L’Aminta precede così nel tempo come nello spirito la poesia della Gerusalemme. Vi è in tutta la favola un invito schietto all’amore, al piacere; un disegno leggiadro d’immagini femminili.
Il mondo pastorale dell’Aminta appare come il mondo dell’amore su cui ancora non si proietti l’ombra e la coscienza del peccato, la sensibilità di nuovi tempi; come il simbolo sì una breve giovinezza. Il poeta si abbandona con tutto l’animo all’incanto di quella passione, al fascino di quelle vicende, che serbano le grazie ed il profumo medesimo della giovinezza.
Nell’Aminta si avvertono alcune delle note più tiepide e dolenti della musa tassesca. Quel mondo amoroso è piuttosto vagheggiato e sognato che posseduto; vagheggiato nel mondo irreale dei pastori, in cui non siano ancora penetrate le inquietudini tormentose degli uomini. L’intera poetica è pervasa da un’intonazione lievemente nostalgica: la nostalgia di quella primavera favolosa, di quegli affetti giovanili, cantati dal poeta come un bene perduto, che non è più concesso di rinnovare tra gli uomini. Il linguaggio stesso sembra timoroso di infrangere la dolcezza del sogno. Il tema dell’amore è duplice ed ammette due concezioni differenti: una concezione puramente naturalistica (pieno godimento fisico ed appagamento sessuale) e un’altra tipicamente cortese (fatto di giochi ludici e di gruppo, divertimento senza doppio fine).
Non si deve ricercare nell’Aminta uno svolgimento drammatico, una consistenza di caratteri umani.
L’Aminta soltanto in apparenza è una composizione drammatica; nella sua realtà è un’effusione lirica dell’animo tassesco, in cui un solo protagonista è presente, il poeta stesso.
Il metro utilizzato è il settenario, liberamente misto ad endecasillabi. Alcune volte compare la rima ad accrescere la levità e la grazia del ritmo.
La pastorella Silvia, tutta dedita alla caccia ed al culto di Diana, disdegna l’amore di Aminta; invano Dafne, compagna ed amica di lei, cerca di rivolgerne l’animo all’amore. Invano Aminta libera un giorno la fanciulla inseguita e legata ad un albero da un Satiro. Quando il giovane ode la falsa novella della morte di Silvia, di cui si è rinvenuto un velo macchiato di sangue, egli si getta disperato da una rupe. Allora Silvia s’intenerisce di pietà e di affetto, ed accorre verso il corpo del giovane. Aminta, trattenuto nella caduta dalle frasche di un albero, è soltanto lievemente ferito e rinviene ai baci dell’amata.
Nel dialogo tra Dafne Silvia, Dafne ammette che pure lei da giovane era vissuta nella stessa maniera in cui ora vive Silvia. Si divertiva con l’arco, s’impegnava a rincorrere e ad abbattere bestie feroci: svolgeva quelle tipiche attività di una ninfa boschereccia. Nell’età della giovinezza, Dafne era simile a Silvia anche nell’aspetto fisico; capelli biondi, guance rosa e piene, labbra guaritrici. Dafne scopre il desio di amare dopo una notte d’amore, dove recupera la sua vita, il tempo perduto, speso in ingenue futilità, in una falsa e stupida innocenza. Dafne si rende conto che solo il tempo potrà far nascere l’amore tra Aminta e Silvia.
Dafne sottolinea il fatto che tutti gli animali amano un amore: persino gli esseri inanimati in qualche modo riescono ad amare un loro simile. Silvia, invece, non ama e non vuole essere amata e perciò Dafne la definisce “ fiera più che le altre fiere “. Dafne osserva infine che l’amore è cosa naturale e spontanea e che il pentimento, per aver condotto una vita senza l’amore, arriverà troppo tardi.
Silvia nei versi 132 – 137 attraverso la figura retorica dell’adynaton (figura retorica formata da un’iperbole in forma di paradosso, che consiste nell’evidenziare l’incredibilità di un evento facendolo dipendere da un fatto impossibile) nega l’eventualità che lei possa mai pentirsi per aver vissuto contrapponendo ai valori dell’amore, quelli della caccia e dei boschi. Silvia si pentirà solo quando avverranno degli accadimenti inimmaginabili (adynaton): con questa procedura di eventualità al pentimento in casi impossibili, nega di affettivamente di volersi pentire. La figura dell’adynaton ha qui una funzione confutatoria, difensiva, ipotetica, quasi ironica.
Dafne nei versi 240 – 247 usa sempre la figura retorica dell’adynaton ma con funzione diversa: pone l’accento sulla brutalità e la selvatichezza di Silvia. Dafne si chiede perché Silvia non voglia amare un uomo, cosa normale e consueta per una donna. La funzione dell’adynaton è qui falsamente interrogativa ma condannatoria.
Nel dialogo tra Aminta e Tirsi sono esposte due concezioni antitetiche dell’amore. Tirsi, amico fedele e maturo di Aminta, consiglia di non essere troppo coinvolto emotivamente nella ricerca di quest’amore non ricambiato. Lo spinge non ad uccidersi (ipotesi prospettata da Aminta) ma di guardarsi attorno e di scegliere un’altra donna che possa concedergli i piaceri dell’amore. Aminta invece afferma che l’amore, ormai sazio delle sue lacrime, ora vuole il suo sangue. Tirsi replica constatando che il tempo e l’esperienza risolveranno questo stato di dolore e di infelicità.
Aminta racconta a Tirsi le fasi del suo innamoramento, in un climax ascendente che si risolve nel rifiuto di Silvia e nella disperazione. E’ topico il momento del primo bacio, rapito tramite un escamotage, sensuale e voluttuoso, avido, dolce ed amaro. Aminta rievoca la sua amicizia ingenua con Silvia, il primo sorgere in lui dell’amore, il modo con cui egli riuscì a rapire a Silvia un bacio, la ritrosia della fanciulla quando ebbe conosciuto il nuovo sentimento. Ora Aminta, senza l’amore di Silvia, vorrebbe morire se lei provasse pietà e compassione per la sua morte. Non sa se volere maggiormente che Silvia sia contenta o disperata per la sua morte. Nel suo cuore, però, sa che non può desiderare qualcosa che turberà gli splendidi occhi o il bel petto della sua amata.
Nel dialogo tra Tirsi e Aminta il poeta si serve dell’endecasillabo nei momenti discorsivi e narrativi (a volte esprime distacco e freddezza), mentre si avvale del settenario per descrivere momenti lirici (ha la funzione di rappresentare passione ed emotività). Il poeta si avvale di differenti figure retoriche: nei versi endecasillabi è presente un’ipallage, mentre nei versi settenari sono presenti tre chiasmi e una metafora.
Commento al racconto di
Roberto Vecchioni “La scuola di Colin”
“Presto ti accorgerai com’è facile farsi un inutile software di scienza” canta Guccini; è facile considerare la cultura come un modo di vivere: il modo si trova semplicemente stando davanti ad un computer e cliccare per ore.
Il computer, che noi quotidianamente usiamo, non sa, non prova emozioni e sensazioni: con il passare del tempo forse anche noi diventeremo ugualmente insensibili, fautori di un mondo apatico, freddo e inerte ma “tecnologico”, “evoluto” e “moderno”. Il computer di Colin, è un “Dio computer”, onnisciente, una figura divinizzata, una macchina perfetta.
Pisolini nel saggio”Nuove questioni linguistiche” prospettava una lingua nuova, soverchiata dalla tecnologia, dalla globalizzazione e dal business: questa previsione si avvera nel racconto, si avvera perché il linguaggio usato è di tipo specialistico (scientifico ed informatico).
Intuisco nel racconto un mondo capovolto, rovesciato rispetto alla nostra realtà: gli uomini, avendo perso l’umanismo, diventano android, mentre gli automi rappresentano i veri protagonisti. Colin non possiede la sensibilità etica ed estetica propria di un uomo poiché ama solo ciò che è razionale, pragmatico e sperimentabile. La sua visione acritica del mondo lo rende incapace di capire il vero senso delle cose: il suo agire lo porta a cercare solamente soluzioni. Colin si serve di altre persone (android) per riuscire a fare quello che lui non sarebbe mai in grado di fare: Colin diventa un individuo arrivista e senza scrupoli, un poco come la società di oggi. Colin non ha idee, non ha inventiva: tutto è gia programmato, progettato, precostituito…
Commento
alla lettera dedicatoria “NICOLAUS MACLAVELLUS AD MAGNIFICUM LAURENTIUM
MEDICEM”
Nella lettera dedicatoria “NICOLAUS MACLAVELLUS AD MAGNIFICUM LAURENTIUM MEDICEM”, Macchiavelli esprime il desiderio di voler donare a Lorenzo De’ medici un piccolo volume. Macchiavelli non desidera donare beni materiali, ornamenti o pietre preziose ma la sua esperienza, il suo sapere, una particolare lettura circa imprese ed azioni di grandi uomini del passato. Scrive tutto ciò che sa all’interno di un’opera indegna (esplicita auto-ironia) che possa fornire strumenti discernitivi al principe: scrive un gesto di d’indiscussa umiltà. Afferma il suo scrivere non magniloquente, privo di orpelli decorativi, l’uso di un semplice linguaggio essenziale, affinché solo le argomentazioni e i soggetti abbiano mera forza espressiva e contenutistica.
Macchiavelli si pone su di un piano inferiore rispetto a quello del principe: storicamente vanisce l’illusione petrarchesca della superiorità del letterato e viene sancita la fine del primato dell’intellettuale. Da qui nasce la convinzione (esplicita con l’esempio della montagna e della pianura) che ogni uomo non può giudicarsi da se; il principe, dall’alto, giudica il popolo e la gente, dal basso verso l’alto, giudica il principe.
Nasce fortemente in Macchiavelli il desiderio, date le sue traversìe politiche, di ritornare alle origini e di riassumere il ruolo umanista civile. Sente la voglia di tornar a fare il politico di professione, dopo una pausa dedicata pienamente ad un’intensa attività letteraria.
Infine esprime il suo pessimismo, rispecchiando una realtà in cui Macchiavelli è sempre perseguitato da una sorte sfavorevole, che lui stesso chiama, per mezzo di un ossimoro, ”fortuna maligna”.
Da sempre i poeti sono stati ispirati dall’amore e hanno cantato quest’amore alla loro donna.
Francesco Petrarca (1304 – 1374) tra il 1336 e il 1373 compose un’opera intitolata “Il Canzoniere”, dove il poeta esprime il suo amore per Laura.
L’opera ripercorre le varie fasi dell’innamoramento; generalmente le liriche si possono dividere in due parti: le liriche dedicate a “Laura in vita” e quelle dedicate a “Laura post mortem”.
Andremo ora ad esaminare due sonetti estrapolati dal Canzoniere.
Nel sonetto”Erano i capei d’oro a l’aura sparsi” il tema fondamentale espresso dal poeta è l’amore intenso e favoloso che prova per Laura, nonostante il suo progressivo decadimento fisico.
I particolari fisici della donna messi in evidenza sono quelli tradizionali: i capelli, gli occhi, il modo di camminare, la voce. E’ presente uno straordinario attacco ai capelli biondi mossi dal vento.
