degna
Povertà, virtù perfetta,
che tanto
fust'accetta al Verbo eterno... ,
felice è
quella che ti sta suggetta,
nel ciel
sarà felice in sempiterno;
che non si
può godere in questa vita,
e il
paradiso avere alla partita.
POVERTÀ -... M'affliggo e
doglio
che la
perfezione quasi è mancata,
non è più
il tempo de' padri passati,
ch'erano
pover, vili e disprezzati.
PAZIENZA - Chi pensa
andare al ciel per altra viaa,
che per
patir, si troverà ingannato.
Giesù
diletto figliuol di Maria
n'ha dato
esempio e a tutti ha insegnato...
Per
dimostrarci che s'avea a patire,
elesse su
la croce di morire.
UMILTÀ - L'Umiltade son
io, fratei diletti,
oggi non
c'è nessun che mi raccetti...
Vestitevi
di Cristo, o genti stolte,
non vi
avvedete voi che il tempo vola?
Non entra
in paradiso alcun difetto,
non
v'entra quel ch'a Dio non è suggetto.
Andiam
cercando, care mie sorelle,
per tutto
il mondo un po' nostra ventura:
se nel
gregge di Cristo una di quelle
ci
ricevessi con la mente pura,
perchè noi
siam vestite poverelle,
non vorrei
gli facessimo paura;
ch'oggidì
le virtù non son richieste,
ma fassi
onore a chi ha le belle veste.
L'anima
contrita e fortificata alza un canto a Dio:
A te mi
do, Signor clemente e pio,
e voglio a
te servir tutt'i miei anni,
altro che
te non bramo e non desio.
Io ho
fuggito il mondo pien d'affanni,
dove si
trova sol doglia o mestizia,
ben è
infelice chi veste suo' panni.
Ei mostra
nel principio la letizia,
e di dover
donar pace e riposo:
di poi non
dà se non pianto e tristizia.
O mondo
cieco, falso e tenebroso,
che hai
tant'amator in questa vita,
e non
mostri il velen che hai drento ascoso,
per
dolenti poi farli alla partita.
Colpita da grave
infermità, dice:
O m'è
venuto tanto male addosso,
che più
star ritta niente non posso.
Che vuol
dir questo? È mi manca la vita.
Giesù
Giesù, dolce Signore, aita.
Intorno alla morente fanno
l'ultima battaglia l'angiolo e il demonio. Gli argomenti dell'angiolo si
possono ridurre in questi tre versi:
Umana cosa
è cascare in errore,
e angelica
cosa è il rilevarsi... ,
sol
diabolica cosa è star nel vizio.
Dio accoglie l'anima e
pronunzia il suo giudizio:
E questa è
la mia ultima sentenzia,
che la
venghi a fruir la mia presenzia.
E l'angiolo dice
Partite
tutti: la sentenza è data:
sonate per
dolcezza una calata.
E il coro accompagna
l'anima al cielo con questo canto:
O felice
alma, che dal corpo sciolta
e per amor
congiunta col tuo Dio,
la vita
t'è donata e non t' è tolta... ,
sei fatta
ricca di un prezzo sì pio,
e con
veste sì bella e nupziale
al convito
starai celestiale.
Così finisce questa
rappresentazione, detta «commedia» perchè si conchiude con la salvazione
e non con la perdizione dell'anima. È detta anche «misterio», per la sua
natura allegorica. È uno degli antichissimi misteri liturgici,
ritoccato, ripulito, rammodernato e fatto laico a' tempi di Lorenzo de'
Medici e forse più in là, a giudicare dalla forma franca e spigliata, da
certi tentativi di formazione artistica, come nelle figure del demonio,
dell'Odio, della Sensualità, della Povertà, e da un certo non so che
beffardo e grottesco, che svela poca serietà e unzione nello scrittore e
negli spettatori. Ma se la trama è moderna, la stoffa è antica, e
ricorda il duello del Senso e della Ragione, così comune negli scritti
volgari che apparvero prima, e la battaglia de' vizi e delle virtù del
Giamboni, e le tre allegorie cristiane. Anzi questa Commedia dell'anima
non è se non le tre allegorie messe in rappresentazione. Là trovi tre
gradi di santificazione, Umano, Spoglia e Rinnova. E anche qui l'anima è
prima combattuta dal senso e cade ne' suoi lacci, perchè «umana cosa è
cascare in errore», poi fa la sua penitenza, si spoglia e si monda della
scoria del peccato, e così a Dio si rimarita, come dice Dante, o, come
dice il nostro autore, sta «al convito celestiale con veste bella e
nuziale». Questi tre gradi aveano la loro formazione liturgica
nell'inferno, purgatorio e paradiso, che erano appunto il senso, l'Umano
puro, abbandonato a se stesso, lo Spoglia o la penitenza, che purga o
monda l'anima, e il Rinnovamento o la luce mentale, la beatitudine.
