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Capitolo 2
Bisciaro (Aquitaniano inferiore p.p- Burdigaliano p.p.-Langhiano
p.p.)
Il primo lavoro di grande rilievo scientifico e ancora attualmente
valido in tutti i suoi aspetti è di Guerrera (1977). In questo
è presentata un'approfondita analisi stratigrafica del Bisciaro
dei Monti delle Cesane. Uno dei più importanti aspetti del lavoro
è rappresentato dalla identificazione mineralogico-petrografica
delle vulcanoclastiti, intercalate in più posizioni stratigrafiche
entro la formazione, come appartenenti ad una serie calcalcalina
(Mezzetti e Olivieri, 1964). Questa appartenenza è stata riconsciuta
dai successivi Autori (Borsetti et al., 1979, 1983, Guerrera et
al., 1986; Mezzetti et al., 1991) in moltissime altre aree di
studio, per cui si può, a tutt'oggi, evidenziare il carattere
tipicamente calcalcalino dei prodotti vulcanoclastici del Bisciaro.
Guerrera (1977) riconosce anche la presenza di vetro vulcanico
in varie percentuali all'interno della formazione, nonché di strutture
perlitiche legate a processi piroclastici. Quest'ultima evidenza
è basilare nell'interpretazione dell'identità geologica della
formazione, essendo necessariamente implicata la contemporaneità
tra vulcanesimo e sedimentazione. L'Autore riconosce inoltre la
presenza saltuaria di epiclastiti vulcaniche legate a meccanismi
torbiditici e livelli argillosi rossastri rappresentanti sempre
un tipo di prodotti vulcanoclastici. Questi prodotti sono stati
classificati da Balogh et al. (1993) in maniera più sistematica,
nonostante il preciso riscontro mineralogico-petrografico, e tale
da potere essere riconosciuti correttamente in campagna. Guerrera
et al. (1995, 1996) affermano che i meccanismi sedimentari che
coinvolgono i prodotti vulcanogenici calcalcalini, nell'ambito
dei principali domini appennici, interni ed esterni, sono da ricercare
in processi erosivi e/o di rimaneggiamento di depositi lavici
e piroclastici, immediatamente successivi all'evento eruttivo
che li ha generati. In particolare la distribuzione degli spessori
dei depositi nello spazio, la granulometrica e le intime ralazioni
tra cristalli vetrosi e frammenti litici, implicano pricipalmente
meccanismi di flusso di massa e subordinatamente di ricaduta dopo
una trasporto aereo. Questa evidenza implica una necessaria limitazione,
nel senso della distanza, alla localizzazione dei principali apparati
vulcanici originari. Alcuni livelli presenti all'interno del Bisciaro,
per le loro caratteristiche fisiche e petrografiche, nonché per
la loro correlabilità spaziale, possono essere considerati livelli
guida: il primo di questi coincide con il limite inferiore della
formazione. Esso é denominato "Livello Raffaello" ed è rappresentato
da un orizzonte argilloso vulcanogeno, interpretato come il prodotto
di alterazione in situ di cenere vulcanica depostasi per caduta.
Stratigraficamente il "marker" regionale è posizionato esattamente
al di sopra dell'ultimo strato di marne grigiastre pelagiche omogenee
della Scaglia Cinerea e sotto il primo strato calcareo marnoso
biancastro del Bisciaro (Coccioni et al., 1989; Montanari et al.,
1991; Coccioni et al., 1994).Il "Livello Raffaello" presenta uno
spessore variabile da 5 a 30 cm e per l'elevata percentuale in
montmorillo-nite (95% con il 5% restante rappresentato essenzialmente
da plagioclasio) è nettamente caratteristico rispetto a tutti
gli altri livelli vulcanogenici riconosciuti nel resto della formazione
(Montanari et al., 1991). Inoltre non corrisponde con alcun mutamento
drastico significativo né dal punto di vista paleoambientale né
a livello biologico (Montanari et al., 1991). Dal punto di vista
litostratigrafico l'originaria suddivisione in tre membri di Guerrera
(1977), riproposta da De Feyter et al. (1986) nell'ambito di uno
studio nell'area di Piobbico, risulta ancora la più corretta ed
attendibile. Nell'area dei Monti delle Cesane Guerrera (1977)
ha riconosciuto: a) membro inferiore, di spessore assai variabile,
da 15 a 150 m (in media 30-40 m), costituito da calcari marnosi
più o meno selciferi alternati a marne grigiastre, in genere laminate.