La donna risulta essere una figura angelo: la presenza femminile illumina l’intera lirica.
La presentazione di Laura è compiuta attraverso una costante rievocazione sulla base del ricordo, un alternarsi di passato e presente.
L’imperfetto descrive il passato, così da rendere i fatti passati, indefinibili e trasfigurati dalla memoria. Con il passato remoto, descrive il momento puntuale dell’innamoramento e con il presente, conferma il suo amore inalterato nel tempo e l’aspetto di Laura.
Nella lirica “Grazie ch’a pochi il ciel largo destina” il tema principale è la descrizione di Laura come una donna - angelo ed il consecutivo innamoramento del poeta.
La descrizione di Laura è sia fisica (i capelli, gli occhi, il suono della voce) che spirituale (beltà divina, leggiadria singulare e pellegrina…). Anche in questa poesia, i capelli biondi di Laura fungono da spunto poetico: i “ biondi capei” sono la condizione femminile che rende Laura ascetica e trascendentale.
E’ assente una rappresentazione corporale che invece lascia spazio ad una concezione casta e pudica della donna.
I versi chiave di questo sonetto sono il I ed il XIV, l’incipit e la fine. Nel verso I viene sottolineata la posizione di favore che Laura ha nel Cielo, una condizione non concessa a tutte le donne. Nel verso XVI vi è la metamorfosi del poeta, quasi folgorato, esterrefatto da tale “ beltà divina “.
Pietro Bembo (1470 – 1547) pubblicò gli “ Asolani ” nel 1505, un’opera volutamente ispirata al Canzoniere di Petrarca, dove il poeta esprime un’esperienza autobiografica, vive l’amore di due famose donne dell’epoca.
Bembo riprende Petrarca sia sul piano del contenuto, sui temi dell’amore cortese e platonico che sul piano della versificazione e del complesso linguaggio poetico.
Il Petrarchismo nasce come
fenomeno di imitazione della poesia di Petrarca
e dall’Italia si diffonde in tutta Europa assumendo il significato di
una posizione intellettuale e artistica, che influenzerà la cultura e la lirica
amorosa del ‘500 e di gran parte
dei secoli successivi.
Parlando di petrarchismo è
immediato il riferimento all’opera letteraria di e in particolare agli
"Asolani " e alla " Prosa della volgare lingua ", in cui
egli fissa i canoni principali e i valori formali di tale lirica.
Sulle orme del Bembo si sviluppa nel secolo XVI
una lirica petrarchista "regolare" i cui valori formali,
squisitamente letterari, si gustano secondo i temi della retorica classica,
filtrati attraverso le arditezze della poesia provenzale di cui Petrarca e’
spesso considerato interprete caratteristico se non unico. Secondo la teoria
bembesca e per gli umanisti del ‘500, Petrarca è un modello connesso al
concetto di ‘imitatio’,quale era stato nei confronti dei
poeti latini. Merito del Bembo è di aver considerato il linguaggio di Petrarca
non legato al toscano, ma all’italiano nazionale oltre che al Provenzale e, più
addietro ancora, al Latino(risolvendo in questo modo la rivalità tra Italiano e
Latino che nasceva spontaneamente con il concetto di "imitatio").
Nell’elaborazione del Petrarchismo, il Bembo
delinea il concetto d’amore platonico che si risolve nel desiderio e nella
contemplazione di una bellezza tutta ideale. Il vero amore deve tendere alla
perfezione; in questo senso bisogna evitare gli inutili amori mondani per
cercare una felicità e una serenità immutabili, che soltanto l’amore più alto
può dare, cioè quello divino.
Nel sonetto “Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura” Bembo, sul modello di Petrarca, enumera le virtù della donna e le sue innumeri bellezze.
Riprende, in pieno stile petrarchista, le concezioni platoniche, stilnoviste e cortesi che riguardano l’amore e grazie a queste, in lui si accende la passione.
Proviamo ora a confrontare questa lirica ed il sonetto di Petrarca “Grazie ch’ a pochi il ciel largo destina”
Bembo nella I quartina descrive i capelli biondi ed ondeggianti della donna e i suoi occhi così chiari da rischiarare le tenebre e l’oscurità. Riprende i versi II, IV, IX, X della poesia di Petrarca.
Nella II quartina Bembo denota il sorriso salvifico e rilassante; le labbra da dove escono parole incantatrici e benefiche per l’anima; le mani d’avorio che stringono e rubano il cuore. Questi versi ricalcano i versi VIII, XI, XII, XIII del sonetto di Petrarca.
Nella I e II terzina vi è il cantare divino, la saggezza di una donna nell’età della giovinezza, la sua eleganza e i delicati modi di fare e di atteggiarsi che rendono il poeta pazzo d’amore. Tutti questi requisiti appartengono ad una donna speciale, fuori dal comune, ma presente nell’immaginario comune ed ideale del tempo. Qui ritroviamo i versi I, III, V, VI, VII, XIV. In particolare, l’ultimo verso è uguale al verso I (incipit) della poesia del Petrarca.
Le parole usate da Bembo ma evidentemente estrapolate dal Canzoniere sono:
“L’aura (senhal), capelli d’oro, occhi più chiari che ‘l sole, far chiara la notte e oscuro il giorno, riso che acqueta, rubini, perle, avorio,esca, giunta a beltà”.
Nella letteratura europea il Trecento è il secolo di Petrarca, Boccaccio e Chaucer. Questi tre grandi scrittori rappresentano il culmine della civiltà medievale, ma per altri aspetti anticipano (in particolar modo Petrarca) la civiltà dell’Umanesimo.
D’altronde tutto questo secolo si presta ad interpretazioni contrastanti a seconda, che si sottolinei la continuità con il passato o la rottura con esso.
Si parla quindi di “Autunno del medioevo” (titolo della celebre opera dello storico Johan Huizinga) per mettere in risalto la novità assoluta del Trecento, un secolo visto come momento di grandioso riepilogo, il tramonto della civiltà medievale.
Si usa il termine “tardogotico” per indicare la ripresa, specialmente nelle arti figurative, dei temi, delle strutture e degli atteggiamenti fondamentali propri sia del mondo cortese feudale, sia.
del Medioevo borghese.
Nella cultura e nella letteratura si parla invece di “preumanesimo”, cioè la presenza di motivi che anticipano l’Umanesimo. Da questo punto di vista il Trecento è visto come rottura della continuità, una sorta di nuova metodologia di vita e di pensiero, un nuovo mondo ispirato a quello classico e volto ad una piena rivalutazione della vita e dell’individuo nei suoi aspetti di umana concretezza.
La vita di Francesco Petrarca è pienamente immersa nei maggiori avvenimenti che caratterizzano il Trecento.
Il XIII secolo aveva messo in evidenza l’inadeguatezza dei
due poteri universali, papato e impero, a mantenere l’ordine che loro stessi
avevano istituito, il XIV secolo aveva invece svelato il loro anacronismo,
dando via libera definitivamente ai moderni stati territoriali e alla
laicizzazione del potere.
La
carica di papa da troppo tempo era diventata più una carica temporale che
spirituale, infatti il pontefice allo stesso tempo era capo di uno stato e
pontifex della comunità cristiana. Per questo motivo l’elezione del pontefice
era diventata appannaggio delle famiglie aristocratiche romane, che imponevano
secondo la loro potenza l’elezione del proprio rappresentante.
L’esigenza di rinnovamento
spirituale all’interno della Chiesa portò all’elezione dell’eremita abruzzese
Pietro da Morrone, che venne consacrato nel 1294 a L’Aquila col nome di Celestino
V. non appena si rese conto di essere un fantoccio nelle mani dei potenti,
nel dicembre 1294 depose la tiara, diventando l’unico papa della storia a
pronunciare il gran rifiuto. Al suo posto venne eletto Benedetto Caetani, che
venne consacrato con il nome di Bonifacio VIII. Gli elettori, questa
volta, vennero convinti dalle sue qualità “politiche”, dalla sua personalità
forte e decisa che sembrava essere adatta a proseguire la politica espansionistica
dei suoi predecessori.
Per prima cosa il nuovo papa si sbarazzò dei Colonna, che nel 1297 assediò e
sconfisse nella loro fortezza di Palestrina, e li escluse dalle indulgenze
plenarie del Giubileo del 1300.
Successivamente cercò di estendere la sua influenza su
Firenze e sulla Sicilia.
Agli inizi del Trecento avviene la nascita dello Stato per ceti: la dissoluzione dei poteri universali (Impero e Papato) lascio spazio all’emergere di formazioni politiche in parte vaste e compatte (monarchie e principati) al cui interno i sovrani tendevano a rafforzare la centralizzazione del potere grazie alla collaborazione dei “ceti” più influenti (clero, nobiltà, borghesia), riuniti in apposite assemblee (cortes, stati provinciali e nazionali, diete), e grazie alla creazione d’eserciti permanenti e strutture amministrative dipendenti dalla corona.
La fine delle ambizioni di potere temporale della Chiesa avvenne ad opera di Filippo IV il Bello re di Francia, rappresentante di uno Stato, la Francia, che era a tutti gli effetti uno Stato di tipo territoriale moderno e non più l’impero di qualche secolo prima. Filippo fu il primo a tentare con convinzione una politica accentratrice in piena indipendenza dal papato e a cercare di creare una Chiesa francese dipendente dal punto di vista economico e politico dal papato, anche se strettamente dipendente da Roma dal punto di vista religioso. Umiliato dal re di Francia, il papato dovette accattare di porsi sotto la sua tutela, trasferendosi per settanta anni ad Avignone (Cattività avignonese 1309-1377). Perse così in questo periodo gran parte della propria autonomia politica, mentre la rapacità finanziaria della Curia pontificia e la corruzione del Clero minavano gravemente la credibilità spirituale e morale della Chiesa.
Dopo il ritorno a Roma dei papi
si apriva il grande scisma d’Occidente, che divise per quarant’anni l’Europa
cristiana.
La rivoluzione sociale che si era
svolta nel XII e XIII secolo aveva visto l’ascesa del dio denaro nella scala
dei valori e di conseguenza dei ricchi a scapito della nobiltà feudale. Proprio
questo denaro che aveva cambiato profondamente la società fu poi alla base
della crisi economica del XIV secolo, che fece da sfondo alla decadenza dei due
poteri universali: il papato e l’impero.
La peste del 1348 decimò, infatti, la popolazione dell’intera Europa, che si
ridusse di in terzo. Tal epidemia aveva avuto una così gran diffusione perché
la maggiore richiesta di alimenti di “lusso” dovuta all’affermarsi della nuova
borghesia, aveva portato alla diminuzione dei campi destinati alla coltura dei
cereali: le masse si trovarono quindi ad essere poco o male alimentate, e
quindi deboli di fronte alle nuove epidemie.