Questo era il concetto delle rappresentazioni che aveano a materia
l'altro mondo, come quella di cui fa menzione Giovanni Villani, che ebbe
luogo a Firenze. L'altro mondo era la storia, o come si diceva la
«Commedia dell'anima», la quale non potea giungere a redimersi
dall'umanità, dal corpo, dalla carne, dall'inferno, se non con la
penitenza, purificandosi e purgandosi, e così contrita e confessa
diveniva leggiera, saliva al cielo. Questa Commedia spirituale
dell'anima, di cui ho voluto dare un sunto possibilmente esatto, è il
codice di quel secolo, il contenuto astratto e generale,
particolarizzato nelle vite, nelle leggende, ne' trattati e nella lirica
Spiritus intus alit. Lo spirito che alita per entro a quelle prose e a
quelle poesie è la «Commedia dell'anima».
Ma in
tante prose e in tante poesie non ci è ancora un vero lavoro
d'individuazione e di formazione. Il contenuto rimane nella sua astratta
semplicità, innominato e impersonale, l'anima. Essendo il suo fondamento
la contemplazione e non l'azione, o un'azione negativa, la resistenza
agl'istinti e agli affetti naturali, non penetra nella vita, non ne
assume tutte le forme, non diventa la società. Certo, quell'azione
negativa è molto poetica, è il sublime religioso, e tocca il cuore,
quando è rappresentata con semplicità e unzione. Ma in questo contrasto
tra il sentimento religioso e la natura, ciò che move più è il grido
della natura, come ne' lamenti della madre di santo Alessio o di santa
Eugenia, o nel dolore d'Isacco nel Sacrifizio di Abraam, che
all'annunzio della sua morte chiama la madre:
O santa
Sara, madre di pietade,
se fussi
in questo loco, io non morrei...
Tutta è l'anima mia trista
e dolente
per tal
precetto, e sono in agonia.
Tu mi
dicesti già che tanta gente
nascer
doveva della carne mia.
Il gaudio
volge in dolor sì cocente,
che di
star ritto non ho più balìa.
S'egli è
possibil far contento Dio
fa ch'io
non mora, o dolce padre mio.
Quantunque questo non sia
che uno de' lati più angusti e solitari della vita umana, così ricca e
varia ne' suoi aspetti, pure offre contrasti e gradazioni, che lo
rendono capacissimo di un grande sviluppo artistico. Ma in quel suo
albore la letteratura ha lo stesso carattere che mostra nella decadenza,
la naturalità o materialità del contenuto. Tante vite e storie e
leggende e visioni stuzzicavano la curiosità con la varietà e novità
degli accidenti, e si attendeva più allo spettacoloso, a colpire
l'immaginazione con apparizioni nuove e maravigliose, che a lavorarle e
svilupparle. Mancava la virtù di mettersi gli oggetti a distanza e
trasformarli: la realtà anche nuda era per se stessa maravigliosa e
bastava ad ottenere l'effetto, operando in modo semplice e immediato
sullo scrittore e su' lettori.
Oltrechè,
siccome il contenuto riposava su di una dottrina liturgica, stabilita e
inalterabile, poco era accomodato ad una rappresentazione libera e
artistica, anche quando usciva dalla chiesa e dal convento ed era
maneggiato da' laici, come fu anche de' misteri. Impadronirsi di quel
contenuto, cacciarlo dalla sua generalità, dargli corpo e persona,
sarebbe sembrata una profanazione. Lo spirito mirava a rendere
accessibile quella dottrina per via di esempli, di sentenze e di
allegorie, come si vedea nella Bibbia. Il reale, il concreto non avea
valore se non come figura della dottrina. Ecco ad esempio in che modo è
nella Commedia dell'anima figurato il paradiso:
In su quel
monte dove sta il Signore,
v'è una
fontana traboccante e bella,
che sempre
getta un mirabil liquore.
