I TERMINALI
Praticamente tutte le tecniche
di pesca richiedono che l'esca non sia collegata alla lenza madre direttamente,
ma tramite un terminale. Questo non svolge solo una funzione di collegamento,
ma spesso ne ha anche una di protezione. Ma quali caratteristiche deve avere
un buon terminale?
LE CARATTERISTICHE
TECNICHE
Il finale e' la parte piu' sollecitata
durante l'azione, soprattutto durante la fase di lotta con il pesce. Il vantaggio
dato dalla sua presenza e' notevole: in moltissimi casi possiamo sostituirlo
a piacimento, in modo da disporre di uno adeguato ad ogni cambiamento delle
condizioni, e, siccome e' la parte che si deteriora prima, si evitano pericolosi
danni alla linea madre. Inoltre rispetto a questa puo' essere in un materiale
diverso, in modo da fronteggiare condizioni avverse. Un esempio per fornire qualche indicazione:
PESCA GENERICA : In quasi tutti
i casi, la parte finale e' in un materiale meno visibile e piu' morbido (spesso
anche resistente all'abrasione) in modo da non essere avvertito dal pesce.
Questa parte deve SEMPRE avere un carico di rottura inferiore (al massimo
i 3/4) rispetto a quello della linea madre; in tal modo, in caso di rottura
il pesce si porta via solo l'amo e pochissimo filo, e nella maggior parte
dei casi potra' riprendersi dal trauma (e noi avremo evitato ulteriori danni
alla nostra attrezzatura, dato che bastera' solo sostituire la parte rotta
:). Questo vale per TUTTI i tipi di pesca; l'unica eccezione e' lo spinning
(il perche' lo vediamo dopo...).
LO SHOCK
LEADER
Immaginiamo di lanciare ripetutamente
(pescando con una qualsiasi tecnica che richieda lunghi lanci ripetuti) con
un monofilo dello 0.35 mm un peso sugli 80 gr. Dopo pochi lanci, anche se
peschiamo con prodotti di ottima qualita' (alcuni hanno un carico di rottura
superiore a certi 0.50 di fascia bassa!), ci accorgiamo che le caratteristiche
del nostro filo degradano velocemente. La spiegazione e' semplice: il peso
elevato, nella fase di lancio immediatamente precedente allo sgancio, causa
una tensione momentanea molto alta che non viene assorbita dalla scarsa sezione
del filo (neppure se e' uno dei "superfili" citati prima). Continuando a
lanciare, ad un certo punto avverra' una rottura per fatica, e il nostro peso
se ne volera' via senza lasciarci nessuna possibilita' di recuperarlo. Per
evitare questi problemi ci sono due soluzioni: aumentare decisamente il diametro,
o passare a un trecciato. Tuttavia entrambe le soluzioni causano una notevole
diminuzione della distanza di lancio, e la seconda e' anche eccessivamente
costosa. Cosa fare? La soluzione e' semplice: dato che nella fase critica
citata prima sono sollecitati pochi metri di filo, si fa in modo che questa
parte sia adeguatamente sovradimensionata. Nasce cosi' lo SHOCK LEADER, molto
usato soprattutto da chi pratica il fondo o il carp fishing (comunissimo
e' quello costituito da 10 a 30 m di 0.50 o di treccia dello 0.35 legato
alla lenza madre del 0.35), in quanto oltre alla fase di lancio consente
una certa tranquillita' anche per quanto riguarda molti ostacoli sommersi
che potrebbero segare il filo. Inoltre, la maggiore resistenza degli ultimi metri di filo
ci consente di forzare il recupero lasciandoci un certo margine d'errore quando il pesce
e' vicino a riva (di solito questo e' uno dei momenti piu' critici, in quanto, appena
la nostra cattura ci vede, ricomincia a lottare spaventata e a volte si libera proprio in
questa fase). In seguito sono nati appositi prodotti per
questo utilizzo (ad es. trecce studiate per resistere alle pietre sommerse
e alle cozze). Tuttavia lo shock leader non e' un finale vero e proprio,
ma un pre-finale in quanto non sostiene direttamente l'amo, ma solo la piombatura.
IL FINALE
PER LA MOSCA
Nella pesca a mosca nella stragrande
maggioranza dei casi non e' il peso della mosca o dell'eventuale strike indicator
a far flettere la canna in modo da caricarla per il lancio, ma la "coda di
topo" (ne esistono vari tipi; gli standard per l'indicazione delle caratteristiche
sono stati stabiliti dall' AFTMA). A questa e' collegato il finale, di diametro
decrescente verso l'imitazione. Ne esistono due tipi: il primo e' il finale
conico, in una sola sezione, di forma conica. L'altro e' il finale a nodi,
costituito da piu' sezioni di diverso diametro legate tra loro. Negli USA
e' abbastanza accesa la lotta tra i sostenitori dell'uno e dell'altro tipo.
I primi (in netta minoranza) hanno dalla loro la tesi secondo cui l'assenza di nodi di
congiunzione dissiperebbe meno energia, migliorando la posa dell'esca e causando meno
disturbo in acqua. I secondi invece sostengono che, prima o dopo, tutti i
finali si usurano negli ultimi cm e quindi si deve prolungarli legando uno
o piu' spezzoni di filo (sistema utile anche con acque molto pulite o pesci molto
smaliziati per avere una presentazione piu' naturale) diventando quindi un
finale a nodi; in altre parole, vantano la maggiore versatilita' del loro
metodo. Comunque, la "regola" tradizionale del mondo anglosassone per la
creazione del finale e' che 2 sezioni contigue non devono mai avere una differenza
di diametro superiore a 0.002 pollici (0.05 mm).