La
diminuzione della popolazione portò ad una conseguente diminuzione della
domanda di produzione agricola, da cui poi dipendeva la vitalità
dell’artigianato urbano, che si basava sulle richieste della popolazione di
campagna. I commerci, a seguito di tale crollo della produzione, divennero
sempre meno vitali e le grandi banche, motori dell’ascesa della borghesia e
della nascita dei comuni, fallirono, i terreni agricoli furono abbandonati. I
signori feudali, in vista di una diminuzione dei loro guadagni, decisero di
aumentare il carico fiscale sui contadini, i quali, già esasperati e ridotti
alla penuria in condizione normale, sfogarono la loro rabbia in movimenti di
protesta. Tali manifestazioni di scontento consistettero in incendi, assassini
e scorrerie che quasi regolarmente venivano represse nel sangue.
Ad esempio, nei primi anni del 1300, ci fu una rivolta nel
Trentino e in Lombardia guidata da Fra’ Dolcino, che predicava la
povertà evangelica e si scagliava contro il clero che aveva secolarizzato i
suoi costumi. Nel 1307 questa rivolta venne soffocata nel sangue da una
crociata promossa da signori feudali e laici e il frate venne ucciso.
Nel
1358 ci fu la rivolta contadina della jaquerie (da Jacques Bonhomme,
così venivano chiamati i contadini dai nobili), guidata da Charlse Guillaume,
il quale diede un carattere unitario ai tumulti rendendoli uniformi allo scopo
di ottenere una rivendicazione sociale unitaria. Appena le autorità catturarono
Guillaume, i contadini rimasti senza guida vennero massacrati.
Nel
1378 la Rivolta dei Ciompi a Firenze fu promossa dai lavoratori della lana più
poveri, i quali reclamavano il riconoscimento di una propria organizzazione
corporativa e una più ampia partecipazione degli strati popolari al governo
cittadino, la sollevazione fu stroncata dalle grandi famiglie patrizie che
controllavano le Arti maggiori tradizionali.
Nel 1381 la rivolta dei contadini inglesi contro la poll-tax (tassa fissa che colpiva ogni suddito di età superiore ai quattordici anni, indipendentemente dal reddito) fu guidata da un contadino, Wat Tyler, e da un prete, John Ball: i rivoltosi marciarono su Londra, costringendo il sovrano a fare ampie concessioni in materia di libertà personali e per l’abolizione delle corvées (prestazioni d’opera obbligatoria che i coloni erano tenuti a svolgere nelle terre dei signori)
Nonostante questi sanguinosi tumulti possano sembrare negativi, alla fine riuscirono a cambiare le condizioni dei contadini. Infatti, la diminuzione della manodopera portò ad un aumento dei salari; i signori furono costretti a stipulare contratti più favorevoli ai contadini per incentivare la ripresa economica, e infine, i signori trovarono più conveniente affittare la terra piuttosto che coltivarla direttamente. Così molti contadini, godendo di migliori condizioni economiche, poterono riscattare i terreni e diventare essi stessi proprietari.
La nascita degli stati Nazionali, la crisi delle istituzioni comunali e l’avvento della Signoria
La crisi dell'universalismo libera le forze nazionali nell'Europa occidentale e favorisce in Italia la costituzione di Stati signorili su base regionale. Nel periodo che va dagli inizi del Trecento alla metà del Quattrocento, la Francia, l'Inghilterra e poi anche la Spagna diventano Stati nazionali. In Italia si diffondono invece Stati regionali sotto l'autorità di singoli signori.
Alcune Signorie feudali non erano mai venute meno nel Nord del nostro paese. Il fenomeno nuovo, che comincia già alla fine del Duecento ma si sviluppa soprattutto nella prima metà del secolo successivo, è costituito dalla crisi delle istituzioni comunali e dal passaggio dal Comune alla Signoria in molte città del Centro e del Nord.
Questa trasformazione è favorita dalla forte conflittualità interna che risulta ingovernabile nell’ambito dell’organizzazione civile e politica del Comune. Non si tratta più solo di contrapposizioni fra partiti, clan e gruppi familiari, ma di lotta di classe che oppone le arti minori e il popolo minuto alle arti maggiori e al popolo grasso. In questa situazione il Comune «rivela sempre più la propria incapacità di mantenersi come presidio delle libertà municipali e come elemento di coordinazione e di coagulo della società» (Chittolini).
Poteva accadere così che la fazione vincitrice attribuisse tutto il potere a un'unica persona, perché lo gestisse da sola, oppure che la parte magnatizia, sconfitta quella popolare, lo offrisse a un suo esponente, come successe a Milano con Matteo Visconti, capostipite della signoria dei Visconti. Così un solo signore concentrava in sé tutta l'autorità e amministrava tutto il potere attraverso una burocrazia che rispondeva unicamente a lui. La libertà comunale e quella limitata forma di democrazia che esse garantivano vennero soppresse. I vecchi particolarismi feudali, mai del tutto aboliti dalle istituzioni comunali, vennero conservati e per certi versi rafforzati, perché nella gestione del potere si presentava sovente ricorso a forme di diritto feudale e di dipendenza personale; e tuttavia questi autonomismi venivano ora inseriti in un’organizzazione statale più organica e centralizzata: la burocrazia signorile tendeva a estendersi su tutto il territorio e a far rispettare l'autorità del signore in modo più unitario e "moderno".
Insomma, si trattò indubbiamente di un processo di rifeudalizzazione, ma esso comportò non un semplice ritorno all’antico, bensì una riorganizzazione dello Stato volta a definire in modo nuovo i rapporti fra i vari centri del potere, ad armonizzarli e a coordinarli. L’egemonia di un Comune sulle città vicine si trasformò in una forma di dominio unitario, con la nascita di veri e propri Stati a base regionale.
Nacque inoltre una nuova nobiltà, la nobiltà di corte, diversa da quella feudale perché meno autonoma rispetto al principe, mentre nella scelta della burocrazia cominciò a prevalere il criterio della professionalità che tendeva a trasformare le relazioni personali in rapporti oggettivi. Se si aggiunge la crisi della cavalleria, la cui importanza nei conflitti era nettamente diminuita a causa dell'invenzione delle armi da fuoco e dell'uso su vasta scala della fanteria mercenaria, si può capire come l'indubbio processo di rifeudalizzazione si sia accompagnato a elementi nuovi e moderni.
Questa modernizzazione dello Stato trova la propria base teorica negli scritti di Marsilio da Padova e in particolare nel suo Defensor pacis [Difensore della pace], composto nel 1324 a Parigi, nel periodo del suo insegnamento universitario in questa città. Marsilio da Padova (1280 circa-1343) era un pensatore aristotelico. In campo politico, sosteneva la completa laicità dello Stato e, come Dante nella Monarchia, la separazione dei poteri fra Stato e Chiesa: quest'ultima doveva limitare la propria autorità alle questioni spirituali e morali, mentre lo Stato doveva mirare all’interesse comune dei cittadini attraverso lo strumento della legge concepita come espressione della volontà popolare.
La nascita delle Signorie crea in Italia una situazione politica nuova. Nel Nord dominano la signoria milanese dei Visconti e la Repubblica di Venezia, mentre un ruolo minore hanno i Gonzaga a Mantova, gli Scaligeri a Verona e gli Estensi a Ferrara e uno marginale i marchesati di Saluzzo e di Monferrato e la contea di Savoia. Quanto a Genova, pur conservando un ruolo economico di primo piano, perde ben presto la libertà politica, passando sotto l'egemonia degli Angioini, dei Francesi e infine di Milano.
In Toscana le istituzioni comunali durarono più a lungo. Lucca e Siena conservarono per secoli la loro autonomia (Siena fino alla metà del Cinquecento, Lucca addirittura sino all'Ottocento), mentre Pisa la perdette nel 1406, a vantaggio di Firenze, quando già il resto della regione (eccettuate ovviamente Lucca e Siena) era passato sotto il controllo di questa città. A Firenze, la forma di potere comunale si mantenne ancora per tutto il Trecento; ma dopo il tumulto dei Ciompi e la sconfitta, quattro anni dopo (1382) della parte popolare, il governo della città passò sotto il controllo di una ristretta oligarchia, espressione di una nuova aristocrazia di origine mercantile che avrebbe favorito, nella prima metà del Quattrocento, il passaggio alla Signoria dei Medici.
In conclusione, in Italia l'equilibrio politico poggiava sulle alleanze
o sui conflitti dei cinque Stati maggiori: quelli di Milano (Visconti),
Venezia, Firenze, del Regno di Napoli (Angioini) e dello Stato della Chiesa.
Ciascuno di loro era in grado, alleandosi con altri, di impedire a ciascuno
degli altri quattro di acquistare un’egemonia sull'intera penisola. La
conseguenza fu che nessuno di loro fu capace di imporre il proprio potere e di
unificare l'Italia in un unico Stato, sull’esempio francese o inglese. In
Italia, come in Germania, si crearono invece le condizioni per una divisione
che durerà per cinque secoli.
La riorganizzazione della cultura e i nuovi
centri di diffusione del sapere
Nell’Alto Medioevo la cultura dotta era limitata ai monasteri. Nel XII e
XIII secolo diventa patrimonio delle università, mentre nei Comuni si diffonde
una cultura pratica, dominata dagli studi del diritto e della retorica. A
partire dalla seconda metà del Trecento, insieme ad una crescita
dell’alfabetizzazione, si assiste a una maggiore diffusione della cultura, che
cessa di essere elaborata solo dalle università e da chierici specialisti e si
sviluppa anche fuori delle scuole, tra grandi dilettanti, nelle botteghe, nei
palazzi, nelle corti delle città mercantili d'Italia e d'Europa.
Questa proliferazione e moltiplicazione dei centri culturali non è dovuta
solo all'affermazione di un articolato sistema di corti, di signori e di
mecenati, che ospitano e proteggono scrittori e artisti, incoraggiano la
formazione di biblioteche e sostengono le spese per la committenza di opere
letterarie, scientifiche e artistiche. Anche a una maggiore
professionalizzazione e autonoma degli intellettuali che non sono più legati a
un Comune e a una realtà cittadina, viaggiano di corte in corte e di città in
città, si scambiano codici e informazioni, creano sodalizi e cenacoli, circoli
e accademie, promuovendo direttamente l'organizzazione della cultura e
conferendole un carattere attivo, diffuso e, per cosi dire, itinerante. Da
questo punto di vista Boccaccio e soprattutto Petrarca, con i suoi viaggi in
tutta Europa, rappresentano già figure nuove di intellettuali e di uomini di
cultura svincolati dalle istituzioni sia accademiche sia cittadine.
I centri di elaborazione culturale si sviluppano essenzialmente intorno
a tre tipi istituzione: le università, le corti ed i cenacoli.
Le università
conobbero un processo di crescita e di diffusione per iniziativa degli stati
regionali e nazionali.Per le burocrazie di sovrani e di signori occorreva
infatti un personale specializzato, dotato di alte conoscenze in campo
giuridico ed amministrativo: di qui le iniziative statali in campo
universitario. In buone misura esse erano ancora legate ad un sistema culturale
fondato sulle superiorità della teologia e sull’impianto dottrinario della
Scolastica che ormai stava entrando in crisi.