D'oro e
d'argento n'è la sua cannella,
le sponde
di smeraldi e d 'oro fine,
e tutta la
città circonda quella.
Salite al
monte, o alme peregrine,
salite al
monte, e lassù troverete
soprabbondanti le grazie divine.
Le ultime parole spiegano
la figura. Quella è la fontana della divina Grazia. Con questa tendenza
lo scrittore sta contento alla semplice personificazione e gli pare di
aver fatto assai a dare una immagine che renda chiaro e sensibile il suo
concetto. Oltre a ciò, l'uomo colto, schivo delle forme semplici e
volgari dell'umile credente, mira a trasformare quella dottrina in un
contenuto scientifico, e la traduce nelle forme scolastiche, e di questa
fede ragionata e sillogizzata fa la filosofia, figliuola di Dio. Lo
studio del secolo è di allegorizzare e dimostrare, anzichè di
rappresentare; è di chiarire quel contenuto, lumeggiarlo, volgarizzarlo,
ragionarlo, anzichè coglierlo in azione e nell'atto della vita. Perciò
l'opera letteraria tiene dell'allegoria e del trattato, e ciò che è mera
rappresentazione rimane nell'infanzia. Mai non ti senti ben fermo in
terra, in mezzo a uomini vivi, con tali caratteri, passioni e costumi,
anzi lo scrittore ti par quasi estraneo alla società e alle sue lotte, e
dimora nell'astratta e monotona generalità della sua contemplazione. E
quando pur scende a rappresentare la vita, ti senti d'un tratto balzato
nel regno de' misteri, delle leggende e delle visioni, nell'altro mondo.
La visione
è in effetti la forma naturale di questo contenuto, quando si vuol
rappresentarlo. La vita e la realtà è il senso, la carne, il peccato, e
lo scrittore o guarda e passa, o se pur vi si trattiene, è per
maledirla, rappresentandola non quale appare in terra, ma quale è
nell'altro mondo. La rappresentazione è dunque la visione della realtà,
come sarà dopo la morte, e là si spazia e si diletta l'immaginazione. E
se il mistero è commedia, ed ha per conclusione la santificazione e la
beatitudine, la visione è spesso pittura delle pene infernali, lasciate
alla libera immaginazione de' predicatori, de' vescovi, de' frati, de'
santi Padri, che col terrore operavano sulle rozze immaginazioni. Laghi
di zolfo, valli di fuoco o di ghiaccio, botti d'acqua bollente, rettili,
vermi, dragoni da' denti di fuoco, demòni armati di lance, di fruste, di
martelli infocati, cadaveri putridi e inverminiti, scheletri tremanti
sotto una pioggia di ghiaccio, dannati inchiodati al suolo con tanti
chiodi che «non pare la carne», o sospesi per le unghie in mezzo al
zolfo, o menati e rapiti da velocissime ruote di fuoco simili a «cerchi
rosseggianti», o infissi a spiedi giganteschi che i demòni irrugiadano
di metalli fusi: ecco la realtà delle visioni, rappresentata co' più
vivi colori. I tre monaci che si mettono in viaggio per iscoprire il
paradiso terrestre, dopo quaranta giorni di cammino attraversano
l'inferno:
«E veggono
un lago grandissimo pieno di serpenti che tutti pareano che gittassero
fuoco, e odono voci uscire di quel lago e stridere, come di mirabili
popoli che piagnessero e urlassero. E pervenuti che sono fra due monti
altissimi, appare loro un uomo di statura in lunghezza bene di cento
cubiti incatenato con quattro catene, e due delle quali eran confitte
nell'un monte e l'altre due nell'altro; e tutto intorno a lui era fuoco,
e gridava sì fortemente che si udiva bene quaranta miglia da lungi. E
vengono in un luogo molto profondo e orribile e scoglioso e aspro, nel
quale vedono una femmina nuda, laidissima e scapigliata in volto e
compresa tutta da un dragone grandissimo, e quando ella volea aprire la
bocca per parlare o per gridare, quel dragone le mettea il capo in
bocca, e mordeale crudelmente la lingua; e i capelli di quella femmina
erano grandi infino a terra.»
Nella Vita di Santa
Margherita si trova questa pittura del dragone:
«Vide
uscire un dragone crudelissimo e orribile con isvariati colori, e la
barba e i capelli pareano d'oro, e ' denti suoi parevano di ferro, e gli
occhi acuti e lucenti come fuoco acceso, e colla bocca aperta menava la
lingua, e parea che per le nari e per la bocca gittasse fuoco, e puzzo
gittava di zolfo.»