Le litofacies più calcaree si presentano in molti casi, come torbiditi
gradate e con laminazione piano-parallela, raramente convoluta,
e mostrano una superficie basale netta. I livelli vulcanoclastici,
molto numerosi, possono in rari casi superare il metro di spessore.
b) membro intermedio si presenta in spessori molto variabili,
da nulli ad un massimo di 50 metri (in media 20-30 metri) ed è
caratterizzato essenzialmente da marne grigiastre in genere laminate
e tripolacee a cui si intercalano rari strati calcarei. c) membro
superiore di spessore analogo (0-50 metri con valori medi di 20-30
m) marnoso
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come il membro sottostante rispetto al quale
si differenzia per la assenza della selce in liste e noduli, e
per la grande frequenza di livelli di aspetto tripolaceo, nonchè
per la presenza di talune intercalazioni pomicee. Caratteristici
di tutti e tre i membri, ma più abbondanti nel primo e nel terzo
membro, i livelli argillosi vulcanogenici rossatri spessi 3-30
cm. Più recentemente Coccioni et al. (1988) suddividono il Bisciaro
rappresentato nella sezione di Santa Croce di Arcevia in tre intervalli
litostratigrafici locali e non corrispondenti a quelli di Guerrera
(1977), marnoso-calcareo, piroclastico e calcareo-marnoso piroclastico,
per il cui approfondimento, soprattutto dal punto di vista biostratigrafico,
si rimanda alla pubblicazione originale. In particolare il membro
piroclastico corrisponde alla cosiddetta "Mega-P" (datata biostratigraficamente
al Burdigalliano p.p.) segnalata per la prima volta proprio in
questa località, e rappresenta con il suo spessore (6,9 metri)
l'evento vulcanoclastico di maggior potenza finora riconosciuto
nell'area Umbro-Marchigiana. Ancora Coccioni e Montanari (1992)
riconoscono un "marker" vulcanoclastico bluastro, ricco in biotite
spesso da 10 a 15 cm, denominato "Livello Piero della Francesca"
ammettendo la possibilità di poterlo utilizzare come limite stratigrafico
tra il Bisciaro e lo Schlier. In Deino et al. (in stampa) è descritta
la sezione stratigrafica di Moria (figura 20 ) in cui per analogia
a Coccioni e Montanari (1992) è posizionato il limite superiore
del Bisciaro al 20° metro in corrispondenza del "Livello Piero
della Francesca". La proposta di fatto per ora rimane poco verificabile
non avendo tale livello una valenza cartografica e non essendo
stata ancora dimostrata la sua effettiva distribuzione spaziale.
Per quanto concerne il problema della provenienza dei prodotti
vulcanogenici un significativo contributo è dato da Balogh et
al. (1993) che considerano significativi al fine di una corretta
interpretazione dei depositi vulcanoclastici del Bisciaro due
evidenze: a) la frequenza e gli spessori dei livelli vulcanoclastici,
nonché la granulometria dei minerali costituenti gli stessi, diminuiscono
verso E-NE; b) la differente composizione dei materiali vulcanoclastici
in aree diverse in relazione al "sorting gravitativo"; Queste
osservazioni portano gli Autori a concludere che la più probabile
ubicazione degli apparati vulcanici principali sia da ricercare
in settori più interni ai bacini sedimentari, a distanze (originarie)
di alcune centinaia di Km. Le modalità di trasporto secondo Balogh
et al. (1993) sono infine legate principalmente al moto dei venti
e a meccanismi di risedimentazione penecontemporanei all'attività
vulvanica.
In Delle Rose et al. (1994a, 1994b) uno studio
stratigrafico e petrografico dell Marne di Vicchio (Unità tettonica
di Cervarola) ha fornito nuovi elementi nell'ambito della caratterizzazione
dei depositi vulcanoclastici oligo-miocenici e sull'interpretazione
della loro origine.
La provenienza sarda di questi, riferibile solo a pochi depositi,
sottili e a granulometria molto fine (Guerrera et al., 1995, 1996)
ad affinità composizionale con il "Livello Raffaello" (Monatanari
et al., 1994), deve essere scartata per quasi tutti gli altri
depositi vulcanici studiati nell'ambito delle Marne di Vicchio.
Questi ultimi, coevi in tutti i bacini studiati da Delle Rose
et al. (1994), sono distribuiti in due principali intervalli cronologici
che si ricollegano ad un vulcanesimo ad affinità magmatica rispettivamente
calcalcalina alta in potassio e shoshonitica, rappresentativi
di stadi evolutivi tardivi di un ciclo magmatico orogenico. In
pratica ciò significa che i sedimenti vulcanogenici sono legati
ad un probabile vulcanesimo ubicato in aree occidentali ma prossimali
al bacino di sedimentazione, quindi ben distinto da quello sardo.
Per quanto riguarda infine il punto di vista biostratigrafico
già in Guerrera (1977) sono desumibili importanti informazioni
soprattutto sul contenuto micropaleontologico della formazione:
a) le marne tripolacee sono praticamente sterili e per il 5% è
rappresentato da radiolari e foraminiferi arenitici; b) i livelli
rossastri sono ricchi in radiolari ben formati, spicole di spugne
e foraminiferi arenacei; c) le marne (più o meno calcaree) conten-gono
abbondanti foraminiferi plantonici e bentonici. In generale possiamo
comunque affermare che il contenuto paleontologico del Bisciaro
è rappresentato da nannofossili calcarei, foraminiferi, radiolari,
dinoflagellati, diatomee, ostracodi, pteropodi, spicole di pugne,
denti di pesci, radioli di echonodermi, e occasionali bivalvi.
Anche la bioturbazione è in genere intensa e rappresentata principalmente
da tracce di Zoophycos e Cylindrites. Infine le associa-zioni
a foraminiferi bentonici suggeriscono una pro-fondità deposizionale
compresa tra 400 e 700 metri.
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