Quanto alle corti, esse erano sede di committenza di opere d’arte e,
talora, di raccolta in biblioteche del patrimonio librario, mentre i signori
offrivano il loro patronato a scrittori e artisti. I maggiori signori erano: gli Scaglieri a Verona accolsero
per esempio dante; i Visconti a Milano ospitarono Petrarca; gli Estensi a
Ferrara; Roberto D’ Angiò a Napoli ebbe fama di grande letterato e fu scelto da
Petrarca quale esaminatore per ottenere l’incoronazione a poeta.
Anche dove rimanevano
le istituzioni repubblicane, come a Venezia e a Firenze, gli Stati regionali
promossero la committenza di opere letterarie ed artistiche.
Un fenomeno nuovo fu la nascita dei cenacoli, vale a dire forme di auto-organizzazione
culturale degli intellettuali, che si riunivano in sodalizio per studiare
insieme i classici. Il più importante si formò a Firenze nel convento di Santo
Spirito, sede id incontro di un gruppo di uomini di cultura. Questo cenacolo
gravitava attorno alla figura di Luigi Marsili, agostiniano, amico e
corrispondente di Petrarca.
La trasformazione degli scrittori in letterati "separati" (non
più organicamente a una realtà politica o inseriti in un progetto politico
complessivo) produce alcune conseguenze nel loro comportamento pratico e
nell’autocoscienza letteraria che influenzeranno per secoli la storia
letteraria del nostro paese. Ne elenchiamo alcune.
1.I nuovi intellettuali mirano a stabilire
rapporti del tutto personali con i detentori del potere sulla base di uno
scambio: i signori offrono ospitalità e protezione, gli scrittori il lustro e
il prestigio conferito dalla loro residenza nelle corti e dall’assolvimento di
alcuni incarichi prestigiosi (ambascerie, direzione della segreteria dei
signore ecc.), nonché dalla celebrazione nelle loro opere della liberalità dei
mecenati.
2. Poiché il fondamento del prestigio degli
intellettuali preumanisti e umanisti sta nella loro dottrina, nel rigore degli
studi e delle opere, e non più nella immediata utilizzazione di queste ultime a
fini politici o religiosi, ne risulta profondamente modificata la coscienza che
gli scrittori hanno di sé e dei proprio ruolo. Essi mirano a creare un'immagine
di sé ideale e perfetta, a sottrarsi alle contingenze del tempo e dello spazio,
a trasformarsi in modelli, a monumentalizzarsi, rivolgendosi ai posteri più che
ai contemporanei, alla umanità in generale più che a una particolare comunità o
a un singolo Stato (la lettera di Petrarca “Ad posteros”, da tale punto di
vista davvero esemplare.
3. Ne derivano due comportamenti pratici diversi
e tuttavia complementari.Poiché la virtù viene identificata con la cultura, á
dotto si aprono due strade: o «candidarsi all'espletamento di una funzione
egemonica» come direttore delle coscienze in senso politico ed
etico-pedagogico, oppure «assumere un atteggiamento di stoico distacco dalla
vita attiva, per coltivare in solitudine la propria perfezione interiore»
(Gaeta). In entrambi i casi si rivendica un primato ideale delle lettere e di
chi vi si dedica. Idealmente poi tale primato viene a coincidere con quello dei
classici e della civiltà romana, che questi intellettuali assumono come modello
e di cui si considerano unici credi e legittimi continuatori.
4. Comincia a svilupparsi una letteratura a
circuito interno: scritta da umanisti per altri umanisti e comunque destinata a
una élite che sola può capire o apprezzare lo studio dei classici e proporseli
come modelli. In questi casi viene meno la coincidenza fra committenza e utenza
dell'opera. A partire da Petrarca, lo scrittore rivendica la propria libertas,
non vuole subordinare la propria attività intellettuale a una committenza
esteriore e intende rivolgersi a un pubblico nuovo, che non è quello dei
mercanti o dei borghesi e neppure quello delle università o della Chiesa, ma
solo quello, assai ristretto, dei dotti che amano e coltivano le humanae
litterae.
A differenza di quanto avviene per altri grandi intellettuali e
scrittori, compreso Dante, la formazione culturale di Petrarca dipende assai
più da letture private di testi che non da frequentazioni di maestri. La
possibilità di ricostruire la biblioteca di Petrarca, vale a dire il catalogo
dei codici posseduti dal poeta, coincide dunque in larga misura con
l'opportunità di valutare la sua formazione culturale. Da una parte i codici di
proprietà dello scrittore indicano i modelli e le guide della sua formazione;
dall'altra testimoniano i suoi interessi, essendo spesso il frutto di laboriose
ricerche e di copiature effettuate a volte dal poeta stesso.
Per quanto riguarda la diversificazione delle biblioteche, occorre
distinguerne quattro tipi: quelle degli ecclesiastici tradizionali, quelle dei
mercanti , quelle delle grandi famiglie signorili e delle istituzioni
pubbliche, quelle degli intellettuali preumanisti e poi umanisti. Mentre le
prime non presentano mutamenti significativi, le novità riguardano le altre
tre. Uno studio bene biblioteche dei mercanti del Trecento mostra la crisi di
quelle medie e la tendenza a biblioteche piccole (cinque, dieci volumi),
eterogenee e casuali nelle scelte, o a biblioteche grandi (oltre cinquanta
libri) caratterizzate dall’apertura alla nuova cultura preumanista e umanista.
Passando dalla prima alla seconda metà del secolo, tende infatti a decrescere
la presenza dei tradizionali autori medievali e ad aumentare, invece, quella
dei classici latini, mentre, fra i poeti volgari, al primo posto compare,
invece di Dante, Petrarca: gli autori più presenti, oltre a quest’autore e a
Boccaccio, sono infatti Cicerone, Virgilio, Ovidio.
Quanto alle biblioteche signorili o di istituzioni pubbliche, esse
rappresentano un'autentica novità. Sono biblioteche laiche, del tutto diverse
da quelle medievali dei monasteri. Basterà ricordare quella di Verona che
favori lo sviluppo degli interessi umanistici in questa città, quella di
Ferrara, formata dagli Estensi, specializzata nella letteratura cavalleresca
sia in lingua d'oil che nei vari volgari, quella di Roberto d'Angiò a Napoli,
diretta da un grande erudito, Paolo da Perugia, e caratterizzata dalla presenza
di opere latine classiche e medievali e soprattutto da molti codici francesi di
poesia epica, lirica, romanzesca che influenzarono la formazione del giovane
Boccaccio.
La biblioteca petrarchesca era di eccezionale vastità per l'epoca,
superando certamente i duecento titoli. Più rilevante ancora è la rarità di
alcuni dei testi che appartenevano al poeta. Già dal padre questi ricevette,
ancora giovanissimo, i primi preziosi codici di classici latini; i quali
contribuirono a formare il suo gusto e a far nascere la passione per la
bibliofilia. Faceva parte di questi preziosi codici una copia delle principali
opere di Virgilio (ora conservata a Milano presso la Biblioteca Ambrosiana),
carissimo a Petrarca, che prese l'abitudine di appuntarvi la data di morte
delle persone più care, a partire da Laura.
Facevano parte dei codici del poeta, oltre al prediletto Virgilio,
molti altri importanti autori classici latini, fra i quali Orazio, Seneca,
Cicerone, Livio, Quintiliano; nonché molti Padri della Chiesa. Tra di loro una
posizione di rilievo è occupata da sant'Agostino. Un altro settore eccezionale
della biblioteca petrarchesca riguarda le opere dei classici greci, quasi
sconosciute fino a quel in momento in forma diretta: il poeta possedeva - in
traduzione latina - diverse opere di Platone e di Aristotele, nonché l'Iliade
e l'Odisseo. Ciò permette di valutare
la vastità della cultura classica petrarchesca e l'originalità di essa rispetto
alla tradizione medievale. Il suo contatto con il mondo greco e soprattutto
latino non avviene in forma rigorosamente mediata (cioè attraverso compilazioni
enciclopediche o rifacimenti scolastici), ma in forma diretta. Anzi: l'amore di
Petrarca per i libri è innanzitutto amore per le fonti originali della
produzione letteraria e filosofica antica. Il gusto, perfino maniacale, per la
ricerca di opere dimenticate in biblioteche e archivi non solo produsse
cospicui risultati filologici (soprattutto per Cicerone) e non solo incoraggiò
un'attività culturale che sarebbe stata alla base dell'Umanesimo, ma determinò
innanzitutto le idee nuove del poeta in merito al mondo classico e al compito
dell’intellettuale moderno.
D'altra parte il rapporto con i classici latini è inteso da Petrarca in
tutta la sua responsabilità storico-critica: egli si adoperava
appassionatamente non solamente per recuperare testi perduti, ma anche per
liberarne la tradizione manoscritta dalla inevitabile corruzione, sforzandosi
di restituire il testo originale attraverso tecniche non lontane da quelle
della moderna filologia testuale. La coscienza della specificità linguistica
non andava per altro disgiunta dalla coscienza della specifica dignità storica
e critica delle varie opere: nasce cioè con Petrarca una prima esigenza di
riordinamento storiografico del mondo classico, non più inteso come un universo
compatto e astorico. In questo modo, anche, si afferma la percezione di una
distanza da quel mondo e da quei modelli. L’esaltazione petrarchesca della virtus
antica in opposizione alla degradazione presente è un modo attraverso il
quale si esprime la consapevolezza di una differenza essenziale tra mondo
antico e mondo moderno. Questa consapevolezza (che è tutt'uno con la nascita
stessa della modernità) verrà ripresa e approfondita dalla cultura umanistica.
Nondimeno il contatto con le maggiori esperienze liriche delle nuove letterature fu certamente profondo e meditato, benché Petrarca si cimentasse poi nella composizione in volgare solamente per i testi lirici del Canzoniere e per i Trionfii, e cioè per una porzione quantitativamente minima della propria opera. A lungo si è anzi insistito sullo scarso valore attribuito dal poeta a questa sua attività; e in effetti egli stesso definisce nugae, cioè "inezie, cosette”, i propri testi volgari, mentre il titolo attribuito all'insieme dei testi lirici volgari (Rerum vulgarium fragmenta [Frammenti di cose volgari]) potrebbe alludere anch'esso a una marginalità e quasi a una incompiutezza. In realtà le cose stanno diversamente. Certo: il poeta si aspettava gloria immortale piuttosto dalle opere colte in latino che non da quelle private in volgare, e la corona di poeta gli fu conferita per le prime, non certo per le seconde (quasi sconosciute ai contemporanei, che d'altra parte in Petrarca apprezzavano l'erudito, il filosofo, il rinato poeta epico latino, non il lirico volgare). Ma numerosi dati dimostrano senza possibilità di errore che anche ai testi volgari del Canzoniere il poeta dedicò cure appassionate, riscrivendo di continuo e correggendo testi precedenti, lavorando con varie prove attorno ai medesimi temi, mutando e riorganizzando senza requie l'ordine e la struttura dell'opera nel suo insieme, copiando o facendo copiare, sotto A proprio diretto controllo, instancabilmente, l'intera raccolta. D’altra parte la stessa insoddisfazione che lo torturava nella composizione delle opere latine si manifestava nella scrittura dei testi in volgare.
