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L'INFERNO DANTESCO 

Le pene 

La concezione pre-dantesca dell'Inferno era alquanto approssimativa. Tutti i dannati erano messi insieme senza distinzione di peccato e di pena. Si vedeva l'Inferno - un po' come oggi - come una grande fornace nella quale i dannati venivano arrostiti e punzecchiati dai diavoli.

Dante pensò bene di dare dell'Inferno un'idea più fantasiosa. Ogni peccatore doveva avere il suo peccato, anche perché ogni peccato ha delle peculiarità che lo distinguono dagli altri.

Tra peccato e pena Dante stabilì una certa corrispondenza, che è nota come "legge del contrappasso": la pena è la tormentata riproduzione dell'azione peccaminosa (contrappasso per analogia) oppure il suo esatto rovescio (contrappasso per contrasto). Esempio: sui lussuriosi, che in vita furono trascinati dalla passione amoroso, si abbatte ora la bufera infernale; gli indovini, che in vita vollero sempre guardare in avanti nel tempo, ora hanno il capo ruotato e costretti a guardare all'indietro.

Esaminiamo ora le pene dei vari dannati. Di qualcuno di essi svelerò il contrappasso, lasciando a voi il compito di scoprire gli altri. Avvertenza: di alcuni non è facile, non sono d'accordo nemmeno gli studiosi. Se ci credete, fatevi un esame di coscienza e scoprite quale sarà il vostro supplizio.

Incominciamo dagli ignavi, coloro che in vita rimasero neutrali di fronte ad ogni contesa per paura di perdere. Essi sono costretti ad inseguire vanamente una bandiere e sono punzecchiati da vespe. In vita non ebbero ideali, ora sono costretti ad inseguirne uno fittizio; non ebbero stimoli, ora sono punzecchiati dalle vespe.

Nessun tormento particolare per i non battezzati, se non quello di essere esclusi dalla visione di Dio senza aver commesso colpe particolari.

Dei lussuriosi abbiamo già detto: sono funestati da una bufera infernale:

La bufera infernal, che mai non resta

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.

(Inf. V, 31-33)

I golosi sono immersi nel fango e sono lacerati da Cerbero, un mostruoso cane a tre teste. Nella vita bramarono sempre cibi raffinati, ora si saziano di lordura; divorarono e ora sono divorati dal mostro.

Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi è sommersa.

(Inf. VI, 13-15)

Avari e prodighi sono attaccati a grossi macigni, scontrandosi e insultandosi a vicenda. Una fatica vana, come quella di accumulare o spendere denaro.

Gli iracondi sono immersi nella palude dello Stige.

Gli eretici giacciono in sepolcri infuocati (fuoco = rogo?)

Omicidi e predoni sono immersi nel sangue bollente (sparsero il sangue dei nemici).

I suicidi, che rifiutarono il loro corpo, sono spogliati delle loro carni e trasformati in alberi.

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb'esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi.

(Inf. XIII, 37-39)

Gli scialacquatori sono inseguiti e dilaniati da cagne nere.

Sodomiti, bestemmiatori ed usurai giacciono sulla sabbia infuocata sotto una pioggia di fuoco (la pioggia di fuoco su Sodoma e Gomorra?).

Ruffiani e seduttori sono frustati dai diavoli.

Gli adulatori sono immersi nello sterco.

I simoniaci sono confitti nella terra capovolti con i piedi bruciati.

Indovini, maghi e fattucchiere, come sappiamo, hanno il capo girato all'indietro.

I barattieri sono immersi nella pece bollente e straziati dagli uncini dei diavoli.

Gli ipocriti camminano sotto il peso di cappe di piombo dorato.

I ladri, con una spaventosa metamorfosi, sono tramutati in serpenti.

I consiglieri fraudolenti sono avvolti in fiamme.

I seminatori di discorsia, che spezzarono l'unità degli uomini, sono orrendamente mutilati dai demoni.

I falsari sono afflitti da varie malattie (lebbra, scabbia, rabbia, idropisia).

Traditori dei parenti, della patria e degli ospiti sono immersi nel ghiaccio.

I tre sommi traditori (Giuda, Bruto e Cassio) sono stretti tra le fauci di Lucifero (che ha tre teste); Giuda, che ha commesso il peccato più grave, ha la testa nelle fauci, Bruto e Cassio sono invece stretti per i piedi e a testa in giù.

Da ogne bocca dirompea co' denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

sì che tre ne facea così dolenti.

(Inf. XXXIV, 55-57)

 

 


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