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BRUNO E CAMPO DE' FIORI
di Enrico Meloni
I. LA VITA
Il 17 febbraio dell'anno
santo 1600, un uomo magro, piccolo di statura, scuro di carnagione, prelevato
dalla sua cella viene condotto a Campo 'de Fiori, con la lingua "in
giova" (soggiogata) cioè bloccata da una mordacchia di cuoio, forse
imposta al condannato perché non pronunzi parole "blasfeme" durante
il tragitto che lo separa dal supplizio. Spogliato nudo viene legato ad un
palo, che non è piantato al centro della piazza dove quasi tre secoli più
tardi sorgerà il monumento, ma all'incrocio con via dei Balestrari. In ultimo
viene dato alle fiamme ancora vivo.
La sentenza, letta nella casa del card. Domenico Madruzzo nove giorni prima,
l'8 febbraio, si concludeva con una formula di rito, sempre presente nelle
condanne dell'Inquisizione, con la quale, nel consegnare il condannato al
braccio secolare si chiedeva clemenza. Ciò avveniva poiché secondo il diritto
canonico i membri della Chiesa, non possono direttamente uccidere o far
uccidere un essere umano. Ma si trattava, naturalmente, di una formula del tutto
ipocrita, perché nella pratica simili sentenze producevano l'immediata
condanna a morte; per di più va considerato che nello Stato Pontificio
l'autorità civile dipendeva (o forse coincideva) con l'autorità
ecclesiastica. Fu al termine della lettura della condanna, secondo quanto
riferisce Kaspar Schoppe, un testimone attendibile,
che l'imputato affermò: "Forse avete più paura voi nel pronunciare la
sentenza, che io nell'accoglierla."
Filippo Bruno era nato a Nola nel 1548 nei pressi di Napoli. Il padre era un
gentiluomo di scarsi mezzi che esercitò l'attività di uomo d'arme. Tra i
diciassette e i diciotto anni entrò nel convento di S. Domenico Maggiore,
presso Napoli, assumendo il nome di Giordano. Il suo vivo intelletto e la sua
indomabile vocazione alla ricerca della verità, lo portarono a letture
rigorosamente proibite dalla Chiesa, tra cui le opere di Erasmo da Rotterdam.
Studiò Platone, Aristotele, San Tommaso d'Aquino, Averroè, conobbe la
letteratura ermetica, magica, astrologica e cabalistica; tra i moderni lesse
anche Cusano, Ficino, Pico della Mirandola e Copernico. Divenne sacerdote nel
1572, venendo ammesso a seguire il corso di teologia sacra. Nel 1575 si
laureò.
Spirito ribelle, cominciò presto a dubitare delle verità fondamentali della
religione cattolica. Presto gli venne imputato di essere contrario al culto
delle immagini dei santi e di distogliere i confratelli da quello della
Vergine. I procedimenti, sospesi in un primo momento, vennero ripresi nel
1576 quando gli venne intentato un processo per eresia, per sottrarsi al
quale fuggì a Roma, dove depose l’abito dell’ordine e lasciò la città perché
sospettato di aver gettato nel Tevere un confratello. Si recò a Noli (in
territorio genovese), a Lione poi a Ginevra dove entrò in contatto con il
mondo protestante; si fece calvinista e si immatricolò studente di teologia. In seguito a un suo libello contro uno dei
professori venne arrestato e fu costretto a ritrattare. Liberato, abbandonò
la città riportando una viscerale antipatia contro il Protestantesimo e più
ancora nei confronti del Calvinismo.
Soggiornò due anni a Tolosa insegnando filosofia. Nel 1582 si stabilì a
Parigi dove iniziò la pubblicazione delle sue opere, tra cui la commedia
"Il candelaio" e il "De umbris idearum".
Passato in Inghilterra, strinse amicizie importanti e pubblicò i due gruppi
dei dialoghi italiani; uno d'argomento cosmologico e metafisico ("Cena
delle ceneri"; "De la causa, principio e uno";
"De l'infinito, universo e mondi"), l'altro d'argomento
etico ("Spaccio de la bestia trionfante";
"Cabala del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico";
"De gli eroici furori"). Tornò
quindi a Parigi e presto riprese la sua vita errabonda che lo portò a
Magonza, a Marburgo, a Wittenberg (dove avvenne senza successo il suo secondo
avvicinamento agli ambienti riformati), a Praga, ad Helmstadt, a Francoforte.
Qui Bruno stampò nel 1591 i suoi poemi latini ("De minimo";
"De monade"; "De immenso et innumerabilibus"),
che riproducevano il pensiero dei dialoghi italiani, ma in modo più vasto e
accessibile alle classi colte europee.