Petrarca estende una polemica al tipo di scrittura usata nelle università e nelle copisterie a cui il mondo universitario si rivolgeva. Egli propone, in sostanza, una riforma grafica, improntata a criteri di chiarezza, semplicità, correttezza ortografica, che rendano possibile la distinzione netta delle lettere l’una dall'altra e di regolamentare la punteggiatura dando adeguato rilievo agli snodi del periodo e alla struttura sintattica. Per questa riforma egli si ispira in parte alla minuscola carolina, che considera un modello insuperabile di grafia; rinuncia tuttavia a prenderla a modello, limitandosi a un compromesso fra questa antica forma di scrittura e la gotica allora in uso: è, appunto, la semigotica . Sulla base della riforma petrarchesca sarà inventata dagli umanisti, pochi decenni dopo la morte del poeta, la minuscola umanistica che porrà fine alla tradizione gotica della scrittura.
Infine, il bilinguismo di Petrarca segna una divisione di competenze tra latino e volgare senza che ciò implichi una svalutazione di una delle due lingue. Il latino è per lo scrittore la lingua pubblica, la lingua degli intellettuali europei, la lingua capace di bloccare, eternandola, la funzione prestigiosa del dotto. Il volgare è invece una lingua privata, o anche, se si vuole, la lingua del privato, dell'interiorità, della coscienza. Se un'insicurezza poteva avere il poeta sulla validità di questo secondo mezzo espressivo, si tratta di un'insicurezza che riguarda piuttosto la liceità e il valore degli ambiti a esso riservati: l'ideologia di Petrarca infatti si riconosceva piuttosto nell'immagine pubblica ed esemplare dell'intellettuale che non nella figura complessa, lacerata e contraddittoria dell'interiorità soggettiva. Questa poteva spaventare per la sua sconcertante novità. Ma è proprio in questa novità che risiede la primaria ragione di grandezza dell'esperienza petrarchesca.
Francesco Petrarca, alternò
presto alla musica virgiliana e ciceroniana dei suoi latini, il classicismo
delle rime, dove scelse risolutamente il simbolismo mitico dafneo
per celebrare i « verdi rami » della sua « Lauretta » e intraprendere così i
suoi primi esercizi di raffinata aristocrazia letteraria anche in volgare. A
questo simbolismo erotico anzi avrebbe congiunto l'emblematismo di tipo
cortigiano, quando fu costretto ad accettare l'ufficio di cappellano nella
possente famiglia prelatizia dei Colonna, esuli (come anche lui si considerava
ad Avignone) e tra i maggiori sostenitori del partito italianizzante della
Curia: « gloriosa columna in cui si appoggia /nostra speranza e il gran nome
latino » (Rime vi).
Il padre apparteneva ad un ceto
subalterno d’intellettuali piccolo-borghesi, ed egli, costretto a raccogliere
la carriera ecclesiastica dopo la dissipante vita avignonese e la morte di ser
Petracco, portò in questa carriera una tipica aspirazione all'ascesa sociale.
Riuscì infatti a conquistare una posizione di prestigio e di libertas (cioè
di privilegio) in poco più che un decennio, limitando alle prebende dei
canonicati i suoi impegni ufficiali con la Chiesa e disponendo appieno, con un
ampio margine di autonomia anche economica, della sua attività intellettuale. I
doveri del celibato non gli impedirono di avere figli naturali nella Babilonia
avignonese. L'ascesi letteraria e
mistica a Valchiusa non gli impedì numerosi viaggi e di stabilire innumerevoli
rapporti, oltre quelli che gli offriva Avignone come sede internazionale dei
Papato. Il misogallico disprezzo per la cultura barbara non gl'impedì
l'assimilazione del patrimonio lirico provenzale, realizzando un canzoniere di
tipo assai diverso ma non indipendente dai precedenti come quello di Giraut
Riquier.
Questa sua posizione di chierico cosmopolita non solo non
contraddiceva ma esigeva la pratica del bilinguismo, col predominante
uso del latino non che nel carteggio e negli studi eruditi, nella stessa
attività creativa. Tutto ciò gli diede una gloria più che italiana e una
posizione eccezionale nei confronti dei potenti con i quali ebbe sempre l'aria
di amico che condiscenda a collaborare, accettando quelle missioni diplomatiche
o quelle funzioni culturali che si conciliassero con le sue idealità.
Le contraddizioni intime cui lo espose il ritiro a Valchiusa, tra l'erotismo
represso e l'ascetismo contemplativo gli fecero cercare quelle affannose
fughe nel mondo e nel passato che sempre lo riportavano poi a sprofondare in sé
stesso, a raccogliersi in una condizione memoriale di analisi continua, di
assorta attenzione al sentimento del tempo. Proprio questo metodico,
agostiniano, esistenziale esercizio di contemplazione della morte nella vita,
del presente che si fa velocemente passato, e del passato che pure si può
rievocare e rivivere nel presente attraverso la storia e la poesia, segnava la
nascita altamente poetica di una nuova condizione storica dell'uomo, vista per
la prima volta nella sua miseria e nella sua grandezza: nella decadenza di
tanti potentati, in mezzo a tante catastrofi e lutti, si affermava
l'individuale capacità di superare gli affanni e i dolori, fermare nel ricordo
la fuga degli eventi, assaporare gli effimeri piaceri della gloria.
Il brivido esistenziale
dell'eterno caratterizza la sua personale fase di scoperta dello storicismo, e
s’inscrive in un preciso contesto del quale lo scrittore fu partecipe e spesso
tutt'altro che distaccato testimone, passando dagli studi prediletti del mondo
antico e dai colloqui coi fantasmi del mondo antico, ai colloqui epistolari con
i contemporanei.
Questa vasta produzione memorialistica sembra nata dal proposito
di eternare in un linguaggio incorruttibile di « novelle » vere del presente e
cronache memorande, altro che quelle degli scrittori in volgare, si chiamassero
Boccaccio o Froissart.
Dopo l’infatuazione letteraria per Cola di Rienzo, le simpatie di Petrarca andavano ai reggimenti stabili, a quella «pace » che era invece messa continuamente in forse dalla necessità economica di uno sviluppo regionale. Per questo ai suoi occhi la saggia oligarchia veneta, come prima la signoria di Giovanni Visconti e successivamente quella dell'ultimo signore di Padova, non potevano che suscitare il suo consenso di ciceroniano, di conservatore.
L'ultimo ventennio italiano (1353-74) della vita di Petrarca coincise con quella affannosa ricerca di un assetto politico ond'era travagliata più che mai la penisola..
Nessuno meglio di un umanista di vasta e indiscussa fama, depositario e interprete della lezione degli antichi, poteva riuscire più utile a signorie in ascesa, come erano queste del Nord. In assenza di proprie tradizioni culturali esse potevano giovarsi di questo chierico di eccezione, che mediava dal passato al presente quei valori superstiti della civiltà considerati i soli ormai assoluti e universali. li prestigio culturale e politico delle Signorie riusciva ancor più nobilitato e rafforzato; ma anche il prestigio dell'intellettuale si accresceva e poteva esercitarsi con più autorevole risonanza.
Passando dal raccoglimento suburbano di Milano al palazzo sul Canal Grande e dalla corte carrarese di Padova alle solitudini di Arquà, dai contatti con i potenti della terra alle letture, allo studio, al lavoro creativo, egli realizzò condizioni mai raggiunte da altri intellettuali.
Per questa capacità di farsi
oratore ad un vasto pubblico, di partecipare sia pure dall'alto di una
superiore esperienza e col distacco del savio, Petrarca deve essere considerato
in tutto il suo impegno civile al non rifiutare i doveri di edificazione etica e direzione culturale che gli
imponeva l'eccezionalità stessa della sua posizione. Certo questo impegno
tendeva a farsi < metapolitico », e a salvaguardare innanzitutto le
prerogative inalienabili della libertà interiore, per approfondire la
consapevolezza della realtà contemporanea ad esercitare innanzi tutto in sé
medesimo un'analisi attenta e circospetta dei mutamenti. Ma tutto ciò rientrava
in una concezione ben coerente a questa prudente ricerca di una soluzione
ideale alla crisi, ed egli offrirà sé stesso come modello alla nuova casta
degli umanisti. Ancorato al culto del mondo classico, egli era in grado di
cavarne l'autorizzazione ad atteggiamenti diversi per adattarlo alle occasioni
del momento, ma sempre associandole ad un costante ideale di nazionalismo
letterario, si trattasse del tribuno Cola o del buon re Roberto, o del duca
Giangalcazzo Visconti: un tiranno che non era insensibile a esigenze di
politica culturale e che sarebbe stato salutato (come già fu Roberto) speranza
di una italiana unità.
Questa ideologia umanistica era coerentemente aristocratica sia sul
piano politico che su quello sociale e religioso. La comprensione di Petrarca
per il vulgo inerme era sincera, ma altrettanto convinto il consenso
alla spietata repressione delle disperate ribellioni, come quelle promosse da
lacopo Bussolari a Pavia contro i Visconti. Ed è significativo il distacco da
Cola di Rienzo quando il tribuno di Roma si mutò in eversore messianico in nome
di una palingenesi universale. Nella religiosa aspirazione ad una sorta di
consorzio spirituale attraverso le lettere è vero che Petrarca mirava a «un
ritorno dell'uomo all'uomo attraverso il contatto con gli uomini » (Garin). In
questa religiosa aspirazione è sempre presente Dio.
La devota rusticitas, la rozza e superstiziosa devozione era
contraria al suo gusto anche quando non avesse una carica eversiva. Perché la
spiritualità raffinata e individualizzante della sua docta religio era
un rifiuto agli apocalittici terrori della morte e della dannazione: si volgeva
verso una divinità consolante, che avesse pietà e comprensione non solo
dell'esperienza catastrofica di calamità senza pari in cui era stata provata
l'umanità del suo secolo, ma anche indulgente agli individuali peccati, al
culto idolatrico della bellezza e della fama, le nuove idealità che
costituivano la contraddizione specifica del suo umanesimo cristiano.
Attraverso la meditazione filosofica e lo studio si elaborava l'«arte del ben morire » che trasferiva la morte « dal piano della paura a quello della consapevolezza» (Garin) e dava all'esperienza religiosa dell'uomo colto una misura etica superiore, una nuova serenità nell'itinerario verso Dio in modo da attuare la morale dei « quaggiù si gode e la strada del ciel si trova aperta ». Beato è il viaggio di coloro che si dirigono verso la santità, ma « quello e più glorioso che, da più bella luce accompagnato, giunge più in alto: ond'è che alla devota pietà di un uomo letterato, inferiore riesce nel paragone la pietà, benché devota, di un ignorante » (Seniles i, 5). In queste parole di conforto al Boccaccio terrorizzato da predizioni di eterna condanna, il Petrarca compendiava il messaggio dei suo umanesimo cristiano ritrovato sulle orme di Agostino e n'ella rilettura moderna di Platone, di Cicerone e di Seneca. La convergenza di platonismo e stoicismo era la premessa di quell'incontro tra studia humanitatis e studia divinitatis che divenne il tema dei suo vero scolaro, Coluccío Salutati, il futuro cancelliere della oligarchia mercantile e patrizia. Questo umanesimo che si preoccupava di ritrovare l'uomo nell'Uomo eterno (un valore categoriale proiettato da una ben concreta società nei cieli rinnovati e purificati dal sacrificio di Cristo) segnava così il risoluto inizio di tutta la corrente platonizzante dei secoli rinascimentali.