I FINALI
PER LO SPINNING
Nello spinning (ma anche nel casting,
e in molti casi, nella traina e nel mort manie) non si deve MAI creare una
sezione di spacco, perche' in caso di rottura il pesce con l'artificiale
in bocca non potrebbe piu' alimentarsi e morirebbe presto, o sarebbe vittima
di altri predatori attirati dalla scia di sangue dell'esemplare ferito. Si
deve quindi sempre cercare di avere un "coefficiente di sicurezza" in modo
tale da non avere danni. A differenza di tutte le altre tecniche di pesca,
in questa la parte terminale protegge la lenza madre non creando una sezione
di spacco, ma proprio creando una zona maggiormente resistente. Per ottenere
questo risultato, si usano diversi metodi (i piu' usati sono due).
Il primo e' l'utilizzo di nodi
di protezione, in modo che il filo nell'ultimo tratto sia sovrapposto in
piu' asole o attorcigliato in modo da resistere meglio ai denti dei predatori.
Ha il vantaggio di essere molto economico e facile da creare e controllare,
ma non garantisce una protezione totale.
L'altro e' l'uso di una parte finale
con caratteristiche diverse, di diametro o materiale diverso; in questo caso
ci sono piu' possibilita', qui cito solo le piu' comuni.
Una (poco diffusa, ma in qualche
caso puo' fare una enorme differenza in termini di catture) e' l'uso di uno
spezzone corto di materiale simile alla lenza madre, ma con una dimensione
diversa. Un filo piu' sottile ci consente una migliore azione dell'esca e
una minore visibilita' al pesce, mentre uno piu' grosso ci da una maggiore
sicurezza per quanto riguarda gli ostacoli e i denti dei predatori.
L'altra consiste nell'uso di un
materiale diverso, solitamente piu' resistente ai morsi. L'esempio tipico
e' il cavetto d'acciaio. Nonostante ultimamente abbia avuto un'evoluzione
(sono spariti dal mercato da un pezzo quelli in monofilo metallico ricoperto
di plastica termosaldante, ora si trovano solo il classico "trefolo" e quelli
di nuova generazione, piu' morbidi e sottili) e' ormai spesso sostituito
da altri materiali a causa della sua invasivita' e tendenza a fare spire
e pieghe permanenti; i piu' comuni sono il dacron (poco costoso, con una
buona resistenza all'abrasione ma meno affidabile, soprattutto per gli attacchi
piu' violenti) e il kevlar (molto costoso, con una tenuta a trazione bassa
rispetto agli altri trecciati, ma con una durata e resistenza allo strappo
e all'abrasione incredibile; non a caso e' usato per i giubbotti antiproiettile!).
Nella pesca in mare, soprattutto
nello spinning pesante, e' comune l'utilizzo di un monofilo di grosso diametro
di alcuni metri tra l'esca e la linea principale. Un esempio tipico e' l'uso
di 3 o 5 m di filo da 100 lb se si pesca con un trecciato da 80 lb.
Una recente tendenza e' l'uso,
molto simile al caso precedente, di uno spezzone di fluorocarbon come terminale.
Questo e' un materiale che presenta un indice di rifrazione molto simile
a quello dell'acqua. Sull'argomento c'e' una certa confusione: mentre alcune
case ne producono e lo promuovono (es. P-Line, Berkley) sostenendo che sono invisibili
per questa loro caratteristica fisica, altre invece lo considerano una moda inutile
(ad es. la Mitchell, nei suoi depliant, scrive che i suoi fili per terminali
non ne sono ricoperti perche' "non esiste la vernice che rende invisibili
gli oggetti"). Non e' la prima volta che capitano queste discussioni, gia'
i fili dicroici hanno la particolarita' di essere visibili bene solo in aria
(e sono anche tecnicamente piu' evoluti) e c'e' da dire che un luccio o un
persico inc...ati e/o affamati non si fermano neppure davanti a uno 0.60 fluorescente,
o a uno spago di grosso diametro come si faceva una volta con buoni risultati.
Comunque le sue caratteristiche tecniche non sono proprio tutte quelle di un "filo
da bobina": nella maggior parte dei modelli disponibili in commercio (a parte qualcuno)
ha discreta memoria meccanica, un carico di rottura non elevato
e media resistenza al nodo; in compenso e' un po' rigido e ha una notevole resistenza alla
corrosione, all'abrasione e al taglio, tanto che nella pesca in mare in molti casi
ha sostituito l'acciaio (viene prodotto in misure fino alla 400 lbs!).
Sotto questo aspetto, anche chi dubita della sua
invisibilita' ne approva l'uso per stare piu' sicuri quando si pesca in
luoghi ricchi di ostacoli.
Se siete riusciti a leggere tutto
fino in fondo, complimenti (anche perche' questo testo e' un po' tecnico
e non proprio semplice); come al solito, sono a disposizione per eventuali
rettifiche o chiarimenti. Spero che vi sia utile, e che vi abbia dato qualche
buon suggerimento per i vostri prossimi acquisti.