Nello stesso anno maturò il suo ritorno in Italia, confidando forse nella
benevolenza papale. Si recò a Venezia, invitato da un nobile, Giovanni
Mocenigo, che desiderava apprendere l'arte della memoria.
Bruno si trovò presto a disagio, nel suo nuovo ruolo di "famiglio"
di un individuo così poco inclinato agli studi; per distrarsi frequentava i
circoli culturali della città lagunare. Il filosofo meditava di tornare a
Francoforte per finire di stampare le sue opere in latino. Però Mocenigo,
animo sordido, forse irritato per non essere riuscito a carpirgli le tecniche
magico-mnemoniche, lo imprigionò denunciandolo all'Inquisizione con pesanti
accuse (gli si imputava, tra l'altro, di essere nemico di ogni religione, di
credere nell'eternità del mondo e nella possibilità di vivere secondo la sola
massima che comanda di non fare ad altri quel non vorremmo fosse fatto a noi
stessi).
Bruno fu arrestato e incarcerato il 23 maggio 1592. Si difese assumendo un atteggiamento
quasi di collaborazione con il tribunale e dichiarandosi pronto ad abiurare.
Poiché l'accusa di Mocenigo non fu confermata da altre testimonianze, il
processo sembrava potersi concludere positivamente. Tuttavia la Repubblica
Veneta, nonostante la sua antica tradizione di indipendenza e libertà, era in
quel periodo in cattivi rapporti con Clemente VIII e
desiderava migliorarli. Credette quindi buona politica, anche considerando
che Bruno era un forestiero, acconsentire al suo trasferimento nelle carceri
dell'Inquisizione romana. Nel febbraio del 1593 fu rinchiuso in una cella del
nuovo palazzo del Santo Uffizio che Pio V aveva fatto edificare nei pressi di
Porta Cavalleggeri.
Il famoso cardinale Roberto Bellarmino, teologo
gesuita, che prenderà parte anche al processo di Galileo, cominciò ad
inquisire sul caso di Bruno dal 1597. Egli ritenne ereticali alcune opinioni
del filosofo; non si sa con esattezza quali fossero perché molti atti del
processo sono andati persi. In sintesi si può affermare che i capi d'accusa
furono due di carattere teologico riguardanti la negazione della
transustanziazione, un'eresia trinitaria, e altri di carattere filosofico.
Gli venne ingiunta la ritrattazione ma Bruno negò la
validità delle accuse, affermando che erano stati scelti con malizia brani
dei suoi libri estrapolati dal contesto. Durante questi anni di carcere il
filosofo subì vari interrogatori e, secondo i documenti, almeno una volta
dovette subire la tortura.
Il processo durò così a lungo forse perché l'Inquisizione cercò in ogni modo
di indurre Bruno ad abiurare, il che avrebbe costituito verosimilmente un
rafforzamento dell'immagine della Chiesa, e, per contro, avrebbe mortificato
la reputazione del Nolano dinanzi ad effettivi e potenziali seguaci del suo pensiero.
Si consideri inoltre che condannare un eretico a morte, senza averlo
riconciliato con l'ortodossia cattolica, costituiva per la Chiesa la più
grave delle sconfitte.
La condanna ebbe l'effetto di rendere Bruno un martire del libero pensiero, e
di screditare le istituzioni cattoliche, al punto che ancora oggi, ad oltre
quattro secoli di distanza dal famigerato rogo, Bruno rappresenta uno degli
esempi più citati per dimostrare l'oscurantismo, l'ipocrisia, la grettezza di
alcuni esponenti della Chiesa.
Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e
rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò
che l’imputato, "colpevole, impenitente, ostinato e pertinace",
fosse consegnato al braccio secolare.
Il 19 febbraio 1600, sulle vie di Roma si poté leggere il seguente avviso:
"Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello
scelerato frate domenichino da Nola, di che si scrisse con le passate:
eretico obstinatissimo, ed avendo di suo capriccio formati diversi dogmi
contro la nostra fede, ed in particolare contro la SS. Vergine ed i Santi,
volse obstinatamente morire in quelli lo scelerato; e diceva che moriva
martire e volentieri, e che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo
in paradiso. Ma ora Egli se ne avede se diceva la verità."
Bruno fu condannato al rogo per un reato, diremmo oggi, di opinione;
venne dunque ucciso per una colpa che in ogni costituzione democratica o
liberale viene considerata un diritto fondamentale e inalienabile. Le sue
opere furono inserite nell'"Indice dei libri proibiti", e bruciate
pubblicamente. Si realizzò un tentativo di cancellare il filosofo dalla
memoria storica, che non avrebbe sortito gli effetti sperati.

II. Alcuni aspetti del
pensiero
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Sonetti in romanesco per G. Bruno
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