Il Canzoniere avrebbe contribuito decisamente a popolarizzarla soprattutto nel Cinquecento (invece nel Trecento la circolazione dei Petrarca volgare, prima parziale ed esigua, ma sempre abbastanza circoscritta, fu una conseguenza e un riflesso della fama e della presenza del Petrarca latino, quando già la sua personalità dominava sui circoli classicisti sia in Italia che in Europa).
Giustamente si è dato rilievo alla portata storica del suo piatonismo nei limiti di una sostanziale ignoranza del pensiero aristotelico e nel quadro di una polemica che si volgeva contro la cultura scientifica, contro il naturalismo dei fisici aristotelici di Venezia, Padova e Bologna (come ha dimostrato il Kristelier). Ma non si è posto in evidenza la sua avversione contro i «moderni sofisti della logica terministica » (Garin). Anche questo antioccamismo era una operazione di lungimirante conservazione, diversa dalla posizione dei Boccaccio, schierato sul fronte opposto.
La vita
Francesco Petrarca nasce ad Arezzo nel 1304 da Ser Petracco, un notaio fiorentino che faceva parte del gruppo dei Bianchi, esiliato come Dante nel 1302 in seguito alla vittoria dei Neri, e da Eletta Canigiani
Vive dapprima all'Incisa Valdarno
dal 1305 (nel viaggio per raggiungere questa località il piccolo Francesco
rischia addirittura di annegare) dove nel 1307 nasce il fratello Gherardo, e
poi a Pisa dal 1311, dove la famiglia si trova nuovamente riunita, e vi compie
i primi studi.
Nel 1312 il padre si trasferisce ad Avignone (lavorava presso la corte
Pontificia) e colloca moglie e figli a Carpentras, dove Francesco Petrarca
comincia a studiare guidato da Convenevole da Prato; tra il 1313 e il 1316 vive
con la madre a Carpentras, dove studia latino con il maestro italiano
Convenevole da Prato (altro Bianco in esilio) insieme a grammatica, retorica e
dialettica. Nasce in questi anni l'amicizia con Guido Sette, che diventerà
arcivescovo di Genova (ricorderà questo periodo nella lettera Seniles X,
due).
Viene dal padre avviato agli studi
giuridici (mai veramente amati) perché preferisce quelli umanistici, che compie
prima presso l'Università di Monpellier (1316-1320). In una lettera di
circa cinquant’anni dopo, Seniles XVI1, racconterà che a quindici
anni, avendolo trovato intento alla lettura dei classici, suo padre gli aveva
bruciato tutti i libri, tranne due, uno di Virgilio e l'altro di Cicerone. Nel
1318 o 1319 muore la madre.
Nel 1320 viene inviato a Bologna, il
maggior centro di studi giuridici d'Europa, insieme al fratello Gherardo e a
Giacomo Colonna, col quale stringe un'amicizia fraterna che durerà per tutta la
vita, preferendo affinare la sua cultura umanistica, piuttosto che approfondire
gli studi giuridici. Bologna sarà un soggiorno importante per Petrarca non solo
perché approfondisce gli studi giuridici, di cui lo interessava, restandone in
qualche modo affascinato, l'aspetto teorico, che ricollegava agli ordinamenti
della civiltà romana che aveva già cominciato a conquistarlo, ma soprattutto
perché era venuto a contatto con giovani che non scrivevano versi in latino, ma
nella lingua che parlavano quotidianamente, eredi di Guido Guinizzelli.
Torna ad Avignone nel 1326 a causa
della morte del padre, pone fine insieme
al periodo degli studi regolari e della prima spensierata giovinezza. Nella
città dei papi, ormai assurta o decaduta al rango di capitale mondana, lo attende un
periodo di vita elegante e dissipata, ma già forse non priva dei pungolo di
cure pratiche e di affetti più profondi: un periodo di vanità e di
vaneggiamenti non privi di amara consapevolezza, che il poeta rievocherà con
accenti di rimpianto e di vergogna in una famosa epistola scritta Intorno al
1348 al fratello Gherardo.
Il 6 Aprile dell'anno seguente vede per la prima volta Laura nella
chiesa di Santa Chiara d'Avignone, sull'ora prima, la cui vera identità
rimane sconosciuta.
L'avvenimento più importante di questo periodo è l'incontro avvenuto il
« dì sesto d'aprile » del 1327, un venerdì santo, nella chiesa di Santa Chiara
in Avignone, con colei che sarebbe stata da questo momento l'oggetto di un
amore tanto intenso e tenace, quanto infelice e ansioso: l'oggetto e non unico,
certo preminente delle sue rime volgari. Sulla vera identità di Laura grava
ancora - a distanza di tanti secoli e pur dopo tante ricerche erudite - l'ombra
di un mistero che è destinata probabilmente a non esser mai dissipata. Del resto
anche nella poesia, in cui più veramente vive, ella non ha che le parvenze
labili ed eteree delle creature poetiche: tanto labili ed eteree che già ai
contemporanei dei poeta ella poté destare il sospetto di essere nient’altro che
una donna immaginaria, il suo nome solo un'allegoria dell'alloro poetico,
l'amore del poeta per lei un semplice pretesto ai simulati sospiri di una
poesia fittizia. Ancora nel 1336, in una commossa epistola
all'amico Giacomo Colonna, il poeta doveva difendersi da queste accuse e
riproporre fermamente l'effettiva realtà della donna e del suo amore. La verità
è che Laura deve essere - come è ovvio - certamente esistita, quali che siano
le difficoltà di identificazione; e l'amore del poeta fu senza dubbio un amore
umano e non letterario, intenso e intero, dei sensi e non pure dell'anima.
Sennonché proprio per la sua intensità estrema e la sua drammatica interezza,
per la sua inestinguibile pertinacia, per il suo carattere di sentimento non
corrisposto e perpetuamente inappagato, per la sua natura non libera e quasi
fatale, questo amore finì per smarrire i suoi connotati reali e per assumere le
sembianze immaginarie di un mito.
Laura,
donna vera e reale, finì col diventare anche essa un mito, anzi un simbolo:
perché nella sua immagine prodigiosamente si incentravano le immagini di tutte
le cose terrene vagheggiate e in attingibili, delle gioie desiderate e perdute,
delle creature vive ma effimere e destinate a perire. Quando sopravverrà poi la
crisi morale e religiosa, il mito si arricchirà di ombre più inquietanti, di
più acuti turbamenti.
Dopo la morte di Laura, il mito acquisterà accenti sconsolati, risonanze
più strazianti, finché non si rasserenerà nella quiete di un rassegnato
rimpianto, di una delusa saggezza.
Sopraggiungono difficoltà economiche, e Francesco è
costretto a cercarsi un impiego; sceglie così la carriera ecclesiastica, che
vede come un'onesta professione. Tra il 1327 e il 1330 vive presso Giacomo
Colonna, e nel 1331, è accolto presso la corte di Giovanni Colonna, fratello di
Giacomo, uno dei più autorevoli rappresentanti del gruppo italiano nella Curia
papale.
Nella primavera del 1333 si
svolge il primo dei suoi lunghi viaggi, che dura tutta l’estate attraverso la
Francia, le Fiandre e il Brabante, toccando Parigi, Gand, Liegi (dove scopre
due orazioni di Cicerone), Aquisgrana e Colonia. Rientra ad Avignone passando
per le Ardenne e Lione, un viaggio. Tornato ad Avignone conosce il frate
agostiniano Dionigi da Borgo San Sepolcro, al quale confida i suoi intimi
turbamenti: come risposta riceve in dono un codice delle Confessioni
di Sant’Agostino, che a sua volta regalerà quarantun anni più tardi, poco prima
di morire, al frate agostiniano Luigi Marsili. L'episodio apparentemente irrilevante assumerà più tardi il
significato d'una svolta: esso segna l'inizio di una conversione letteraria e
filosofica dalla cultura classica alla letteratura cristiana o per dir meglio
avvia il poeta verso un originale sincretismo classico-cristiano; ma
soprattutto commuove in lui quella lunga, ansiosa crisi morale e religiosa, che
dalla conversione di Agostino, dalla sua eroica rinuncia ai piaceri del mondo,
trarrà alimento di speranza e di sconforto e si configurerà sotto forma di un
insanabile contrasto fra desideri terreni e propositi di purificazione, ovvero
di un dissidio fra la carne e l'anima, fra la terra e il cielo.
Dopo aver ottenuto nel 1335, per
mezzo del cardinale Colonna, da papa Benedetto XII il beneficio del
canonicato nella cattedrale di Lombez, l'anno seguente è a Roma; tornato in
Francia, nel 1337, nell'estate gli nasce un figlio, che chiamerà Giovanni, da
una donna colla quale non era unito in matrimonio e nell'autunno si ritira in
Valchiusa, dove aveva acquistato una casetta, lontano dalle preoccupazioni
della curia papale. Valchiusa
rappresenta ai suoi occhi l'antitesi della città dei papi: con i suoi prati, i
suoi boschi, la corrente del fiume Sorga, i suoi profondi silenzi, era
certamente il luogo in cui il poeta poteva meglio attendere in sereno raccoglimento
alla composizione delle sue opere. Ma Valchiusa è soprattutto un luogo
dell'anima: l'asilo in cui ogni inquietudine si placa ó si dissolve il
simbolo di una condizione dell'esistenza, il sigillo di una vocazione.
Comincia un periodo di grande
attività letteraria: inizia a scrivere il De viris illustribus e un
poema epico, l'Africa, per il quale verrà incoronato poeta in
Campidoglio. "Nasce, nel rigoroso rispetto del vero storico, un
velleitario tentativo di epica nazionale, dove il legame col passato è
puramente ideale, attraverso la concezione provvidenzialistica di Agostino e di
Dante. Scipione è presentato come un eroe perfetto, senza umane debolezze. Le
passioni toccano Massinissa e Sofonisba in un episodio marginale. Non si
delineano personaggi compiutamente rappresentati, ma solo situazioni poetiche,
dove si effonde il lirismo e l'elegia cristiana, sulla morte che trionfa su
tutto, oltre la guerra, le illusioni e le passioni degli uomini".
Nel 1340, divulgatasi la fama del
poema, che comunque rimarrà incompiuto, dal Comune di Roma e dall'Università di
Parigi gli offrono contemporaneamente l'incoronazione poetica. Petrarca sceglie
Roma e il 16 febbraio 1341 parte da Avignone con destinazione Napoli per
essere esaminato dal re letterato Roberto di Napoli, che lo giudica degno
dell'ambito “alloro poetico”, che gli verrà consegnato in Campidoglio
l'8 aprile dalle mani del conte Orso dell'Anguillara, senatore romano
imparentato con la famiglia Colonna: al termine della cerimonia depone la
corona sulla tomba di San Pietro. Dopo aver dimorato a Selvapiana, presso
Parma, nel 1342 torna ad Avignone, dove conosce Cola di Rienzo. Nell'autunno si
rifugia di nuovo a Valchiusa, allontanandosi dalla frenetica vita della corte
papale.