Tra le
visioni è celebre il Purgatorio di San Patrizio di frate Alberico, e
quella d'Ildebrando, poi Gregorio settimo, che predicando innanzi a papa
Niccolò secondo, narra di un conte ricco, e insieme onesto, «ciò che è
proprio un miracolo in questa gente», egli dice. Questo conte, morto
dieci anni innanzi, fu visto, da un santo uomo ratto in ispirito, starsi
al sommo d'una scala lunghissima, che ergevasi illesa tra le fiamme e si
perdeva giù nell'inferno. Su ciascuno scalino stava uno degli antenati
del conte, con quest'ordine, che quando alcuno moriva di quella
famiglia, doveva occupare il primo gradino, e colui che vi giaceva e
tutti gli altri scendevano di un grado verso l'abisso, dove tutti l'uno
appresso l'altro si sarebbero riuniti. E chiedendo il santo uomo come
fosse dannato il conte, che avea lasciata in terra buona fama di sè, si
udì una voce rispondere: - Uno degli antenati, di cui il conte è l'erede
in decimo grado, tolse al beato Stefano un territorio nella chiesa di
Metz; e per questo delitto tutti costoro sono involti nella stessa
dannazione. - Questa pena, che colpisce un'intera generazione, è molto
poetica, mostrando l'inferno nel sublime d'un lontano indeterminato,
messo costantemente innanzi all'immaginazione de' condannati, che a
grado a grado vi si avvicinano insino a che non vi caggiano entro: come
quel tiranno che voleva che le sue vittime sentissero di morire, il
terribile prete vuole che ei sentano l'inferno.
Da queste
visioni e misteri e prose e poesie si sviluppa questo concetto: che
attaccarsi a questa vita come cosa sostanziale, è il peccato; che la
virtù è negazione della vita terrena, e contemplazione dell'altra; che
la vita non è la realtà, ma ombra e apparenza di quella; che la vera
realtà non è quello che è, ma quello che dee essere, ed è perciò la
scienza, o la verità, come concetto, e come contenuto, è l'altro mondo,
l'inferno, il purgatorio e il paradiso, il mondo conforme alla verità e
alla giustizia.
Appunto
perchè l'individuo è pulvis et umbra, e la realtà è pura scienza ed un
di là della vita, questo mondo resiste ad ogni sforzo d'individuazione e
di formazione. Lo stesso amore, così possente, non ci può gittare un po'
di calore e non ci vive se non come figura e immagine dell'amore divino.
La donna, come donna, è peccato; essa diviene una specie di medium che
lega l'uomo a Dio.
Il maggior
grado di realtà, a cui questo mondo sia pervenuto, è nella lirica di
Dante. La donna di quel secolo acquista il suo nome e la sua forma, è
Beatrice, la fanciulla uscita pura dalle mani di Dio, come l'anima nella
commedia spirituale, breve apparizione, tornata così presto in cielo
tra' canti degli angioli. La sua vita terrena è quasi non altro che
nascere e morire. La sua vera vita comincia dopo la morte, nell'altro
mondo. Ivi è luce mentale o intellettuale, verità e scienza, filosofia.
Ma non è filosofia incarnata, mondo vivente, dove l'idea di Dio o del
vero sia perfettamente realizzata; è pura scienza, incapace di
rappresentazione nella sua forma scolastica di trattato e di
esposizione. È scienza non ancora realizzata, non ancora corpo; è idea,
non è visione; è didattica, non è commedia o rappresentazione. Hai
«misteri» e visioni; manca il Mistero e la Visione, cioè un mondo
vivente nel suo insieme e ne' suoi aspetti, dove sia realizzato quel
concetto teologico e filosofico dell'umanità, comune al secolo e rimasto
ancora nella sua astrazione dottrinale.
Il secolo decimoterzo si chiudeva, lasciando una lingua già formata, molta varietà di forme metriche, una poetica, una rettorica, una filosofia, ed un concetto della vita ancora didattico e allegorico, con rozzi tentativi di formazione e individuazione. Il suo primo individuo poetico è Beatrice, il presentimento e l'accento lirico di un mondo ancora involto nel grembo della scienza, ancora fuori della vita.
Copyright 2005 IlMedioevo.net Tutti i diritti riservati.