Nel silenzio di Valchiusa compone il Secretum,
"dov'egli si rappresenta interrogato da Agostino, alla presenza di una
donna nuda, la Verità. È questa l'opera più originale e più moderna del Poeta:
piuttosto che di due personaggi si tratta di due contrapposti momenti
spirituali che rappresentano la duplicità dell'uomo, perennemente scisso tra
l'attaccamento alle sue passioni e l'aspirazione alla superiore coscienza del
male e alla purificazione religiosa". Il conflitto resterà comunque
irrisolto e verrà affidato alla speranza di raggiungere una certa serenità
spirituale.
Nel 1343, dopo il ritiro nel mese di
aprile del fratello Gherardo nel monastero certosino di Montrieux, è inviato a
Napoli per una missione politica. Dopo essere stato a Parma, presso la corte
dei Correggio, dove vive gli eventi della guerra per il possesso della città e
scrive la canzone All'Italia, nel 1346 ritorna in Provenza. Il 29
ottobre gli viene notificata la concessione di un ricco canonicato "per la
sua arte e l'onestà dei costumi". Scrive nel frattempo il De vita
solitaria, in cui elogia la tranquillità, unita alla pace spirituale, nella
quale può coltivare la sua attività letteraria: l'operetta è in forma di
lettera inviata al suo ospite di Valchiusa, il vescovo Filippo di Cabassole.
Tra il 1346 e il 1347 scrive il Bucolicum
Carmen, 12 egloghe su questioni ideali e politiche di viva attualità.
Nel
novembre 1347 si reca in Italia, diretto forse a Roma, che comunque non può
raggiungere a causa dei tumulti seguiti al fallimento di Cola di Rienzo; si
rifugia a Verona, dove il 19 aprile 1348 lo raggiunge la notizia della morte di
Laura, avvenuta ad Avignone il 6 aprile: è l'anno in cui infuria in tutta
Europa una terribile peste, nella quale muoiono il cardinale Giovanni Colonna e
Sennuccio del Bene.
L'anno dopo prende possesso del
canonicato concessogli a Padova da Giacomo Novello da Carrara. Nel 1350 si reca
a Roma per il Giubileo, e passando per Firenze conosce il Boccaccio.
Nell'estate dell'anno successivo si reca in Provenza e soggiorna per l'ultima
volta in Valchiusa, dove completa il riordinamento del Canzoniere e
probabilmente dà inizio alla stesura dei Trionfi, comincia a raccogliere
le Epistolae metricae e le lettere Familiares (in 24 libri privilegiando
contenuti a carattere memorialistico, autobiografico e morale). Scrive anche i
suoi scritti più violenti, indirizzati contro la Curia papale avignonese.
Nel
maggio o, nel giugno del 1353 il poeta parte definitivamente per l'Italia e sul
culmine dei valico del Monginevro concepisce quel commosso saluto alla sua
terra, in cui sono espresse la promessa che in essa trascorrerà ormai il resto
dei suoi giorni e la speranza di potervi trovare un luogo per la sua sepoltura.
Ma è probabile che ancora non sapesse in quale città avrebbe preso dimora: la
decisione di fermarsi a Milano, cedendo alle insistenza dell'arcivescovo
Giovanni Visconti, fu certamente una decisione improvvisa o, almeno al
principio, un impegno provvisorio. Vi restò invece per otto anni, durante la
signoria di Giovanni e poi dei suoi nipoti e successori: la promessa di potere
dedicarsi liberamente ai suoi studi, privo di precise e continue incombenze
diplomatiche, la solitudine quasi campestre delle sue abitazioni a
Sant'Ambrogio prima e poi a San Simpliciano resero il suo soggiorno milanese
gradevolmente sereno e proficuo alla continuazione e alla revisione delle sue
opere. Ma quali che fossero le ragioni della sua decisione, gli appariva dei
tutto ingiusto il risentimento dei suoi amici fiorentini che tacitamente o
esplicitamente gli facevano colpa di essersi asservito alla tirannia viscontea.
[ Vero è certamente che il poeta sentiva che ogni suo legame al passato era
ormai spezzato, che con la vecchiaia incominciava per lui, in un certo senso,
una nuova vita: l'ultimo suo entusiasmo politico era svanito nel 1347 con il
tragico fallimento dei tentativo di Cola di Rienzo; Laura era morta il « dì
sesto d'aprile * dei 1348 durante l'epidemia della grande pestilenza. ]. E’
probabile che lo sgomentasse l'immagine della libera ma insidiosa vita del
comune fiorentino; che più lo rassicurasse la prospettiva di un legame (del
resto nemmeno troppo soffocante) con un solo signore. Ma è fuor di dubbio che
tra il poeta e i suoi nuovi signori si istituiva come un patto di mutuo
interesse da un lato egli si avvantaggiava della posizione di prestigio che gli
offriva l'amicizia dei Visconti; d'altro lato acconsentiva tacitamente ad
essere adoperato in missioni diplomatiche, non numerose invero, né discordanti
con i suoi ideali civili.
Del resto, la stessa
posizione di Milano gli consentiva in qualche modo di poter meglio esercitare,
con più agevole commercio, quella funzione di alto magistero che egli forse
riteneva fosse ormai il compito precipuo dei suoi ultimi anni.
Numerosi cenacoli di giovani e meno giovani dotti, dal Veneto alla
Toscana, riconoscevano ormai in lui l'autorità di indiscussa guida
intellettuale. Durante l'ultimo viaggio a Roma in occasione dei giubileo dei
1350 si era fermato brevemente a Firenze e quivi aveva consolidato i legami di
amicizia con i letterati fiorentini Lapo da Castiglionchio, Zanobi da Strada,
Francesco Nelli, il Boccaccio. Ferventi suoi ammiratori si dichiaravano ora i
più giovani Leonardo Bruni e Coluccio Salutati. Di particolare importanza,
quasi a significare la continuità di una tradizione, fu l'amicizia dei
Boccaccio, che si recò a visitare il suo maggiore amico nel 1351 e nel 1359 a
Milano, e più tardi altre volte a Venezia. Ma nemmeno le sue pressioni valsero a
fargli accogliere l'invito ufficiale di trasferirsi a Firenze: alle proteste
accorate di tutti i fedeli della comunale « fiorentina libertas », egli
poteva opporre infine il fermo convincimento lentamente cresciuto sulle basi di
una scelta forse all'inizio soltanto suggerita da una crisi d'indecisione e di
stanchezza. Proprio a Milano infatti egli avrebbe potuto sperimentare il nuovo
rapporto tra l'intellettuale d'eccezione quale egli era, e la nuova forma di
potere politico in ascesa e in espansione. In quel centro di attivo
rinnovamento (tanto diverso dalla prevalente decadenza di quasi tutta la
penisola) c'erano le possibilità concrete di quel futuro verso cui tendevano le
sue alte idealità civili: c'era la garanzia di poter esercitare la serena missione
dei dotto nelle migliori
condizioni di prestigio e di autonomia, di partecipare agli eventi decisivi e
di ritrarsi poi nel raccoglimento degli studi, di governare l'umbratile regno
della poesia e di dirigere dall'ombra la vita culturale italiana. E quanta
importanza egli desse alla funzione dell'umanista nelle Signorie emergerà anche
nella famosa lettera-trattato ch'egli inviò a Francesco da Carrara nel 1373,
vero ritratto ideale dei principe..
Il trasferimento del poeta a Venezia nel 1361 (reso necessario dal contagio di una nuova pestilenza che investe quell'anno la Lombardia) non muta sostanzialmente i termini dei problema biografico di questi ultimi anni; né altrimenti lo mutano i successivi spostamenti a Padova e poi ad Arquà, dove dal 1371 aveva raccolto la sua famiglia: la figlia Francesca, il marito di lei, la nipotina Eletta dove, dopo aver completato una seconda raccolta di epistole, le Senili, nella notte tra il 18 e il 19 Luglio 1374 si spegne alla vigilia del compimento dei suoi settant'anni.
La vita nel tempo: l’amore
per l’antichità, la solitudine, la psicologia
Il poeta stringe in nodi emblematici e mitici gli accadimenti salienti della propria vita, non può per altro verso rinunciare ad accogliere di essa con ansioso puntiglio (talora con enfatica pedanteria) gli eventi anche più minuti e marginali. « Exigua pars est vite qua vivivimus. Ceterum quidem omne spatium, non vita, sed tempus est » « Esigua è la parte di vita in cui viviamo. Tutto il resto non è vita ma tempo »): la frase famosa di Seneca nel De brevitate vitae (riecheggiata dal Petrarca in varie guise in numerosi passi delle sue opere) mentre svela gli incunaboli del suo stupefatto atteggiamento al cospetto dell'inarrestabile fuga dei giorni, ci fornisce forse la chiave per dirimere le questioni più intricate della sua biografia. Da un lato è la vita interiore, di cui siamo consapevoli, in cui veramente viviamo; dall'altro il «non essere », l'oscuro spazio esteriore, del quale ignoriamo le dimensioni e i disegni. Lo stesso rivolgimento storico che porta Dante l’esilio (la cacciata dei Bianchi da Firenze) determina la nascita di Petrarca già in esilio. Anche questo dato può essere considerato simbolico. Infatti, Petrarca inaugura un tipo di intellettuale-artista la cui condizione psicologica e sociale è quella appunto di esiliato, di senza patria. La ricerca affannosa di rifugi da parte del poeta testimonia il bisogno di uno spazio affettivo che possa svolgere la funzione di contenere e proteggere, e magari di favorire, le complesse elaborazioni dell’io; la possibilità di una reintegrazione civile non è garantita a priori. Per questo diviene così intenso il rapporto con il passato, cioè soprattutto con la classicità: perché tanto il rapporto con il presente storico quanto quello con la storia antica, svolgono la medesima funzione: elaborativa e non operativa; sono cioè una palestra per la coscienza, non un riferimento per l'impegno pratico.
Studio della letteratura significò, per il Petrarca, studio dei
classici antichi. Quasi all'inizio della Posteritati (l'incompiuta
epistola autobiografica nella quale intendeva presentare ai posteri il suo
autoritratto ideale; così il Petrarca definisce, con illuminante iunetura causale,
il suo atteggiamento nei confronti del proprio tempo.
Ma è evidente che
l'atteggiamento nei confronti della società contemporanea non fu ispirato
soltanto o interamente al rifiuto e alla ripulsa. Giudice e testimone sempre
severo e talora acerbo dei papato avignonese, vive tuttavia per lunghi anni
all'ombra della corte, ne accetta e ne invoca la protezione, pur se ne rifiuta
gli onori più gravosi e compromettenti. Ne biasima apertamente la corruzione
dei costume e gli errori politici: e tuttavia i suoi stessi sdegnosi giudizi morali
e i suoi appelli per un pronto ritorno alle fede tradizionale rivelano non
soltanto l'amarezza di una coscienza religiosa ferita, ma anche la presenza di
un impegno fiducioso - nonostante la decadenza presente - nel valore positivo
di una istituzione, nelle possibilità che essa ha ancora di esercitare una
funzione insieme spirituale e civile.
Più convenzionali e improntati a un atteggiamento di ossequio formale i
rapporti e le reazioni nei confronti dell'Impero; sebbene non possano essere
passati sotto silenzio i reiterati appelli all'imperatore Carlo IV perché si
induca a discendere in Italia, il giubilo con il quale egli si reca poi per due
volte ad incontrarlo, la reverenza e la speranza con cui si reca a visitarlo -
già più che cinquantenne - nella lontana Praga e a supplicarlo perché
intervenga « pro ligustica pace » nelle contese fra gli stati italiani.
A ben guardare, quel che muove il Petrarca a intervenire con
infaticabile impegno diplomatico e politico fra gli intrighi e le discordie dei
suo tempo, quel segreto impulso che lo spinge a farsi ambasciatore e
messaggero, oratore e corriere, latore di messaggi, di suppliche, fautore di
trattative e di mediazioni fra signorie e principati, fra repubbliche e regni,
da Avignone a Napoli, da Parma a Milano, da Venezia a Genova, non è soltanto da
ricercare nella naturale irrequietezza del suo spirito o nel desiderio sempre
vivace e insoddisfatto di conoscere e farsi esperto di nuovi uomini e nuove
genti, o nel consapevole orgoglio (che è anche inconsapevole vanità) di
contrapporre alle nuove aristocrazie dei potere politico ed economico la
diversa aristocrazia dell'ingegno e dei sapere: è soprattutto - ci sembra - da
mettere in relazione con una profonda aspirazione all'ordinata e pacifica
convivenza degli uomini, con il desiderio di vedere rispecchiata nella vita
civile dei popoli la sua imperiosa esigenza etica, con una esigenza non meno
imperiosa di legalità e di giustizia, infine con un alto sentimento della
tradizione culturale e politica simboleggiata ai suoi occhi, con arcano
fascino, dal nome di Roma. L'ideale - per così dire - cosmopolitico si
congiungeva in tal modo indissolubilmente (anche se velleitariamente) con
l'ideale nazionale. E Roma e l'Italia, attraverso il linguaggio dei dotti,
ritrovano un codice per comunicare con l'Europa.
Ma ancor più notevole, addirittura sorprendente appaia la sensibilità
storica con cui egli sa recepire i motivi più profondi della sua età, di quel
suo secolo ,tormentato e ansioso, immaginosamente definito l'autunno del
Medioevo: nessun intellettuale al pari di lui, nemmeno Dante, riuscì a posare
uno sguardo altrettanto lucido e pietoso sulle genti derelitte, sulle “donne
lacrimose” e il “ vulgo inerme” , sulle « lagrime dei popolo doloroso »,
sgomento e oppresso dall'incalzare di ricorrenti flagelli (le carestie, le
pestilenze, le guerre civili, le scorrerie delle bande armate, le sommosse
cittadine) che affliggono gli anni della sua epoca storica come persecuzioni di
un cieco, ineluttabile destino. Nessuno come lui ha saputo effondere un così
trepido e accorato fermento per la sospirata pace, nessuno ha avvertito come
lui la solitudine indifesa dell'uomo di fronte alle minacce della terra e dei
cielo: e non soltanto - si badi - nelle prose e nei versi di più esplicito
contenuto civile, ma anche la dove nella confessione di un'intima,
inesplicabile ansia egli sembra trasporre nelle dimensioni di una privata
sofferenza le infinite, diverse sofferenze di un'intera generazione umana.
Nessuno come lui ha saputo, infine, tradurre in soluzioni tanto originali lo
smarrimento e la crisi di una società ormai priva della guida e della garanzia
di secolari istituzioni religiose e civili, e incapace d'altronde di dominare
le oscure forze di una nuova storia insorgente: di un'umanità turbata e divisa,
che nelle incerte luci di un tramonto che è anche un'alba, avverte confusamente
come i problemi della felicità terrena e della salvezza eterna, della rennovatio
civile e spirituale, siano ormai affidati soltanto alla capacità e alla sorte,
alla « virtù » e alla « fortuna » degli individui singoli, dell'uomo solo e
consapevole della sua solitudine nel mondo.
E tuttavia resta accertato che nell'atteggiamento pur discorde e talora
contraddittorio dei Petrarca di fronte al suo tempo nulla o quasi nulla vi è
della volubile indifferenza o dell'aristocratico disdegno dei letterato per gli
eventi dei mondo. La nota frase della Fam. VIII, 7 (« Surnus, frater,
sumus - quid dissimulem - vere soli ») richiama ovviamente, con inconsapevole
nesso etimologico, non già l'aspirazione a un arido e sterile isolamento, bensì
il mito positivo e pregnante della solitudine. Una solitudine che significava
per il Petrarca « ritrovare il contatto con Dio » e al medesimo tempo - e per
la medesima ragione - « aprirsi la strada a un valido contatto coi prossimo »;
che non era, per l'appunto, isolamento, ma iniziazione a una società più vera
»; che era richiamo alla interiorità spirituale, ma era insieme « esaltazione
dei mondo umano, del mondo dei valori e dell'azione, dei linguaggio e della
società che congiunge oltre il tempo e lo spazio, oltre ogni limite ».
Nella sua essenza e
nelle sue implicazioni - beninteso - il mito della solitudine sarà elaborato
dal Petrarca soltanto in epoca relativamente tarda, al tempo appunto del De
vita solitaria (1346-1347), al culmine o subito dopo la soluzione della
lunga crisi morale che travaglio la svia coscienza e di cui aveva conquistato
la lucida consapevolezza solo pochi anni innanzi, nelle pagine dei Secretum
(1342,-1343).
Ma è certo che solo nella
disposizione psicologica iniziale di questa scoperta speculativa assume il suo
esatto significato anche lo studio dei classici, quella notizia vetustatis di cui il Petrarca rivendica - come si
vedrà nella Posteritati - quasi un geloso possesso e che postula
chiaramente come un'alternativa, quantunque non l'unica, al suo disagio
esistenziale. All'inizio è tuttavia probabile che altro, componenti
psicologiche sostenessero la ricerca e la scoperta dei mondo classico, dapprima
forse sentito soltanto come sigillo di nobiltà culturale, come segno di
distinzione dal volgo degli indotti, ammirato per una superiore sapienza e
saggezza, vagheggiato come sconfinato paesaggio di avventurosi viaggi
dell'anima, amato, infine, soprattutto, come modello insuperabile di armoniosa
perfezione formale. Almeno all'inizio e negli anni giovanili fu un amore
appassionato ed entusiastico, indiscriminato e insaziabile. Nel catalogo
dell'ideale biblioteca giovanile petrarchesca i classici latini precedono senza
eccezione i classici greci (di cui del resto soltanto indirettamente egli può
apprezzare la grandezza); e tra i latini, in primo luogo Virgilio, ma sopra
ogni altro Cicerone, a paragone del quale nessun altro scrittore gli sembrava
avere gusto e sapore. La musicalità di quei versi, la concinnitas di
quella prosa lo affascinavano, lo possedevano interamente.
Un’insaziabile curiosità erudita lo spingeva a procurarsi da conoscenti
e amici opere ignote o mal note, a farle trascrivere, e trascriverle di sua
mano, a ricercarne altre ancora negli antichi monasteri e nelle biblioteche
capitolari, ad annotarle con postille storiche, critiche, grammaticali.
Ma vi è un momento
(difficilmente assegnabile ad una data precisa della sua vita), in cui la notizia
vetustatis rivela un volto ancora sconosciuto, acquista una risonanza più
profonda: fa intravedere, nel suo fondo più recondito, l'esistenza di un
arcano, insondabile segreto. In verità questa sospesa e trepidante attenzione,
questa stupefatta e quasi religiosa contemplazione, dovette essere un momento
compresente - quantunque in forma ancora vaga e inconsapevole - già alla prima
entusiastica scoperta della notizia vetustatis: <<Hee et
his similia legebam, non ut mos etatis est illius, soli inhians grammatice artificio,
sed nescio quid illic aliud abditum intelligens » (cfr. § 31, 1), dirà nella Fam.
XXIV, 1 (un'epistola che è tutta una ansiosa, documentatissima meditazione
della fugacità della vita), parafrasando un'osservazione metodologica di
Seneca, un'osservazione che forse non a caso trascriverà successivamente. Ma
era stato allora, probabilmente, soltanto un presagio, un barlume. Solo più
tardi (ed è impossibile stabilire una data precisa) l'intuizione vaga doveva
mutarsi in consapevole certezza e tradursi in una precisa formula critica. Al
diletto dell'armonia formale succedeva la scoperta di una dimensione umana,
negli antichi, prima ignorata, la rivelazione appunto - sotto il segno
dell'arte -di un <i nescio quid aliud [ ... ] abditum », di una tensione morale
che prefigura e governa le soluzioni formali; quella profonda capacità di
meditare sul significato della vita, quella naturale attitudine a indagare i
misteri dell'esistenza, o ancora meglio (se si ripensa all'intero contesto, al
musicale intreccio di allusi rimpianti della Fam. XXIV, 1)
quell'inquieta consapevolezza della fugacità del tempo e della caducità della
vita, forse anche quell'oscura sensazione (mista di felicità e di sofferenza,
di costrizione e di orgoglio) che distingue dalle altre le esistenze toccate
dal misterioso destino dell'arte: e in conclusione un'indefinita irrequietezza
spirituale, un'inspiegabile ansia morale, non disgiunte da una imperiosa
vocazione introspettiva, che le riconosce e le scevera, le purifica e le
rasserena, per affidarle quindi, redente, alla prestabilita geometria dello
stile.
Va da sé che la
scoperta critica dei significato della letteratura antica comporterà da questo
momento per il Petrarca (se una professione critica equivale sempre, in qualche
modo, a una confessione) anche il riconoscimento di una cifra privata della sua
anima. Ma più importerà, per ora, sgombrare il campo da due implicazioni minori
della scoperta petrarchesca. Perché dal « nescio quid aliud [ ... ] abditum »
derivavano non soltanto un rinnovato e più motivato riconoscimento
dell'eccellenza intellettuale e morale dei mondo antico e la conseguente
accettazione della distanza che lo divide dal mondo contemporaneo; ma anche,
con apparente contraddizione, una ferma e meravigliata consapevolezza della
comunanza spirituale dei moderni con gli antichi, anche essi uomini, anche essi
implicati nelle fatali imperfezioni della natura umana, anche essi limitati
dagli impedimenti del mondo naturale e storico in cui vissero. Così che da
questa scoperta dell'intimo significato della civiltà classica (o meglio
dall'incrocio di questi due suoi corollari) nasceva ora nei confronti degli
eventi e dei personaggi del passato, un atteggiamento al tempo stesso più
reverente e più meditato, meno entusiastico e più critico: nascevano al
medesimo tempo quel più cauto scrupolo filologico e quel più vigile senso
storico, che il Petrarca consegnerà alle successive generazioni dell'Umanesimo.